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Secondo i quotidiani del 26/07/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Sfida nel Pd, Fini sotto attacco”. Editoriale di Pierluigi Battista: “Dissenso e probiviri”. In primo piano: “Urbani e il biglietto del 2004: questo è di sinsitra” e “Latorre (Pd): ‘Meglio andare alle elezioni”. Al centro: “Polizia tedesca imputata per la strage dei ragazzi”. Foto-notizia sulla F1 con il titolo: “Alonso primo, Massa secondo. E sul sorpasso una scia di veleni”. A fondo pagina: “Matrimoni, passioni, divorzi. Tutta colpa dei cicli amorosi” e “L’ossessione del bagaglio a mano”. REPUBBLICA - In apertura: “Berlusconi e Bossi, processo a Fini”. Di spalla: “Cesarismo democratico” di Nadia Urbinati e “Il bavaglio sul pensiero” di Stefano Rodotà. Foto-notizia con il titolo: “A Duisburg morta anche un’italiana, mai più Love Parade”. A fondo pagina: “Afghanistan e Iraq, le guerre da mille miliardi di dollari”. LA STAMPA - In apertura: “Il processo ai finiani spacca il Pdl”. Editoriale di Mario Deaglio: “Purchè non sia un tavolino”. In primo piano la strage di Duisburg: “In quell’inferno ho visto sparire la mia amica Giulia”. Retroscena: “Incompetenza e panico alla festa techno”. Foto-notizia sulla Formula 1 con il titolo: “Ferrari, il trionfo costa centomila dollari”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Al sud rincari per le tasse”. Editoriale di Salvatore Padula: “La coperta troppo corta dello Statuto del fisco”. Al centro: “Sulle tariffe minime dell’autotrasporto l’ultima parola alla Ue”. A fondo pagina: “La febbre delle slot machine vale 600 casinò”. Foto-notizia con il titolo: “Bon ton digitale. Le antenne e il decoro”. IL MESSAGERO - In apertura: “Fini, l’assedio del Pdl”. Editoriale di Giorgio Israel: “Università, cambiare puntando al merito”. Foto-notizia con il titolo: “Doppietta Ferrari, ma è polemica per il sorpasso di Alonso”. Al centro: “Giulia, morire a 21 anni per un rave” e “Terni, coltellate al posto di blocco: ferisce due carabinieri e viene ucciso”. A fondo pagina: “Pensioni anticipate, protesta negli atenei: pronto emendamento per uscire a 70 anni” e “Più figli unici, vince il talento”. IL GIORNALE – In apertura “La Russa: ‘Adesso Fini la pianti’”. Foto-notizia sulla strage al Love Parade: “Quella fatale attrazione della tribù”. Al centro l’intervista a Umberto Veronesi: “Non mi piegherò a diktat del Pd”. A fondo pagina: “Sorpresa, in spiaggia il topless non c’è più”. IL TEMPO - In apertura: “Ora rischia il simbolo del Pdl”. Editoriale di Mario Sechi: “Un partito di Giamburrasca”. Foto-notizia sulla F1 con il titolo: “Doppietta Ferrari con trucchetto”. A fondo pagina: “S’accollano? Che felicità”. L’UNITÀ - In apertura la foto di Villa La Certosa con il titolo: “Affari sardi”.

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2. Sfida nel Pdl, Fini sotto attacco

Roma -

“L’irritazione per le esternazioni del finiano Fabio Granata che accusa parti del governo di non fare abbastanza per chiarire i contorni delle stragi di mafia del 92-93 si estende ora nei confronti dello stesso Gianfranco Fini invitato espressamente a sconfessare il vicepresidente dell’Antimafia. Il cerino finisce ora nelle mani dell’ex leader di An. E a metterlo sono proprio esponenti provenienti dallo stesso mondo di Granata e Fini, a incominciare da Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno, e dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Tutti si attendono che Fini parli, che dica parole definitive sul caso”. Lo scrive il Corriere della Sera, che prosegue: “Nella giornata conclusiva del convegno dei Circoli della Nuova Italia Silvio Berlusconi invia un messaggio con cui ricorda che bisogna ‘fare crescere il nostro partito organizzandolo sempre meglio sul territorio’, garantendo un’ampia partecipazione democratica, ‘facendo i congressi come prevede lo statuto, senza però lasciare spazio a contrapposizioni correntizie che ne penalizzerebbero la vita’. Parla del partito ma non delle dispute interne. Su queste si pronuncia il coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa. Senza giri di parole, intima a Granata un secco aut aut: ‘O ha elementi per sostenere che nel governo ci sono persone che ostacolano le indagini sulla mafia e allora sono io che me ne vado dal Pdl, perché me lo imporrebbe la mia storia. Ma deve fornire i nomi, non dico una prova giudiziaria, ma indizi forti. Altrimenti la sua è, come penso, una frase da quaquaraquà, pronunciata per finire sui giornali’. E allora, scandisce, ‘non servono i probiviri perché Granata sarebbe incompatibile politicamente con una coabitazione nel Pdl’. Le agenzie rilanciano queste frasi, compresa, per ammissione dello stesso La Russa, ‘l’ipotesi fantascientifica di un ingresso al governo di Fini al ministero dello Sviluppo economico’ per stemperare le tensioni interne. Granata replica con un ‘non ho nulla di cui scusarmi’. E attacca la decisione del governo di negare la protezione al pentito di mafia Gaspare Spatuzza. In serata dirà che si ‘vuole colpire lui per colpire Fini’. Quella che Alemanno non esita a definire una ‘bomba gettata per impedire ai pontieri di lavorare a un possibile chiarimento tra Fini e Berlusconi’ spinge Mantovano a intervenire. E lo fa, spiega dal palco, perché ingiustamente tirato in ballo dato come presidente ‘da sette anni della commissione composta da magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine, che deve deliberare se fare accedere alla protezione i pentiti’. La verità, sostiene, ‘è che noi abbiamo applicato la legge, e la legge prevede che chi collabora ha tempo 180 giorni per dire quello che sa, non può cioè parlare a rate’, come accaduto per Spatuzza. Attacca ‘i professionisti dell’antimafia che non stanno solo a sinistra. Adesso c’è una novità: occorre guardarsi dal fuoco amico’. E poi tra gli applausi della platea aggiunge, ‘ciò che ha detto Granata è di una gravità assoluta, come rappresentante del governo e membro del Parlamento non solo chiedo ma esigo che Fini in avvio della prossima seduta dica qualcosa di chiaro e definitivo su quanto fatto in questi due ultimi dal governo nella lotta alla criminalità’. Bisogna smetterla, incalza, ‘con l’antimafia delle chiacchiere che fa danni a polizia e magistrati e pretende di stilare la lista dei buoni e dei cattivi’. I ministri Maroni, Matteoli, Ronchi e il capo dei deputati Cicchitto gli fanno giungere testimonianze di fiducia. Anche Alemanno solidarizza con Mantovano bersaglio ‘di un’offesa gratuita e inaccettabile’ e invita ‘Fini a prendere le distanza da Granata, che è bene si faccia un giro fuori dal nostro ambiente’, che se ne vada dal partito. Mario Landolfi aggiunge che ‘delle castronerie dette, Granata deve rispondere in sede politica e non davanti ai probiviri’. Edmondo Cirielli minaccia di passare al gruppo misto ‘se i vertici del partito e del gruppo non prenderanno provvedimenti contro quel mestatore’. E due finiani doc come Bocchino e Urso invitano, però, tutti ad ‘abbassare i toni’ sostenendo che ‘Mantovano e Granata sono dalla stessa parte, cioè quella della legalità’”

