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Secondo i quotidiani del 05/07/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA: In apertura: “Imprese, appello al premier. Berlusconi incontra Brancher, verso le dimissioni del ministro”. Più in basso: “Fini e quell’ipotesi di separazione consensuale”. Di spalla, l’editoriale di Angelo Panebianco dal titolo: “L’eredità persa di Mecenate”. Al centro pagina: “In novemila alla conquista delle Dolomiti” e, accanto, “Presidenziali polacche, all’ultimo voto per restare in Europa”. In fondo: “Israele mete il governo a dieta”. 

LA REPUBBLICA: In apertura: “Fini si mette fuori dal Partito. L’ira di Berlusconi contro l’ex alleato. Brancher verso le dimissioni”. In basso, un articolo a firma di Claudio Tito, dal titolo: “Il premier: ‘Se serve sono pronto alla crisi’”. Di spalla un editoriale a firma di Salman Rushdie, dal titolo: “L’incoerenza e il paradosso, ecco il sale della vita”. Al centro pagina: “Imprese e regioni: il governo ci stritola”. E ancora più in basso: “La Polonia con il fiato sospeso, testa a testa tra liberali e conservatori”. 

LA STAMPA: In apertura: “Brancher verso le dimissioni”. Di spalla un editoriale di Luca Ricolfi dal titolo: “Il sogno federalista si allontana”. Al centro pagina: “Per Elisabetta 27mila tazze di tè all’anno”. E accanto: “Italia-Cina, la guerra del tessile senza marchio”. In basso: “Sorpresa, i tedeschi ridono e mangiano spaghetti”. 

IL MESSAGGERO: In apertura: “Manovra, appello delle imprese”. In basso: “Brancher verso le dimissioni. Il Pd: il governo passi la mano” e “Berlusconi, sfida finale a Fini anche a costo di una crisi”. Di spalla un editoriale di Pierpaolo Benigno, dal titolo: “Ma vogliamo evitare la prossima crisi?”. Al centro pagina: “Fabi, il dolore del popolo di Facebook e una canzone per la figlioletta morta”. Accanto: “Caso Orlandi, il Vaticano dice sì: ispezione alla tomba di De Pedis”. In basso: “Polonia, Komorowski avanti”.

IL SOLE 24ORE: In apertura: “La service tax premia i comuni del Nord”. In basso: “L’autonomia val bene un riordino”. Al centro pagina: “Negli uffici pubblici diventa obbligatorio il codice di qualità”. In basso: “Cacciatori di storie per trovare testimonial”. 

IL GIORNALE: In apertura: “Rischio ribaltone, Fini leader della congiura” di Vittorio Feltri. Al centro: “Miliardi al vento, gli altri colpevoli”. In basso: “Nichi Vendola il ‘cialtrone’colto sul fatto fa il secessionista’”. Ancora più in basso: “Viaggio (di speranza) nell’inferno dei bimbi”, e accanto: “Il sesso non è una malattia, no alla medicina per l’orgasmo”. 

L’UNITA’: In apertura: “L’Altro bavaglio. L’ultimo sms dai lager libici. I detenuti eritrei sono allo stremo: siamo innocenti, non lasciateci morire. Il silenzio pesante dei media”. In basso: “Governo al capolinea. Letta: Siamo pronti”. 

IL TEMPO: In apertura: “Baby pensioni ai politici, nonne al lavoro”. Al centro pagina editoriale di Francesco Damato dal titolo: “L’esca di Scalfari a Fini”, e di Roberto Menia dal titolo: “Un patto di lealtà per il Pdl”. Accanto: “La dinasti dei Sensi si avvia al tramonto”. In basso: “De Pedis, cade il segreto”. (red)

 

 

2. Manovra, pressing di regioni e imprese sul premier

Roma - “Un incontro subito con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, o le Regioni restituiranno le deleghe attribuite loro dalla legge Bassanini. Nella settimana in cui la manovra approda in Aula al Senato, probabilmente domani, resta alto il livello dello scontro tra i governatori e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sui tagli da quattro miliardi. Ma le Regioni non sono le sole ad alzare i toni – scrive il Corriere della Sera -: ieri è stata la volta delle imprese che, tutte insieme, grandi e piccole, hanno contestato la parte fiscale della manovra lanciando un appello al Parlamento, al Governo, a Berlusconi e a Tremonti affinché vengano modificate queste norme, che "nella formulazione attuale, costituiscono violazioni gravi dei diritti dei contribuenti e nulla hanno a che fare con il contrasto all’evasione". La nota viene firmata da Confindustria e Rete Imprese Italia (Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confesercenti). Intanto l’incontro tra il premier e gli enti locali— sono compresi anche i Comuni, le Province e le Comunità montane— potrebbe svolgersi già tra oggi e mercoledì. Insomma, a stretto giro di boa, visto che la conferenza delle Regioni è già convocata per l’8 luglio allo scopo di affrontare la replica all’eventuale proposta del governo, di cui però non c’è ancora traccia". 

"Ma il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani, non demorde e attacca direttamente Tremonti, accusandolo di aver alzato una "cortina fumogena" sulla presunta inefficienza delle Regioni del Meridione, allo scopo di "coprire una manovra che le Regioni e gli enti locali giudicano insostenibile e che finirebbe per penalizzare i cittadini". Il problema semmai per Errani è che "non si affronta il gap che ancora oggi separa il Sud dal resto del Paese", nascondendosi dietro "accuse ingenerose e superficiali alle amministrazioni del Sud". Rivolgendosi a Tremonti, Errani ha detto: "Il ministro deve cambiare modo di rivolgersi alle Regioni: le istituzioni si devono rispettare. Polemiche e offese non fanno bene al Paese". L’unica via d’uscita sembra essere dunque quella di concedere ai governatori un tavolo in cui, suggerisce Errani, "guardare a tutti gli sprechi, che sono cosa diversa dai tagli al trasporto pubblico locale, alle politiche per le imprese, le famiglie, i non autosufficienti". Anche il governatore del Lazio Renata Polverini, che nei giorni scorsi era apparsa più conciliante nei confronti del governo forse sperando di ammorbidire il piano di rientro dal deficit, ora tira fuori le unghie: "Tremonti non può trattarci così", afferma. Ma gli enti locali non sono i soli a promettere battaglia. La Cgil, ad esempio, ha proclamato uno sciopero generale sul tema del pubblico impiego, settore in cui il blocco del turn over e degli scatti di anzianità ha provocato una ribellione generale". 

"Poi ci sono i sindacati dei dirigenti pubblici, insieme con presidi, prefetti, diplomatici, professori universitari, contrari al taglio alle retribuzioni e allo scaglionamento delle liquidazioni. Per non parlare dei magistrati, che hanno già scioperato contro il decremento degli stipendi dei giovani colleghi e che ora sono alle prese con il problema delle tredicesime. Tra i consumatori avanza il fronte degli automobilisti cui la manovra ha regalato un aumento dei pedaggi e nuove tariffe sui raccordi tra le autostrade Anas e quelle dei concessionari. Ieri il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti ha raccolto il testimone del sindaco di Roma Gianni Alemanno, annunciando il possibile raduno dei sindaci delle province di Roma, Rieti e Torino contro l’aumento dei pedaggi nei caselli autostradali". (red)

 

 

3. Aziende, Brunetta: Il governo ha fatto molto

Roma - Renato Brunetta difende Tremonti, dice a Fini che “così non si può andare avanti e che una soluzione bisogna trovarla”. Definisce il caso Brancher e quello delle intercettazioni come “accanimenti strumentali”, e alle imprese consiglia di non lamentarsi troppo. Ma, soprattutto, invita tutti a guardare all’economia reale. “Calma e gesso, quando la situazione si fa calda bisogna tenere la testa fredda, specialmente in un momento dell’economia internazionale in cui nulla sembra certo, occorre ritornare marxianamente alla struttura, ai fondamentali”. Il ministro della Funzione Pubblica indossa i panni inediti del pompiere - si legge in un'intervista del Corriere della Sera al ministro -. E a Berlusconi consiglia di cominciare dal Sud nel suo programma “ghe pensi mi”. Partiamo dai fondamentali. “Non solo l’Italia va bene, ma molto meglio dei partner europei. Non c’è crisi sociale non siamo né la Grecia né la Spagna. Aggiungo che in questi due anni di governo le riforme di base sono già state fatte. Pubblica amministrazione, federalismo fiscale, public utility cioè la privatizzazione dei soviet locali luce-acqua-gas-trasporti”. In concreto però non si è ancora visto nulla. “Questo è il punto. Sono riforme approvate, alcune tuttavia attendono i decreti legislativi e i regolamenti attuativi per diventare operative. E qui bisogna accelerare”. Prevale la convinzione che siano politiche dell’annuncio. “Non è solo annuncio. Diciamo che c’è una distrazione della politica a partire dalla maggioranza che non si rende conto di quanto di positivo ha già fatto. Basterebbe solo crederci e smetterla di farci del male”. 

