Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 29/07/2010

1. Le prime pagine

Roma - LA REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi pronto a espellere Fini”. Di spalla: “L’ultimatum di Marchionne ai sindacati: ditemi sì o no”. In un riquadro: “Bomba-trappola a Herat, uccisi due soldati italiani”. A centro pagina: “Verdini: non scarico Dell’Utri. Brancher condannato a due anni”. A fondo pagina: “Foglio rosa a 17 anni e test antidroga per la patente”.

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Fini, offerta a Berlusconi”. Editoriale di Sergio Romano: “Una strada obbligata”. In alto: “Trappola dei talebani. Uccisi in Afghanistan due sminatori italiani”. A centro pagina: “Il nuovo Codice della strada. Tolleranza zero per l’alcol”.

LA STAMPA – In apertura: “Fini offre la tregua al premier”. Editoriale di Marcello Sorgi: “Non è cosa da probiviri”. “Marchionne: la Serbia non penalizzerà il futuro di Mirafiori”. “Antonvenetea, due anni a Brancher”. A centro pagina: “Herat, bomba uccide due soldati italiani”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Fiat investe se ci sono garanzie”. Editoriale di Alberto Orioli: “Nuovo patto tra Emma e Sergio”. In un riquadro: “Due militari uccisi in Afghanistan”. A fondo pagina: “La legge sul ‘made in’ non convince Bruxelles”. “Blu chip italiane in salute, Eni raddoppia gli utili, ricavi ok per Finmeccanica”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Fini, offerta di pace a Berlusconi”. “Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due” di Romano Prodi. In un riquadro: “Verdini, nuova accusa dei pm: fu lui a pagare per l’eolico”. A centro pagina: “Marchionne a governo e sindacati: un sì chiaro o meno investimenti”. “Afghanistan, trappola per gli italiani: esplosione uccide due soldati sminatori”. A fondo pagina: “Brancher condannato a due anni”. “Addio torero, senza rimpianti”.

LIBERO – In apertura: “Fini non spiega la casa dei misteri”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Il re delle giravolte stavolta non riesce a girare la frittata”. “Gianfranco fa retromarcia. Troppo tardi”. “Condanna lampo per Brancher. Berlusconi: riformo tutta la giustizia”. A fondo pagina: “Muoiono altri due soldati italiani. E la sinistra parla di Vietnam”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Pdl, un casino totale”. Editoriale di Furio Colombo: “La prova di Fini”. “La Corte e i cortigiani” di Marco Travaglio. A centro pagina: “Si resta nonostante i morti”. A fondo pagina: “Agcom, arriva Martusciello. Un altro uomo del capo”. (red)

 

 

2. Fini, offerta a Berlusconi

Roma -

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, lancia un’offerta a Berlusconi: azzeriamo tutto e onoriamo l’impegno con gli italiani. Il presidente del Consiglio convoca un vertice che nella notte risponde: proposta tardiva. Bossi è sicuro: si separeranno. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “A un centimetro dal baratro, dopo che Silvio Berlusconi ha già annunciato in privato e in pubblico che per lui la questione è chiusa, che il cofondatore del Pdl e i suoi fedelissimi sono fuori dal partito e che la maggioranza— numeri alla mano— ha tutta la forza per andare avanti senza di loro, Gianfranco Fini tenta di fermare il treno in corsa. E in un’intervista al Foglio, per la prima volta dalla drammatica direzione di aprile, usa toni morbidi e lancia segnali di pace. ‘Dobbiamo resettare tutto, senza risentimenti’ dice il presidente della Camera, spiegando che ‘Berlusconi e io non abbiamo il dovere di essere e nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani’, invitando ‘in nome di una storia comune non banale, a deporre i pregiudizi’ dall’una e dall’altra parte, a ‘mettere da parte carattere e orgoglio’, eliminando le ‘impuntature e qualche atteggiamento gladiatorio delle tifoserie’. A partire dalle proprie, visto che le parole di Briguglio e Granata rispetto al possibile ritiro del ddl intercettazioni (‘È una nostra vittoria’), vengono censurate con la benedizione di Fini da Menia e Moffa, che chiedono ai colleghi di ‘tacere’ per permettere un ‘chiarimento’. Ha capito insomma Fini che margini per andare avanti così non ce ne sono più, che il Cavaliere ha deciso di chiudere definitivamente il suo rapporto con lui e con i suoi. Così ieri ha deciso di giocare l’ultima carta possibile per evitare che ‘una deflagrazione senza senso si porti via, tra le macerie di un partito e di una esperienza di governo, la credibilità del centro destra’, lasciando sul campo ‘né vinti né vincitori, alla fine della mattanza’".

 

"Per questo Fini dice che oggi non si deve fare appello ‘ai sentimenti’, ma ‘alla ragione, ai fatti, all’analisi politica’. Che non è mai stata tesa a distruggere la ‘leadership’ di Berlusconi, non in ‘conflitto con un maggiore ordine politico nel Pdl’. Ma è soprattutto sulla ‘questione morale’ che cambiano i toni. Fini assicura che mai è stato per le ‘gogne mediatiche’ o per il ‘moralismo politicizzato, il peggiore’, che le sue richieste di dimissioni per i politici inquisiti non miravano alla ‘testa di Berlusconi’, come invece ‘gli ultras’ del Cavaliere come il Giornale gli hanno fatto dire: ‘Io non sono per un repulisti generalista’. Chiarimenti che sono stati analizzati ieri notte in un vertice a palazzo Grazioli da Berlusconi e dallo stato maggiore del Pdl convocato per decidere il da farsi (a tarda sera si è aggiunto anche Giuliano Ferrara), ma che unanimemente sono stati considerati insufficienti, ‘tardivi’, arrivati ‘fuori tempo massimo’ e dunque non tali da ‘smuovere le acque o cambiare le cose’. Ma cancellare un rapporto che va avanti da 17 anni non è facile, e ieri sera ancora non era chiaro quale strumento verrà adottato per chiudere con Fini e i suoi, se un documento, una lettera, un richiamo, o l’espulsione. Se ne riparlerà stasera in un ufficio di presidenza convocato in gran fretta, come si parlerà del destino del ddl intercettazioni, appeso a un filo anche perché il timore è che, con questo clima, al voto segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità il governo vada sotto. Perché Fini è colpito e forse sarà affondato, ma non è ancora morto: ‘Qui sto e qui resto, in ogni senso’, avverte, pronto a ‘scrivere un nuovo capitolo con un minimo di ottimismo’”.

 (red)

 

 

3. Il Foglio: Caro Cav. deponiamo le armi, dice Fini

Roma - “Resettare tutto, senza risentimenti”: con questa formula esordisce in una breve conversazione serale con IL FOGLIO Gianfranco Fini, presidente della Camera, leader di una componente del Pdl con la quale la maggioranza berlusconiana è in rotta aperta dopo mesi di roventi polemiche. Che cosa vuol dire, presidente? “Vuol dire che Berlusconi ed io non abbiamo il dovere di essere e nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani. Per questo ci tocca il compito, anche in nome di una storia comune non banale, di deporre i pregiudizi, di mettere da parte carattere e orgoglio, di eliminare le impuntature e qualche atteggiamento gladiatorio delle tifoserie. E’ l’unica via per evitare che una deflagrazione senza senso si porti via, tra le macerie di un partito e di una esperienza di governo, la credibilità del centrodestra, prima di tutto nella testa e nel cuore di quanti ci hanno seguito e dato il mandato di rappresentarli. Non ci sarebbero né vinti né vincitori, alla fine della mattanza. Quando dico che si deve chiudere una pagina conflittuale e aprirne una nuova, non faccio appello ai sentimenti, di cui non nego l’esistenza e che hanno la loro importanza per molti di noi; non esibisco né chiedo ipocrisie, faccio invece appello alla ragione, ai fatti, all’analisi politica e alle basi pubbliche e discorsive, intessute di dialogo e di capacità di riflessione comune, di qualunque possibile fiducia tra diverse leadership”. 

 

Osserviamo a Fini che Berlusconi dice di sentire minacciata l’unità del Popolo della libertà e la capacità d’azione del governo, perché sostiene che gli amici politici del presidente della Camera e lui stesso sono passati dal dissenso a una aspra e irrispettosa opposizione sistematica verso di lui come capo dell’esecutivo e presidente del partito. “Nessuno dei miei amici, tantomeno io, ha mai messo in discussione la leadership di Berlusconi nel partito e nel governo. Il che non significa, tanto più in tempi così turbolenti e gravidi di incognite, rinunciare alle proprie idee”. Come si supera un conflitto tanto duro? “Si prendono le questioni politiche in campo e si discute con spirito liberale, con pazienza, con umiltà e se necessario anche con fervore, ma senza retropensieri, senza farsi condizionare dalle ombre del carattere: lo dico per i miei interlocutori e anche per me stesso, naturalmente”. Da che cosa si parte per resettare? “L’economia e la condizione della società italiana sono il primo punto. Bersani oggi alla Camera è stato da questo punto di vista convincente: c’è un paese reale che deve essere rappresentato fino in fondo, ci sono problemi sociali, dal mercato del lavoro alle relazioni sindacali, che vanno affrontati con giudizio, ci sono categorie da ascoltare e alle quali fornire risposte, c’è da immaginare di nuovo la condizione in cui il paese possa tornare a crescere e a produrre una ricchezza da dividere. Non mi pare che il leader del maggior partito di opposizione voglia avallare un ritorno agli aspetti più radicali ed estremi di una politica che si illuda di risolvere nei processi e nelle indagini della magistratura i propri problemi. Se Berlusconi prendesse lui stesso l’iniziativa di grandi Assise per la crescita del paese, lui che di economia ne capisce e che la vive sulla sua pelle di imprenditore, faremmo fare un passo avanti decisivo a tutta la discussione pubblica in atto, e ci sintonizzeremmo con tanta gente che è in ansia e vuole veder risolti i suoi problemi. Non possiamo limitarci a difendere, in modo secondo me sbagliato, gli interessi di chi ha adottato comportamenti antieuropei nel mercato del latte”. 