 (red)

 

 

3. Fini: Solo pretesti per una guerra di nervi

Roma -

"Mentre ad Orvieto tutti parlano di lui, per criticarlo, per chiedergli di intervenire contro Granata, per mettere in discussione la sua linea, lui passeggia per le strade di Orbetello con la famiglia. Evocato dai suoi ex colonnelli, invitato da La Russa, con una provocatoria suggestione, addirittura a prendere il posto di Scajola, il presidente della Camera non parla, almeno ufficialmente: del resto, dice ad alcuni collaboratori, ‘cercano solo un pretesto, alimentando una guerra di nervi, nulla di più’. Una guerra di nervi: la definizione non potrebbe essere più azzeccata". Lo scrive il Corriere della Sera, che aggiunge: "Le due sponde del Pdl ormai giocano una partita basata sulle emozioni reciproche, sulla possibilità del nemico di commettere un errore. Ma sbagliano, a giudizio di Fini, coloro che sperano in un suo gesto di rottura o di congedo: non arriverà mai. Sbaglia Berlusconi a cercarlo, sbagliano gli ex colonnelli a sperarlo con delle provocazioni. Quella lanciata da La Russa ‘è semplicemente ridicola’, aggiunge il cofondatore del Pdl, convinto di continuare a fare il presidente della Camera ‘sino all’ultimo giorno di legislatura’. ‘Ultimo giorno’ non significa fra tre anni, potrebbe anche arrivare prima. Fini è consapevole che il Cavaliere potrebbe cercare le elezioni anticipate per liberarsi di lui e del gruppo di parlamentari che lo segue. Ma è convinto che l’operazione rappresenti un rischio eccessivo per il capo del governo, perché Napolitano dovrà comunque cercare di tutelare la tenuta della legislatura, verificando la possibilità di altri esecutivi. Una ricerca che vedrà, nell’eventualità, il presidente della Camera in prima linea. Forte anche, aggiungono nel suo staff, di tutti i forzisti che in queste ore tengono i contatti con lui, delusi dai vertici del Pdl, pronti a uscire alla luce del sole nel caso di una crisi provocata dal Cavaliere. Messaggi che in queste ore ovviamente vengono scambiati fra le due sponde, in modo riservato, con effetti che si sperano deterrenti. Se Berlusconi sta alzando il livello dello scontro solo per poi trattare si vedrà, intanto — dicono nell’entourage di Fini — è avvertito. Ma assieme agli avvertimenti vengono anche ribadite le posizioni: Granata forse ‘usa toni eccessivi, è un po’ eccentrico’, dice Fini, che non ha comunque alcuna voglia di smentire o correggere il suo deputato. E ‘questa storia dei probiviri fa un po’ ridere, non si sono mai riuniti, non si sa bene nemmeno cosa siano, mah...’. In ogni caso, aggiungeva ieri l’ex leader di An, quelle di Granata come quelle di Bocchino sono sempre e solo ‘opinioni’: prima di processare queste dovrebbero curarsi, nel Pdl, delle ‘tante ipotesi di reato che hanno colpito esponenti del partito, a cominciare dalle inchieste milanesi, dal caso Abelli’. C’è invece un filo di amarezza nel constatare che gli ex colonnelli, uomini che una volta gli erano vicini, oggi sembrano aver dimenticato i vecchi trascorsi. Se l’ipotesi di La Russa ‘è ridicola’, le parole di Matteoli sul vecchio Msi e sulla costruzione collettiva del carisma a vantaggio di chi non ne era dotato hanno amareggiato Fini, che un tempo aveva con l’attuale ministro delle Infrastrutture un legame molto saldo”.

 (red)

 

