Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 08/07/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Obama: la Turchia a pieno titolo in Europa”. Editoriale: di Fiorenza Sarzanini “Il diritto a essere informati. Una libertà che è di tutti”. Al centro: “Cifre della manovra intoccabili”; “Gli aquilani a Roma: protesta in piazza con scontri e feriti”; “Quel ponte sul fiume in Sudan firmato Bertolaso”. In basso. “L’Italia maleducata dei mozziconi”; “Nell’inchiesta sugli appalti torna la legge contro la P2”; “Foto ritoccate e finti sportivi. Tutti i trucchi dei clandestini”.

REPUBBLICA – In apertura: “La rabbia dei terremotati incidenti e feriti a Roma”. Editoriale: “Giornali in sciopero per difendere la libertà d’informare. Il senso del silenzio”. Al centro: “Manovra, fiducia anche alla Camera”. In basso: “Umberto Eco: manuale per intellettuali disorganici”; La Spagna ‘mata’ la Germania entra in finale e nella storia”.

LA STAMPA – In apertura: “Intercettazioni. Il Pdl apre ai cambiamenti”; “Cavilli scambiati per cavalli”; “Il Colle teme l’ingovernabilità”. Editoriale: di Mario Calabresi “Le ragioni di un silenzio a malincuore”. Al centro: “In piazza l’ira dei terremotati”; “E ora nasce la corrente delle ministre”; “Misure-spot e grida d’aiuto”; “Le spese folli per restare Madonna”; “Maestri con licenza di picchiare”; “Berlusconi vedrà le Regioni ‘Ma i tagli non si discutono’”. In basso: “Spagna-Olanda, la finale mai vista”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Più tasse sulle assicurazioni”. Editoriale: di Marco Fortis “La peggiore crisi in 80 anni. Tartaruga Italia e lepri del Dil debito interno lordo”. Al centro: “Stress test Ue, nella lista cinque banche italiane”; “Fermare i falsi darà lavoro almeno a 130mila persone e 5 miliardi di entrate al fisco”. Di spalla: “Forum web con Krugman ‘Un’overdose di rigore’”.

MF – In apertura: “Botte da orbi sulla manovra”. Al centro: “Italiani in rivolta contro le Poste”; “Mediaset ammette: fa danni la guerra contro Sky Italia”.

ITALIA OGGI – In apertura: “Compensazioni allargate”. Al centro: “Torna Scajola e riunisce subito i suoi fedelissimi tra onorevoli e senatori”; “Fini copia D’Annunzio e resta immotus nec iners, immobile ma non inerte”. In basso: “Semplificato l’inizio di attività”.

LIBERO – In apertura: “I terremotati no global”. Editoriale: di Renato Besana “La telefonata che Fini aspetta”; Al centro: “Formigoni accusa: questa manovra ci rende poveri. ‘Usano dati falsi per toglierci soldi’”; “Per Roma 50 milioni. Il Nord si ribella”; “D’accordo l’asse con Tremonti ma la Lega non può accettarlo”; “La Capitale va salvata dal crac. Il centrodestra si gioca la faccia”; “La Rai non paga mai: saltano i tagli annunciati”; “Berlusconi commissaria le correnti: ‘E Gianfranco non esiste più’”. In basso: “Chiedere agli ex Pci perché la politica oggi vive di insulti”; “Gli ex di An sanno menare. Barbato finisce all’ospedale”; “Celentano e la Mori sono diventati la coppia più piagnona del mondo”; “Spagna champagne. Matata la Germania delle meraviglie”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Manovra, ecco le novità”. Editoriale: di Paolo Savona “Ripresa incerta. Serve un accordo globale sul debito”. Al centro: “Tajani: la linea dell’Europa è chiara, i proventi dei pedaggi siano reinvestiti nel Lazio”; “Stretta sulle assicurazioni, più facile aprire un’impresa”; “L’Aquila protesta, scontri a Roma”; “Eolico, spunta una loggia segreta. Carboni nei guai”. In basso: “Germania addio, la Spagna vola: contro l’Olanda una finale inedita”; “Via Poma, così morì Simonetta”.

IL TEMPO – In apertura: “Rissa Italia”; “Sensi e Unicredit all’ultimo round”. Al centro: “Di Pietro fa il piromane”; “Le vacanze di fede del papa”. In basso: “Sarà finale Spagna-Olanda”; “Il Monòpoli e Milano”.

L’UNITA’ – In apertura: “Fine della fiction. Il governo del fare a botte. Il governo del fare lavori”. In basso: “Napolitano insulti da Feltri. Berlusconi: ‘Io non c’entro’”; “Libia, l’ultima beffa: gli eritrei spostati dal lager ai lavori forzati”; “L’Unità domani in sciopero per la libertà di stampa”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Il governo dei picchiatori”. Di spalla: “En attendant Chàvez”. In basso: “Il Quirinale sbaglia bersaglio. Scudo per Napolitano, il Colle accusa il Fatto di ‘ambiguità’, invece di prendersela con il Pd”.

 (red)

 

 

2. Berlusconi detta la linea: Fini non va più considerato

Roma -

“Chiudere le questioni aperte. Tutte, ad una ad una. Per ridare brillantezza ad una leadership appannata e poi, quando sarà il momento, fare i conti con quel Gianfranco Fini di cui continua a non fidarsi, scettico com’è sulla possibilità di poter tornare ad avere con lui un’intesa civile, ma che non è affatto facile liquidare. Tanto che dal vertice del Pdl di ieri una linea è emersa chiara: Fini per il momento ‘non va nemmeno considerato, è come se non esistesse’, ma va atteso al varco: se su intercettazioni e manovra si distinguerà ‘è fuori per sempre’. Altrimenti si vedrà come agire, e le strade sarebbero tutte aperte, perfino quella — al momento difficilissima— che prevede la ricontrattazione dell’accordo tra i cofondatori. Per questo anche ieri Silvio Berlusconi si è dedicato a sgombrare il campo da quattro pericolosissime mine pronte ad esplodere: le incomprensioni con il Quirinale, la manovra, la legge sulle intercettazioni e le fibrillazioni interne al Pdl. Al capo dello Stato, al Consiglio Supremo di Difesa, si è presentato nel modo più disarmante possibile: ‘Caro presidente — ha detto ridendo e sventolando la prima pagina del Giornale che tirava in ballo il Colle— lo vedi che ho ragione io a prendermela con la stampa che scrive solo menzogne?’. E poi ha assicurato: ‘Io non c’entro niente con quello che scrive Feltri, mi provoca tanti di quei problemi, ma non riesco a venderlo questo quotidiano...’”. Si legge sul Corriere della Sera. “ L’episodio, raccontato poi al vertice in un Palazzo Grazioli blindato per le proteste dei terremotati con parole un po’ diverse (‘Ho detto al presidente — ha scherzato — "ma che scherzi mi fai, adesso anche tu attacchi la stampa!"‘), è servito per spiegare ai suoi che sulle intercettazioni è necessario andare incontro ai voleri del Quirinale (che in buona parte coincidono con le richieste dei finiani). Anche perché l’intenzione del premier è ‘arrivare o a un voto o comunque ad un accordo chiaro sugli emendamenti prima della pausa estiva’, per poi varare la legge a settembre. I cambiamenti però non potranno toccare ‘il diritto alla privacy’, ovvero il divieto per i giornali di pubblicare intercettazioni perché ‘questa vergogna deve finire’, e si vedrà se basteranno ai finiani. Chiusa o quasi, con l’incontro con i governatori del centrodestra, la partita della manovra— l’altro tema sul quale il presidente della Camera è atteso al varco (‘O la accetta com’è, o rompe’) —, si è aperto il tema del partito. E, anche con l’approvazione di un dispiaciuto Frattini, leader assieme alla Gelmini della corrente-fondazione Liberamente sulla quale si stavano raccogliendo troppe firme per non creare subbuglio nel partito, si è deciso che d’ora in poi tutte le fondazioni dovranno limitarsi a svolgere attività meramente culturale, e saranno coordinate da un organismo apposito. Certo, ha ragionato Berlusconi con i suoi, il problema di ex forzisti che si muovono nel partito in maniera non organizzata mentre gli ex aennini, finiani e no, sono comunque— di nome o di fatto — organizzati in correnti, si pone. Per questo il Cavaliere ha assicurato che interverrà, con quella che più che una promessa pare una minaccia: ‘Ad agosto ci dedicheremo a questo, tenetevi liberi’”.