 

Fini vuole ripartire dalle questioni poste nella direzione, l’unica finora svolta da parte del Pdl. “Ma per resettare, ripeto, non per replicare. Sono due cose diverse. Sono l’una l’opposto dell’altra. E credo che a Berlusconi piacerebbe riacquistare un ruolo centrale di regia per Palazzo Chigi sul tema della crescita, senza che questo significhi emarginazione di un ministro come Tremonti, che ha segnato alcuni successi importanti. Così anche nei rapporti con la Lega: non è punitivo per Bossi che il Pdl riapra una discussione sul federalismo fiscale, con lo scopo di associare governatori e sindaci di tutto il paese alla decisione su quel che si dovrà fare, una decisione che non può pesare solo sulle spalle di Tremonti e Calderoli”. Opponiamo a Fini un’impressione diffusa, che sia ormai molto più la questione del potere nel partito e quella del rapporto tra legalità e garantismo a dividere i quadri, le truppe e il corpo di base del Pdl. Fini non respinge l’osservazione, ma precisa: “Non tutti i problemi vengono dalle posizioni che ho espresso e che alcuni miei amici nel partito hanno espresso. In Sicilia è una specie di caos politico. A Latina e a Reggio Calabria emergono divisioni profonde ai massimi livelli amministrativi. Un partito deve costruire un suo baricentro, inventarsi un modo per convivere, deve sentirsi diretto entro uno sforzo comune. Anche qui si può resettare tutto, e senza risentimenti. Berlusconi non ha nelle sue corde il “modello partito”, questo lo so, ma non c’è conflitto tra la sua leadership e un maggiore ordine politico nel Pdl. E a questo si collega anche il fattore della ‘questione morale’, espressione che per la verità non amo e sa di moralismo vecchio stile, magari di moralismo politicizzato, il peggiore. Vede, garantismo e legalità non sono in conflitto. La mia solidarietà verso chiunque sia colpito da gogna mediatica e da accanimenti palesi è di antica data, e resta intatta. A Napoli ho parlato della stranezza del comportamento di un sottosegretario che si dimette senza avvertire l’opportunità di dimettersi anche da coordinatore regionale: ho invece letto il giorno dopo sul Giornale di famiglia che avevo chiesto la testa di Silvio Berlusconi. Certo che se poi gli ultras, sempre nemici di ogni buon compromesso politico, riportano al capo che io voglio fare un repulisti giustizialista, allora prevale la logica degli anatemi. Non è possibile equivocare la mia posizione: io ho radici e appartenenza culturali e politiche chiare. Qui sto e qui resto, in ogni senso. Nel senso dello schieramento e delle idee portanti. Poi, certo, penso che dovremmo discutere seriamente di un codice etico, riflettere seriamente su quanto detto ieri dal neopresidente della Corte dei conti, del disegno di legge contro la corruzione, e penso che tutto ciò sia nell’interesse comune di un’impresa comune, quindi anche nell’interesse di Berlusconi. D’altra parte, se la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno e il ministro Guardasigilli Angelino Alfano si accordano su un testo che libera il governo e la maggioranza dall’assedio, che fa respirare il potere e la libertà del Parlamento, vuol dire che due teste pensano meglio di una, ed è questo che dobbiamo valorizzare. So bene che Roberto Maroni e gli altri uomini di punta del Viminale stanno facendo un lavoro di immensa importanza per la legalità, quella vera, non quella fatta di sole parole. Se avessi dubbi radicali, se davvero fossi sfiduciato e amaro, non direi, anche sulle questioni della legalità, che si può e si deve resettare tutto, per scrivere un nuovo capitolo con un minimo di ottimismo”. (red)

 

 

4. Le due mosse che hanno messo i finiani all’angolo

Roma - “Se lo sentiva. Due sere fa Gianfranco Fini, congedandosi dall’amico Silvano Moffa, gli aveva detto: ‘Vedrai, ora inizierà la stagione del fango. Ma tranquilli, l’arma finale non esiste’. Come dire: io sono inattaccabile, non ci sono dossier capaci di darmi scacco matto. Ma ieri mattina – scrive LA STAMPA – quando il Presidente della Camera è stato avvisato dell’articolo pubblicato dal “Giornale” su una ‘strana casa a Montecarlo’, con la storia di un appartamento lasciato in eredità ad An e ora abitato dal fratello della sua attuale compagna, Elisabetta Tulliani, Gianfranco Fini ha capito che era partito l’attacco finale di Berlusconi. Per mezza giornata il Presidente della Camera si è preoccupato di smontare il dossier (anche se nessuna smentita è partita da Montecitorio), poi sul far della sera Fini ha capito che il Cavaliere lo stava accerchiando. Con altri dossier in preparazione? Con altre mosse a sorpresa? Alle sei della sera Fini, ancor prima delle dietrologie, ha capito il gioco visibile ad occhio nudo: l’altro gli stava facendo terra bruciata attorno. In due mosse era pronto lo scacco matto del Cavaliere. La prima mossa, esiziale per i finiani, si è consumata durante tutta la giornata: Berlusconi - con una accurata “campagna acquisti” - si è garantito l’autosufficienza, si è “costruito” una maggioranza parlamentare che potesse andare avanti anche senza i finiani, che da settimane vantavano questa arma di ricatto: senza di noi, che siamo 33 alla Camera e 14 al Senato, il governo cade. Seconda mossa: ieri mattina Berlusconi ha finito di preparare i congegni per misurarsi ed espellere i finiani più esposti. Alle sei della sera, quando Fini ha cercato una via di fuga. Prima ha immaginato di affidare la svolta ad una telefonata con Berlusconi. Ma i ponti erano saltati da diversi giorni e a quel punto non restava che una esternazione unilaterale. Ha pensato a Giuliano Ferrara, che da mesi ritiene che la cosa migliore sarebbe un Pdl nel quale, ferma restando la leadership ovvia di Berlusconi, si possa discutere. E in ogni caso, nel momento di massima difficoltà, quale soluzione più brillante di un’intervista ad un giornale come il “Foglio”? Dopo essersi consultato con i suoi, Italo Bocchino in testa, Fini ha provato a rilanciare l’esile cerino dall’altra parte. Con un messaggio chiaro: caro Silvio, io sono pronto a far la pace. Per il bene del Pdl e per il bene del Paese, liberiamoci delle curve degli ultras e cominciamo una nuova storia. Con quell’incipit (‘Resettiamo tutto, senza risentimenti’) che a Fini deve esser costato caro, ma che era il prezzo da pagare per provare a piegare la resistenza del Presidente del Consiglio. E d’altra parte, appena Fini ha licenziato il testo per le agenzie, le tifoserie hanno ricominciato a sgolarsi. Il messaggio degli ultras di An a Berlusconi è stato immediato: caro Silvio, non mollare, fra un mese siamo allo stesso punto. Ed è proprio tra i peones che Berlusconi ha vinto la sua battaglia. Da mesi gli amici del Presidente della Camera ripetevano, prima sottovoce e poi a voce alta: ‘La nostra polizza di assicurazione sta nel fatto che siamo decisivi per il governo’. Un calcolo plausibile, ma solo a bocce ferme. Fino a ieri mattina il centrodestra poteva vantare alla Camera sul voto favorevole di 342 voti, dunque 26 in più della della maggioranza, 316. Gli amici di Fini hanno sempre detto di essere in 33 alla Camera, una stima che non ha mai convinto i berlusconiani. Ma per tagliare ogni incertezza ieri mattina Berlusconi ha convocato a palazzo Grazioli due deputati eletti col Pdl e che avevano lasciato la maggioranza (Italo Tanoni e Daniela Melchiorre) e altri tentennanti sono stati contattati in modo più riservato. Fatti e rifatti i conti, Berlusconi e Fini hanno capito la stessa cosa: il governo aveva una maggioranza, non solida ma sicura”. (red)

 

 