4. La Russa: Fini smetta di fare opposizione

Roma -

“Ministro Ignazio La Russa, Fabio Granata le ha risposto che non è disposto a chiedere scusa e ha ribadito le accuse. Quindi? ‘Granata ha detto che ci sono pezzi del governo che frenano il tentativo di far luce sulle stragi di mafia. Fuori i nomi! Voglio i nomi oppure...’”. Inizia Così l’intervista a Ignazio La Russa sul Giornale, che prosegue: “ Oppure? ‘Oppure si scusi per aver pronunciato una frase senza né capo né coda’. Mi sa che le scuse non arriveranno. ‘Peggio per lui. Si vede che è coerente con le proprie posizioni politiche balzane. Guardi che non ce l’ho con Granata sul piano umano, eh. Ce l’ho con lui sul piano politico’. In verità un nome Granata l’ha fatto: Alfredo Mantovano. ‘Assurdo. La negazione del programma di protezione è avvenuta nel più completo rispetto della legge. Abbia il coraggio di ripetere frasi da ricovero in ospedale’. Mantovano ha preteso che sulla questione intervenga Fini. Lo farà? ‘Questo non posso saperlo io, ma darei a Granata il peso che ha, ossia poco’. In molti hanno chiesto che se ne vada dal Pdl: lo farà? ‘Non è questo il punto. Il nodo è uno solo: bisogna smetterla con il Vietnam. A questo punto siamo al redde rationem perché così non si può più andare avanti. Serve chiarezza’. Lo si dice da mesi. ‘Sì ma fino a oggi s’è cercato di regolamentare la guerriglia e la guerriglia, per definizione, non ha regole’. Ma lo strumento dei probiviri non è un’arma spuntata? ‘Preferisco lo strumento politico della chiarezza una volta per tutte. Anche perché l’ipotesi della sanzione disciplinare farebbe di Granata un martire’. E... ‘Per carità. E poi basta parlare solo di Granata...’. D’accordo, ma oggi Granata, domani Bocchino, dopodomani Briguglio: come se ne esce con il logoramento della minoranza? ‘Siamo all’ipotesi terminale, al guardarsi in faccia e parlarsi chiaro. Lo facciano Berlusconi e Fini’. Possibile? ‘Uno spiraglio c’è ancora, seppur strettissimo’. Sarebbe? ‘Io ho lanciato la proposta: se Fini rinunciasse al suo ruolo istituzionale e facesse il ministro o tornasse in qualche modo a occuparsi di politica nel partito, questo cambierebbe le carte in tavola’. Sembra un’ipotesi fantascientifica. ‘Forse. Ma magari aiuta a trovare un’intesa tra i due’. Se anche questa strada fosse impercorribile, l’ipotesi del Predellino 2 è in campo o no? ‘Non capisco cosa sia il Predellino 2. Il partito c’è e ha gli strumenti per superare le criticità: il parlar chiaro’. Fini le ha mai detto di essere pentito di aver fondato il Pdl e di voler fare gruppi autonomi? ‘Certo che me l’ha detto: mezz’ora prima del summit burrascoso con Berlusconi e mezz’ora dopo’. E... ‘Gli dissi chiaro e tondo che non l’avrei mai seguito in questa avventura come del resto ha fatto la maggioranza degli ex An. Lì c’è stata la svolta’. Ossia? ‘S’è consumata la rottura con Berlusconi. Se non avesse ipotizzato lo strappo, forse non saremmo in questa situazione’. Continuo a non capire come se ne esce. ‘Con un chiarimento una volta per tutte all’interno del Pdl. Il paletto è: dissenso sì, ma non opposizione continua alla maggioranza e al governo’. I finiani dicono che è solo dissenso. ‘Invece sembra che il loro obiettivo sia la sconfitta del Pdl e del governo. Facciamo chiarezza una volta per tutte su tutti i temi, anche quelli abbandonati’. Tipo? ‘Quello della cittadinanza. Giù le carte: discutiamone e poi decidiamo. Una volta deciso, però, ognuno si prenda le proprie responsabilità’. Ma a Fini conviene restare dentro il Pdl e continuare il logoramento. ‘Ma guardi che né io né gli altri ex An spingiamo per la rottura, questo vorrei che fosse ben chiaro. Chiediamo solo chiarezza e verificare se lo spazio per un’intesa c’è oppure no’. C’è chi sostiene che Fini aspetti solo la scadenza del legittimo impedimento per dar la spallata al premier per via giudiziaria, opposizione al Lodo Alfano in salsa costituzionale. Vero? ‘Queste sono cose che scrivete voi. Ma non mi strapperà una frase che sia una contro Fini’. Sostituire Fini con Casini. Si può fare? ‘Non la metterei così, non è un problema di pedine’. Beh, però si cerca di allargare la maggioranza nel caso in cui Fini se ne vada. ‘A prescindere da Fini, occorre interrogarsi sull’anomalia del Ppe. In Europa siamo insieme, in Italia un po’ e un po’’. Fuori Fini, dentro Casini: non si cade dalla padella alla brace? ‘No, a patto che anche con Casini ci sia chiarezza assoluta sul bipolarismo. Ipotesi di un terzo polo non ce ne sono’. Berlusconi ha aperto ai congressi locali. Addio partito liquido? ‘No. Vuol dire organizziamoci meglio sul territorio ma non ricreiamo un partito ottocentesco. Il partito delle tessere, motivo di corruzione, ha fatto il suo tempo’”.

 (red)

 

 

5. Bossi con il premier: Io e lui abbiamo quasi tutti i voti

Roma -

“I dissidi nel Pdl, il peso dei finiani e le frizioni nella Lega? Umberto Bossi guarda oltre, dà una stoccata alla correnti e pensa al federalismo: ‘Berlusconi non farà mancare i voti necessari: Lega e Berlusconi sono quasi tutti i voti del Parlamento’. Il ministro delle Riforme, intervenendo a margine dell’inaugurazione di una sede del Carroccio a Travedona Monate, cerca di glissare sulle tensioni tra Fini e il premier: ‘Io posso metterci una buona parola tra lui e Berlusconi, ma quando due litigano è difficile farlo ed è meglio non mettersi troppo in mezzo’. Poi, però, ammette: ‘Quando due litigano è meglio separarsi’. Il Senatur però non vede ‘nessun rischio’ sulla tenuta del governo e, soprattutto, sulle divisioni nel Carroccio. ‘La Lega non è mai stata così tranquilla, io poi sono un segretario semplice che si comporta semplicemente: se uno pianta casino penso che non gli interessi niente del federalismo e della Padania e lo mando via, non perdo tempo’. Aggiunge: ‘Per mandare via uno non c’è bisogno di congressi, l’incaricato sono io’”. Lo scrive il Corriere della Sera. “È un Bossi rilassato — accompagnato dal figlio Renzo — che scherza con i militanti, che guarda con orgoglio l’Alberto da Giussano dipinto sul muro della sede dal diciassettenne Stefano Caldera e che sottolinea come le strutture sul territorio servano ‘molto’: ‘Si avvicina la gente, la si fa crescere in numero e in convinzione’ – prosegue l’articolo -. E parla di tutto, compresa la questione-Granata, che ha mandato in fibrillazione la maggioranza. ‘Io non l’ho mai sentita — afferma riferendosi alla frase del deputato siciliano sulla criminalità organizzata —, Maroni li piglia tutti i giorni i mafiosi, secondo me sono stupidate’. L’orizzonte politico, secondo il leader, non prevede scossoni. L’ipotesi che Tremonti stia lavorando per succedere al Cavaliere come premier viene scartata da Bossi — ‘Sono convinto che non è vero’ —, che elogia il ministro dell’Economia: ‘ Una persona d’onore, uno che mantiene la parola e non farà uno sgarro a Berlusconi’. Sulla possibile nomina di Paolo Romani aministro dello Sviluppo Economico Bossi precisa che ‘è un problema di Berlusconi’. Poi puntualizza, riferendosi al caso-Fiat, ‘io preferirei un ministro che dà certe garanzie, cioè i posti di lavoro’. L’interesse del Senatur è comunque concentrato sul federalismo: ‘Lo portiamo a casa, perché ci sono tanti partiti che lo vogliono’. Il leader, infine, attacca Gianni Alemanno, che in mattinata aveva chiesto di eliminare dallo statuto della Lega la parola secessione: ‘Noi facciamo quello che vogliamo e Alemanno dice così perché a Roma non ha combinato molto e quindi, non avendo fatto cose pratiche, si butta sull’ideologia’. Una battuta che ha fatto insorgere il Pdl. Fabrizio Cicchitto precisa: ‘Non condivido affatto il suo parere su Alemanno e sulla situazione romana’. Maurizio Gasparri invece auspica ‘che Bossi corregga la sua valutazione’, dal momento che il sindaco ‘sta facendo molto meglio dei suoi predecessori’”.