Come nel caso del Sud cialtrone e della tredicesima? “Non mi si può certo accusare di essere un tremontiano, ma questa volta Giulio ha ragione. A causa della modifica del titolo V della Costituzione oggi le Regioni e gli enti locali sono fuori controllo. Morale: il convento è povero e i frati sono ricchi. Come dargli torto? Come non riconoscere che la sanità è divisa in due. Una al Nord che funziona e una al Sud in stato fallimentare. Se è vero quello che dice Tremonti, cioè che le Regioni non hanno speso 40 miliardi in fondi europei, la sfida del governo è di dimostrare che riesce a farlo presto e bene». E come? «Berlusconi ha annunciato il ghe pensi mi? Ebbene da oggi, riunisca i ministri competenti e faccia un piano di rilancio del Sud”. Lo stillicidio sulla manovra, con il refuso di Sacconi, la tagliola sulla tredicesima, i sacrifici alla scuola dove li mettiamo? “Ho simpatia per quel refuso. Avrebbe significato l’abolizione delle pensioni di anzianità in modo graduale e indolore, ma non lo si poteva fare per decreto e quindi che refuso sia. Per il blocco dei contratti del pubblico impiego mi sembra che sia stato accettato dalle parti sociali. Hanno incassato più negli anni scorsi, ora possono stare fermi un giro. La Cgil ha portato in piazza ben poca gente”. 

Non si capisce come andrà a finire. “Con Tremonti stiamo ancora definendo le necessarie flessibilità. Non si possono bloccare tutte le buste paga perché significherebbe la morte della produttività. Altra cosa è sterilizzare la dinamica della massa salariale del pubblico impiego che vale circa 170 miliardi di euro salvando il merito e puntando sul blocco del turn-over. È una operazione complessa ma è quella che è in corso”. Intanto la Padania scrive che la Lega ha salvato la tredicesima. “Sorrido. Così come sulle critiche al comparto sicurezza dove non ci sarebbero i soldi per la benzina. Io invece rispondo confermando che ho pronto un contratto da 100 euro al mese per carabinieri e forze di polizia, a valere per i contratti 2008-2009, finora sprezzantemente rifiutati da una parte del sindacato. Ora rilancio questa proposta, spero accettino”. Non è impopolare anche per il centrodestra che questa manovra colpisca redditi da 1.200 euro e nemmeno sfiori per un cent i ricchi? “Una riflessione. Questa manovra è stata fatta sull’onda dell’effetto Grecia, per dimostrare di bloccare la spesa pubblica e togliere la pressione sui titoli di Stato. Ma già il capitolo sull’evasione fiscale è molto corposo e avrà effetti pesanti, con enormi sorprese”. Le imprese criticano la manovra e hanno lanciato un inedito allarme con un comunicato congiunto. Hanno ragione? “Il governo ha fatto moltissimo per le piccole e medie aziende. Specialmente con la riforma della conferenza dei servizi ci saranno tempi certi per gli investimenti. Francamente, non mi pare che abbiano da lamentarsi”. 

C’è anche un mix di fibrillazioni politiche senza precedenti. Caso Brancher, Ghedini che attacca Napolitano, Lega con Napolitano versus intercettazioni, Fini contro Berlusconi sulla legalità. “Sono tutte esagerazioni e forzature. Per capire che era necessario un intervento sulle intercettazioni basterebbe andare a vedere il progetto Mastella (governo Prodi) e analizzare le analogie. La verità è che la politica si sta dilaniando su sovrastrutture». Anche Fini è una sovrastruttura? «Io spero sempre che con il presidente della Camera una soluzione si possa trovare. L’importante è che finisca al più presto questo logoramento che fa male al Pdl, al governo, al Paese. Calma e gesso”. (red)

 

 

4. Il Cav. incontra Brancher. Ministro verso le dimissioni

Roma - “Un vertice serale ad Arcore sblocca l’impasse che durava da giorni e dovrebbe condurre al risultato che ormai quasi tutti si aspettavano, ovvero le dimissioni di Aldo Brancher da ministro del Decentramento e della Sussidiarietà. Silvio Berlusconi lo avrebbe convinto dell’insostenibilità della situazione e dei rischi che l’imminente mozione di sfiducia avrebbe comportato sulla tenuta della maggioranza e nei rapporti con il Quirinale – scrive il Corriere della Sera -. Un incontro atteso, che era già in programma dopo il primo faccia a faccia di venerdì, al quale era seguito un incontro con il ministro Roberto Calderoli. Troppo alto il rischio di nuovi conflitti istituzionali, troppe crepe nella coesione della maggioranza. E così il Cavaliere, in anticipo rispetto al suo annuncio televisivo, ha ripreso in mano la situazione “in ebollizione”, dopo un breve soggiorno a Villa Certosa, e ha sciolto uno dei nodi più delicati del governo. Il caso scoppia il 18 giugno scorso quando Aldo Brancher viene nominato ministro senza portafogli. A cosa? Il primo annuncio parla di "Attuazione del federalismo". Dizione che provoca sconcerto tra i leghisti, che pure avevano in un primo tempo approvato la nomina, e che viene cassata dopo l’intervento di Bossi a Pontida, che è perentorio: “C’è un solo ministro per il federalismo e sono io”. A quel punto scoppia il giallo delle deleghe. Calderoli spiega che c’è stato un equivoco, che in effetti Brancher si sarebbe dovuto occupare di federalismo amministrativo, quello che ha a che fare con l’articolo 118 della Costituzione. Il nuovo ministro viene quindi ribattezzato “Decentramento e Sussidiarietà”. Ma la confusione continua, le deleghe non vengono pubblicate nella Gazzetta Ufficiale e sono in molti a chiedersi che cosa esattamente sarà chiamato a fare Brancher al governo. 

A rinfocolare le polemiche arriva, a cinque giorni dalla nomina, la richiesta di legittimo impedimento nel processo Antonveneta che lo vede imputato. Motivo: la necessità di organizzare gli uffici e il ministero. Motivazione che viene però contraddetta da una nota del Quirinale, che spiega come un ministro senza portafogli non abbia alcun ministero da organizzare. Secondo l’opposizione la richiesta è la prova che Brancher è stato fatto ministro per sfuggire alla giustizia. Ma tra i critici ci sono anche molti finiani emugugni si sentono in diversi settori del Pdl. Brancher prima prova a resistere, poi rinuncia pubblicamente ad avvalersi del salvacondotto, tentando di spazzare i sospetti. Ma anche i giornali amici sembrano avergli voltato le spalle e sono molte le voci nel Pdl, da Fabio Granata a Margherita Boniver, che lo invitano a farsi da parte. Intanto Pd e Idv raccolgono le firme per presentare una mozione di sfiducia. Il provvedimento, in calendario per giovedì, viene accolto prima con indifferenza poi con preoccupazione, perché rischia di portare il governo sull’orlo del baratro. 