 (red)

 

 

3. Fini: tregua o rottura

Roma -

“‘I prossimi giorni saranno decisivi’. Fini osserva i pezzi disposti sulla scacchiera: siamo nel medio-gioco che volge verso il finale di partita, in una sfida con Berlusconi che non sembra contemplare più la patta ma ‘solo una tregua’. E la tregua tra i cofondatori del Pdl passa da un compromesso sulle intercettazioni, da un accordo in commissione Giustizia alla Camera dove— non a caso — Napolitano ha detto che ‘sono emerse le criticità’ sul provvedimento, come ad accreditare le obiezioni alla riforma sollevate dalla Bongiorno, fedelissima dell’inquilino di Montecitorio. Quella commissione è insomma il crocevia politico e istituzionale attraverso il quale le diplomazie del Cavaliere e del Quirinale indirettamente si parlano e si confrontano. Lo lascia intuire Fini quando nei suoi colloqui riservati sostiene che ‘se gli emendamenti verranno concordati, si andrà verso l’approvazione di un testo condiviso’, e in tal caso ‘vorrà dire che si è andati incontro alle obiezioni poste dal capo dello Stato’. Sembra questa la direzione di marcia decisa da Berlusconi, il presidente della Camera ne ha avuto riscontro dal ministro della Giustizia Alfano, da cui sono giunti ‘segnali positivi’. Fini attende comunque una prova concreta che dia senso ai colloqui degli ultimi giorni, vuole capire se non ci saranno cambi di rotta improvvisi, siccome ‘c’è una parte tutt’altro che irrilevante di dirigenti ex forzisti che spinge perché il disegno di legge sulle intercettazioni venga usato come pretesto per arrivare alla rottura nel Pdl’. È chiaro che se così fosse, se le modifiche al testo si rivelassero poco incisive, l’area finiana ‘non le voterebbe’, e quel voto — secondo l’ex leader di An — ‘verrebbe usato per chiedere l’espulsione dal partito’ dei dissidenti. Certo, ogni mossa è da prendere in considerazione e da analizzare, infatti il presidente della Camera lo fa. Tuttavia appare al momento difficile che Berlusconi voglia arrivare alla resa dei conti con l’altro cofondatore del Pdl passando per un conflitto istituzionale con il capo dello Stato. Ma non c’è dubbio che tutto ruota oggi attorno al ddl sulle intercettazioni. Fini, che se ne fa scudo, mette perciò nel conto ‘la tregua’ o ‘la rottura immediata’, segnata dall’espulsione dal partito, e avvisa che non intende prendere in esame altre soluzioni: ‘Non accetterò mai — sottolinea — una separazione consensuale’, sebbene l’ipotesi sia stata prospettata. L’ex capo della destra non può accogliere la proposta, perché— firmando così il divorzio da Berlusconi— si consegnerebbe a una sconfitta politica, si intesterebbe il fallimento del Pdl, del progetto che aveva contribuito a far nascere. Altra cosa sarebbe invece essere cacciato dal partito, in tal caso ‘rimarrei comunque presidente della Camera’, messaggio che il Cavaliere ha già ricevuto. A quel punto si aprirebbero scenari nuovi e un percorso politico tutto da decidere, tranne la prospettiva di siglare un patto federativo con il premier, che lo terrebbe di fatto legato alla maggioranza: ‘Nessun patto, nessuna federazione’. Da quel momento ‘la rottura sarebbe definitiva’, e da cofondatori Berlusconi e Fini diverrebbero avversari: ‘Al voto andremmo separati’. Il resto sarebbe un futuro (complicato) da esplorare, e sarà anche vero che l’idea del terzo polo intriga il presidente della Camera, ma la ‘tentazione’ — così la definisce — resta per ora solo un espediente tattico, una minaccia di scacco al re avversario sulla scacchiera. Infatti Fini dice ‘si vedrà’. Inutile precorrere i tempi, così come è inutile costruire scenari attorno al colloquio che il presidente della Camera ha avuto martedì con D’Alema: avranno sicuramente parlato della situazione politica, ma di certo l’ex leader di An e l’ex segretario dei Ds non potevano andare oltre una discussione sull’annuale convention delle rispettive fondazioni”. Si legge sul Corriere della Sera. “ Il futuro è un’incognita che non può essere oggi calcolata, perché un conto è l’impulso — anche l’ostilità personale— che separa Berlusconi e Fini, portandoli sempre più verso una rotta di collisione. Altra cosa sono gli sviluppi politici, che non possono escludere un nuovo accordo d’interessi tra gli ex fedeli alleati, un ‘gentleman agreement’ tra il Cavaliere e il presidente della Camera — così come teorizzato dal professor Campi, teorico finiano — che comporti un ‘riconoscimento di ruolo’ per l’ex capo della destra all’interno del Pdl. Certo, è una prospettiva remota. Il presidente della Camera sa che il Cavaliere ‘vuole arrivare alla resa dei conti’, osserva le possibili mosse del premier e non scarta l’ipotesi che ‘la scissione possa avvenire per mano di Berlusconi’, che ‘possa essere lui a chiamarsi fuori’, lasciando a Fini un Pdl svuotato, per lanciarsi in un nuovo progetto, un altro predellino, imperniato magari sui ‘Promotori della libertà che ha affidato al ministro Brambilla’. Ma davvero il premier potrebbe imbarcarsi in un’impresa così avventurosa? Fini non si dà una risposta, è sicuro invece che il Cavaliere sia ‘tentato dal voto anticipato’. Anche questa però sarebbe una mossa ad alto rischio, ‘perché gli hanno spiegato che con questa legge elettorale potrebbe non vincere’. Per quanto Berlusconi conceda a un eventuale partito finiano ‘non più del 4 per cento’, tanto basterebbe per non consentirgli di tornare a Palazzo Chigi: ‘Magari otterrebbe la maggioranza alla Camera, ma probabilmente perderebbe al Senato. Per il gioco dei premi di maggioranza a livello regionale. Eppoi, ultimamente, i sondaggi sono per lui negativi. Specie dopo il "caso Brancher"...’. Sono tutti segnali che l’inquilino di Montecitorio manda a Berlusconi nell’attesa di capire quale mossa farà il premier, alle prese con ‘un quadro politico difficile’, reso ancor più aspro— secondo Fini— dall’’irritazione del Quirinale per gli articoli pubblicati dal Giornale ‘. Ma il punto di svolta resta l’intesa (o la rottura) sulla riforma delle intercettazioni. Ecco perché ‘i prossimi giorni saranno decisivi’. E comunque — avvisa il presidente della Camera — anche l’accordo sul nuovo testo farebbe slittare l’approvazione del provvedimento ‘dopo la pausa estiva’: ‘C’è prima la manovra da varare’. E c’è da scommettere che il preannunciato ricorso alla fiducia da parte del governo sul provvedimento economico, sarà occasione di un nuovo affondo di Fini contro Berlusconi”.