5. Espulsione quasi certa ma forse tregua in extremis

Roma - “La decisione di espellere la minoranza finiana dovrebbe essere presa già stasera dall’Ufficio di presidenza del Pdl. Chiuderà la fase della ‘separazione in casa’ fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini; ma difficilmente darà indicazioni sul dopo. Dal modo in cui lo presenta il premier – spiega Massimo Franco nella sua Nota sul CORRIERE DELLA SERA – sarà uno strappo senza conseguenze politiche. Non cambierà più o meno nulla, è la sua tesi, perché il governo è ‘saldo’, protetto dai numeri parlamentari. Fini, invece, accredita contraccolpi drammatici. Evoca la deflagrazione del centrodestra, avverte che ha intenzione di rimanere comunque nel Pdl. E tenta una ricucitura in extremis; ma è difficile che l’operazione riesca. L’ipotesi di archiviare una fase conflittuale ed aprirne una nuova si scontra con diffidenze ormai ineliminabili. Ed il fatto che a dare per scontata la rottura sia Umberto Bossi accentua la sensazione di una strategia preparata da giorni. Come è accaduto altre volte, è stato il leader della Lega ad anticipare quelle che sembrano le intenzioni berlusconiane, spiegando che ‘ognuno andrà per la sua strada’: il capo del governo da una parte, il presidente della Camera dall’altra. Ma ha anche assicurato che non ci saranno né crisi né voto anticipato. ‘Prima voglio fare il federalismo’, dice con l’aria di chi lancia un avvertimento a tutti. Il tentativo di Palazzo Chigi è di liberarsi del presidente della Camera e della sua pattuglia trattandoli alla stregua di un’appendice dannosa e residuale, senza peso politico. Può darsi che l’asse Pdl-Lega sia così forte da assorbire senza traumi l’uscita di Fini. Ma il centrodestra non ha lo smalto di qualche mese fa, dopo la vittoria alle elezioni regionali di marzo. E Bossi vede nelle inchieste che stanno falcidiando gli esponenti della maggioranza ‘le uniche cose che fanno paura’. Lo stesso Berlusconi riconosce di essere stato sconfitto sulla legge contro le intercettazioni: al punto da non escludere di ritirarla. Per esorcizzare il cosiddetto ‘complotto mediatico-giudiziario’ non basta che il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, confermi il rifiuto di dimettersi in quanto indagato. Su questo sfondo, l’annuncio di un discorso del premier al Parlamento sulla giustizia ha il sapore della minaccia. Eppure, il momento scelto da Palazzo Chigi per ratificare lo strappo ha una logica. Arriva dopo il ‘sì’ della Camera alla manovra economica voluta dall’Europa: un risultato che il governo incassa e può rivendicare davanti all’opinione pubblica interna ed internazionale. Inoltre, evita una polemica prolungata a vantaggio del presidente della Camera, forte del suo ruolo seppure delegittimato a livello istituzionale. Ma le procedure della cacciata potrebbero rivelarsi più macchinose del previsto. E l’insistenza berlusconiana su una realtà ‘mai così distante’ da quella riflessa dai giornali rivela la voglia di cancellare l’idea di un Pdl in affanno; e di mostrarsi una vittima di attacchi e falsificazioni. È un modo per prepararsi allo scontro finale. Fini l’ha capito. E gli parla con toni di colpo concilianti, quasi remissivi, nella speranza di fermare una dinamica apparentemente inesorabile. ‘La mattanza’, dice al fondatore del Pdl, ‘non avrebbe né vincitori né vinti’. Ma l’impressione è che forse sia troppo tardi, perché Berlusconi non la pensa così: non più”. (red)

 

 

6. Intercettazioni, Berlusconi: legge massacrata

Roma - “La fine del sodalizio tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini la annuncia Umberto Bossi, alla Camera per votare la fiducia manovra economica. E qualche ora più tardi lo stesso Berlusconi conferma che il rischio c’è. Ma avverte – scrive il CORRIERE DELLA SERA – che non ci sarà alcuno scossone qualora si verificasse. ‘Se ci saranno divaricazioni nella maggioranza — sostiene — non ci saranno cambiamenti di governo e di maggioranza perché i numeri sono abbondanti’.Il premer liquida come semplici ‘divaricazioni’ l’eventuale atto di separazione dal cofondatore del Pdl. Stando così le cose, secondo la previsione di Berlusconi, l’esecutivo andrà avanti fino al termine della legislatura. Sia come sia, Bossi anticipa la posizione del Cavaliere quando afferma che ‘se non si incontrano, se non si trovano vuole dire che non vogliono trovarsi’. Ma se anche si registra una rottura, chiarisce, ‘non vuole dire che si vada ad elezioni. Le Regioni sono senza soldi e se non facciamo il federalismo mi ammazzano’. Del resto che il voto anticipato sia una prospettiva remota lo pensa anche il capo dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. ‘Non mettiamo il carro davanti ai buoi— dice —. Lo scioglimento lo deve decidere il Presidente della Repubblica’. E poi ammonisce, confermando la previsione di Berlusconi, che ‘se viene meno questa maggioranza, dubito che i parlamentari eletti su un programma elettorale e con un preciso mandato degli elettori possano dare il loro appoggio a un governo diverso’. Il Pdl attraversa la fase più critica dalla sua nascita, ma nonostante questo Berlusconi ostenta sicurezza. Parlando davanti agli ambasciatori il premier dice di essere ‘tentato di ritirare la legge sulle intercettazioni’ perché, spiega, ‘è stata massacrata da tutti gli interventi’. Il disegno di legge — divide maggioranza e opposizione ed è stato motivo di contrasto anche all’interno del Pdl, tra finiani e il resto del partito— approda oggi alla Camera per la discussione generale dopo oltre due anni dall’inizio dell’esame parlamentare”.

 

“La lentezza dell’iter serve a Berlusconi per riaffermare quanto ‘scarsi siano i poteri della presidente del Consiglio’ dato che non è riuscito a ‘ridare ai cittadini quella inviolabilità nelle conversazioni telefoniche’, garantita dalla Costituzione. Non solo. Mentre incontra i diplomatici, alla Camera si vota la fiducia alla manovra economica. Una circostanza che gli consente di ricordare che ‘io ho senso di responsabilità, se non fosse stata approvata o avessimo fatto cadere il governo avremmo fatto la fine della Grecia’. Certo, avere adottato un provvedimento del genere ‘comporta sacrifici ma ci sono stati imposti dall’Unione europea e per questo era necessario approvarla’. Berlusconi rileva poi di avere ‘resistito a un anno di attacchi e critiche’, garantisce che ‘il governo è saldo anche se i giornali danno un’altra versione. Mai come negli ultimi anni la realtà vera Paese è stata diversa da quella rappresentata dai giornali’. E in questo contesto annuncia che nei prossimi giorni ‘farò un intervento per anticipare la grande riforma della giustizia penale, alla quale ci dedicheremo con determinazione nei prossimi anni di governo e di legislatura’. Una riforma, precisa il premier, che sarà parte di un più ampio riordino istituzionale. Il Cavaliere tuttavia non si nasconde le difficoltà: ‘Ogni volta che nel nostro Paese si parla della riforma della Costituzione le sinistre si scatenano, per loro noi vogliamo distruggere la Costituzione’. In realtà, le cose stanno in maniera totalmente diversa, argomenta. ‘Se una legge non piace a certa magistratura viene impugnata davanti alla Consulta che la abroga. È una situazione che non possiamo più accettare’”. (red)

 

 

7. Verdini al contrattacco: accuse ridicole, mai preso soldi

Roma - “‘Troppe fregnacce, troppa roba morbosa — spiega alla Camera, sistemandosi il cravattone viola — Dovevo parlare’. E così è stato in via dell’Umiltà: più che una conferenza stampa, uno show di un’ora e mezza, a metà tra il processo pubblico e la telerissa. Un’appassionata difesa – scrive il CORRIERE DELLA SERA – seguita da un contraddittorio con la stampa, a tratti aspro, degenerato in insulti. Dennis Verdini si presenta puntuale e delude chi si aspetta le dimissioni da coordinatore del Pdl. Difesa su tutta la linea: la P3? ‘Non esiste’. La P2? ‘Panna montata’. I soldi? ‘Mai intascato una lira’; Raccomandazioni e affari? ‘Niente di male, rifarei tutto’.Ma soprattutto Verdini non risparmia frecciate a Gianfranco Fini: ‘È il mio presidente e non mi ha tutelato. È stato sgarbato e sconveniente a chiedere le mie dimissioni mentre ero interrogato dai magistrati. Se lui e i suoi deputati non si trovano bene, possono andare’. Attacchi anche a Italo Bocchino: ‘Non accetto lezioni, non è nelle condizioni politiche di muovere accuse: quando è caduto in un’inchiesta, il Pdl lo ha difeso e non ha chiesto le sue dimissioni’. In prima fila c’è un trio di eleganti parlamentari: Daniela Santanché, Micaela Biancofiore e Manuela Repetti. Nella sala, addobbata come per una mini Convention Pdl, passano a dar manforte Daniele Capezzone, Giorgio Stracquadanio e Maurizio Lupi. Verdini comincia subito dalle logge: ‘È paradossale, non ne so nulla. P3 è un’invenzione, roba inesistente, un bellissimo titolo da riempire, che ricorda la P2. Ma state attenti: è pericolosissimo per la democrazia parlare di associazioni segrete. Il pericolo però non sono loro: se leggete le duemila pagine di assoluzione lo capite, tanta gente innocente è finita nelle indagini’.Verdini non ha intenzione di fare passi indietro nel partito: ‘Perché dovrei? Sono accuse fumose, ridicole’. Racconta il pranzo organizzato per le candidature in Campania. Nega l’intenzione di screditare Caldoro. Ammette che si parlò anche del Lodo Alfano: ‘Ma in quei giorni era normale’. L’arringa prosegue con i versamenti sospetti: ‘Non occorre scomodare Galileo, Einstein e Marconi per capire che non ho preso una lira. Ma di soldi, miei e di mia moglie, ne ho rimessi tanti: 4,2 milioni’. Quei 2milioni e 600 mila euro contestati riguardano, dice, il Giornale della Toscana: ‘Lo sapete che con i giornali si perde’. Perché Flavio Carboni decide di versare quei soldi? Favore disinteressato o tangente occulta? ‘Non capisco perché non si pone la stessa domanda quando sono altri a mettere i soldi nei giornali in crisi’. E l’affaire eolico? ‘Non ci capisco nulla, non è la mia materia. Il che non esclude che io abbia cercato di mettere in contatto, come è avvenuto, Cappellacci con Carboni’. Verdini nega di avere ‘scaricato’ Marcello Dell’Utri: ‘È un amico fraterno’. Poi se la prende con Fiorenza Sarzanini, la cronista del Corriere che ha pubblicato i verbali: ‘Non c’è? Peccato, scrive di me tutti i giorni e poi non viene. Fatele sapere che mi sarebbe piaciuto vederla’. La conferenza stampa s’accende. Giorgio Stracquadanio attacca Claudia Fusani, cronista dell’Unità rea di fare domande insistenti: ‘Dice un monte di cazzate’. La cronista chiede il motivo di alcuni versamenti. Giuliano Ferrara, in platea, sbotta: ‘Servivano per comprare droga pesante! Vergogna, la Fusani non può dare lezioni di moralità, basta con i giornalisti che fanno politica’. La cronista replica con veemenza. Arrivano la solidarietà dell’opposizione e una nota di protesta della Fnsi, che giudica ‘volgare’ la contestazione’ di Stracquadanio e ‘ancora più penoso’ l’intervento di Ferrara. Verdini prova a riportare la calma: ‘Chiedo scusa se ho risposto in alcuni casi in modo che non trovate corretto. Se volete lo dico: sono colpevole, colpevole del nulla’”. (red)