 (red)

 

 

6. Pdl, sull'ipotesi scissione prime crepe tra i finiani

Roma -

“La corrente ‘finiana’ non è mai stata un monolite, ma l’esplosione della mina-Granata in queste ore la sta di nuovo frammentando ed è eloquente a tal riguardo l’ironia di Andrea Augello, ‘capogruppo’ dei senatori vicini al Presidente della Camera: ‘Il Pdl è il partito che guida il Paese e che si faccia una scissione per Granata mi pare una cosa poco probabile’. Eppure, il 25 luglio del 2010 (anniversario numero 67 del Gran Consiglio che decapitò Mussolini), passerà alla cronaca come una delle giornate più calde, forse la più calda, nella pur breve storia del Popolo della libertà. Tanto è vero che l’ipotesi di una scissione, per quanto corrisponda ad un riflesso condizionato del sistema politico-mediatico, ha ripreso a galoppare e nelle segrete stanze si sono ricominciati a fare i conti: su quante truppe può contare Fini in caso di rottura? Certo, un calcolo complicato perché, la storia delle scissioni dimostra che la contabilità delle truppe va fatta sempre allo scattare dell’’ora x’, mai prima. Dunque, calcolo complicato ma decisivo per le sorti del governo in caso di una rottura tra Berlusconi e Fini”. Lo scrive La Stampa. “A bocce ferme i numeri sono ad alto rischio per il governo – continua l’articolo - . Alla Camera il centrodestra può contare su 344 deputati su 630 e dunque vanta un margine di 28 voti rispetto alla maggioranza. Surplus pericoloso in caso di scissione: i finiani dichiarano di poter contare su 33 deputati, anche se sottovoce riconoscono che la quota potrebbe fermarsi a 28, cifra in ogni caso insidiosa per la maggioranza. Al Senato, il centrodestra può contare su 176 senatori su 315 e dunque vanta un margine di 19 voti rispetto alla maggioranza, che è di 157. A Palazzo Madama i “finiani” sono 14 e dunque in numero insufficiente, in caso di frattura, a mandar sotto la maggioranza. Ma sono calcoli che anche nella calda giornata di ieri si sono squagliati davanti ad una realtà più complessa: i 'finiani' sono divisi sul da farsi. Un’incertezza che riguarda anche Fini? Fabio Granata sin dalla prima mattina ha raccontato a tutti che Fini era con lui e che il mandato era quello di insistere. Il Presidente della Camera - invitato a far sentire la sua voce da diverse parti (‘Come può - gli ha chiesto Osvaldo Napoli - restare muto rispetto allo spettacolo indecoroso di chi gli dichiara devozione?’) - si è limitato a far trapelare il suo fastidio per ‘i toni eccessivi’ usati da Granata, ma anche la sua irritazione per il clima di ‘caccia alle streghe’ creato dai berlusconiani. La stessa posizione ecumenica espressa ufficialmente da Italo Bocchino, l’uomo più vicino a Fini. Ma come fa notare Augello, ‘in un caso come questo è difficile stare con Granata e anche con Mantovano’ e infatti, mai come stavolta, i finiani “moderati” - Adolfo Urso, Pasquale Viespoli, Silvano Moffa, lo stesso Augello - ci hanno tenuto a far sapere, attraverso comunicati ufficiali, il loro dissenso rispetto alla linea della rottura impersonata da Granata. Certo, nella polemica di queste ore giocano anche fattori personali. Fini, che considerava Mantovano una sua “creatura”, non ha mai perdonato all’attuale sottosegretario i duri attacchi ai tempi del referendum sulla procreazione assistita. Eppure - come sussurra un finiano - ‘a nessuno di noi può sfuggire un dettaglio decisivo: i maggiori tifosi della scissione sono gli ex colonnelli di An e sarebbe un errore imperdonabile dargli ragione’".

 (red)

 

 7. Prove di divorzio anche nel Pd

Roma -

“La ruota è quella di Bruxelles. Gli ex margheritini scommettono in Europa, ma si vedono a Roma e rilanciano la sfida al Partito democratico. Certo, di scissione per ora nessuno parla, né viene evocata, ma comunque, si discute e si ribadisce che il ‘Partito democratico non può essere la delegazione del Partito socialista europeo in Italia’. Considerazione che ha messo d’accordo tutti i partecipanti all’iniziativa: Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, Giuseppe Fioroni, Pierluigi Castagnetti, Luigi Lusi, Arturo Parisi ma anche Ermete Realacci e Luigi Zanda. Tutti a parlare di Europa ma pensando all’Italia, ma soprattutto ‘a riaffermare nel gruppo parlamentare europeo - spiega l’europarlamentare Gianluca Susta, vice presidente dell’Asde e unico a ‘rompere’ la consegna a un ferreo silenzio - l'originalità italiana all’interno del gruppo’”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “Pochissime parole per dire che ‘d’ora in avanti i margheritini rivendicano di fare politica nel gruppo del Pde’ ritrovandosi così, ironia della sorte, proprio fianco a fianco al copresidente di quel gruppo, e cioè Francesco Rutelli che a novembre scorso lasciò gli ormeggi del Pd per fondare l’Api. Una casualità, certo, una ‘curiosa circostanza’, taglia corto Susta, ma di certo ‘la vicenda europea - spiega uno dei big partecipanti all’incontro romano - rischia di essere il detonatore del problema, la punta di un iceberg di un Pd che sta perdendo l’intuizione originaria’. Dunque, autonomia dalle scelte del Pse. Questa la parola d’ordine che lanciano i ‘romani’ e alla quale, per ora, già sei eurodeputati eletti nel Pd (ma ex petali margheritini) hanno aderito: Vittorio Prodi, Silvia Costa, Guido Milana, Patrizia Toia, Mario Pirillo, e ovviamente, Gianluca Susta. Cosa faranno? Di certo, ragiona una fonte ben informata ‘cercheremo di ampliare la delegazione (sei parlamentari e tra questi Sassoli, ma anche la Borsellino o Crocetta, non sono iscritti a nessun partito europeo), ma soprattutto eviteremo di morire socialisti’. Quindi, abbiamo sancito ‘di voler fare autonomamente politica in Europa’. Europa che per alcuni si legge soprattutto Italia, e non sarà, infatti, un caso che molti dei partecipanti all’incontro romano, in questi mesi, non hanno esitato a dimostrare la loro insofferenza per un partito, il Pd, ancora troppo legato agli ex Ds. ‘Quella parte del Partito democratico - spiegano i promotori, tutti vicini a Area democratica - che ancora non si è resa conto che l’Europa è lo specchio del disagio italiano’. Da qui, la prima ricetta: cementificare una corrente forte per evitare ‘la fagocitazione nell’area ex diessina’. Come? ‘Pensando al modello Fini’. ‘Sì, - si osserva - fare proprio come sta facendo il presidente della Camera’. Senza rotture, ma decisi. A cominciare dall’Europa per riapprodare in Italia. ‘Senza sfasciare’ come da mesi spiega Franco Marini, che non mai ha immaginato una casa diversa dal Pd guidato da Pier Luigi Bersani, ma invocando ‘il rispetto degli accordi presi a cominciare dall’Europa e dalla diversificazione di collocazione tra ex Ds e ex Margherita’. E già, la Margherita, partito scioltosi nel 2007, citato nelle discussioni, negli incontri, ma che nessuno ‘pensa di rimettere in piedi’, nonostante resti a disposizione del partito e, quindi, dell’assemblea una bella sommetta in milioni di euro che l’ex tesoriere Luigi Lusi (uno dei partecipanti all’incontro romano) custodisce. E chissà, che forse proprio quei soldi non possano presto tornare utili?”.