 (red)

 

4. Il premier mette il governo al riparo da sorprese

Roma -

“Passo dopo passo, la marcia di allontanamento fra il Pdl e Gianfranco Fini continua: senza che però si intraveda ancora il momento in cui si consumerà la rottura formale. ‘Fini non esiste più’, ha liquidato la questione Silvio Berlusconi negli incontri avuti ieri con i vertici del centrodestra. Ma l’esigenza di non acuire le tensioni col Quirinale ritarda una resa dei conti. La tabella di marcia di Palazzo Chigi per le prossime settimane è obbligata e non prevede distrazioni. Il premier deve fare approvare una manovra economica cercando di attenuarne gli aspetti più impopolari. E, nonostante la legge contro le intercettazioni sia quasi certamente destinata a slittare all’autunno, insegue un ‘sì’ entro l’inizio di agosto. In realtà, la probabilità che passi diminuisce ogni giorno di più: anche perché ormai si parla apertamente di correzioni a un testo contestatissimo. La giornata di ieri è emblematica, da questo punto di vista. I tafferugli fra i terremotati abruzzesi e la polizia a Roma, e una rissa alla Camera dei deputati; il pellegrinaggio di fatto inutile a Palazzo Grazioli, i presidenti delle Regioni di centrodestra, infuriati con Giulio Tremonti; la nota congiunta con la quale Berlusconi e il ministro dell’Economia annunciano la fiducia sulla manovra sia alla Camera che al Senato; e infine il nuovo attacco del presidente della Camera proprio a Tremonti: sono tutti fotogrammi di una coalizione della quale il capo del governo sembra non più il padrone assoluto, ma quasi un ostaggio costretto a tamponare le spinte centrifughe. Con esiti almeno controversi. La trattativa con le Regioni ha partorito un incontro a Palazzo Chigi che dovrebbe tenersi domani: un modo per accontentare governatori che appartengono alla maggioranza di centrodestra ma contestano le riduzioni di spesa proposte da Tremonti. Le concessioni che Berlusconi può garantire, però, appaiono quasi azzerate dal comunicato diramato ieri insieme al suo ministro. Quasi a chiarire in modo preventivo che il premier ha le mani legate, vi si legge che la manovra è ‘un provvedimento fondamentale per la stabilità finanziaria’. E dunque, se non intangibile comunque non si può cambiare. Tremonti lo ha ripetuto ai quattro presidenti di Regione incontrati nella residenza di Berlusconi”. È la nota di Massimo Franco sul Corriere della Sera. “ ‘La nostra strada è obbligata’, ha detto il titolare dell’Economia. ‘Non c’è spazio per cambiamenti’, anche perché il debito nel settore sanitario accumulato in Campania, Lazio, Calabria e Molise è impressionante. Si tratta di una durezza che a Berlusconi probabilmente non piace, ma che non può non sottoscrivere. È improbabile, infatti, che all’incontro di domani il presidente del Consiglio possa aggirare i paletti conficcati da Tremonti. L’ennesimo attacco di Fini al titolare dell’Economia e alla Lega per paradosso rafforza entrambi, vista l’insofferenza verso il presidente della Camera. ‘Non si può vivere di sola finanza’, ha detto Fini, ‘e men che meno può vivere di sola contabilità l’economia’. Ma di fronte alla decisione di ricorrere alla fiducia in entrambi i rami del Parlamento, le critiche finiane non hanno uno sbocco. Il silenzio del presidente della Camera di fronte alla nota congiunta di Berlusconi e di Tremonti tradisce l’irritazione; e la consapevolezza che la richiesta di fiducia fatta anche all’assemblea di Montecitorio rappresenta una sfida proprio a lui. Il governo lo mette di fronte alla contraddizione che gli ha rimproverato nelle ultime settimane: quella di essere insieme capo della minoranza interna del Pdl e terza carica istituzionale; e dunque di dover scegliere. Come minimo, l’iniziativa tende a farlo apparire isolato e irrilevante. Gli spazi in Parlamento sono azzerati, e infatti il centrosinistra protesta per lo svuotamento della discussione. Il voto di fiducia è previsto nella giornata di giovedì 15 al Senato. Poi toccherà all’aula di Montecitorio. E in quell’occasione sarà possibile misurare per intero le distanze che separano il presidente della Camera da quella che sente sempre meno come la sua maggioranza: ricambiato gelidamente dal Pdl”.

