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Fiat/1: Il modello Marchionne

Un rapido riepilogo: la Fiat chiude la fabbrica di Pomigliano e fonda una “newco”, una “new company” che azzera i contratti in essere per poi ricostituirli a modo suo; la new company (così trendy, detto in inglese...) non si iscrive a Confindustria e, conseguentemente, si chiama fuori dall’adesione agli accordi nazionali di categoria; Marchionne, nelle sue vesti di amministratore delegato dell’azienda, spara a zero sui sindacati che non si piegano ai suoi diktat e li definisce “poco seri”; lo stesso Marchionne annuncia che la Fiat trasferirà un’importante linea di produzione in Serbia. 

Come si vede, non si tratta di singoli atti a sé stanti ma di una vera e propria strategia a tutto campo. Che scaturisce da una visione unilaterale dei rapporti tra impresa e dipendenti e che ha come scopo immediato la cancellazione del preesistente modello di relazioni sindacali, per poi arrivare a un drastico e generalizzato ridimensionamento dell’intero quadro normativo a difesa dei lavoratori. La logica, brutale, ci riporta al capitalismo selvaggio di un passato che sembrava definitivamente superato e che invece, evidentemente, era solo occultato dietro una maschera momentanea imposta dai tempi. La logica, tipica dei neoliberisti e dei fautori della globalizzazione in stile WTO, è che il denaro è tutto e che l’unico principio inderogabile è quello del massimo profitto. Ergo, l’impresa ha tutti i diritti, in quanto detentrice dei capitali da investire dove più le conviene, mentre i lavoratori non ne hanno nessuno, in quanto mera manodopera che si può reperire in un qualsiasi altro luogo del pianeta, là dove gli stipendi sono più esigui e le tutele di legge più esili.

Questo atteggiamento è già gravissimo di per se stesso, sia in linea di principio sia perché proviene da un’industria che nel corso della sua lunga storia ha goduto di un enorme sostegno da parte dello Stato italiano, ma diventa ancora più allarmante se lo si considera come l’anteprima di un mutamento onnicomprensivo. Che cerca di far passare la sopraffazione come una necessità produttiva, in nome della famigerata competitività, e che perciò ribalta il senso di quanto sta accadendo. Non è l’imprenditore a essere egoista e spietato, nel momento in cui impone condizioni di lavoro sempre più onerose, precarie e mal retribuite. Macché. Sono i lavoratori che non si sottomettono di buon grado, a essere ottusi e non collaborativi. Ancora una volta, il principio che si cerca di far passare è che non esistono alternative. Il cambiamento è ineluttabile. Il liberismo – l’iperliberismo – è più che mai il migliore dei sistemi possibili. Anzi: non il migliore. L’unico e il solo. 

Come afferma il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, «si va sempre più attuando un nuovo modello contrattuale, quello non a caso non sottoscritto dalla Cgil. Un modello che ci dice che il contratto nazionale è una cornice leggera di diritti, all'interno della quale ci deve essere molta duttilità tra le parti. Si è creata una piattaforma riformista a cui partecipano le organizzazioni sindacali e mi auguro che la Cgil voglia riflettere sulla propria autoesclusione da questa piattaforma». Come ha osservato a metà giugno la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, commentando il rifiuto della Fiom ad avallare le pretese di Marchionne, «è incredibile che ci sia un no, davanti a un’azienda che va contro la storia, prende produzioni dalla Polonia e le riporta in Italia, investe 700 milioni di euro».

Di qua il ministro del governo Berlusconi. Di là il principale esponente del governo confindustriale. Una convergenza perfetta che la dice lunga sull’intreccio fra politica ed economia. E che dovrebbe indurre la generalità dei cittadini a domandarsi se è davvero questa, la società nella quale vuole vivere. 

 

Federico Zamboni


Secondo i quotidiani del 30/07/2010

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