Se a promuoverla sono soltanto Pd e Idv, Udc e Api fanno sapere di essere comunque pronti a votare la mozione. E anche diversi finiani fanno intendere che potrebbero votare sì, nel caso in cui Brancher decidesse di disertare le aule giudiziarie. La prova di forza rischia di aprire uno scenario nuovo, di vera e propria frattura nella maggioranza. Per questo ieri mattina arriva l’esternazione preoccupata del ministro dell’Attuazione del Programma Gianfranco Rotondi, che usa parole pesanti verso gli eventuali dissidenti: "Sento che alcuni deputati del Pdl voterebbero la sfiducia al ministro Brancher insieme all’opposizione. Ma se questo succedesse davvero, vorrebbe dire che un pezzo di maggioranza se ne è andata all’opposizione". Per Rotondi, Brancher "va difeso, è una persona corretta, non è l’uomo nero". Però lo stesso ministro aggiunge: "Spero che non si arrivi a un voto su Brancher". Stesso auspicio di Italo Bocchino: «Ne uscirebbe un dibattito che ci indebolirebbe". (red)

 

 

5. Fini-Berlusconi, resa dei conti. Ipotesi “federalista”

Roma - “La settimana è quella decisiva e Silvio Berlusconi ha un obiettivo sopra tutti: quello di uscirne con la sua leadership rafforzata anche se per farlo, dicono i suoi, non dovrà necessariamente andare alla sfida con l’universo mondo. Piuttosto, è un ruolo assieme di sintesi e di rilancio quello che si propone il premier – scrive il Corriere della Sera -. Per questo— dopo che sabato notte si è concesso una serata di svago in Sardegna, ospite dell’amico Ennio Doris che festeggiava i suoi 70 anni — ieri la sua giornata è stata monopolizzata dalla più urgente delle incombenze, la soluzione del caso Brancher. Che, con le dimissioni del ministro chieste e come sembra ottenute da Berlusconi in un incontro con lui ieri sera, sgombra il campo da una mina pericolosissima: il voto sulla mozione di sfiducia che avrebbe tentato i finiani e fatto rischiare il deragliamento della maggioranza. Ma sul tavolo del Cavaliere restano aperti almeno altri tre dossier: manovra, intercettazioni e soprattutto caso Fini. Quest’ultimo, che è il più complicato da risolvere, potrebbe prendere più tempo dei «pochi giorni» di cui aveva parlato Berlusconi per dare soluzione ai problemi aperti. Ma potrebbe prendere anche una piega imprevista fino a poche settimane fa. Come proposto ufficialmente infatti dal capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, si potrebbe davvero arrivare a una «separazione consensuale» tra Berlusconi e Fini, che preveda — almeno nell’ipotesi che stanno cominciando a prendere in considerazione i finiani — non ovviamente una cacciata dei reprobi dal partito e dalla maggioranza, ma la nascita di una sorta di federazione tra due soggetti che resterebbero assieme sotto lo stesso tetto del centrodestra. Solo così, cioè con l’assicurazione di non essere gettato in mare aperto e senza ciambelle di salvataggio, 

Fini potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di un addio alla creatura politica che ha contribuito a fondare, perché avrebbe il tempo, lo spazio, gli uomini (anche i fedelissimi berlusconiani gliene attribuiscono una trentina alla Camera e una quindicina al Senato) per costruire un soggetto che avrebbe la sua libertà di movimento al pari della Lega, direbbe la sua su candidature, leadership, alleanze, scelte strategiche. La strada del «terzo polo» sul modello del partito liberale inglese, spiegano i fedelissimi dell’ex leader di An, al momento sarebbe solo l’extrema ratio, quella da imboccare cioè qualora si arrivasse a una rottura traumatica tale da spaccare definitivamente il centrodestra e magari portare al voto. Il punto però è che non è ancora chiaro quale sarà la scelta finale di Berlusconi, che tutti prevedono dovrà presto incontrarsi per un chiarimento definitivo con Fini. Perché il premier, dicono, è tentato tanto dall’addio consensuale con l’alleato — che metterebbe fine almeno per ora a una situazione impossibile da reggere ancora — che dalla voglia di cacciare lui e i suoi dalla maggioranza e andare avanti con i voti che gli restano, probabilmente sufficienti per continuare anche se con grandi difficoltà. Ma il problema di come espellere i finiani è ben chiaro al premier, che secondo alcuni potrebbe avere in mente un altro percorso, almeno per l’immediato: quello di una verifica parlamentare sul governo e sui temi chiave della maggioranza per la fase due. 

Al momento è un’ipotesi tra le altre, una tentazione di Berlusconi per fare una conta tra chi sta con lui e chi contro, e assieme un modo per rilanciare mediaticamente il centrodestra nel caos passando per una rilegittimazione attraverso il voto parlamentare. E chi conosce bene il premier ritiene la strada «praticabile», anche se il capitolo non è stato ancora affrontato in maniera esplicita dal capo del governo con i suoi, perché un vertice del centrodestra si terrà solo domani, alla vigilia dell’ufficio di presidenza. Infine, nella settimana in cui in commissione Giustizia inizia la discussione generale sul ddl intercettazioni, si arriva alla stretta sulla manovra. Ieri il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti, ha smentito che ci sia stato uno “scontro” tra Berlusconi e Tremonti. Ma oggi tra il Cavaliere e il ministro dell’Economia è previsto un faccia a faccia, per mettere forse la parola fine alle trattative sulla manovra. Con le Regioni e alcuni ministri sul piede di guerra e le imprese che chiedono cambiamenti sul fisco, Berlusconi vorrebbe trovare quello spazio di azione che gli permetterebbe di dare risposte rassicuranti pur nell’ambito di un provvedimento i cui saldi— su questo non si transige— non possono cambiare. (red)

 

 

6. Rischio ribaltone, Fini leader della congiura

Roma - "È dallo scorso settem­bre che andiamo ri­petendo le stesse co­se su Gianfranco Fi­ni. Inutilmente. Il Pdl ha sempre cercato di farci pas­sare per matti dicendo che col presidente della Came­ra si poteva e si doveva stringere un accordo. Sba­gliato. Puntare alla pacifi­cazione è stata una perdita di tempo. La lite si è inaspri­ta, la coalizione si è sfilac­ciata, il governo ha faticato ad approvare qualsiasi provvedimento - scrive il direttore de il Giornale, Vittorio Feltri -. E ora il ri­schio di una rottura trau­matica è sotto gli occhi di chiunque li tenga aperti. In pratica Fini è sul pun­to di ottenere ciò che vole­va: far fuori il premier e di­struggere la maggioranza. Da oltre un anno egli perse­gue il suo scopo con tena­cia, e nell’opera di demoli­zione si è avvalso della col­laborazione di Di Pietro, del Pd, talvolta di Casini e perfino di Napolitano, con il quale ha intessuto rap­porti eccellenti pensando che un giorno - quello del giudizio - il Colle sarebbe venuto buono per evitare elezioni anticipate. Infatti, se cadesse l’ese­cutivo, la decisione sul da farsi toccherebbe al presi­dente della Repubblica: se questi, anziché sciogliere correttamente le Camere, incaricasse una qualun­que personalità di formare un nuovo governo sostenu­to dalle «larghe intese», cioè da una grande am­mucchiata, ecco che Fini canterebbe vittoria. Per­ché avrebbe realizzato il suo sogno". 

"Che non è sosti­tuire il Cavaliere a Palazzo Chigi, né soffiargli il posto al vertice del Pdl, ma spe­dirlo in pensione. Poi suc­ceda quel che succeda. L’importante è che crepi Sansone con tutti i filistei. Se non si afferra questo concetto, non si compren­de nulla di quanto ha fatto e disfatto il presidente del­la Camera negli ultimi do­dici mesi ovvero da quan­do si è accorto di aver per­so il controllo dei suoi uo­mini, confluiti nel Popolo della libertà. Trovarsi al­l’improvviso senza An, di cui era il dominus, confina­to a Montecitorio in un ruo­lo di prestigio ma privo di potere politico, è stato per lui uno choc cui ha reagito nel modo peggiore: orga­nizzando l’eliminazione di Berlusconi. Il suo piano coincide con quello di Di Pietro,di Fran­c­eschini e di tutta l’opposi­zione. I quali,vista l’impos­sibilità di battere il premier col mezzo democratico, il voto, ci provano con gli in­trighi di Palazzo, compre­so il ribaltone, efficace e col­laudato. Si sfila un pezzo di partito dalla maggioranza, che così diventa minoran­za, e lo si somma alla mino­ranza, che così diventa maggioranza. In passato il giochino ha funzionato a meraviglia: Bossi si trasferì dal Polo al centrosinistra, e Dini go­vernò fino alle elezioni del 1996; poi Mastella rilevò Bertinotti che aveva abban­donato Prodi, e D’Alema salì al «trono». Stavolta il Cavallo di Troia è Fini. Que­sta è la realtà". 