 (red)

 

 

5. Prestigiacomo: ‘Liberamente’? Nessuno dia altolà

Roma -

“‘Siamo proprio stupiti con Mariastella, con Franco, con Mara...’. Per cosa, ministro Prestigiacomo? ‘Per la preoccupazione che la fondazione "Liberamente" ha generato dentro il Popolo della Libertà. Ci hanno sorpreso le resistenze nel partito. Nessuno però pensi di poterci dare un altolà...’. Neanche Berlusconi? ‘n presidente conosce l'iniziativa e ci ha detto di andare avanti cercando di coinvolgere tutti: è quello che abbiamo fatto’. Mariastella è Gelmimi, Franco è Frattini, Mara è Carfagna”. Si legge sul Corriere della Sera. “Con Stefania Prestigiacomo sono quattro i ministri che hanno dato vita venti giorni fa sul lago di Garda, a "Liberamente" e che si rivedranno sabato a Siracusa, nel Castello Maniace. Ci sarà un quinto ministro, Raffaele Fitto. Vi sospettano, ministro Prestigiacomo, di mettere in piedi una corrente di ex di Forza Italia. In una riunione con i fedelissimi, martedì Berlusconi avrebbe detto: "Mai più correnti nel Pdl!". ‘Ne un partito ne una corrente. "Liberamente" vuole sviluppare il dibattito politico culturale, anche per avvicinare gente nuova, giovani, intellettuali’. Di cosa parlerete, nel Castello Maniace? ‘Approfondiremo i problemi del Sud, legati al federalismo in arrivo. Dove altro potremmo dibattere su questo?’. Non ci sono luoghi di discussione dentro il partito? ‘Non mi pare che il partito abbia organizzato occasioni di confronto su federalismo e Mezzogiorno. All'intemo della fondazione si svolgono dibattiti che vanno oltre i confini del partito e possono essere utili al partito e al governo’. Invece, c'è un po' di fastidio... ‘Mi sembra che nel Pdl nasca fastidio per tutto dò che non viene tenuto sotto controllo. Nessuno accetta un'iniziativa se non l'ha determinata lui stesso’. Si riferisce al ministro Aitano? ‘Parlo in generale. Aitano è stato invitato. Al momento ha voluto marcare una distanza. Spero cambi idea: sarebbe il benvenuto’, Avtf*fp iiwitatn anpht’ mialftì^ <‘v di Alleanza nazionale? ‘Questa per me è una differenza che non esiste più. Oggi distinguo solo fra Pdl e finiani. Comunque, Gasparri e La Russa sono stati invitati, ma non verranno: non so perché’. E i finiani sono stati invitati? ‘Mi paiono molto impegnati a creare problemi all'attività del governo... Non sono stati invitati’. Come andrà a finire tra Fini e Berlusconi? ‘lo spero sempre nella ricomposizione, vedo però i margini assottigliarsi ogni giorno’. Aitano e Schifa™ si sarebbero irritati per l'invito a Siracusa di Gianfranco Micdché, che in Sicilia è in contrasto con il Pdl e lavora per il "Partito del Sud"... ‘Al contrario, a Siracusa si compirà un piccolo miracolo: si incontreranno Micciché e il coordinatore regionale Pdl, Castiglione. Ma d saranno anche molti estemi al partito: il vescovo Permisi, che si batte contro la mafia, il presidente della Confindustria siciliana. Lo Bello, Salvatore Martinez, del Rinnovamento nello Spirito Santo... Parleranno Luca Ricolfi e Paolo Mieli, e ai nostri incontri presto porteremo esponenti politici del centrosinistra’. Volete ridare respiro al "movimentismo" dei primi tempi di Forza Italia? ‘n movimentismo piace ai nostri elettori e il presidente Berlusconi è il primo movimentista’. Andrea Garibaldi II fastidio ‘Mi sembra che nel Pdl ci sia fastidio per tutto ciò che non viene tenuto sotto controllo’”.

 (red)

 

 

6. Intercettazioni, il Pdl lavora al compromesso

Roma -

“Dopo mesi di incomunicabilità, vengono riattivati i contatti tra il governo e la minoranza dei finiani per trovare ‘un punto di caduta’ su una versione condivisa del ddl intercettazioni. È successo ieri, al secondo piano della Camera, a margine della commissione Giustizia impegnata in una estenuante discussione generale sul ddl Alfano in attesa che ai piani alti del Pdl venga assunta una decisione: il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo e il presidente della commissione, la finiana Giulia Bongiorno, hanno finalmente trovato il tempo e il modo di confrontarsi su un pacchetto di emendamenti capaci di smussare le criticità presenti nel testo che, tra l’altro, preoccupano molto il Quirinale. Per questo il Pdl, che ieri sera ha riunito la sua Consulta giustizia, ha stabilito che il capogruppo Enrico Costa chiederà uno slittamento, da lunedì 12 a martedì 13, per la presentazione degli emendamenti in commissione. Serve tempo per mettere a punto i testi degli emendamenti”. Si legge sul Corriere della Sera. “Mentre i finiani attendevano da giorni un’apertura che tenesse conto della relazione sui punti critici preparata dal presidente Bongiorno, il governo ha dunque fatto la sua mossa; un giorno in più, tutto lunedì, per consentire all’ufficio legislativo del ministro Alfano di prendere le misure con le modifiche auspicate dal Quirinale e sostenute in commissione dai finiani e, probabilmente, anche da una parte dell’opposizione. Intorno al tavolo tecnico aperto dal sottosegretario Caliendo e dal presidente Bongiorno si ragiona sui termini massimi delle intercettazioni (75 giorni) e sulle mini proroghe reiterabili di tre giorni in tre giorni: il primo tetto dovrebbe rimanere tale e quale perché la Camera, a suo tempo, disse sì a un massimo di 60 giorni; le mini proroghe, invece, saranno certamente estese a 5,7 o 10 giorni ciascuna per rendere più agevole il compito del giudice collegiale chiamato ad autorizzare gli ascolti. Nel corso della giornata, è anche circolata la voce di un colpo di teatro della maggioranza con un’estensione a 120 giorni del termine massimo consentito per gli ascolti: un’apertura eccessiva, non confermata, ‘che stravolgerebbe lo spirito della legge’. Tra i punti critici, segnalati con molta preoccupazione anche dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ci sono poi le intercettazioni ambientali: si cerca una soluzione al divieto per magistrati e poliziotti di piazzare le ‘cimici’ nei luoghi privati (estesi ora anche alle automobili e agli uffici) e nei luoghi nei quali non ci sia la certezza della consumazione di un reato. Novità in arrivo, inoltre, per le intercettazioni visive e per le sanzioni economiche previste per gli editori che pubblicano atti giudiziari anche se non coperti da segreto: tuttavia, le pene pecuniarie per le imprese editoriali e radiotelevisive potranno essere ridotte solo nel massimo ma non nel minimo. Infine, la discussione è aperta sui tabulati che, a parere di tanti investigatori, non possono essere acquisiti con tutte le rigidità previste dal ddl Alfano. Invece, rimane il divieto di pubblicazione, se non per riassunto, anche degli atti non più coperti da segreto: questo comma non si può modificare perché è stato oggetto di una doppia lettura conforme, alla Camera e al Senato. E che nell’aria ci sia una svolta lo si era capito nel pomeriggio quando, al termine dell’ennesimo vertice convocato da Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli, il ministro Franco Frattini aveva detto: ‘Il testo non è la Bibbia’. Contro la ‘legge bavaglio’, la Federazione nazionale della stampa mobilita i giornalisti italiani a una giornata di ‘silenzio rumoroso’.