 

 

8. Caso Antonveneta, Brancher condannato a due anni

Roma - “Due ore di camera di consiglio, ed ecco il verdetto: Aldo Brancher, l’ex ministro-meteora - è restato in carica per soli 17 giorni -, è stato condannato a due anni di reclusione e al pagamento di una multa da quattromila euro. Nella stessa aula del Tribunale di Milano – scrive LA STAMPA – in cui l’esponente Pdl il 5 luglio si presentò per annunciare irritualmente le sue ‘dimissioni irrevocabili’ dal dicastero senza deleghe, il giudice monocratico Annamaria Gatto lo ha ritenuto colpevole per due episodi di ricettazione e due di appropriazione indebita, mentre è stato assolto da altre due ipotesi di ricettazione, il tutto nell’ambito di uno stralcio dell’inchiesta sul tentativo di scalata ad Antonveneta condotto dall’allora Banca popolare italiana guidata da Gianpiero Fiorani, grande accusatore di Brancher. Stralciata per incompetenza, invece, la posizione della moglie, Luana Maniezzo, che sarà quindi giudicata con rito ordinario a Lodi. Inutile immaginarsi effetti dirompenti dalla sentenza emessa al termine del rito abbreviato, dove, sostiene la difesa del politico, ‘sono stati dimezzati i capi di imputazione’. Le appropriazioni indebite risalgono al 2003, tra otto mesi sono prescritte. Un’altra ricettazione avvenne nel 2001, dunque per i legali è da considerarsi lettera morta: si prescrive al 2011. Gli avvocati si dicono sorpresi per la condanna per l’altra ricettazione, del 2005, l’episodio in cui Brancher avrebbe ricevuto 200 mila euro insieme con l’attuale ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, la cui posizione però era stata archiviata. La portata della condanna è puramente politica, anche perché i due anni sono già del tutto condonati, indultati”.

 

“Brancher non andrà mai in carcere per questa vicenda. Tanto più che l’ex ministro ha preferito non difendersi in aula, fino all’ultimo. Ai suoi legali, dopo la sentenza, avrebbe chiesto perché Fiorani è stato ritenuto credibile su due imputazioni, quando evidentemente sulle altre due non lo era stato. In aula gli ha indirettamente risposto il pm Eugenio Fusco (che aveva chiesto 2 anni con 6 mila euro di multa per appropriazioni da 400 mila euro e episodi di ricettazione da 600 mila): ‘L’unica persona che poteva fornire una versione diversa da quella di Fiorani era Brancher, ma non l’ha fatto’. Anche ieri, infatti, l’ex ministro non s’è presentato, inviando al giudice una lettera in cui ne spiegava i motivi, così riassunti da uno dei suoi legali, Filippo Dinacci: ‘Avrebbe voluto essere presente per potersi difendere ma la situazione è tale che il costo per la sua famiglia sarebbe stato talmente elevato che ha preferito non essere qui’. Ha preferito tutelare i suoi cari ‘da indebite divulgazioni’: troppa stampa, troppe telecamere a Palazzo. Le motivazioni arriveranno il 16 settembre. Poi ci sarà l’appello, perché al di là dell’indulto ‘l’onorevole Brancher vuole uscire pulito da questa vicenda e ad avviso della difesa ci sono gli elementi perché questo possa accadere’, spiega l’altro legale, Pier Maria Corso. L’opposizione intanto attacca. Così il presidente dell’Idv, Antonio Di Pietro: ‘Questa è la prova provata della ragione per cui Brancher era stato nominato ministro da Berlusconi, ossia per poter usufruire del legittimo impedimento e farla franca’”. (red)

 

 

9. Manovra: sì alla fiducia, oggi il voto finale

Roma - “La Camera ha approvato ieri la fiducia, chiesta dal governo, sulla manovra economica da 25 miliardi: sono stati 329 i voti favorevoli e 275 quelli contrari. L’Aula – spiega il CORRIERE DELLA SERA – è poi passata all’esame degli ordini del giorno. Oggi è previsto il via libera definitivo, che chiuderà il percorso parlamentare del decreto che era stato approvato in Consiglio dei ministri il 25 maggio scorso. Termina così un iter complesso di una manovra che, ha detto ieri il premier Silvio Berlusconi, ‘comporta sacrifici’ ma che ‘era necessario’ far passare per evitare guai peggiori. ‘Se non fosse stata approvata la manovra o avessimo fatto cadere il governo— ha spiegato il presidente — avremmo fatto la fine della Grecia’. La manovra è stata molto contrastata, soprattutto dagli enti locali che pagano il conto più salato: 13 miliardi di tagli. Le Regioni sono arrivate a minacciare la restituzione allo Stato di deleghe importanti. ‘Con l’approvazione definitiva della manovra non possiamo che ribadire che essa è insostenibile: i tagli sono pesanti e gravi e ricadranno pesantemente su servizi e imprese’, ha ripetuto il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani. ‘Per intervenire — ha aggiunto — c'è tempo fino a dicembre, fino all’approvazione della legge di bilancio e di quella finanziaria. Ora si apra un confronto vero e di merito’. Ma a contestare sono state anche altre categorie: oltre a Province e Comuni, per i quali poi è stato annunciato il decreto sul federalismo fiscale, i farmacisti, gli ambientalisti, i magistrati fino ai diplomatici e ai rappresentanti delle forze dell’ordine e della cultura. Dall’opposizione sono giunte forti critiche per una manovra che il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, ha giudicato ‘profondamente ingiusta e depressiva’. Tra le novità introdotte nell’iter al Senato, e confermate alla Camera, il blocco degli stipendi per i dipendenti pubblici, le norme sulle pensioni, i tagli agli enti locali. E ancora, la riduzione degli stipendi dei manager, dei ministeri e dei costi della politica, la stretta sull’evasione fiscale e le assicurazioni. Sono arrivate anche le norme per la libertà d’impresa, i rincari dei pedaggi autostradali, su cui oggi deciderà il Tar del Lazio, e la sanatoria di oltre 2 milioni di ‘case-fantasma’. Stamattina il Senato adotterà gli stessi tagli decisi alla Camera sugli emolumenti dei parlamentari e dei dipendenti”. (red)

 

 

10. Afghanistan, trappola dei talebani: uccisi due italiani

Roma - “Due militari italiani sono morti a Herat in Afghanistan mentre bonificavano una zona disseminata di ordigni. Una trappola talebana. Altri due militari italiani – scrive il CORRIERE DELLA SERA – lasciano la vita in Afghanistan. Sono morti ieri mentre disinnescavano ordigni esplosivi piazzati lungo la strada di un villaggio chiamato Ingyl, che si trova 8 chilometri a Sudest di Herat. Si tratta del primo maresciallo Mauro Gigli, 41 anni, nativo di Sassari e in servizio in Piemonte, presso il 32° reggimento del Genio, e del caporal maggiore Pier Davide De Cillis, 33 anni, nato in Puglia, a Bisceglie, e appartenente al 21° reggimento del Genio di base a Caserta. Nell’esplosione è rimasta ferita anche una donna ufficiale, il capitano Federica Luciani, nata all’Aquila, che fa parte del 2° reggimento del Genio pontieri di stanza a Piacenza. Colpita di striscio da alcune schegge, le sue condizioni sono buone. Sono invece morti due militari afghani che collaboravano alla rimozione dell’ordigno, e altri due sono rimasti feriti. Questa nuova tragedia che colpisce la missione italiana si è verificata nel tardo pomeriggio, verso le 20 (in Italia erano le 17.30). Uomini della polizia afghana avevano notato una bomba ai margini della strada. Hanno avvertito il comando italiano che ha subito messo in moto le operazioni per neutralizzare l’ordigno. Sono partiti una ventina di militari a bordo di mezzi blindati. Hanno raggiunto l’area in cui era presente la minaccia. Con le armi spianate, si sono schierati a cerchio per proteggere i due artificieri impegnati nel disinnesco della bomba. Dopo aver concluso l’operazione, i due sminatori hanno cominciato a guardarsi intorno, controllavano il terreno per accertarsi che non ci fossero altri ordigni nascosti. In quel momento, il disastro. Una terribile esplosione li ha investiti uccidendoli sul colpo”.