"Come si fac­cia a non vederla è un mi­stero. I pretesti per giungere al regolamento di conti sono parecchi.Ce n’è uno a por­tata di mano: le intercetta­zioni. La legge che le disci­plina - caldeggiata dal Ca­valiere- è apertamente boi­cottata dal presidente del­la Camera. Basta inasprire il contrasto per provocare la rissa conclusiva. Oppu­re usare la votazione sulla sfiducia al ministro Bran­cher come un referendum sul Cavaliere. La tensione è talmente alta che può ac­cadere di tutto. Si dice che Berlusconi stia studiando le contro­mosse. Ce lo auguriamo. Ma se darà retta ancora al­le colombe, comincerà pre­sto il tiro al piccione". (red)

 

 

7. Governo, Bondi: il premier si liberi dei politicanti

Roma - "Aldo Schiavone ha scritto un articolo pubblicato sulle pagine della Repubblica intitolato «La solitudine del Cavaliere».Per una volta sono d’accordo con l’auto­revole editorialista del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Sì, è difficile negare la solitudine politica del presidente del Consiglio. Sarebbe interessante, tutta­via, discutere delle cause e della natura di questa solitu­dine. In Italia avviene un fenomeno curioso - scrive sul Giornale il ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi -: Berlusco­ni è un leader politico che registra un altissimo indice di consenso nell’opinione pubblica,tanto più significa­tivo se paragonato a quello degli altri capi di Stato e di governo degli altri Paesi europei, e nello stesso tempo viene descritta una sua presunta solitudine. La prima riflessione che scaturisce da questo parados­so è la seguente: questa presunta solitudine non deriva evidentemente dalla mancanza o dalla diminuzione della fiducia e di consenso da parte degli elettori. E sic­come la forza di un leader politico deriva dai consensi degli elettori, questa supposta solitudine di Berlusconi non equivale a una debolezza politica. In che cosa consisterebbe allora questa solitudine? La mia opinione è che questa solitudine rappresenti quasi plasticamente una profonda estraneità di Berlu­sconi al mondo politico, istituzionale e culturale domi­nante in questo Paese". 

"Un mondo, quello formato dalle alte magistrature isti­tuzionali, dagli instancabili professionisti della politi­ca, da una parte della magistratura e dalla stragrande maggioranza della cultura fanatizzata, un ambiente che è totalmente avulso dalla realtà del Paese, ma che continua a esercitare un potere di veto derivante da un’architettura istituzionale, dalla sedimentazione di norme burocratiche e da privilegi medievali superati dalla storia. In questo modo gli interessi generali del Paese vengo­no sacrificati sull’altare della retorica costituzionale, mentre la democrazia viene continuamente svilita co­me espressione della volontà popolare. L’Italia è l’unico Paese in cui agisce e prospera una no­menclatura politica, istituzionale e culturale, simile a quella di certi regimi comunisti nella loro fase di decli­no, capace di accreditarsi come la vera e più autentica rappresentante dell’Italia, in alternativa a tutte le libere consultazioni democratiche". 

"Questo corto circuito della verità spiega come sia possi­bile da parte della stampa e dei poteri dominanti far passare una legge come quella delle intercettazioni, in seguito alla quale l’Italia diventerebbe un Paese più mo­derno, più civile ed europeo, come un attentato alla li­bertà e alla democrazia; come sia possibile urlare al ri­s­chio della dittatura se solamente si accenna a una rifor­ma istituzionale che assegni maggiori poteri al premier o al presidente della Repubblica, in linea con la realtà codificata di tutti gli altri Paesi; come sia possibile con­trabbandare una riforma della giustizia che sarebbe la regola perfino nei Paesi in via di sviluppo come un attac­co alla Costituzione; come sia possibile affibbiare alla riforma dell’università o delle fondazioni liriche l’eti­chetta di attentato alla scuola e alla cultura. Questo cor­to circuito della verità, messo in atto da chi detiene le chiavi ancora oggi non della democrazia bensì della legittimazione democratica o,per citare l’ultima formu­la in voga, della "lealtà costituzionale", spiega come sia possibile che coloro che utilizzano l’informazione co­me una clava contro gli avversari politici siano poi gli stessi a denunciare l’assenza di libertà d’informazione". 

"Se tutto questo è vero, la solitudine di Berlusconi, e la sua percezione di un mondo in cui non si riconosce, è propriamente l’estraneità a un mondo vecchio,conser­vatore, venato da grossolane ipocrisie, che purtroppo alligna anche nel partito che, nelle intenzioni di Berlu­sconi, sarebbe dovuto essere una novità assoluta nel panorama politico italiano. Ecco perché sono convinto che la solitudine di Berlu­sconi non sia la conseguenza di errori politici, quanto dell’incompatibilità del suo programma di rinnova­mento con tutti i conservatorismi della politica politi­cante, delle istituzioni reali, della cultura dell’odio e perfino di alcuni interessi economici consolidati. Per questo c’è ancora lapossibilità,anzi la necessità,di una rivoluzione berlusconiana". (red)

 

 

8. Frattini, Fini? Se va via, non ci strapperemo i capelli

Roma - “Io credo che Fini rimarrà con noi. Ma se ciò non accadesse, non ci strapperemmo i capelli. Il partito unico dei moderati esisterà comunque». Franco Frattini, ministro degli Esteri, premette di correre volentieri il rischio di apparire un pretoriano di Berlusconi. E nel confermare piena fiducia nel premier in versione 'ghe pensi mi', nell´allontanare i venti di crisi, un messaggio chiaro al presidente della Camera vuole lanciarlo. Pur ammettendo “i difetti di comunicazione e gli errori di superficialità” commessi dalla maggioranza in questi giorni. A partire dal caso-Brancher – si legge su la Repubblica -. Ministro Frattini, la tensione con Fini è ai massimi livelli e il presidente della Camera si spinge a ipotizzare un terzo polo. "Se Fini decidesse di rinnegare il programma che ha sottoscritto e di guardare a forze diverse da quelle che lo hanno votato, per costituire un terzo polo con Casini, Rutelli o qualcuno esterno alla politica, farebbe un doppio errore: perderebbe la capacità che lui ha di rafforzare il Pdl e molta della credibilità che gli elettori gli avevano attribuito. Non credo che i simpatizzanti di destra vogliano la cittadinanza breve o accettino il principio per cui i cittadini possano essere abusivamente spiati". Lo stesso Cicchitto prospetta una «separazione consensuale». Lei ci crede? "No, non ci credo. Lo stesso Fini mi sembra che esprima la volontà di restare nel partito. Se dovesse lasciare un Pdl cui si è avvicinato per tappe, sciogliendo prima l´Msi e poi An, per lui sarebbe una grande occasione mancata. E per noi una profonda delusione. Ma anche senza Fini questo partito liberale di massa esisterebbe comunque. Non ci strapperemmo i capelli". 

Resta il nodo delle intercettazioni. "Quando il Senato approvò il ddl, i finiani parlarono di cambiamenti che avevano reso il testo digeribile. Sono passate poche settimane ed ecco obiezioni, nuove correzioni. O durante i lavori al Senato non si era compreso cosa si stesse facendo o c´è un puntiglio pregiudiziale. Se ulteriormente diluito, il testo sulle intercettazioni perderà la sua funzione di tutela della privacy. Siamo già sulla linea rossa, oltre la quale non ha senso andare. E sarebbe sbagliato perdere altro tempo". Sul caso Brancher la maggioranza è andata in panne. "La Lega è un alleato leale ma ha commesso un errore: aver fatto credere che la nomina di Brancher non fosse stata discussa, aver fatto ricadere le colpe su Berlusconi. C´è stato un pasticcio nella definizione delle competenze, perché federalismo e decentramento amministrativo sono due cose ben diverse. E poi bisognava evitare di lasciare la delega scoperta, di cambiare il titolo in corsa, sulla strada di Napolitano. Ma chi non ha responsabilità primarie è Berlusconi, che voleva fare un gesto d´amicizia nei confronti della Lega e di Brancher ed è stato additato come il colpevole di un´operazione truffaldina". 