 (red)

 

 

7. Super ‘scudo’ per il Quirinale. Napolitano: calunnie

Roma -

“Quando Berlusconi entra nella Sala degli Arazzi di Lilla, al Quirinale, dove si sta per aprire il Consiglio supremo di difesa, le agenzie di stampa hanno già messo in rete da 40 minuti la nota con la quale il capo dello Stato censura come ‘ridicola e provocatoriamente calunniosa’ la sparata del Giornale di cui la famiglia del premier è proprietaria. ‘Scusa, non ne sapevo nulla, non c'entro niente... il Giornale mi dà sempre problemi ma non riesco a venderlo’, dice il Cavaliere a Napolitano, allargando le braccia e tendendo poi la destra. Il presidente, gelido, ricambia la stretta senza replicare. Se le è sentite ripetere tante volte, giustificazioni del genere. Ma l'attacco di oggi gli appare ‘più grave’ di qualsiasi altro. Inaccettabile”. Si legge sul Corriere della Sera. “Sulla prima pagina del quotidiano diretto da Vittorio Feltri, infatti, campeggia un titolo che sembra congegnato ad arte per seminare sospetti: ‘Ma che ha combinato Napolitano? Vogliono sottrarlo alla legge’. Con l'aggiunta di un sommario dai toni adeguati: ‘Il Pd propone di dare al presidente l'impunità totale... ci si chiede quale sia l'inconfessabile segreto che va protetto...’. L'articolo, scritto dal condirettore Alessandro Sallusti, riassume e commenta la storia della presentazione di un emendamento al Lodo Alfano da parte di 12 senatori del pd (tra i firmatari, Ceccanti e Casson), con il quale si intendeva far votare una sorta di superscudo a tutela del capo dello Stato. Lo sciagurato emendamento veniva ritirato di corsa subito dopo che Il Fatto di martedì ne aveva dato scandalizzata notizia e dopo che il Colle si era dichiarato ‘all'oscuro di tutto’. Il Giornale, riprendendo il tema, si chiedeva se così si voleva magari ‘salvare il presidente, di nascosto, da qualcosa di terribile che gli potrebbe capitare addosso’ e si chiudeva con una maliziosa sentenza: ‘Nulla nel mondo del potere accade per caso... c'è sempre un motivo, più o meno confessabile’. Era troppo. Napolitano non intendeva lasciar mettere nel tritacarne la sua credibilità personale e istituzionale. Ha preso carta e penna e steso un duro comunicato. Il presidente della Repubblica non ha ‘nessun motivo, né personale né istituzionale, per sollecitare innovazioni alla normativa vigente, quale è sancita dalla Costituzione, sulle prerogative del capo dello Stato’. Ciò nonostante, prosegue la nota, ‘il quotidiano il Giornale (dopo che già ieri Il Fatto era intervenuto ambiguamente sull'argomento) ha tratto spunto da tale vicenda parlamentare per un sensazionalistico titolo e articolo di prima pagina, destituiti di qualsiasi fondamento, la cui natura ridicolmente ma provocatoriamente calunniosa nei confronti del presidente non può essere dissimulata da qualche accorgimento ipocrita (certe cose "ci sentiamo di escluderle", aveva scritto Sallusti, ndr): la presidenza non può non rilevarne la gravità’. Insomma: il capo dello Stato non ha nulla da nascondere. ‘Resta sempre rigorosamente estraneo alla discussione, nell'una o nell'altra Camera, di proposte di legge d'iniziativa parlamentare la cui presentazione non deve essere neppure autorizzata’ dal Colle. E ciò vale pure per il Lodo Alfano "costituzionale" ora in discussione. Veleni dissolti? Chissà. Nell'Italia malata di dietrologia, dove però la politica si gioca anche con le minacce più oblique, non è detto che questa partita possa essere derubricata come un "infortunio" (del Pd). Al Quirinale respingono ipotesi di complotti e non vogliono parlare di assedio o tensioni, ma resta che l'incontro tra Napolitano e Berlusconi, che avrebbe potuto essere occasione di un confronto sull'agenda del governo, si è invece paralizzato su questa faccenda. A proposito della quale Feltri respinge le accuse e invita il Colle a ‘chiedere spiegazioni’ al Pd. Mentre il Pd, con la capogruppo al Senato Finocchiaro, attacca il Giornale sconfessando nel contempo gli inventori dell'emendamento per la loro ‘errata valutazione’.”

 (red)

 

 

8. Doppia fiducia per blindare la manovra

Roma -

“Per non lasciare dubbi sui rispettivi punti di vista, si sono affidati per la seconda volta in tre giorni ad un comunicato congiunto. Lungo. Scritto da Giulio Tremonti, rivisto insieme al premier a Palazzo Grazioli, poi diffuso via internet sul sito del governo. L’incipit è ancora una volta formalissimo: ‘Il previsto incontro del presidente del Consiglio e del ministro dell’Economia con i presidenti delle Regioni viene fissato per venerdì 9 luglio alle ore 11’. In politica certe volte la forma vale più della sostanza. Le Regioni avevano chiesto l’incontro con Berlusconi, e l’hanno ottenuto. Di più: il comunicato ammette che il premier l’impegno a incontrarli lo aveva preso. Nella sostanza però non cambierà nulla. A quell’ora di venerdì le ultime modifiche in Commissione saranno state approvate e il testo sarà blindato”. Si legge sulla Stampa. “La manovra ‘sarà oggetto di necessaria e responsabile fiducia tanto al Senato quanto alla Camera’, si legge, non a caso, nella seconda riga della nota di Palazzo Chigi. A scanso di equivoci, Berlusconi e Tremonti si mettono al riparo dai rischi di agguati parlamentari, magari da parte della pattuglia finiana. Secondo: ‘I saldi della manovra erano, e sono intangibili. Non si tratta di numeri casuali o arbitrari, ma riflettono ciò che, tanto dalla Commissione europea quanto dei mercati, è considerato necessario per ridurre la dinamica incrementale del nostro debito pubblico’. Per tenere insieme richieste di modifica e saldi della manovra ieri i tecnici della Ragioneria hanno dovuto fare salti quadrupli. In Commissione Bilancio è successo di tutto: il ministro dell’Agricoltura Galan si è scagliato contro una norma che blocca le multe per le quote latte, il Pd contro un emendamento sulle liti fiscali ultradecennali che permetterebbe al premier di estinguere con modica spesa il contenzioso sul lodo Mondadori. Per compensare le modifiche alle spese, nella manovra è entrato un contributo di 500 euro per i ricorsi in Cassazione, una stangata per le assicurazioni, mentre è entrato e uscito in un paio d’ore l’emendamento leghista che avrebbe dovuto mettere un tetto alle spese del personale e ai compensi dei collaboratori esterni della Rai. Che la partita sulle Regioni sia chiusa, lo si capirà dai racconti di chi ha assistito all’incontro fra il premier, Tremonti e alcuni presidenti. Nel pomeriggio, mentre i vertici del Pdl discutono del testo sulle intercettazioni, i governatori Pdl delle grandi Regioni del Sud, Polverini, Scopelliti e Caldoro, varcano il portone di Palazzo Grazioli. I tre, più di altri, temono le conseguenze dei tagli sui rispettivi bilanci, già alle prese con i deficit sanitari. Se i colleghi del Nord chiederanno di applicare alla lettera il principio in base al quale suddividere i risparmi, per loro sarà un problema in più. Berlusconi spiegherà loro che spazio per rivedere i saldi ‘non ce ne sono’. Quel che poteva ottenere da Tremonti, l’ha ottenuto al prezzo di un ruvido confronto. La speranza per le Regioni del Sud è nell’ultimo inciso del comunicato: ‘Resta fermo l’impegno a discutere con le Regioni la applicazione della manovra nella sua parte pattizia’. Il governo si impegna all’interno dei saldi decisi a concedere la massima flessibilità sul come e sul quando. Per i tre significa sperare nella possibilità di avere qualche mese in più per il rientro dai deficit sanitari e nel congelamento delle addizionali che dovrebbero scattare a novembre. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, farà di necessità virtù. ‘La convocazione del tavolo con il premier è un passo avanti’. Per il ruolo che ricopre aver evitato lo scontro istituzionale è già un successo. Chi invece resta irritatissimo è Roberto Formigoni, il quale, entrato a Palazzo Grazioli per incontrare il premier, ne è uscito senza averlo visto nemmeno per un saluto. Il suo commento è gelido: ‘Rimaniamo a quanto detto stamattina dalla Conferenza delle Regioni’. Per lui non è cambiata una virgola”.