 (red)

 

 

8. Vendola sferza il Pd: C'è chi preferisce perdere

Roma -

“Gramsci, Pasolini e un bel po’ di ceffoni al centrosinistra. Nella rocca di Bertinoro, che ospitò in secoli lontani Federico Barbarossa, Nichi Vendola aggiunge altra benzina all’attacco sferrato al fortino dell' oligarchia pd. Non fa nomi, il governatore della Puglia, ma ogni sua parola è una picconata. Lui che gli ormeggi della sua autocandidatura li ha liberati da un pezzo, facendo storcere il naso a buona parte della nomenclatura, chiede ora al Pd e ai suoi alleati un radicale cambio di marcia: ‘Le parole e gli atti del centrosinistra, di fronte alla crisi del berlusconismo e a un’Italia che pare aver smarrito il sentimento della decenza, mi appaiono veramente inadeguati. Se la mia candidatura ha portato la vita là dove c’è stagnazione del pensiero, allora ho colto nel segno’. È un mondo autoreferenziale e lontano dalla realtà quello contro il quale marcia il pensiero vendoliano: ‘È giunto il momento di mollare gli ormeggi, di scuotersi. C’è nel nostro campo chi preferisce talvolta perdere per poter continuare a vivere di rendite di posizioni’”. Lo scrive il Corriere della Sera, che prosegue: “Dalla rocca di Bertinoro si vede l'Adriatico e il divertimentificio romagnolo, ma il Vendola in polo blu e giacca nera, salito fin quassù, non ha la faccia di uno che si diverte. Piuttosto di chi vede un centrosinistra arroccato, ‘partiti che assomigliano a corpi in affanno, incapaci di organizzare la democrazia e, come diceva Gramsci, di entrare in connessione sentimentale con un popolo...’. Parole che stridono con l'atmosfera compassata che si respira nella Rocca dove, da 4 giorni, va in scena ‘Democratica’, scuola di politica della Fondazione presieduta da Walter Veltroni e diretta da Salvatore Vassallo. Eccessivo parlare di asse tra l’ex segretario e il governatore pugliese. Ma una certa sintonia affiora. Veltroni riconosce che una candidatura che spariglia è preferibile ‘a un dibattito interno insopportabile’. E Vendola ricambia: ‘Cosa mi unisce a Walter? L'idea che la politica sia un cammino, mettere nello zaino tanti libri. Non sono qui per caso...’. Poi però si smarca: ‘Non mi interessa essere cooptato in dinamiche nevrotiche di gruppi dirigenti’. Anche perché è da lì che spesso nasce ‘quella cattiva politica che è entrata anche negli accampamenti del centrosinistra e che va devastata, buttando, come diceva Pasolini, il proprio corpo nella lotta’. Vendola, alla lotta dura, pare pronto. Al D'Alema che gli ha dato del ‘politico-poeta’, replica: ‘Con la prosa cinica non si è andati da nessuna parte’. E a Francesco Boccia, per due volte avversario sconfitto alle primarie pugliesi, che lo ha bollato di arrivismo, non la manda a dire: ‘La mia candidatura nasce da una domanda che c’è in giro e alla quale potevo fuggire per non consentire a nessun idiota di dire "ma guarda che arrivista": non l’ho fatto perché mi sento prigioniero di un dovere, anche se disprezzo il potere e i suoi codici...’”.

 (red)

 

 

9. Veronesi: 5 ragioni per dire sì ad Agenzia sul nucleare

Roma -

“Caro direttore, il dibattito che si è sviluppato intorno all’ipotesi di una mia nomina a Presidente dell’Agenzia per la Sicurezza del nucleare appare confuso su 5 punti fondamentali, che tengo molto a chiarire. Primo, la scelta non è ancora fatta: non ho accettato la proposta di nomina a Presidente, ma la sto attentamente valutando. La decisione che ho preso è che, nel caso in cui accettassi, sicuramente mi dimetterei dal Senato. Lo farei non per motivi partitici, ma perché non potrei conciliare attività scientifica, agenzia e lavori in Senato. Dunque al momento continuo la mia attività senatoriale, all’interno della Commissione Istruzione, Ricerca e Cultura, dove si lavora bene intellettualmente e umanamente”. Inizia così la lettera dell’oncologo Umberto Veronesi al Corriere della Sera. “Secondo – continua -, ho posto precise condizioni al mio sì: il piano deve essere tecnologicamente avanzato, economicamente sostenibile e professionalmente gestito da figure di alto profilo scientifico e non selezionate in base a logiche di partito. Inoltre il mio ruolo deve garantire ampi margini di libertà di decisione e di azione, e deve essere compatibile con la mia attività clinica, medica e scientifica, che non ho alcuna intenzione di abbandonare. Terzo, le mie competenze in qualità di Presidente sarebbero di coordinamento degli esperti in materia di nucleare (prevalentemente fisici), con una responsabilità diretta circa la sicurezza per la salute della popolazione. Chi teme la mia mancanza di sapere ed esperienza tecnica sul nucleare va rassicurato: mi occuperò di rischio per la salute e prevenzione, come faccio da sempre, con impegno. Va detto comunque che ho sempre coltivato l’interesse per la fisica (anzi direi che sono un appassionato); non a caso ho ricevuto la Laurea Honoris Causa in Fisica dall’Università di Milano. Quarto, la motivazione del mio profondo interesse per la proposta è che ritengo che la scelta del nucleare sia un Bene per il Paese, che amo e che vorrei vedere sviluppare in linea con gli standard mondiali più avanzati. La mia posizione ha origini scientifiche ‘storiche’ e non è cambiata nel tempo. Gli Stati Uniti e, proprio ai nostri confini, la Francia e la Svizzera (modello di qualità di vita per noi italiani) hanno da anni investito nel nucleare e continuano a sviluppare strategicamente la loro scelta. Come fonte di energia, il nucleare è al momento la meno tossica per l’uomo: il rischio collegato al suo utilizzo è quello di incidente alle centrali di produzione, ed oggi nel mondo è calcolato vicino allo zero. È dunque l’alternativa più valida al petrolio, che è altamente inquinante ed è causa di conflitti sanguinosi, oltre che di episodi disastrosi per l’ambiente e la salute, come abbiamo vissuto di recente con la vicenda americana della Bp. Quinto ed ultimo punto, la mia eventuale decisione a favore della nomina non cambia il mio pensiero, la mia filosofia e il mio impegno sociale. Sono legato (in alcuni casi anche iniziatore) ai movimenti che sostengono i diritti dei più deboli e dei più poveri, che lottano contro l’ingiustizia sociale, che si impegnano contro gli squilibri economici, l’indigenza e la fame nel mondo, che promuovono la pace e il rispetto dei diritti umani, che agiscono a favore della questione femminile. Questi sono i temi che applicano i valori della Sinistra, a cui ho aderito per tutta la vita, dalla lontana Resistenza, all’incarico come Ministro in un Governo di sinistra, fino al mio recente impegno in Parlamento. Valori che non rinnego e continuerò a trasformare in atti concreti. Per questo, su caloroso invito di Walter Veltroni, nel 2008 ho accettato di candidarmi al Senato e per questo, sono convinto, sono stato eletto a Milano: portare in Parlamento i miei 50 anni di battaglie per la salute, la scienza e la libertà di pensiero e di ricerca. Come ho dichiarato apertamente, non sono mai stato iscritto ad un partito e non mi sono iscritto al Pd. Il mio contributo alla vita dei cittadini e al Paese sono convinto sia, in questo momento, accettare un ruolo di tutela della salute nell’ambito di una scelta nucleare (che strategicamente condivido) comunque già presa dall’attuale Governo. Per questo, se tutte le condizioni che ho indicato saranno rispettate, accetterò la nomina di Presidente dell’agenzia per la sicurezza del nucleare”.