 

“Una troupe televisiva che aveva seguito i militari ha ripreso tutta la scena. L’episodio ha fatto pensare a una trappola preparata dai talebani. La prima bomba, lasciata in vista, sarebbe quindi servita per attirare gli artificieri, con l’intenzione di colpirli poi con un secondo ordigno camuffato ai margini della carreggiata. Ricorda una scena del film The Hurt Locker, con il quale Kathryn Bigelow ha vinto l’Oscar. In quel caso la squadra di artificieri era composta da americani che operavano in Iraq. Gli ‘Hurt Locker’ italiani in Afghanistan sono circa 150 e quasi ogni giorno si trovano alle prese con i cosiddetti Ied (Improvised explosive device), ordigni più o meno artigianali che costituiscono una grave minaccia per i convogli militari. Sono stati gli uomini di Al Qaeda in Iraq a escogitare questo tipo di esplosivi micidiali. Successivamente i terroristi hanno adottato la stessa tecnica in Afghanistan. In molte occasioni gli uomini del contingente italiano hanno subito attacchi e se la sono cavata grazie ai mezzi blindati che hanno retto l’urto. In certi casi, però, le esplosioni sono risultate fatali. Con queste due nuove vittime il numero dei morti in Afghanistan sale a 29, fra cui un militare suicida. Appena ha appreso la notizia della tragedia, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto di provare ‘grande dolore’, ma ha aggiunto che proprio questi episodi dimostrano come la situazione in Afghanistan rimanga drammatica e quindi ‘è necessario che noi siamo lì’. I parlamentari di Camera e Senato hanno osservato un minuto di silenzio”. (red)

 

 

11. Afghanistan, "le imboscate ultima arma dei taleban"

Roma - “Gli ultimi due nomi aggiunti alla lunga lista dei militari morti nella guerra contro i taleban si tirano dietro lacrime, polemiche, domande: l’Afghanistan – scrive LA STAMPA – rischia davvero di diventare il Vietnam italiano, come sostiene il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli? Mentre gli alti gradi dell’esercito fanno quadrato ripetendo la versione ufficiale dell’incidente, una sfortunata operazione di ‘disinnesco d’un ordigno artigianale’, gli analisti interrogano le strategie della Nato e quelle degli avversari. ‘Siamo in una situazione di massimo sforzo che non rallegra i nostri nemici, ma se ci affrontano con ordigni esplosivi vuol dire che non hanno altro’ osserva il super-esperto di sicurezza Andrea Nativi. I documenti del Pentagono rivelati dal portale Internet Wikileaks in cui si allude a un piccolo arsenale di Stinger nelle mani degli uomini del mullah Omar sarebbero, secondo Nativi, una vecchia e superata storia: ‘Quelle carte sono datate, si riferiscono al periodo tra il 2004 e il 2009, la vigilia del surge, la grande offensiva che non è stata ancora completata. Il missile citato infatti fu sparato nel 2007’. Nessun segno di riorganizzazione della guerriglia, nella vicenda dei due specialisti del genio caduti ieri a Injil, a Sud di Herat? ‘Oggi i taleban non hanno la capacità militare per cacciar via la Nato e rovesciare il governo di Kabul. La questione, casomai, riguarda noi: abbiamo le palle per sostenere un conflitto di lunga durata? In Italia siamo sempre troppo emotivi, la pur tragica scomparsa di un militare fa parte del gioco e va letta nel contesto di una operazione di peace enforcing che richiede tempo, molto tempo’".

 

"Nell’attesa che il ministro della Difesa Ignazio La Russa riferisca alla Camera dei deputati i dettagli dell’incidente dietro cui, si mormora, potrebbe nascondersi un agguato, l’opposizione rilancia l’antica querelle sull’infinita campagna afghana, tanto invincibile quanto avida di vite. ‘Di fronte a notizie come la morte di due soldati ci si domanda se ne valga la pena’ ammette il premier Silvio Berlusconi. La sua risposta politica è sì, fortissimamente sì. Quella strategica degli studiosi prende prima in considerazione scenari assai più lontani della durata d’una legislatura. ‘Sebbene alcune zone a Ovest migliorino, la guerra non sta andando bene, è inutile negarlo’ nota Antonio Giustozzi, analista del Crisis Research Centre della London School of Economics e autore di un prestigioso saggio sui neo taleban: ‘Comunque siano andate ieri le cose a Herat, area tra le meno critiche, è certo che i taleban sono presenti da tempo da quelle parti. Se in autunno sembravano più deboli, a primavera hanno dato cenni di rafforzamento. Il loro obiettivo comunque non è l’Italia, ma la Nato in generale, un nemico potente contro il quale gli ordigni esplosivi danno i risultati migliori’. La tattica, per ora, ha la meglio sulla strategia: ‘La guerriglia si modella sulle vulnerabilità dell’avversario. Non credo che i taleban abbiano molti missili, né che li sappiano usare bene. Se poi un Paese straniero dovesse decidere di aiutarli, sarebbe molto diverso’. La prima linea è ancora teorica come l’ipotesi di una ritirata, spiega l’ex comandante della missione Kfor in Kosovo Carlo Cabigiosu: ‘Facciamo parte di un’alleanza, i lutti sono lutti ma mi sembra prematuro mettere in discussione la missione, un compito che eventualmente spetterebbe ai governanti e in una sede appropriata come Bruxelles’. I generali gestiscono la guerra, la pace tocca ai politici. Per questo, il professor Giustozzi invita a sintonizzarsi bene con l’umore della Casa Bianca: ‘Siamo a Herat in virtù dei nostri rapporti con l’Alleanza atlantica e non con l’Afghanistan. Se dovesse rafforzarsi il partito del ritiro, sulla scia di Olanda, Canada e Polonia, anche un eventuale ripensamento dell’Italia apparirebbe meno scandaloso’. C’è una plausibile parola fine alla campagna afghana? Secondo l’ex capo di stato maggiore del Comando Nato in Sud Europa Fabio Mini l’azione militare ha fatto il suo tempo: ‘Le vite dei soldati morti hanno senso alla luce di ciò che si dovrebbe realizzare, ma alla luce di quanto realizzato sono sangue sprecato. La strategia bellica ha prodotto solo risultati mediatici, bisogna passare a quella economica e civile’. Lo diceva anche Obama all’inizio, la strada per Kabul è ancora lunga”. (red)

 

 

12. Afghanistan, La Russa: I prossimi mesi i più pericolosi

Roma - “‘Questo e il prossimo saranno imesi più pericolosi’, diceva ieri sera al Corriere della Sera il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Lo faceva notare senza dare alcun segno di ripensamento sulla missione del contingente italiano in Afghanistan, ancora non arrivato alle dimensioni massime previste per il 2010, ossia 3.970 militari sul posto entro dicembre. Oggi il ministro – prosegue il quotidiano di via Solferino – riferirà sulla morte dei due militari italiani alla Camera e al Senato. Ecco le sue valutazioni dopo che alle 17.55, ora italiana, una bomba ne aveva spezzato le vite. Ministro, ritiene che nell’operazione siano stati commessi errori? Imprudenze? ‘Non mi risulta. Il report che ho ricevuto non parla assolutamente di errori particolari, ma dei rischi connessi ad azioni così articolate. Si tratta delle prime notizie. In questi casi chiedo informazioni più dettagliate, e ciò ha il suo tempo’. I militari rimasti uccisi erano impegnati in uno sminamento? ‘Possiamo chiamarlo sminamento, ma avevano a che fare con Ied, quelle bombe chiamate Improvised explosive device. Una di queste era stata messa in condizioni di non nuocere. Pochi minuti più tardi ne è esplosa un’altra che non avevano ancora individuato. Forse è stata azionata con un telecomando, forse no. Poteva anche essere una trappola’. Dov’è successo? ‘A otto chilometri da Herat. La bomba era stata segnalata dalla polizia afghana’. Che cosa sa delle vittime? ‘Il capo dei due, il maresciallo Mauro Gigli, del 32° reggimento Genio Guastatori di Torino, era uno con una grande esperienza. Aveva partecipato a 13 missioni all’estero. Un esperto anche Pier Davide De Cillis, del 21° reggimento Genio Guastatori di Caserta. Ne aveva alle spalle cinque. Due poliziotti afghani sono morti. Sono rimasti feriti anche un’italiana e un poliziotto afghano’. Chi è la donna ferita? ‘Federica Luciani. È dell’Aquila, anche lei del 32°’. Il governo italiano ha sostenuto che quella di Herat può essere la prima delle Provincial reconstruction team, squadre per la ricostruzione di province afghane, da mettere del tutto sotto controllo civile per accelerare il passaggio di responsabilità dalle forze straniere alla gente del posto. Crede che questo clima lo impedirà? ‘No, perché non abbiamo mai pensato che non ci siano pericoli. Ci potranno essere meno azioni di combattimento, ma se si pensa che il terrorismo può mettere bombe nelle città europee come pensiamo che non possano essere messe a Herat? Anche a Milano hanno messo una bomba a una caserma, non significa che Milano non sia controllata. E lì, a Herat, il pericolo è molto maggiore’. Quindi il programma resta? ‘Non finiremo mai di piangere i nostri caduti, però dal punto di vista del successo militare i terroristi, sul posto, ne hanno zero’. Ne è convinto? ‘Queste azioni terroristiche tendono a colpire le opinioni pubbliche straniere più che i meccanismi in campo. I nostri artificieri sono considerati dei maestri. Anche per operazioni delicate come quella di oggi (ieri, ndr) stiamo cercando di addestrare gli afghani. In modo da arrivare ametterli in grado di occuparsi di tante attività, sminamento compreso, entro fine 2013’. Non pensa che gli ultimi agguati e attentati puntino a far rinviare le elezioni politiche, previste in Afghanistan per settembre? ‘Non direi. L’estate normalmente è il periodo con il maggior numero di attentati. Di inverno ci sono più problemi di movimento. Questo e il prossimo saranno i mesi più pericolosi’”. (red)