 (red)

 

9. Proroga per le multe-latte

Roma -

“Sulle quote latte, ormai, tra il ministro per le Politiche agricole Giancarlo Galan e la Lega, siamo ai ferri corti. Il ministro non tollera che venga infranta la legge (numero 33 del 2008) che stabilisce tempi e modalità di pagamento delle multe residue. La Lega, per contro, vuole tener fede alla promessa fatta da Umberto Bossi (e da suo figlio Renzo) sul pratone di Pontida il 20 giugno scorso, di ottenere ‘qualcosa’ per gli allevatori morosi. E la scintilla è scoppiata ieri, quando il relatore della manovra Finanziaria, Antonio Azzollini ha fatto propri i desiderata del Carroccio e ha proposto una bella proroga - che era poi il massimo a cui la Lega potesse aspirare - inserendola nella manovra. E tutto questo, beninteso, ammantato delle migliori intenzioni: ‘Al fine di far fronte alla grave crisi in cui versa il settore lattiero caseario’. Sintesi: intanto non si paga fino al 31 dicembre, poi Dio provvede”. Si legge sulla Stampa. “ La quota dovuta dagli allevatori (e anticipata dallo Stato in attesa di un rimborso) non è una cosina da nulla, si tratta di 1,8 miliardi, che circa un migliaio di allevatori dovranno restituire con dilazioni e rateizzazioni estremamente favorevoli: dai 15 ai trent’anni. E la semplice posticipazione dell’avvio di questo pagamento ha un costo, stimato dalla relazione tecnica all’emendamento, in 5 milioni di euro. La Lega, formalmente, in tutto questo non appare: l’emendamento è di Azzollini ed è lui ad essere finito nel tritacarne delle polemiche ieri. Ma che la posta sia politica e quale sia il vero referente di questo emendamento è del tutto evidente, tant’è che il ministro Galan, incassato l’attacco ha reagito come la cosa richiedeva: ‘È evidente che se dovesse verificarsi che la maggioranza e il governo di cui faccio parte smentiscono cosi clamorosamente quanto ho sostenuto, io me ne vado a casa - ha detto - Sulle quote latte i compromessi, un’arte nobilissima in politica, ci sono già stati in passato. Ora è tempo di rispettare le regole’. L’atto di forza del ministro gli è valso un vasto consenso non solo dalle opposizioni ma anche dalla maggioranza e dalle organizzazioni agricole. Intanto la capogruppo del Pdl in commissione agricoltura, Viviana Beccalossi, ha rassicurato che ‘l’emendamento voluto dalla lega non passerà’. Quanto alle opposizioni vanno giù pesanti, dato che in una manovra di tagli pesanti l’emendamento vale 5 milioni di euro che bisognerà comunque dare a Bruxelles. ‘A chi non ha rispettato le regole hanno sospeso le multe, ai terremotati non hanno sospeso il pagamento delle tasse’, ha attaccato, caustico, Pierluigi Bersani. Ma l’affondo più pesante arriva dalle organizzazioni agricole. Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura, giudica ‘una beffa’ il fatto che in una manovra dove ‘non si evidenziano segnali positivi per il settore agricolo’ si trovino i soldi per pochi produttori di latte che ‘hanno violato la legge e mortificato moltissimi allevatori onesti’. ‘Non scherziamo con il fuoco - ha aggiunto il presidente di Coldiretti Sergio Marini - perché c’è un limite alla presa in giro degli agricoltori oltre il quale nessuno potrà contenerne le conseguenze’”.

 (red)

 

 