 (red)

 

 

10. Governo insiste: Fiat garantisca lavoro in Italia

Roma -

“Si avvicina il confronto di mercoledì tra Fiat, sindacati e istituzioni sull’assetto delle fabbriche di auto del Lingotto in Italia, e il governo definisce la sua linea: la politica non può pretendere di dettare la linea a un gruppo privato né impedirgli di sviluppare la sua dimensione internazionale, tuttavia il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, chiede che tale sviluppo ‘non penalizzi le fabbriche italiane’; a questo riguardo Sacconi si dice ottimista, ‘si troverà una soluzione positiva’. Parla anche Umberto Bossi, non tanto come ministro delle Riforme quanto come numero uno della Lega Nord, e stigmatizza il ruolo svolto dal governo di Belgrado nel sottrarre lavoro a Mirafiori (la produzione del monovolume ‘L0’ è destinata a spostarsi da Torino alla Serbia): ‘Non penso - dice Bossi - che la decisione di delocalizzare la produzione Fiat sia una cosa improvvisa, l’amministratore delegato Marchionne l’avrà studiata bene e il governo serbo gli dà i soldi’. Comunque per Bossi ‘bisogna trattare con l’azienda’”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “Sul tappeto c’è anche la questione della nuova società a cui conferire lo stabilimento campano di Pomigliano; si fa addirittura l’ipotesi che questa ‘newco’ nel 2012 esca da Federmeccanica. Si tratterebbe di una mossa del tutto tecnica per avere la possibilità, a partire da quell’anno, di sottoscrivere un nuovo contratto di lavoro, svincolato da quello dei metalmeccanici. Marchionne potrebbe parlarne con la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia in un incontro fissato per mercoledì a Roma. È questa un’ipotesi che non piace affatto ai sindacati e viene respinta con particolare fermezza dalla Fiom: ‘Se qualche sindacato confederale italiano dovesse accettare o solo non contrastare questi progetti - dice Giorgio Cremaschi, del sindacato metalmeccanici della Cgil - dovrebbe essere immediatamente espulso dalla Confederazione sindacale europea’. Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, avverte che ‘se Marchionne non rispettasse i patti, avrà il nostro dissenso e anche molto forte’. Mentre il leader della Uil, Luigi Angeletti, dice che ‘bisogna farla finita con la leggenda per cui Fiat è un’azienda assistita. Non ci sarà alcun aiuto finanziario da parte dello Stato’. In vista del tavolo torinese di mercoledì, il governo cerca di immaginare un futuro per Mirafiori senza la prevista produzione del monovolume ma con altre possibili attività a sostituirla. Il ministro Sacconi spiega: ‘Alla Fiat chiederemo, in un contesto di relazioni cooperative, di garantire la saturazione degli impianti produttivi nazionali, compreso Mirafiori’. Sempre dal fronte della politica su Mirafiori scende ancora in campo il presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota: ‘Questa fabbrica va difesa a tutti i costi, come Pomigliano’. E il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, dice che ‘gli enti locali possono giocare un ruolo attivo, ma nell’ambito di un’azione concertata, che deve vedere come primo protagonista il governo’. Di conseguenza, ‘serve un ruolo attivo di palazzo Chigi. Tocca a Roma decidere se la produzione di automobili debba continuare ad avere un ruolo strategico nelle politica nazionale. E se la risposta è positiva, e io credo debba esserlo, allora servono risorse. Tanti soldi come quelli che negli Stati Uniti Obama a messo a disposizione del settore auto’. Chiamparino non immagina ‘un sistema di aiuti a fondo perduto’ ma la possibilità di ‘un investimento pubblico nella ricerca sulla mobilità sostenibile’; l’investimento dovrebbe essere restituito attraverso ‘le garanzie dell’azienda sulla produzione di auto in loco, e dunque anche sui livelli occupazionali’. Del resto, dice, ‘sono queste le condizioni ottenute dal governo americano’”.

 (red)

 

 