Come finirà? "La maggioranza ha i numeri per rispondere alla mozione di sfiducia, altre decisioni spettano al premier. Il gesto di Brancher, quello di rinunciare al legittimo impedimento, in ogni caso elimina l´obiezione di fondo della sinistra". Casini ha rilanciato il governo delle larghe intese. "L´unica soluzione che nessuno capirebbe. Non gli elettori della maggioranza, che hanno dato a questa coalizione un consenso netto, né quelli dell´opposizione che hanno fatto dire a tre leader del Pd che Berlusconi è il diavolo. Cosa diversa sarebbe una collaborazione con l´Udc per le riforme, a partire da quella della giustizia". Berlusconi per la prima volta ha ammesso le difficoltà della maggioranza. Non ci sono le condizioni, come dice Enrico Letta, per rimettere la situazione nelle mani di Napolitano? "Questa maggioranza ha vinto tutte le elezioni possibili, Berlusconi ha ancora il gradimento più alto fra i leader politici. Quali sono le alternative? Le parole di Letta, persona ragionevole, confermano lo stato di confusione della sinistra". (red)

 

 

9. Tagli alla cultura, l’eredità persa di Mecenate

Roma - “Regioni a parte, uno dei settori più in subbuglio per i preannunciati tagli della manovra finanziaria è quello delle istituzioni culturali: enti di cultura vari, teatri, eccetera. Se a ciò si sommano le agitazioni nelle scuole e nelle università, è l’intero comparto della “cultura” a essere in ebollizione. In alcuni casi, le proteste contro i tagli della manovra si sommano a quelle contro gli interventi dei ministri competenti (decreto Bondi sugli enti lirici, riforma Gelmini dell’università). Nel loro insieme, queste istituzioni hanno due caratteristiche – scrive angelo Panebianco in un editoriale sul Corriere della Sera -. La prima è di essere popolate da corporazioni che fanno tradizionalmente capo al centrosinistra, i cui appartenenti sono, a schiacciante maggioranza, schierati contro il governo in carica. Bondi (Beni culturali) e Gelmini (Istruzione) guidano, senza dubbio, sotto questo profilo, i due ministeri più difficili. La difficoltà consiste nel fatto che le corporazioni che i due ministri sono tenuti a governare sono pregiudizialmente contro di loro, sono loro nemici comunque, e a prescindere. La seconda caratteristica del comparto cultura (in senso lato) è che si tratta di "cultura di Stato", ossia di un ambito quasi interamente finanziato con denaro pubblico. Per le corporazioni che ne fanno parte sarebbe inconcepibile qualcosa di diverso. 

Per esse, la cultura o è di Stato — finanziata dallo Stato— oppure non è. Sono antiche e radicate abitudini. Ma la cosa significativa è che questa idea ha col tempo contagiato anche i ceti altoborghesi, quelli al cui mecenatismo, almeno in linea di principio, si potrebbe in molti casi ricorrere in sostituzione dello Stato. Ad esempio, sono circa duecentotrenta gli enti culturali a cui, a meno di salvataggi dell’ultima ora, verranno a mancare i finanziamenti. Se si scorre l’elenco, si trova di tutto: accanto a molti enti che avrebbero dovuto essere già spazzati via da decenni ci sono alcune istituzioni dotate di effettivo rilievo culturale. Ma il punto è questo: se una istituzione gode di prestigio in virtù delle attività svolte, non dovrebbe trovare, con relativa facilità, finanziatori privati? E, anzi, la capacità di ricorrere a finanziatori privati non sarebbe precisamente una prova dell’importanza e del prestigio di quella istituzione? Nelle città, i tagli colpiscono diversi enti. A volte sono rami secchi, a volte no. Le borghesie cittadine, imprenditori in testa, non dovrebbero allora mobilitarsi per subentrare, in tutto o in parte, a Stato, regioni e comuni? 

Ci fu un tempo in cui il mecenatismo privato fece ricca la vita culturale delle città italiane. Il mecenatismo privato, naturalmente, qua e là, esiste ancora. Ci sono aziende, alcune di rilievo nazionale, che lo praticano con generosità. E ci sono, nelle città, privati che danno contributi per le attività culturali. Per decenni, però, in età repubblicana, la tendenza dominante è stata un’altra. Anche se è ormai tramontata l’epoca dei partiti forti che dominavano le città, istituzioni culturali incluse, le borghesie cittadine, in troppi casi, non hanno ancora ripreso quel ruolo di vere classi dirigenti che avevano avuto in precedenza, prima che la politica le mettesse da parte. La loro eventuale disponibilità a intervenire in modo più incisivo nella vita culturale delle città segnalerebbe la volontà di riconquistarlo. (red)

 

 

10. Sud, centinaia di progetti ma nessun piano

Roma - Un tesoro di 89,7 miliardi di euro nascosto tra le pieghe della burocrazia e dell’inefficienza. Soldi che servirebbero come il pane, ma che le Regioni del Mezzogiorno, alle quali sono in gran parte destinati, non riescono a spendere. I numeri della Ragioneria Generale dello Stato sono spietati. Dei 43,6 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione Europea ( 49,7 per cento) e dallo Stato (50,3 per cento) per recuperare il ritardo di sviluppo di Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia, a metà dell’opera ( i fondi valgono per il 2007-2013), sono stati spesi appena 2,8 miliardi, il 6,49 per cento – si legge sul Corriere della Sera -. E se non ci fosse stata la Basilicata, che come al solito tira su la media, la quota della spesa sarebbe stata appena del 5,1 per cento. Miracolo a Potenza. Nel nuovo periodo di programmazione la Basilicata ha già speso il 14,3 per cento delle risorse europee e nazionali (154 milioni di euro su poco più di un miliardo). Lì i fondi Ue hanno sempre funzionato bene tanto che, in buona parte grazie ad essi, la Basilicata ha recuperato terreno e tra poco uscirà dal gruppo delle Regioni assistite dall’Europa. Nelle altre, però, è un disastro. In tre anni la Campania non è arrivata a spendere neanche il 4%. I pagamenti sono fermi al 3,59 per cento, ovvero 287 milioni sui 7,9 miliardi disponibili. La Puglia è a quota 6,3 per cento: 389 milioni su 6 miliardi. La Sicilia, quanto a spesa effettivamente erogata, è ferma al 5,1 per cento: 444 milioni sugli 8,6 miliardi. La Calabria, maglia nera della sanità, sull’uso dei fondi strutturali europei va un po’ meglio: 252 milioni di euro sui 3,8 miliardi messi a disposizione dall’Europa e dal fondo di rotazione dello Stato. Anche lo Stato stenta. Governatori cialtroni, come dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti? Può darsi, ma anche le performance dello Stato nella gestione diretta di alcuni fondi europei, sempre utilizzati al Sud, non sono strabilianti. Il Programma Operativo Nazionale «Ricerca e competitività», che vale 6,2 miliardi di euro destinati ai progetti di 1.949 imprese, registra una percentuale di spesa di appena il 7,31% (e sarebbe ben più bassa se la quota di 100 milioni di euro al Fondo di garanzia non risultasse già assegnata e spesa). 

Anche il programma «Sicurezza per lo Sviluppo», che finanzia le iniziative per contrastare la criminalità, è fermo dopo tre anni a un misero 12,9% di spesa. L’unico dei programmi per il Sud gestiti dallo Stato e cofinanziati dalla Ue che sembra funzionare è quello su «Reti e mobilità», che riguarda le infrastrutture. Aveva 2,7 miliardi e a fine giugno 2,5 risultavano già assegnati a grandi progetti in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Anche se gli impegni di spesa veri e propri sono ancora indietro e secondo i dati dell’Ance, l’Associazione dei Costruttori edili, non arrivano al 25% della somma disponibile. I numeri del Fas. Dei quasi 90 miliardi di euro virtualmente nelle tasche dei governatori, buona parte, come detto, viene dallo Stato. Le risorse Ue ammontano a 27 miliardi, gli altri 63 arrivano dal Fondo per le Aree Sottoutilizzate, il famigerato Fas, che finora ha determinato più polemiche che sviluppo. I fondi sono assegnati direttamente alle Regioni e vengono spesi attraverso programmi pluriennali che devono essere approvati dal governo. Nel precedente periodo di programmazione, quello 2000-2006, il Fas è stato un flop clamoroso. Il ministro delle Regioni, Raffaele Fitto, sta quasi finendo la ricognizione sulla spesa realizzata dai governatori ed il risultato è sconcertante: i pagamenti effettivi non arrivano al 40% delle disponibilità, che ammontavano a 21 miliardi di euro. Alcune Regioni non sarebbero riuscite ad arrivare neanche al 30%. Così per i fondi residui del passato si profila, inesorabile, la riprogrammazione forzata da parte del governo. E le premesse per l’utilizzo dei nuovi fondi Fas che affiancano le risorse Ue (2007-2013) non sono per niente incoraggianti. Piani impresentabili. Nel 2010, a metà del guado, i 29miliardi a disposizione delle Regioni sono ancora tutti bloccati. L’unico Programma di attuazione regionale approvato dal governo è quello della Sicilia (luglio 2009, dopo la minaccia di Raffaele Lombardo di costituire il Partito del Sud), ma finora, praticamente, non è stato speso un euro. Quello del Molise è in attesa del via libera di Palazzo Chigi da 14 mesi, quelli della Puglia e della Sardegna da un anno, il Piano della Campania attende da 10 mesi, quelli di Calabria e Basilicata da 8, quello abruzzese da 4. Ma non perché il governo non abbia voglia di leggerli. L’esecutivo li ha visti, eccome. Ma li ha giudicati impresentabili. 