10. Ricorsi più cari, tassa sulle assicurazioni

Roma -

“I tentativi di assalto alla diligenza, alla Finanziaria da 25 miliardi di euro, continuano. E arrivano le modifiche. Nelle frenetiche giornate all’ultimo emendamento, fermo restando il principio del rigore e dei saldi da rispettare imposto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ecco i ritocchi. Come il rincaro per ricorrere alla giustizia: il contributo per le impugnazioni davanti al giudice aumenta del 50 per cento mentre viene fissato in 500 euro il ricorso in Cassazione. Come l’introduzione del cancelliere ‘privato’ il quale potrà incassare un cifra tra i 50-75 euro l’ora se gli verrà delegata l’assunzione della prova testimoniale. Spunta un salasso di 234 milioni di euro per le compagnie di assicurazioni ideato per coprire alcune modifiche fiscali chieste da Confindustria e che ieri si è infatti dichiarata soddisfatta. Una proposta prevede anche l’arrivo dei ‘giudici a progetto’, ausiliari che potranno sostituire i magistrati nelle cause civili per smaltire l’arretrato. Gli ausiliari saranno scelti tra ex magistrati, avvocati, notai, professori di diritto e ricercatori, in attività o pensionati, raccolti in un apposito albo”. Si legge sul Corriere della Sera. “C’è anche un nuovo e più favorevole regime fiscale per chiudere le liti ultradecennali che fa urlare allo scandalo l’opposizione la quale vede in questo emendamento un favore al premier che così potrebbe, secondo l’opposizione, risolvere il contenzioso del lodo Mondadori pagando un 5 per cento. Il governo smentisce ogni illazione: è una norma generale. Ci sono poi tagli emutilazioni annunciati e rientrati. Come la riduzione del 20 per cento degli stipendi e consulenze Rai, il taglio della tredicesima alle forze dell’ordine sparisce, così come viene rimodulato il pagamento delle tasse per i terremotati dell’Aquila. Sotto la pressione di una protesta dei cittadini abruzzesi che riesce ad arrivare fin sotto le finestre del Cavaliere a Palazzo Grazioli, un emendamento del governo riscrive la norma che ora prevede uno smaltimento delle imposte nell’arco di dieci anni. La modifica della manovra è così massiccia che l’amministratore delegato di Banca Intesa Corrado Passera commenta che ‘ora sta prendendo forma con meno effetti recessivi’. Il ritardo dell’iter parlamentare però è fortissimo, quasi due settimane. La manovra imposta dall’Europa sotto l’effetto della Grecia doveva finire in aula del Senato il primo luglio e invece slitterà amartedì 13 con voto finale atteso per giovedì. Ci sarà la fiducia sia a Palazzo Madama che alla Camera, dove la manovra dovrà passare senza ulteriori modifiche per evitare una nuova lettura in Senato. Tra le misure più significative introdotte ieri dall’attivissimo relatore Antonio Azzollini è l’istituzione di un fondo da 160 milioni di euro che in sostanza mette al riparo il comparto della sicurezza dal blocco indiscriminato delle promozioni e degli scatti di carriera. ‘Siamo soddisfatti — ha commentato il ministro della Difesa Ignazio La Russa — le missioni verranno dimezzate ma le indennità dei soldati rimarranno invariate, il fondo, parzialmente discrezionale, verrà usato dai singoli ministeri competenti per risolvere situazioni particolari’. Molte le proteste oltre ai terremotati aquilani. Il ministro dell'Agricoltura, Giancarlo Galan, è arrivato a minacciare le dimissioni e i diplomatici hanno annunciato uno sciopero se non vengono ammorbiditi i tagli alla Farnesina e tolte norme troppo rigide per il pensionamento. La Confindustria e Rete Imprese Italia sembrano contente. Sono riuscite a portare a casa forti modifiche degli articoli 45 (certificati verdi) e del 38 e del 31 in zona evasione: resterà possibile per le imprese compensare i crediti nei confronti di alcune pubbliche amministrazioni (Regioni, enti locali ed enti del servizio sanitario nazionale) con i debiti verso il fisco. Per compensare i minori introiti diventano più pesanti le imposte per il ramo vita delle assicurazioni. Azzollini ha proposto che sia l'amministrazione finanziaria a dover assicurare la regolarità dell'istanza e il pagamento integrale di quanto dovuto in seguito alla chiusura agevolata per le liti fiscali ultradecennali. Tra le novità dell’ultima ora ecco istituito un fondo con una dotazione di 50 milioni a partire dal 2011 per Roma Capitale. Il Gse dovrà continuare a acquistare i certificati verdi ma l'importo complessivo dovrà essere ridotto del 30 per cento. Il pagamento delle rate per le quote latte è sospeso fino al 31 dicembre 2010. È su questo punto che il neoministro dell’Agricoltura Giancarlo Galan ha minacciato le dimissioni. Modificata, dopo un intervento critico dell’Authority dell’energia, la norma che dirottava le risorse tagliate ai certificati verdi verso l’istruzione e l’università: ora i soldi, 500 milioni di euro fino al 2013, arriveranno grazie a una nuova convenzione per il calcolo del Cip 6. Novità in arrivo anche sul fronte dei farmaci: i tagli alla spesa sanitaria nel settore farmaceutico non riguarderanno solo farmacie e grossisti (questi l’altro giorno hanno bloccato la distribuzione dei medicinali),ma anche le aziende farmaceutiche. Dura la reazione del presidente di Farmindustria Sergio Dompè secondo il quale si tratta di ‘un’appropriazione indebita, non possiamo lavorare in un Paese che non ha cultura imprenditoriale e non premia l’innovazione’. Nel commentare alcuni emendamenti Tremonti si è soffermato in particolare su quelli che hanno introdotto l’adeguamento automatico alle aspettative di vita: ‘È la più grande riforma della previdenza fatta in Europa e senza un’ora di sciopero’”.

 (red)

 

 

11. Sì del premier, incontrerà le Regioni

Roma -

“Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti incontreranno i presidenti delle Regioni. Ma solo domani, con la manovra economica già blindata, al Senato, dalla richiesta del voto di fiducia. Per Vasco Errani, governatore dell’Emilia-Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni, secondo la quale i tagli a carico delle autonomie locali (6,3 miliardi, 4 dei quali sulle Regioni) sono eccessivi e sproporzionati, ‘è un primo passo’, ma non ancora sufficiente. Errani spera nella possibilità di aprire un confronto ‘di merito’ sui tagli richiesti. Anche se il comunicato congiunto di ieri, firmato da Berlusconi e Tremonti, non lascia grande margine all’ottimismo”. Si legge sul Corriere della sera. “‘I saldi della manovra erano, sono e saranno intangibili’ si legge nella nota di Palazzo Chigi, che risponde in modo ancor più chiaro alla richiesta delle Regioni di riequilibrare i sacrifici, coinvolgendo di più i ministeri: ‘È oggettivamente impraticabile— sottolineano il premier e il ministro dell’economia— l’ipotesi di uno spostamento interno alla manovra da una voce all’altra’. Il decreto, sottolineano, non può essere considerato isolatamente, ma va visto alla luce degli interventi già fatti in passato e in particolare con la Finanziaria del 2008 che prevede già per l’anno prossimo tagli pesanti ai ministeri (in tutto 18 miliardi di euro) impossibili da ‘incrementare ulteriormente’. ‘Sugli oltre 170 miliardi di competenza delle Regioni, l’incidenza della manovra è pari a circa il 3 per cento. Percentuale che da un lato non può essere ridotta, dall’altro lato è recuperabile nella forma di possibili economie di bilancio’ aggiungono il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, che prima di annunciare l’incontro di domani avevano visto i nuovi governatori del Pdl, tutti commissariati, appena eletti, per gli enormi problemi nella gestione della sanità delle loro Regioni. A Renata Polverini (Lazio), Giuseppe Scopelliti (Calabria) e Stefano Caldoro (Campania), che non hanno margini d’azione e rischiano di subire tagli proporzionalmente maggiori proprio perché non sono ‘virtuosi’, il governo sembra pronto a concedere più tempo per i piani di rientro del deficit sanitario. Le addizionali sulle aliquote Irap e Irpef imposte dalla legge, scatteranno solo a maggio 2011 e almeno fino ad allora avranno un po’ di respiro. ‘La criticità del dissesto sanitario— si legge nella nota diffusa da Palazzo Chigi — è estesa ormai a una vasta aerea del paese’, visto che oltre alle quattro Regioni commissariate (c’è anche il Molise), ce ne sono altre tre sotto strettissimo monitoraggio. ‘Da parte del governo c’è il massimo impegno nella possibile ricerca congiunta dei termini di effettività, realizzabilità e sostenibilità dei piani di rientro’ garantiscono Berlusconi e Tremonti. Sottolineando tuttavia che ‘il peso dei problemi del passato non è un argomento per attenuare gli sforzi, ma per rafforzarli’. Alle Regioni il governo sottolinea, infine, due opportunità. La prima è la riprogrammazione dei fondi comunitari e nazionali non spesi. La seconda, il federalismo fiscale. L’applicazione dei costi standard alla sanità garantisce buoni risparmi. Il decreto legislativo di attuazione della delega sul federalismo ‘può essere presentato, discusso e approvato entro l’anno’ ricorda il governo. Può essere un buono strumento da usare già nel 2011. Ma il decreto deve ottenere il via libera delle Regioni. Che allo stato delle cose non è affatto garantito”.