11. Duisburg, un'italiana tra i morti

Roma -

"All'ingresso del tunnel della morte a Duisburg qualcuno ha portato un piccolo tricolore, una bandiera un po’ sbiadita lasciata sugli arbusti per ricordare Giulia Minola, la studentessa di Brescia morta sabato nell'inferno della Love Parade, e gli altri quattro italiani rimasti feriti e già dimessi (tra loro anche una ragazza di Torino)". Lo scrive La Stampa. "Tutt'intorno - prosegue l'articolo - un mare di candele, spente a tratti dalla pioggia che scende lenta su Duisburg, di rose, di angeli in gesso. E di messaggi, come quello tracciato a mano su un pezzo di cartone inzuppato: ‘Gli organizzatori hanno spinto i nostri figli nelle braccia della morte’. Firmato: ‘Una madre’. Tanja si avvicina lentamente, tira fuori dalla borsa un portacandela color magenta su cui ha scritto una sola parola: ‘Warum?’, perché? Prova ad accendere una candela ma non ci riesce: le sue mani non cessano di tremare, come il resto del corpo. ‘Siamo venuti per ballare e oggi ci troviamo qui a piangere’, singhiozza. Alle sue spalle, dietro il nastro bianco e rosso che transenna l'ingresso al tunnel, un camioncino della nettezza urbana spazza via bottiglie di alcolici, un pacchetto di sigarette vuoto, un cappello, i resti di quella che doveva essere una festa e si è trasformata in tragedia, con 19 morti (11 arrivati dalla Germania, gli altri da Olanda, Australia, Cina, Bosnia, Spagna e Italia) e 432 feriti. Tanja lo guarda e scoppia a piangere. Lei è una veterana della Love Parade: è stata a Berlino, nel 2007 era a Essen, la sua città natale, e ieri era a Duisburg. ‘Quando è successa la tragedia stavo ballando su uno dei carri, ci hanno invitato a spegnere la musica, senza spiegarci il perché’, racconta. ‘Un ragazzo mi ha detto che c'erano 10 morti: a quel punto volevo solo andar via’. Il problema: lasciare l'area dell'ex scalo merci di Duisburg era impossibile. ‘Nessuno ti aiutava’. Anche Sabrina, una ventunenne di Oberhausen che al momento della tragedia aveva già superato il tunnel, ha fatto la stessa esperienza. ‘Ho visto gente che si arrampicava su dei pali per sfuggire alla calca; sono andata da un poliziotto e gli ho chiesto dove fossero le uscite di emergenza, ma non lo sapeva neanche lui’, spiega. L'impressione che emerge dai racconti delle decine di ragazzi che ieri hanno raggiunto ancora una volta il tunnel per esprimere il loro cordoglio è quella di una profonda disorganizzazione. ‘Non ho mai visto in vita mia tanti poliziotti indecisi e come persi: se ne stavano lì e non sapevano che fare’, racconta un soccorritore che sabato ha aiutato i feriti fino alle 2 di notte. ‘Avevamo provato degli scenari di emergenza, ma non eravamo preparati a nulla che avesse queste dimensioni’. Un'accusa, questa, che torna in continuazione nei racconti di quelli che sono scampati alla tragedia: l'area dell'ex scalo merci era troppo piccola. Sembra che la zona potesse ospitare al massimo 500.000 persone; alla fine, secondo gli organizzatori, i partecipanti sarebbero stati un milione e mezzo. ‘Si sapeva che sarebbe arrivato un milione di persone’, attacca Joachim, un trentaseienne di Duisburg. Un suo amico racconta di essersi sottratto alla ressa scavalcando una recinzione proprio al di fuori del tunnel. ‘Ho visto però una ragazza che veniva schiacciata contro la transenna’, ricorda. ‘Si sarebbe dovuto fare come a Bochum’, racconta invece Joachim. Nel 2009 sarebbe toccato a Bochum organizzare la Festa; la città ha rinunciò per mancanza di spazi adeguati. Intanto, mentre da tutto il mondo arrivano messaggi di cordoglio e anche il Papa ha espresso ‘profondo dolore’ per i giovani morti, la città di Duisburg prova a respingere le accuse. La polizia si trincera dietro una frase scarna: non possiamo dare dettagli su come sia potuta succedere, perché la magistratura ha aperto un'inchiesta e ha sequestrato i documenti relativi all'organizzazione. L'unico particolare arriva in un comunicato stampa congiunto di polizia e magistratura: i giovani non hanno perso la vita nel tunnel, bensì cadendo da una rampa o restando schiacciati contro una parete proprio fuori la galleria. Di certo, per ora, c'è che la storia del techno party più grande del mondo si è conclusa sabato. Dall'anno prossimo non ci sarà nessuna Love Parade".

 (red)

 

12. La marea nera travolge il capo di Bp

Roma -

"L’ultima occasione per attirare gli strali degli americani su di sé potrebbe essere la sua buonuscita. Quella che Tony Hayward, 53enne amministratore delegato di Bp, avrebbe trattato nelle ultime ore, in vista del suo addio al gruppo petrolifero più detestato al mondo, quello della marea nera nel Golfo del Messico. Se ne va l’uomo accusato di aver minimizzato, nelle prime fasi, il disastro. Il manager che nelle ore più calde del disastro sparì dalla circolazione per fare una regata con il suo yacht. O dichiarò di non vedere l’ora ‘di tornare a vivere’, facendo così infuriare le famiglie di chi, a Deepwater Horizon, ha perso la vita". Lo scrive La Stampa, che prosegue: "L’annuncio, secondo quanto si dice a Londra, dovrebbe giungere a stretto giro. Probabilmente oggi, giornata in cui è previsto un consiglio di amministrazione che affronterà - come sempre, ultimamente - il problema della fuoriuscita del petrolio ma che pure dovrà licenziare i conti del secondo trimestre. Nell’occasione avverrà anche il cambio di consegne e il posto di capoazienda andrà, secondo quanto riportano le indiscrezioni, a Robert Dudley, il manager con più esperienza dentro Bp, quello che ora dirige le operazioni di ripulitura delle acque in America. Mister Hayward ci rimette la poltrona in azienda, ma non si potrà dire che gli è andata male. Parlare di buonuscita per chi ha causato - da manager - la più grande sciagura ambientale mai subita dagli Stati Uniti è di per sé bizzarro. Per questo sembra che oggi il consiglio tenterà di ridimensionare la sua liquidazione. Tanto più che l’uomo - in tempi grami di crisi - nel 2009 ha visto lievitare il suo stipendio del 26% rispetto all’anno precedente, incassando 3,158 milioni di sterline lordi, vale a dire oltre 3,7 milioni di euro. Quanto meno, andandosene, avrà diritto a un altro anno di stipendio (1,2 milioni di euro) e a una pensione da oltre 700 mila euro l’anno. La sua superficialità nella gestione della catastrofe - che gli ha causato la disapprovazione degli americani - l’ha portato a dover lasciare Bp, da cui parte in un momento pesante e delicatissimo. Anche sul fronte italiano, visto che Bp è al centro delle polemiche per l’avvio delle trivellazioni nel Golfo della Sirte in Libia: secondo le accuse sempre respinte da Londra sarebbe la contropartita per la liberazione del terrorista libico responsabile dell’attentato di Lockerbie. Intanto c’è molta attesa per i conti del secondo trimestre, prima prova dell’impatto del disastro. Secondo le stime di Barclays Capital le perdite del periodo potrebbero attestarsi a 13 miliardi di dollari (10 miliardi di euro). Il business di Bp, però, resiste. Al netto del disastro, il gruppo nel secondo trimestre guadagnerebbe - sono le stime - quasi 5 miliardi di dollari (3,8 miliardi di euro), il 70% in più di un anno fa. A pesare, invece, saranno gli accantonamenti per il disastro che le stesse stime prevedono in almeno 19 miliardi di euro. Nel frattempo però la capitalizzazione del gruppo si è dimezzata, da 195 miliardi di euro di aprile agli attuali 89,8. Per restare a galla nonostante un fardello come quello che, alla fine, sarà il conto del disastro (sempre secondo Barclays il conto per Bp potrebbe aggirarsi sui 29 miliardi di euro, ma c’è chi si spinge a previsioni ben superiori), urge correre ai ripari. I fondi sovrani (Abu Dhabi, soprattutto) si scaldano a bordo campo. Nel frattempo - sospesi i dividendi - sono iniziate le dismissioni (7 miliardi li verserà il gruppo Apache per tre siti) per il fondo da 10 miliardi di dollari con cui ripagare i danni. E ricostruire, laddove possibile, la reputazione perduta".