 

 

13. Fiat: l’impianto serbo non penalizza Torino

Roma - “Un bel sì o un bel no. Parla un linguaggio secco e lineare Sergio Marchionne al tavolo convocato in fretta e furia ieri in Regione a Torino dopo la decisione di trasferire la produzione del monovolume L0 da Mirafiori alla Serbia. Ma che si tratti di un qualcosa di molto simile a un ultimatum – scrive LA STAMPA – lo chiarisce subito dopo lo stesso manager dal pullover nero quando ribadisce che senza un sì convinto il Lingotto sarà costretto a tagliare gli investimenti previsti nel nostro Paese. Investimenti che il progetto Fabbrica Italia quantifica oggi in 20 miliardi di euro. Marchionne si premura però di sgombrare il campo dai timori sulle sorti dello stabilimento torinese: ‘Il trasferimento a Kragujevac non toglie prospettive a Mirafiori, esistono altre alternative’. E questo basta perché fra politici e sindacalisti (Cgil e Fiom esclusi) sparisca la paura. Tanto da spingere il ministro Maurizio Sacconi (Welfare) a invitare solennemente ‘le parti a evitare atti unilaterali’ e ad annunciare che il 15 settembre si parlerà di Termini Imerese. Sacconi aggiunge anche che ‘verranno messi a punto singoli tavoli bilaterali, stabilimento per stabilimento’. Il numero uno di Fiat conferma il piano di Fabbrica Italia, ma in cambio chiede ancora una volta certezze sulla gestione e il funzionamento degli impianti. ‘Dobbiamo assicurarci che ci siano le condizioni per cui quelli che non sono d’accordo non blocchino la maggioranza dei dipendenti Fiat’. ‘C’è solo una cosa su cui è necessario pronunciarsi - insiste Marchionne al tavolo - È decidere se avere una forte industria dell’auto in Italia oppure lasciare questa prerogativa ad altri paesi. Non servono fiumi di parole per questo. Ci sono solo due parole che, al punto in cui siamo, richiedono di essere pronunciate. Una è sì, l’altra è no’. Marchionne poi precisa: ‘Se in Italia non è possibile contare sul fatto che chi assume un impegno lo porta avanti fino in fondo, dovremo andare altrove. Non ci sono alternative. Chi interpreta questa come una minaccia non ha la minima idea di che cosa significhi competere sul mercato’”.

 

“All’ultimatum dell’Ad di Fiat, risponde a stretto giro di tavolo la Cisl. ‘Noi diciamo a Marchionne che, per quanto ci riguarda, la risposta è sì, senza se e senza ma. E questo vale anche per l’accordo con Pomigliano - afferma il segretario generale Raffaele Bonanni - Vogliamo però che Marchionne faccia chiarezza sul fatto che le modalità di investimento rimarranno nel perimetro delle regole del nuovo sistema contrattuale che abbiamo costruito’. Per il leader della Uil Luigi Angeletti non ci sono più alibi o scuse: ‘Abbiamo bisogno di vedere riconfermato l’impegno a incrementare gli stabilimenti italiani: la Fiat ci dica quali sono le condizioni’. Il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani sostiene che ‘nessuno vuole una conflittualità permanente: serve lavorare insieme per investire in Italia senza carri armati, riprendendo il confronto e gestendo l’eventuale dissenso’. Sul fronte politico, un sorridente Roberto Cota, presidente leghista del Piemonte, giura che ‘è stato un incontro positivo perché Marchionne ha riaffermato le previsioni contenute nel piano di Fabbrica Italia: crescita della produzione di auto sul nostro territorio per il quale ha delineato un futuro industriale’. Soddisfatto anche il sindaco Sergio Chiamparino (Pd): ‘Abbiamo avuto con chiarezza la conferma che per Mirafiori sono previsti altri modelli Fiat, forse anche di gamma più adeguata a uno stabilimento che comunque è il quartier generale europeo del gruppo’. Meno ottimista il presidente della provincia di Torino Antonio Saitta (Pd): ‘Non sono tranquillo. Sul futuro di Mirafiori, che a noi enti locali interessa più di tutto, non avremo certezze fino a quando il tema della politica industriale sull’auto non sarà trattato con realismo e buon senso’”. (red)

 

 

14. Fiat, ecco il piano per tenere l’auto in Confindustria

Roma - “Per adesso la Fiat non esce da Confindustria e neppure dal contratto dei metalmeccanici. Al termine – spiega LA STAMPA – di un incontro durato tre quarti d’ora in una sala della Farnesina, il leader degli industriali Emma Marcegaglia è riuscita - almeno per il momento - a convincere l’ad della Fiat Sergio Marchionne che non c’è contraddizione tra le esigenze del gruppo e la permanenza nel sistema Confindustria. ‘C’è la volontà reciproca - ha detto Marcegaglia - di trovare nel più breve tempo possibile una strada per cui Fiat, rimanendo all’interno del sistema Confindustria, possa mantenere i suoi obiettivi di produttività e di competitività indicati nel contratto di Pomigliano. Ci siamo dati un tempo breve per arrivare a una soluzione e siamo entrambi fiduciosi che possiamo farlo’. Stessa musica - con un importante distinguo - anche da Marchionne: ‘È un impegno comune. Cerchiamo di trovare una soluzione, anche per il bene del paese siamo disposti a fare quello che è necessario per mandare avanti il piano di Fabbrica Italia’. Ma ecco l’avvertimento: ‘Io ed Emma siamo convinti che riusciremo a trovare una soluzione nel contesto di Confindustria. Se poi non ci arriviamo c’è sempre un piano B. Per ora parliamo del piano A, che è più importante’. Il piano A è una soluzione fortemente voluta da Confindustria, che certo non poteva accettare l’uscita della Fiat da Federmeccanica: sarebbe stato l’avvio di una vera e propria valanga, il semaforo verde a una fuga di massa dall’associazione. Così, il piano A prevede un’integrazione del vigente contratto dei metalmeccanici da parte dei sindacati firmatari (non la Fiom-Cgil) con un articolo: la possibilità che i contratti aziendali deroghino al ribasso rispetto al contratto nazionale. Una volta sancita l’aggiunta, l’accordo di Pomigliano (che prevede condizioni diverse su orario, turni, straordinari, assenze per malattia) dovrebbe essere al riparo da problemi giuridici. Non necessariamente dalla conflittualità, però. Per Marchionne tutto ciò non è un attacco ai diritti dei lavoratori: ‘Parliamo onestamente - ha detto - prima i doveri, poi arrivano i diritti, dei doveri non ce ne ricordiamo mai. Vogliamo governare gli stabilimenti, questa non è una cosa oscena. Qui in Italia sembra che stiamo parlando della luna’. Dobbiamo gestire un’azienda - ha proseguito Marchionne - e non possiamo farlo un giorno sì e un giorno no, a singhiozzo, oggi con l’80 per cento della gente e il 20 per cento il giorno dopo’. Insomma, ha spiegato, ‘dobbiamo assicurarci che ci sono le condizioni per cui quelli che non sono d’accordo non blocchino la maggioranza dei dipendenti della Fiat’, e la maggior parte dei sindacati, ‘che si sono allineati e ci stanno aiutando’”. (red)

 

 