Secondo il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sono troppo dispersivi, non hanno una logica nè una strategia unitaria. Centinaia e centinaia di minuscoli interventi, senza una visione di insieme. Soldi a pioggia che rischiano di non servire a nulla, dice il Tesoro. Basta prenderne uno a caso per capire che, forse, il ministro dell’Economia non ha tutti i torti. La Campania, per esempio, ha proposto di spendere i suoi 4,1 miliardi ripartendoli tra dieci obiettivi operativi e ben 36 linee di azione, a loro volta suddivise in decine di singoli progetti. Nel frattempo i governatori lamentano lo spoglio del Fas operato dal governo, che è ricorso a quel tesoretto per le più svariate esigenze. Pescando non solo tra le risorse della quota Fas riservata agli interventi nazionali, ma anche in quella destinate al Mezzogiorno. I soldi sono stati usati per il terremoto d’Abruzzo, per l’abbattimento dell’Ici, per l’emergenza rifiuti, per i disavanzi comunali di Roma e di Catania, per il G8 in Sardegna, la privatizzazione della Tirrenia, gli alloggi universitari, gli investimenti delle Fs. Da ultimo anche per coprire una parte della manovra antideficit. E nel Fas, da 63 miliardi che erano, oggi ne sono rimasti 52. Molti interventi d’«emergenza» riguardano il Sud, non certo tutti. Così i governatori protestano per lo scippo. Anche se non spendono i soldi che hanno nel portafoglio. Investimenti o sprechi?. Quelli effettivamente utilizzati, per giunta, non hanno prodotto grandi risultati. Impianti ed opere pubbliche sono spesso rimaste nella sfera dell’immaginario, ma anche le risorse destinate al miglioramento della vita dei cittadini e della qualità dei servizi stanno rendendo pochissimo. 

Nella gestione dei rifiuti urbani, per esempio, le Regioni del Sud hanno l’obiettivo di aumentare la quota della raccolta differenziata dal 9 per cento al 40 per cento entro il 2013, ma oggi sono appena al 14,7 per cento (contro il 38 per cento del CentroNord). Bisognava portare l’acqua erogata dalle reti comunali dal 59 per cento al 75 per cento, ma a tre anni dal traguardo il Mezzogiorno ha guadagnato appena un punto (60,3 per cento, contro 71,9 per cento ne resto del Paese, che non fa ugualmente grandi progressi). La quota di bambini che usufruiscono dei servizi di cura per l’infanzia doveva salire dal 4 per cento al 12 per cento, ma oggi nel Sud siamo al 4,8 per cento (15,5 per cento nel Centro-Nord). L’assistenza domiciliare per gli anziani doveva salire dall’1,6 per cento al 3,5 per cento, e siamo al 2 per cento. Progressi ancora più trascurabili sono stati fatti nell’istruzione: l’obiettivo di ridurre la quota dei giovani che abbandonano gli studi dal 26 per cento al 10 per cento sembra un miraggio. Nelle regioni del Sud siamo al 23 per cento, in Molise addirittura stanno aumentando. (red)

 

 

11. Europa, la fiducia di Trichet: Escludo nuove recessioni

Roma - “Riforme strutturali e rafforzamento del patto di stabilità. È da qui che bisogna partire per far tornare a crescere l’Unione europea. Con un elemento in più, considerato indispensabile: la necessità di rafforzare la fiducia di famiglie, imprese, investitori e risparmiatori. Perché “se non si è capaci di ottenere la fiducia sulla sostenibilità delle politiche fiscali non si può avere crescita”. Ne è convinto Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, che tra l’altro non vede, in questa possibile fase di crescita, alcun rischio di una nuova recessione. Per quanto riguarda le riforme strutturali – si legge sul Corriere della Sera -, sta ai governi — secondo il numero uno della Bce — darsi da fare, con la consapevolezza che “sono un pilastro fondamentale, indispensabili per aumentare il potenziale di crescita». E per farsi capire meglio ha spiegato il concetto: «La nuova crescita è anche e soprattutto un aumento del potenziale di crescita, e se vogliamo stimolare il potenziale di crescita serve rafforzare le riforme strutturali”. 

Non solo. “Se si vuole una crescita durevole e sostenibile a lungo termine — ha poi aggiunto il presidente della Bce —, bisogna rafforzare la fiducia, e rafforzare la fiducia significa avere politiche di bilancio che siano equilibrate e sostenibili agli occhi di tutti, delle famiglie, la cui fiducia è fondamentale per la crescita, delle imprese, che devono essere pronte per preparare l’avvenire, e anche degli investitori”. Quasi rispondendo a quanti vorrebbero criteri di maggiore flessibilità per il patto di stabilità, Trichet auspica, al contrario, un forte rafforzamento del patto, persino con sanzioni automatiche, “perché nel quadro dei trattati attuali serve la massima intensificazione della prevenzione”. E la sorveglianza deve riguardare “non solo le politiche di bilancio, ma anche gli indicatori di competitività”. In merito alla ventilata ipotesi di un «grande prestito europeo garantito dall’Unione», il numero uno della Bce ha detto chiaramente di non avere «a priori alcuna posizione favorevole".

Spiegando che "siamo in una fase in cui serve gestire molto attentamente l’insieme dei bilanci. Chiamatelo rigore, io non ho problemi, oppure austerità. Io lo chiamo buona gestione budgetaria". Passando dal livello europeo a quello globale, Trichet ha quindi sottolineato che «la rivoluzione che ha portato al passaggio del bastone di comando dal G7 al G20 è di enorme importanza, e dimostra la natura del tutto nuova di questa crisi". Un processo che "si è basato su elementi mai visti prima": è stata "universale", con "cifre al di là dell’immaginabile". Per lasciarla del tutto alle spalle, ha concluso, "resta molto da fare dal punto di vista della regolamentazione finanziaria». Nella stessa occasione dei «Rencontres Economiques» di Aix-en-Provence, il ministro dell’Economia francese Christine Lagarde ha anticipato che i risultati degli stress test effettuati sulle banche europee saranno resi pubblici verso il 23 luglio, e proveranno che gli istituti bancari sono «solidi e in buona salute". (red)

 

 

12. Ratzinger in Abruzzo: Vicino a terremotati e disoccupati

Roma - Ci sono “ombre” che oscurano l´orizzonte dei giovani. Lo dice il Papa nel giorno della sua visita pastorale a Sulmona, incontrando i ragazzi in cattedrale. “Sono problemi concreti - aggiunge - che rendono difficile guardare al futuro con serenità e ottimismo; ma sono anche falsi valori e modelli illusori, che vi vengono proposti e che promettono di riempire la vita, mentre invece la svuotano”. I giovani. Ma anche i disoccupati. I terremotati. E i carcerati. È un viaggio tra le fasce più deboli della popolazione quello che Benedetto XVI sceglie di fare in Abruzzo, nelle zone abitate da Celestino V, il Papa del Gran rifiuto, a 800 anni dalla nascita del monaco ed eremita Fra´ Pietro da Morrone, pontefice per soli 5 mesi – si legge su la Repubblica -. Durante la messa, all´omelia il primo pensiero di Joseph Ratzinger va a chi vive «in condizioni di precarietà», per la «mancanza di lavoro» o per il «senso di smarrimento dovuto al sisma del 6 aprile 2009». «Sono venuto per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e impegni», spiega. Ci sono circa diecimila persone nella piazza della Cattedrale, sotto un sole cocente che provoca vari svenimenti, fra cui quello di dieci sacerdoti, subito reidratati sotto le tende della Croce Rossa. Ratzinger continua la funzione con alcuni ventilatori collocati alle spalle dell´altare. È incurante, o forse non si accorge, di un uomo, vestito in maniera trasandata, che per un attimo tenta di salire sul palco. Lo bloccano gli agenti della Forestale, a dieci metri dalla scalinata. 