 (red)

 

 

13. Il piano Obama: Più tasse per i ricchi

Roma -

“Il New York Times lo definisce ‘una battaglia epica’: lo scontro che si profila al rientro dalla pausa estiva nelle aule del Congresso Usa tra maggioranza democratica e minoranza repubblicana per decidere la sorte della legge, varata da Bush nel 2001 e in scadenza il 31 dicembre, che conferisce tagli fiscali ai contribuenti più ricchi— il 2,3 della popolazione — che dichiarano redditi annui superiori a 250.000 dollari. L'amministrazione Obama si è già espressa in proposito. ‘Riteniamo che sia una decisione responsabile non rinnovare tali benefici fiscali’, ha affermato il segretario al Tesoro americano Timothy Geithner in un’intervista alla Abc, ‘abbiamo bisogno di mostrare al mondo che siamo pronti, come nazione, ad agire per ridurre il nostro deficit nel lungo periodo’. Alcune ore prima, durante il tradizionale discorso del sabato, Obama ha attaccato i repubblicani — accusati dagli avversari di essere ‘il partito dei ricchi’ — criticando il loro sostegno ad una politica economica che ‘è stata la prima responsabile di questo disastro’. ‘Politica che ora non sarà più possibile — ha aggiunto il presidente — grazie alla riforma finanziaria, firmata mercoledì scorso, che impone maggiori controlli su Wall Street’. Il presidente si è altresì impegnato a prorogare i tagli fiscali per gli individui con un reddito sotto i 200mila dollari e le famiglie che guadagnano meno di 250mila dollari, — il segmento definito middle class dai democratici — nonostante molti economisti mettano in guardia che ciò finirà per aumentare il deficit federale di circa 1,5 trilioni di dollari nei prossimi dieci anni. Ma a tre mesi dal voto di mid term, temutissimo dai democratici, non è solo sui ceti medi che conta di far leva Obama, la cui popolarità nell’ultimo sondaggio Gallup è crollata al 36%. Con un'apparizione video inviata a sorpresa al Netroots, la convention dei blogger liberal di Las Vegas ormai diventata un appuntamento importante per la sinistra statunitense, il presidente ha cercato anche di riavvicinarsi alla sua base più progressista, lanciando un vero e proprio appello alla mobilitazione. ‘So che per molti di voi il cambiamento non è stato abbastanza rapido, ma vi invito a guardare cosa abbiamo fatto finora: l'America è tornata a camminare sulla strada giusta. Non è il momento di mollare’ li ha arringati. Per recuperare la sinistra delusa dal rafforzamento dell'impegno militare Usa in Afghanistan e da una riforma sanitaria giudicata insufficiente, a Las Vegas c'era il quartier generale democratico al completo. ‘Con il Congresso in mano ai democratici si sono aperte le porte a molte riforme’, è intervenuta la speaker della Camera Nancy Pelosi, ‘penso a quella della Sanità e a quella di Wall Street. Se in futuro vinceranno i repubblicani’, ha concluso, ‘quelle porte si chiuderanno’. Ma la standing ovation riservatale dalla platea non deve trarre in inganno. Nel sondaggio Gallup soltanto l’11% degli americani esprime fiducia nei confronti del Congresso di cui è lei la portavoce". 

 (red)

 

 

14. Atene, caos nei cieli: vacanze a rischio

 Roma -

“Fra ritardi e mancati decolli circa 8 mila clienti di Meridiana Fly, in partenza per le vacanze oppure al rientro, risultavano coinvolti ieri sera in una serie di problemi tecnici al controllo del traffico aereo greco, che potrebbero nascondere una specie di sciopero informale del personale greco; questioni che, secondo la denuncia la compagnia aerea italiana, stavano provocando ‘pesanti danni’. Disagi minori hanno coinvolto altri vettori come Alitalia e Easyjet - anche qui qualche cancellazione c’è stata”. Lo scrive La Stampa, che aggiunge: “Meridiana Fly è particolarmente forte nei voli dall’Italia verso le isole greche e il Mar Rosso. Dal suo punto di vista lo spazio aereo ellenico e le sue strutture di controllo sono strategici anche le rotte fra l’Italia e l’Egitto. I problemi in Grecia sono costantemente monitorati dall’organo di controllo europeo Eurocontrol e ‘parrebbero celare un non dichiarato sciopero selvaggio dei controllori di volo’. In serata erano 44 i voli Meridiana fly interessati direttamente o indirettamente da questa situazione, ‘che - sottolinea la compagnia - colpisce più gravemente di altri vettori Meridiana Fly, che con 90 voli settimanali operati sull’Egitto e 70 sulla Grecia ha una quota di mercato di oltre il 40 per cento in Italia su queste destinazioni’. Meridiana Fly conteggiava circa 8 mila clienti coinvolti, ‘ai quali - spiegava la compagnia aerea - vengono costantemente fornite assistenza e informazioni’. I quarantaquattro voli di Meridiana interessati ieri sera dalle difficoltà del traffico aereo sulla Grecia riguardavano soprattutto gli scali del Nord Italia, come Malpensa, Bergamo e Verona, e comprendevano voli sia in partenza che in arrivo. In particolare, le destinazione colpite risultavano le isole di Mykonos e Kos e nel Mar Rosso Marsa Alam e Sharm El-Sheikh. I controllori di volo greci nei giorni scorsi avevano proclamato uno sciopero di 24 ore a partire da ieri, accusando il governo di Atene di ‘continuare a ignorare la necessità di cambiamenti organici, secondo le regole europee’; gli uomini radar ellenici chiedono più posti di lavoro e salari più alti, cose difficili da ottenere mentre la Grecia vive sotto la tenda a ossigeno degli aiuti europei, che hanno evitato al Paese di essere travolto dalla crisi finanziaria. La protesta dei controllori di volo, accolta molto negativamente dagli operatori turistici preoccupati per le ripercussioni sul turismo, era stata ufficialmente revocata dagli stessi uomini radar, dopo che un tribunale greco l’aveva giudicata illegale. Ma secondo la compagnia aerea ieri lo sciopero sarebbe stato avviato lo stesso, senza dichiararlo formalmente, penalizzando in forte misura il trasporto aereo”.

 (red)

Annuncio preventivo di disastro nel Mediterraneo

Riti di massa, rischi di massa