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Italia, il Basso Impero del "metaparlamento"

La canicola di questi giorni riflette la febbrile sensazione di caos e declino in cui si contorce la politica di palazzo. Che in estate faccia un brutto caldo è una notizia solo per le demenziali aperture dei nostri tg; un po’ più attenzione, al contrario, desta lo squallore senza remore che domina la vita pubblica del paese. Al governo abbiamo una banda di delinquenti nel senso penale del termine, dal premier Berlusconi corruttore conclamato, al sottosegretario Cosentino su cui pende una richiesta d’arresto per rapporti con la camorra, al ministro del nonsisachè Brancher indagato per il caso Fiorani, fino a Bossi, il leader del partito che un tempo agitava cappi in parlamento, condannato per la maxitangente Enimont. Il crimine al potere. Ma ormai, e lo diciamo sapendo di dire una tristissima bestialità, a questa impunità sbandierata e istituzionalizzata ci abbiamo fatto l’abitudine. Se persino il Capo dello Stato, il massimo custode della legittimità e rispettabilità delle istituzioni, appone la sua firma alla nomina di un Brancher che come un qualsiasi volgare ladro cerca la scappatoia ministeriale (tradotto: leggi ad personas, legittimo impedimento) per evitare la galera, perché mai dovremmo scandalizzarci ancora davanti a porcherie e soperchierie sbattuteci in faccia un giorno sì e l’altro pure? 

Silvio, il capo della banda, si sente solo, assediato, impotente. E come un animale quando viene accerchiato, reagisce secondo l’istinto programmato e va dal fido Emilio Fede a ripetere le litanie che sentiamo dal 1994: gli avversari di sinistra lo calunniano, i giornali distorcono la realtà, lui andrà avanti per la sua strada. In più, da discepolo dell’insuperato maestro della propaganda Goebbels, inculca ossessivamente la menzogna per cui l’intero popolo italiano sarebbe intercettato da una magistratura sovietica e totalitaria. Poveretto, se non fosse che anche lui è parte integrante, seppur confinato in posizione secondaria nella nostra periferica e cialtronesca penisola, del giro dei grandi poteri economici veri padroni della nostra vita, farebbe quasi pena. 

In un certo senso, fa bene il leader dell’opposizione in stato di vita apparente, Bersani, a sfruculiare la pancia della maggioranza, ovvero sia la Lega ribollente di rabbia nella sua inquieta base, accusando il Pdl di voler tarpare le ali al federalismo azzoppato dalla manovra finanziaria. A tutt’oggi, l’unica speranza che scocchi il momento dell’implosione per questa partitocrazia immobilizzata viene dal Carroccio. Ma è una speranza che fa sperare poco. In questo frangente storico i leghisti sono tutti affannati a occupare tutto l’occupabile: Regioni, Province, fondazioni bancarie e ogni angolo di sottogoverno e sottopotere. È definitivamente tramontata la Lega che dava del mafioso a Berlusconi e che scatenava ribaltoni inondando le piazze del Nord di gazebi inneggiando alla secessione. La “lotta” esiste solo nei loro discorsi, e spiace constatare quanto siano boccaloni i militanti padani che si indignano per il malaffare dilagante in casa Pdl e si rifiutano di vedere quello che, se già non ha attecchito, s’infiltrerà a tutto spiano nelle fila dei propri amministratori con le mani in pasta. 

Il centrodestra è una manica di mascalzoni e reggicoda, e di improvvidi autolesionisti come Calderoli che sbraita contro i “poteri forti” del Corriere della Sera controllato anche dalla Fininvest. Il centrosinistra, più semplicemente, è dato per disperso, e conta fra i suoi ranghi gente come Franceschini la cui corrente approva gli emendamenti dei finiani alla legge-bavaglio mentre la linea ufficiale del partito boccia quest’ultima senza se e senza ma (il signore sia lodato). Di Pietro e i suoi fanno testimonianza e la loro funzione è di essere funzionali all’andazzo gridandoci contro, cioè abbaiando alla luna. Se fosse coerente fino in fondo, l’ex pm dovrebbe costituirsi in anti-parlamento e abbandonare le sedi istituzionali di uno Stato senza più alcuna legittimità democratica. Vendola si prepara alle primarie disseminando le sue “fabbriche” un po’ dappertutto, e Grillo si fa i suoi tour a Londra e le sue seghe mentali coi radiosi e ingenui ragazzotti a Cinque Stelle. Viene voglia anche a noi di espatriare da questo Basso Impero che sembra non finire mai. 

 

Alessio Mannino

 

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