15. Fiat, sindacati d'accordo: i 20 mld devono restare qui

Roma - “Su una cosa i sindacati sono tutti d’accordo: i 20 miliardi che la Fiat vuole investire in Italia sono ‘un fatto essenziale’, ‘d’importanza straordinaria per l’industria italiana’ e bisogna evitare che vengano ridimensionati. Ma su come difendere lavoratori e contratti, rendendo efficienti gli stabilimenti, le strade si dividono a volte solo per puntualizzazioni sfumate, come è il caso di Cisl e Uil, altre per posizioni più marcate e distinte, come per Cgil e Fiom. Lo dimostra anche il fatto – scrive LA STAMPA – che ieri a mezzogiorno dopo il tavolo in Regione, a Torino, convocato dal governo, sempre nel palazzo di Piazza Castello i leader di Cisl, Uil, Cgil e Ugl hanno incontrato i giornalisti, tenendo quattro conferenze stampa separate. Ciascun sindacato ha voluto chiarire al meglio la sua posizione. Comincia morbido Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, che coglie l’invito di Sergio Marchionne, ad di Fiat, a dire sì o no al progetto di Fabbrica Italia, per rilanciare l’auto. ‘Noi diciamo a Marchionne che per la Cisl la risposta è sì. Senza se e senza ma. E questo vale anche per l’accordo su Pomigliano’ dice Bonanni che poi puntualizza ‘ma vogliamo che Marchionne faccia chiarezza sul fatto che le modalità dell’investimento rimarranno nel perimetro delle regole del nuovo sistema contrattuale che abbiamo costruito’. Bonanni chiede anche a Marchionne che si faccia chiarezza ‘sul numero di auto che intende produrre e i modelli che si costruiranno nei vari siti’. Il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, chiede accordi calibrati a seconda degli impianti in Italia, che tengano conto di investimenti e vetture differenti da produrre. ‘Gli stabilimenti - dice Angeletti - non sono tutti uguali quindi non si può fare una camicia a taglia unica bisogna fare accordi separati rispetto alla realtà che si ha di fronte’. Quanto poi all’ipotesi che Fiat disdica il contratto nazionale dei metalmeccanici, Angeletti è d’accordo con Bonanni: ‘Abbiamo modernizzato le regole poco tempo fa, dunque non ci sono ragioni per annullarle, esistono condizioni per realizzare accordi industriali dentro quella cornice’. Inoltre, conclude il leader della Uil, ‘gli accordi si fanno in due ed anche per disdirli bisogna essere in due’. La voce più critica su Fiat e governo è quella del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che è accompagnato dalla numero due, Susanna Camusso e da Maurizio Landini, leader della Fiom. ‘Ho sentito molto ottimismo, ma in verità non ci sono fatti nuovi - dice Epifani - è confermata quell’incertezza sugli impegni produttivi assunti a Palazzo Chigi, rafforzato dall’annuncio dello spostamento in Serbia della vettura che doveva essere fatta a Mirafiori: le rassicurazioni sul futuro di Mirafiori non sono di per sè né impegni né certezze’. Su Pomigliano, Epifani chiede che si possa riaprire il confronto. Poi la stoccata a Palazzo Chigi. ‘Abbiamo chiesto al governo - continua Epifani - di non lavarsene le mani. Non può fare da spettatore’. E Landini torna sulle regole: ‘Siamo pronti a trattare con Fiat, ma non su un nuovo contratto. E il Lingotto torni a riaprire la trattativa anche sul premio di risultato’. Un po’ di delusione affiora dal leader dell’Ugl, Giovanni Centrella: ‘Purtroppo non siamo in possesso di precise garanzie da parte dell’azienda sia sullo stabilimento Fiat di Mirafiori sia su tutti gli altri, a partire da Pomigliano, progetto che, come Fabbrica Italia, stenta ancora a partire’. Mentre Roberto Di Maulo, numero uno della Fismic, che giudica ‘positivo l’incontro di Torino perché sono stati confermati gli investimenti’, invita Marchionne ‘a ottenere il consenso dei lavoratori, basandosi di più sulla partecipazione’”. (red)

 

 

16. Tlc, Telefonica conquista i cellulari di Vivo

Roma - “Telefónica espugna Vivo, il leader dei cellulari brasiliani con 54 milioni di clienti, a Portugal Telecom (Pt), sborsando 7,5 miliardi di euro. A quasi 2 mesi dalla prima offerta di 5,7 miliardi per il 50 per cento di Brasilcel, la società che controlla il 60 per cento di Vivo (dove gli spagnoli e i lusitani sono soci al 50 per cento ognuno), ieri la holding madrilena di Alierta è riuscita nell’operazione strategica piú importante degli ultimi anni e in un mercato che, con 200 milioni di potenziali clienti, è il più ricco e promettente dell’America Latina. La conquista del 50 per cento di Brasilcel – scrive LA STAMPA – avviene nel modo più soddisfacente per entrambi i partners. Telefónica sborserà a Pt cash ed a fine operazione, 4,5 miliardi di euro, un altro miliardo entro fine anno ed i 2 miliardi restanti entro il 31 ottobre dell’anno prossimo. Poi lancerà un’offerta per un altro 3,8 per cento di azioni ordinarie di Vivo, sganciando altri 800 milioni di euro. ‘Siamo soddisfatissimi dell’accordo raggiunto che premia gli azionisti delle due società’, ha dichiarato Alierta. Dopo il tira e molla che durava da maggio, e la golden share del governo lusitano che aveva bloccato la vendita lo scorso 30 maggio, la holding spagnola, terzo operatore mondiale con 254 milioni di clienti, corona il sogno tante volte accarezzato (e tante volte sfumato). Finalmente Telefónica potrà fondere in un unico marchio la Telesp, secondo nel mercato del fisso (27,6 per cento) e della banda larga (25,3 per cento) con Vivo (30,12 per cento), prima nei telefonini. Un mercato totale di altri 69 milioni di clienti, con introiti pari a 11,8 miliardi di ieri nello scorso marzo ed un risultato operativo lordo di 4,1 miliardi di euro. Non solo. La sinergia tra i tre marchi che saranno unificati da sola giustifica la scalata: le stime vanno dai 2 ai 4 miliardi di euro, ma alcuni analisti la stimano in 4,5 miliardi. I portoghesi, dal canto loro, ottengono due obbiettivi: da una parte rimangono nel mercato carioca, dichiarato di interesse strategico dal premier socialista portoghese Sócrates (e motivo della golden share) perché con i soldi degli spagnoli hanno raggiunto un principio d’accordo con la compagnia brasiliana Oi (52,3 per cento del mercato del fisso e 37,8 per cento della banda larga) per acquisire il 22,38 per cento delle sue azioni, versando 3,7 miliardi di euro”. 

 

“A sua volta Telemar, maggior azionista di Oi, portà comprare il 10 per cento di Pt, la percentuale che una volta deteneva Telefónica in Pt (poi in questi quasi 60 giorni ha diluito la sua partecipazione fino al 2 per cento). Dall’altra, hanno in cassa una montagna di quattrini per ripianare il loro debito, quasi 5,5 miliardi di euro. Le reazioni dei mercati sono state contradditorie. A Lisbona Pt ha guadagnato il 4 per cento, Telefónica a Madrid solo lo 0,75 per cento, mentre Oi ha perso il 10 per cento. Soddisfazione per l’accordo ispano-lusitano anche da parte della Ue. Ma chi era al settimo cielo era Sócrates che rivendicava: ‘È valsa la pena usare la golden share e resistere alle pressioni degli spagnoli. È stata una vittoria di tutti’. Aria di sollievo per Tim Brasil, controllata da Telecom Italia, terza nei cellulari col 23,65 per cento e terza nel fisso via Embratel col 13,8 per cento. Dalla prima offerta di Telefónica per Brasilcel, e visto la resistenza portoghese, la stampa di Lisbona aveva suggerito spesso che Telefónica potesse scegliere la via di scalarla come ripiego. Anche se per gli spagnoli potrebbe aprirsi ora un fronte con l’Antitrust locale. Di certo invece aria da funerale in casa del messicano Slim, l’uomo più ricco del mondo che è il secondo operatore in America Latina (ed il secondo in Brasile nei cellulari, via Claro, col 25,4 per cento). Il suo eterno rivale, Alierta, ha vinto ancora una volta e per di più riuscirà al fondere i marchi in uno solo, cosa che l’azteco non è ancora riuscito a fare. Ed il più pericoloso nemico potrà offrire anche il triple-play con la Ip Tv, la pay-tv via Internet che é il futuro”. (red)

 

 

17. Usa, stop alla legge "razzista" in Arizona

Roma -

“L’incrocio tra la 43esima Avenue e Thomas Road, fino a poche settimane fa il cuore latino di West Phoenix, ora è un cimitero di saracinesche abbassate. E i negozi che non hanno chiuso sono vuoti. Edgar Vela – scrive il CORRIERE DELLA SERA – che ha già liquidato la sua ‘panaderia’ che sfornava il miglior pane del quartiere e licenziato i sei addetti al forno, gestisce ancora ‘La Pupusa Loca’, un ristorante di cucina salvadoregna: ‘Non so per quanto ancora: prima la gente arrivava a comitive, stavano qui ore a ridere e scherzare. Ora i pochi che vengono mangiano in fretta e scappano via’. È l’effetto SB 1070, la legge anti-immigrati che l’Arizona si è data tre mesi fa e che entra in vigore stamattina: una norma che impone alla polizia di controllare i sospetti clandestini che, se privi di documenti che autorizzano la loro presenza negli Usa, devono essere arrestati. Ieri il giudice distrettuale Susan Bolton ha deciso ‘in extremis’ di accogliere in parte i ricorsi delle associazioni per i diritti civili e dello stesso governo Obama, dichiarando inapplicabili alcune parti del provvedimento. Salta la misura più dura: l’obbligo per la polizia di verificare lo status legale di tutti i soggetti ‘ragionevolmente sospettabili’ di essere clandestini, arrestando chi è privo di documenti. Per il governo di Washington questa misura viola il principio costituzionale che affida le norme sull’immigrazione al potere federale. La Bolton, un giudice federale, su questo punto ha dato ragione al ministero della Giustizia: ‘Non è nel pubblico interesse dei cittadini dell’Arizona dare applicazione a norme che invadono una competenza federale’. Il magistrato ha, invece, dato via libera ad altre misure, come il divieto alle autorità locali di bloccare le indagini di polizia sui clandestini (leggi federali contro i clandestini già ce ne sono, ma molte città che vivono col lavoro degli immigrati illegali hanno dato disposizione alle loro polizie di non applicarle o di chiudere un occhio)".