È un italiano, nato a Rosciano in provincia di Pescara, 45 anni, sprovvisto di qualsiasi pass per l´accesso alla piazza e già noto alle forze di polizia per reati contro la persona, il patrimonio, porto abusivo d´armi e spaccio di stupefacenti. Voleva parlare con il Papa. All´Angelus il Pontefice lancia l´invito ad apprezzare «uno stile di vita sobria, nonostante l´epoca presente offra maggiori comodità e possibilità» rispetto al medioevo di Celestino. Alla fine, sorridente e in apparenza non affaticato, sale sulla Papamobile per un bagno di folla nel breve tratto che congiunge la piazza al palazzo della Curia. Il pranzo con i vescovi abruzzesi è a base di prodotti tipici locali, con dieci portate accompagnate da vini locali. Benedetto ringrazia per l´invito, e memore delle parole appena pronunciate in piazza sullo stile di vita sobria dice: «La cucina abruzzese è molto buona ma anche troppo ricca». Nel primo pomeriggio un principio di incendio colpisce, proprio sulla Piazza Garibaldi dove il Pontefice aveva detto messa, la facciata e un balcone di un palazzo inagibile dopo il terremoto. Per fortuna, è solo un corto circuito. Arriva l´atteso momento dell´incontro con cinque detenuti del supercarcere di Sulmona che, al riparo dai riflettori, è descritto da chi vi assiste come «molto intenso», con attimi di grande commozione. Dura otto minuti in tutto, si svolge in una sala del Vescovado, e ci sono anche il direttore della struttura, il cappellano, e alcuni agenti di custodia. 

Nella casa circondariale di Sulmona, nel recente passato, sono avvenuti diversi suicidi. «Sono felice di essere fra voi - dice il Papa prendendo la parola anche se un suo discorso non è in programma - avrei voluto incontrarvi tutti. Vi porterò nel mio cuore e vi auguro che possiate trovare la vostra via e dare un contributo alla società secondo le vostre capacità e i doni che Dio vi ha dato». «Grazie, Santità», rispondono i presenti. È la terza visita pastorale che Ratzinger compie in Abruzzo. Ed è la seconda volta che rende omaggio al suo predecessore Celestino V. Molisano eletto al soglio pontificio il 5 luglio 1294 in tempi bui per la Chiesa, Fra´ Pietro da Morrone rassegnò le dimissioni il successivo 13 dicembre non reputando più opportuno prestarsi alle pressioni di Carlo d´Angiò. Catturato a Vieste nel giugno 1295 mentre tentava di raggiungere l´eremo di Sant´Onofrio, fu consegnato al nuovo Papa Bonifacio VII, e imprigionato nel castello di Fumone, dove rimase fino alla morte. (red)

 

 

13. Polonia, Komorowski è il nuovo presidente

Roma - La Polonia resta europeista e moderna. Ventun anni dopo la rivoluzione democratica che avviò la caduta del Muro di Berlino e dell´Impero sovietico Varsavia dà ancora una volta al mondo un segnale di speranza. E ignora consigli e preferenze della Chiesa – si legge su La Repubblica -. Al ballottaggio delle elezioni presidenziali anticipate, svoltosi ieri, Bronislaw Komorowski, cioè il candidato del partito liberal, pro-europeo e tollerante Piattaforma civica (Po) del premier Donald Tusk, ha vinto contro Jaroslaw Kaczynski, il leader del partito nazional-conservatore ed euroscettico Legge e Giustizia (PiS), fratello gemello del capo dello Stato tragicamente morto nella sciagura aerea di Smolensk. La Commissione europea, Berlino, e anche Mosca, tirano un sospiro di sollievo. “Mi congratulo con il vincitore, mi congratulo con Bronislaw Komorowski», ha detto ieri sera Jaroslaw Kaczynski ammettendo la disfatta. Secondo exit polls e primi risultati parziali, al liberal Komorowski sarebbe andato il 53,1 per cento dei voti, a Kaczynski solo il 46,9. La partecipazione al voto, 56,2 per cento, è stata superiore a quella del primo turno del 20 giugno. Un segnale di maturità e impegno politico, specie da parte degli elettori naturali dei liberal di Po, cioè classi medie colte, giovani, ceti urbani. Le vacanze scolastiche infatti sono già iniziate, e qui come ovunque ceti medi e città partono in ferie più degli strati sociali svantaggiati e delle campagne, elettori naturali di Kaczynski. 

Ben 836mila polacchi in ferie estive hanno usufruito del diritto di voto all´estero. «Ha vinto la democrazia, ha vinto la nostra democrazia polacca, adesso è importante non fomentare le divisioni ma costruire un senso d´unità», ha detto il vincitore Komorowski nel suo primo commento a caldo. Ha lanciato un duro monito contro la polarizzazione, una carta su cui il PiS di Kaczynski ha sempre giocato demonizzando i suoi avversari. «Le divisioni sono un elemento costitutivo della democrazia, ma ho l´impressione che siano troppo grandi, c´è un gran lavoro da fare per l´unità nazionale». Il giovane premier liberal Donald Tusk, l´interlocutore preferito di Angela Merkel, Barack Obama e David Cameron nella "nuova Europa", adesso ha mano libera. Non deve più temere un ostruzionismo di un Kaczynski presidente alle sue riforme per modernizzare il paese, sostenere la già dinamica economica, continuare la sua marcia verso l´euro e la riconciliazione con Mosca. 

La Chiesa cattolica, che aveva mostrato segnali di preferenza per i nazional-conservatori, constata i limiti del suo potere nella nuova Polonia. Gli europarlamentari di Po esultano: «Con premier e presidente d´accordo il semestre di presidenza polacco della Ue l´anno prossimo sarà stabile e forte». Le elezioni presidenziali anticipate erano state convocate dopo la tragica morte del fratello gemello di Kaczynski, Lech, morto nella sciagura aerea di Smolensk mentre con leader politici, economici e militari del paese si recava a rendere omaggio ai 22mila ufficiali polacchi fatti assassinare a Katyn da Stalin dopo l´attacco nazista-sovietico alla Polonia che nel settembre 1939 scatenò la seconda guerra mondiale. Ma quell´emozione non è bastata al PiS per far lasciare alla Polonia la scelta dell´europeismo. Ha collaborato Jan Gebert (red)

 

 

14. Intercettazioni, Valigia Blu: Giornali pagati a metà

Roma - “Lo sciopero di venerdì è confermato: è l’unica arma che abbiamo contro la legge-bavaglio. Ma se editori e direttori si accorderanno per un’iniziativa comune fortemente visibile, o se Silvio Berlusconi accetterà le nostre proposte, valuteremo”. Il segretario dell’Fnsi, Franco Siddi, vede “poco praticabile” l’appello del gruppo di Facebook Valigia blu (“Piuttosto che scioperare fate pagare i giornali la metà”) – si legge sul Corriere della Sera -. Ma rilancia: “Potremmo ripensarci. Ma di fronte a fatti, non a parole. Magari tutte le prime pagine dedicate a un editoriale contro la legge bavaglio”. Revoca da valutare, spiega, “anche nel caso in cui Berlusconi ci ripensi e accetti la proposta di un’udienza-filtro per stralciare le intercettazioni estranee all’indagine. E quella, che piace al pdl Giancarlo Mazzuca, di un Giurì che entro cinque giorni si pronunci sulla effettiva violata privacy”. Ma ripensamenti ancora non si vedono. Il ddl Alfano, oggetto di un durissimo scontro politico e istituzionale, riprende il suo iter domani in commissione Giustizia alla Camera, per una settimana di dibattito. Poi arriverà il momento cruciale: gli emendamenti. Il testo non piace a Gianfranco Fini (“Io sto con la legalità”). 

Un tema che fa breccia nell’elettorato leghista. Se ne parlerà oggi nel colloquio Berlusconi-Bossi. “La politica è l’arte della tenuta dei nervi. Vince chi molla per ultimo» dicono nell’Udc, convinti che non sarà Berlusconi. I finiani i nervi sembrano tenerli saldi, malgrado sui quotidiani berlusconiani si legga: “Per liberarsi di Gianfranco Silvio colpirà i fedelissimi”. Carmelo Briguglio, deputato ex An, sorride: “Non ci lasciamo impressionare. Berlusconi rischia di perdere il governo del Paese. Il problema è suo. Noi giochiamo di rimessa”. Aspettare. Vedere. Capire. Poi però scrivere. Se le modifiche ai «punti critici» denunciati dal capo dello Stato non arriveranno dal governo, i fedeli di Fini le presenteranno comunque. E in commissione Giustizia i numeri per approvarli si potrebbero trovare. A quel punto approderebbe in Aula un testo sgradito a Berlusconi che renderebbe l’arma della fiducia spuntata, se non addirittura a doppio taglio. 

Pronti a votare le modifiche l’Udc, l’Mpa e, secondo il capogruppo Dario Franceschini, anche il Partito democratico. Anche se Donatella Ferranti, capogruppo pd in commissione, precisa: “Li valuteremo uno per uno. Non aderiremo a scatola chiusa alle posizioni di chicchessia”. È la spia di un imbarazzo crescente nel centrosinistra, a fronte del «no» più netto di Antonio Di Pietro e dell’Idv: “Qualsiasi emendamento servirà soltanto a mettere la coperta sullo sporco che c’è sotto. Nessun compromesso”. (red)

 

 

15. Carfagna, indegno negare l’affitto ai gay

Roma - “Sono episodi inaccettabili, indegni di un paese civile e democratico come è il nostro». Il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna bolla così il fenomeno delle case negate in affitto ai gay, gli appartamenti lasciati vuoti, le stanze rifiutate a studenti solo perché non eterosessuali – si legge su La Repubblica -. Una realtà diffusa da Torino a Palermo senza distinzioni, un no agli omosessuali come inquilini che corre in rete, negli annunci sul web, sui giornali di annunci immobiliari o sulle bacheche universitarie, tra rifiuti dichiarati a chiare lettere e dinieghi formali o vaghi delle agenzie, come ha raccontato la nostra inchiesta pubblicata ieri. Storie di discriminazione confermate da chi ha vissuto sulla propria pelle e su quella di amici e conoscenti giornate fatte di porte sbattute in faccia dopo accordi telefonici, di alloggi negati all´ultimo momento, di scuse accampate improvvisamente alla vista dell´inquilino. “Perché al di là dell´omofobia - dice Vladimir Luxuria - c´è il pregiudizio che gli omosessuali abbiano una vita sregolata, che la casa sia un via vai continuo di feste. E c´è l´idea che un gay voglia sedurre chiunque, come se non avesse gusti e preferenze come tutti. Sono comportamenti anti costituzionali perché è come dire: tu non meriti neppure di avere un posto dove vivere, non hai diritto neanche ad un tetto sopra la testa”. Franco Grillini, presidente onorario dell´Arcigay, propone di tassare chi lascia le case sfitte per invogliare i proprietari riottosi. 

Anche perché, secondo gli esponenti del mondo omosex la situazione sta peggiorando: «Casi di omosessuali mandati via di casa oppure rifiutati si moltiplicano, e il fatto che la gente scriva chiaramente negli annunci "non si affitta ai gay" significa che si sente autorizzata a dirlo senza che nessuno contesti, significa che c´è un clima culturale favorevole a questo rifiuto», sottolinea Andrea Berardicurti del circolo Mario Mieli dove all´ufficio legale arrivano sempre più spesso segnalazioni di questo tipo da parte di gay in difficoltà. Che fare, visto che sui contratti privati di affitto lo Stato non può intervenire? Secondo il ministro Carfagna, occorre investire su una cultura della «non discriminazione, come abbiamo fatto con la campagna contro l´omofobia in cui dicevamo: non essere tu quello diverso». Ma ancora non basta, così il passo successivo dopo tavoli di lavoro con le organizzazioni che si occupano del mondo omosessuale e transgender sarà «creare grazie all´Unar e in sinergia con molte Regioni ed enti locali, una rete efficiente di centri territoriali anti discriminazione». Sino ad oggi l´Unar, l´Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali, è intervenuto più volte contro giornali e siti web che pubblicavano annunci tipo «non si affitta agli immigrati», sanzionandoli. 

Ora, questa l´idea, allargherà il suo raggio d´azione ricevendo le segnalazioni dalle associazioni e interverrà anche per chi viene discriminato per il suo orientamento sessuale. «Le cose devono cambiare, altrimenti non resterà altra scelta che continuare a fingere o a nascondersi per poter avere un tetto come hanno fatto alcuni amici. Difficile che qualcuno accetti come inquilino un gay se dà ascolto a quello che dice la Chiesa, che ci addita come il nemico pubblico numero uno, come quelli che minano le fondamenta dello Stato, del paese, della famiglia», polemizza Grillini. Ma non tutti sono così, ricorda Luxuria. "Io sono stata fortunata, vent´anni fa ho trovato casa in un quartiere gay friendly, il Pigneto. Il proprietario non ha mai fatto problemi anche perché ero regolare nei pagamenti e rispettosa dei vicini che erano adorabili ed affettuosi". (red)

 

 

16. Lasagne e snack: arriva il cibo doc per l’Islam

Roma - Lasagne, tortelloni e i dolci della tradizione. Bresaole, mortadelle di bovino, arrosti di tacchino. Legumi e riso, snack. "Made in Italy" e cibi islamicamente corretti. Il settore alimentare fa da apripista per i prodotti halal, cioè "leciti", destinati ai musulmani, per diffonderli all´estero e nei supermercati. E, in futuro, cosmetici e farmaci. Anche l´Italia si muove per conquistare un ruolo in un mercato da 54 miliardi in Europa, che cresce del 15% l´anno. Crescono le aziende che sposano i principi dei prodotti halal per venire incontro alle esigenze di più di un milione e mezzo di consumatori che vivono in Italia. Con il marchio "Halal Italia" destinato a promuovere le nostre eccellenze, che ha ricevuto l´imprimatur del governo, da qualche mese l´Offelleria Tacchinardi produce la Torta di Lodi come la Tortionata Tacchinardi, a base di mandorle dolci e burro fresco. "Le nostre produzioni storiche che riflettono genuinità e semplicità di ingredienti, con le tecniche più avanzate di confezionamento "naturale", rispondono a quei requisiti di purezza cari al mondo islamico", racconta Tiziana Polimeno, ad dell´azienda. 

"Abbiamo concluso vendite anche in paesi non di matrice islamica, circa il 7 per cento del fatturato. Nel prossimo quinquennio sarà un terzo del totale". L´antica pasticceria vende anche snack halal, e presto lo saranno anche i suoi biscotti. La certificazione è una strada per arrivare ai mercati asiatici sui quali il made in Italy ha appeal. "C´è interesse per lasagne e sughi pronti e richieste da aziende che lavorano acqua e latte: il marchio dà un plus valore al prodotto in termini di qualità», dice Hamid Distefano, membro fondatore di Halal Italia, l´ente di certificazione islamico italiano, dipartimento della CO.RE.IS, che ha depositato il marchio. Uno di quelli che possono certificare che un prodotto è "lecito". Marchio storico è quello della Grande Moschea di Roma, orientato all´export di carni, e quello della moschea di Segrate indirizzato verso la distribuzione interna. 

"Bene che si sviluppi il marchio italiano halal e che vada nel mondo, ma vigiliamo sugli aspetti religiosi della macellazione e della produzione per evitare una strumentalizzazione commerciale", chiarisce Gianpiero Vincenzo, delegato della Grande moschea di Roma per la certificazione halal. Il 20 per cento della produzione halal annua è destinato all´Italia, il resto alle esportazioni: salumi, bresaole, salsicce, e hamburger che Antonio Fernando Salis esporta in Francia, Germania e Emirati. L´azienda sarda "La Genuina", di cui è amministratore, produce 30 quintali a settimana con un fatturato previsto per il 2010 di 1,5 milioni di euro. «In Sardegna esiste ancora il pastorismo nomade, la lavorazione può essere fatta nel rispetto dei precetti islamici", dice Salis. Per venire incontro ai consumatori nei grandi e nei piccoli centri del Paese oggi esistono cento macelli halal. Anche la grande distribuzione si è mossa inaugurando gli "halal corner". Come Ipercoop Tirreno a Livorno e Roma Casilino. "Vuole essere un segnale", dice Paolo Bertini, responsabile relazioni esterne. E il bilancio dopo alcuni mesi di vita desta sorprese: «Più che salumi e affettati si vende la carne, più dei bocconcini per il cous cous vanno fettine e hamburger: un dato che ci impone una riflessione sullo stile di vita e i gusti dei consumatori musulmani". (red)

Prima pagina 5 luglio 2010

Fini-Berlusconi: finale inutile