 

"Non è chiaro in che misura la decisione del magistrato cambierà il corso degli eventi: i contestatori della SB 1070 hanno confermato le proteste di oggi, mentre i conservatori, infuriati per il blocco imposto dal tribunale, minacciano contromanifestazioni. In ogni caso faranno ricorso in appello e poi la questione finirà davanti alla Corte Suprema. Il clima per gli immigrati, comunque, è ormai cambiato: i sostenitori del provvedimento che volevano creare un attrito capace di spingere un buon numero di lavoratori stranieri fuori dallo Stato, possono già cantare vittoria. Decine di migliaia di immigrati ispanici se ne sono andati nelle ultime settimane dall’Arizona: tornati in Messico o, più spesso, trasferiti in Stati limitrofi in cui c’è maggiore tolleranza, come il Nuovo Messico e la California. Chi rimane si prepara al peggio: famiglie che vivono e lavorano qui da vent’anni ma non hanno documenti, affidano i figli ai vicini, danno loro anche i propri codici bancari, preparandosi all’eventualità che tanto il padre quanto la madre vengano arrestati. Una società che stava pian piano diventando multirazziale, con matrimoni misti e figli ormai cittadini americani perché nati sul suolo Usa, rischia ora di trasformarsi in un mosaico impazzito. Anche le famiglie ispaniche che sono sostanzialmente in regola hanno sempre un congiunto— un cugino arrivato da poco o anche un coniuge— senza documenti. Bobbie, una donna di Oaxaca, ha raccontato a un giornale locale che la sua vita di cittadina americana continuerà (quasi) come prima: ogni giorno accompagna a scuola i due figli e il marito al lavoro. Ma mentre lei e i ragazzi hanno il passaporto Usa, però, Roberto, il marito, non ha documenti. ‘Così — dice Bobbie — ora vive come un fantasma: non esce, non va al bar o a fare la spesa. E quando lo porto al lavoro, viaggia nascosto nel bagagliaio dell’auto. Come nella Germania della Gestapo’. La decisione del giudice abbassa la tensione: i temuti scontri, oggi, nel primo giorno di applicazione della legge, verranno probabilmente evitati. Ma la tensione è ormai alta, il problema immigrazione è divenuto una questione nazionale. Le autorità, incalzate dalle proteste dei ‘latinos’ che considerano la legge razzista e che minacciano dei sabotarla rifiutandosi in massa di mostrare i propri documenti, assicurano che la polizia si comporterà con professionalità e ragionevolezza".

 

"Ma in tv, le immagini dei centri di detenzione preparati dallo sceriffo Arpaio sono tutt’altro che rassicuranti: ten- de circondate da alti reticolati di filo spinato piantate sul suolo desertico di questa torrida città: 40 gradi all’ombra, 50 sotto la tenda. Una vicenda che evoca le storie più spietate del vecchio West in questa modernissima metropoli del Terzo millennio. Ma è una storia che non riguarda solo questo lembo del Paese al confine col Messico. Con la crisi che ha lasciato senza lavoro quasi 10 milioni di americani e la prospettiva di dover ricevere centinaia di migliaia di disperati in fuga dagli Stati che vanno a caccia di clandestini, si respira ovunque un clima di grande preoccupazione. Per questo la legge dell’Arizona è divenuta un’emergenza nazionale: quattro grandi Stati — South Carolina, Michigan, Minnesota e Pennsylvania — hanno già avviato la discussione parlamentare di misure analoghe alla SB 1070. Un’altra ventina stanno pensando di incamminarsi sulla stessa strada. Lo stop del giudice impone una pausa di riflessione, ma il caso-immigrazione sta spaccando il Paese come poche altre volte si è visto in passato: un gran numero di città, Stati e comunità hanno annunciato il boicottaggio dell’Arizona— niente vacanze o convention aziendali nello ‘Stato del Sole’, niente acquisto di prodotti che vengono da questa terra — contro una legge che molti giudicano razzista. Ma i sondaggi dicono che una maggioranza degli americani condivide i principi della norma non solo in Arizona, ma a livello nazionale. Il motivo per cui il problema è esploso in Arizona è chiaro: è questo il territorio di maggiore immigrazione ispanica (dei 12 milioni di clandestini d’America almeno 500 mila si sono fermati qui), ma questa è anche una terra che, quasi disabitata fino agli anni ’50, negli ultimi decenni ha subito un’altra immigrazione: i ricchi, anziani, con la pelle bianca venuti dal Nord contro i poveri, giovani, olivastri che vengono da Sud. Ora ci si chiede se le contrapposizioni emerse qui si riproporranno anche in luoghi in cui i problemi ci sono, ma nei quali le condizioni dovrebbero essere meno estreme”.

 (red)

 

 

18. Spagna, la Catalogna incorna la corrida

Roma - “Via la corrida in Catalogna dal 2012. Con una decisione storica, che ha aperto persino un dibattito politico, il parlamento della regione di Barcellona ha deciso ieri di vietare la sanguinaria “fiesta”, che solo nel 2009 è costata in tutta la Spagna la vita alla bellezza di 13.349 tori. La votazione – spiega LA STAMPA – è stata al cardiopalma, perché i due maggiori partiti, i socialisti di Zapatero al potere e i nazionalisti di centro-destra di Convergència i Unió (CiU) all’opposizione, avevano dato libertà di voto. Il responso é stato peró nettissimo: 68 sì alla proibizione, 55 no, 9 astenuti, 3 deputati (8 di CiU) non presenti. ‘Era il giorno che ci aspettavamo. Ma la vittoria non sarà completa finché ci saranno altre corride nel mondo’, ha dichiarato al settimo cielo Helena Escoda, portavoce della Plataforma Prou, che l’anno scorso raccolse 180 mile firme per promuovere la legge di iniziativa popolare votata ieri. Intanto gli animalisti esultano non solo a Barcellona. Persino a Madrid, Mecca mondiale del ‘bullfight’, 20 persone hanno stappato champagne in piazza. A favore dei tori, in una regione governata da una giunta rosso-indipendentista (socialisti, eco-comunisti, i separatisti di sinistra repubblicana di Erc), si sono schierati i 21 deputati di Erc, i 12 di Ivc-EuiA, solo 3 socialisti, e soprattutto i determinanti 32 di CiU. Contrari 34 dei 37 socialisti, i 14 rappresentanti dei popolari (centro-destra, maggior formazione politica d’opposizione in Spagna ma nella Catalogna solo quinta) ed i 3 del partitino spagnolista Ciudadans. Scornate le associazioni pro-corrida come Protauni. Per il suo assessore giuridico, Joaquñin Moeckel, ‘la decisone va contro la Costituzione’. Sullo stesso tono coloro che, nella civile e colta Catalogna, rischiano di ingrossare le liste dei disoccupati. ‘É una “barbaridad”, un fatto molto lamentevole che gli aficionados di questa terra siano privati di una cosa tanto grande e bella come la tauromachia’, ha tuonato il matador El Cid. Ma la polemica é solo agli inizi. Non tanto nella regione di Barcellona, dove era attiva solo una plaza de toros, la Monumenal di Barcellona (quasi sempre mezza vuota) e dove i sondaggi indicavano che il 73, 2 per cento dei suoi cittadini era contrario ad un violento e stomachevole show che giustamente Carod-Rovira di Erc, vice-presidente regionale, ha definito ‘una tortura di animali che deve essere proibita nel secolo XXI’. Ma nel resto della Spagna (ed anche Oltrepirenei, ove la fiesta è purtroppo popolare nei Paesi Baschi Francesi e nel Sud-Est). Gli animalisti hanno infatti chiesto di discutere la proibizione in tutte le altre 16 regioni dove é vigente (nelle africane Isole Canarie il veto é in vigore dal 1991). E pure nella Gallia e nel Sud-America. Il leader nazionale dei conservatori, Rajoy, ha annunciato che proporrà una mozione alla Camera in cui chiederà che uccidere i tori nelle arene sia dichiarato di interesse culturale. Il premier socialista Zapatero, cosciente dell’impatto elettorale della corrida nelle politiche del 2012, tace. Ma Blanco, il numero due, si é scagliato contro il voto catalano annunciando che parteciperà ad una festa in Galizia. Lo scrittore Manuel Vincent, nel suo celebre ‘Antitauromachia’, scriveva: ‘Se la corrida é cultura, il cannibalismo é gastronomia’”. (red)

La "marcia (indietro) di G. Fini su Roma"

L’asse Washington – Londra, come sempre