 (red)

 

 

12. Gli aquilani a Roma scontri e feriti

Roma -

“Sono arrivati a Roma coi pullman, le auto, i camioncini. La rabbia. I terremotati dell’Aquila ieri mattina hanno preso d’assalto piazza Venezia ed erano in tanti e chissà se è giusto dire che erano in cinquemila, di certo era una massa tumultuosa che aveva voglia di far sentire tutto il malessere. Le manganellate sono cominciate presto. Alle undici e mezza del mattino. Quattro addosso a Vincenzo Benedetti, trent’anni, pizzaiolo, due tagli in testa: ‘Sono stato colpito alle spalle’, lamenterà mostrando la sua maglia inzuppata di sangue. Altri due colpi di manganello sullo spaventato Marco De Nunzi, un taglio profondo sul capo e il volto che diventa una maschera rossa. Giuseppe Caruso, questore di Roma, dirà subito che la manifestazione è stata molestata da facinorosi estranei, dei centri sociali. Che ‘uno dei due feriti si era già reso responsabile di attività analoghe’. A far la cronaca degli eventi c’è che tutti i terremotati insieme (anziani, giovani, mamme) non hanno accettato di rimanere fermi in piazza Santi Apostoli. Questo era stato l’accordo: un sit-in. E un centinaio di persone vittime del terremoto del 6 aprile 2009 che avrebbero potuto sfilare, in delegazione lungo via del Corso. La massa tumultuosa ha detto no: volevano farsi sentire, non rimanere confinati. E fin dalle dieci del mattino hanno cominciato la forzatura del blocco delle forze dell’ordine: carabinieri, poliziotti, finanzieri a far da scudo davanti alle camionette che sul Corso impedivano l’accesso ai Palazzi. In testa i sindaci con i loro gonfaloni”. Si legge sul Corriere della Sera. “ In prima linea il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente e il deputato aquilano del Pd Giovanni Lolli. Sono loro gli artefici della prima mediazione: le camionette che si spostano e fanno camminare il corteo per qualche decina di metri. Poi il nuovo stop: impossibile raggiungere Palazzo Chigi. È qui che arriveranno gli scontri, i manganelli. La paura. È qui che il corteo comincia a sfaldarsi per le strade di Roma. Ma dura poco. Ed è all’una che i terremotati si compattano di nuovo e riescono ad assediare il Palazzo del Governo. Hanno imegafoni e la rabbia compressa di un anno e tre mesi: dopo il terremoto molti di loro hanno vissuto dentro i camper, nei garage, nelle case con le crepe. Chiedono di non pagare le tasse, come è successo per gli altri terremotati d’Italia. Chiedono i soldi per ricostruire la loro città. ‘Sono tantissimi i paesi del cratere dove non è stato mosso un sasso di tutte le macerie’, dice con le lacrime Anna Ludovici, giurando che questa è la prima manifestazione della sua vita. Arriva Pier Luigi Bersani davanti a Palazzo Chigi. Il caldo ha arroventato gli animi, ci sono fischi anche per il segretario del Pd. Che rapidamente si avvia verso il megafono, con una mano sul cuore: ‘Per il Pd la priorità numero uno è l’Aquila’ e mentre parla Bersani lo sa che proprio in quell’istante la senatrice Anna Finocchiaro è al telefono con il premier Silvio Berlusconi. Una trattativa. Un risultato. A fine giornata il Governo annuncerà che le tasse degli aquilani verranno rateizzate in dieci anni e non più in cinque. Il Pd aveva chiesto anche l’abbattimento del 40 per cento. Inutilmente. Come inutili sono oggi le richieste per i soldi della ricostruzione: non c’è posto nella manovra di Bilancio. ‘Serve una legge speciale’, spiegherà ai manifestanti Giovanni Legnini, senatore abruzzese del Pd. Ormai è pomeriggio. Ormai la rabbia si è sciolta nell’afa e negli inutili tentativi di raggiungere il Senato: da piazza Venezia è stata blindata la via dove c’è Palazzo Grazioli ed è qui che ci saranno altri scontri. Altra tensione. Nessun ferito. Impossibile raggiungere il Senato: anche Paola Concia, deputata Pd, prova a mediare. Senza successo. I terremotati vengono dirottati in piazza Navona. È a metà pomeriggio che si scioglie la compagnia. Le camionette rimarranno a presidiare i palazzi fino a sera. Sconsolato il commento del sindaco Cialente: ‘Dopo il sisma le botte’”.

 (red)

 

 

13.Viminale e cortei: fermeremo sempre chi vuole sfondare

Roma -

“In serata, quando viene diramato il comunicato del questore Giuseppe Caruso che rende nota la versione della polizia su quanto è successo in piazza, il ministro dell’Interno ha già fornito ‘copertura’ alle forze dell’ordine. E ha fatto proprie le parole del prefetto Antonio Manganelli che gli ha ribadito la necessità ‘di fermare chiunque tenti di sfondare un blocco, soprattutto se il suo obiettivo è quello di entrare nel palazzo del governo o in quello del Parlamento’. E ha evidenziato ‘la violazione degli accordi presi con i manifestanti che avevano accettato di compiere un sit-in in piazza Santi Apostoli, delegando invece un gruppo ristretto agli incontri istituzionali’. Sono le 16, circa quattro ore dopo gli scontri, quando Roberto Maroni termina un’audizione parlamentare e annuncia di aver convocato ‘una riunione di verifica su quanto accaduto, perché al momento ho soltanto notizie frammentarie e mi farò raccontare come sono andati i fatti’. Poi attacca: ‘Io verifico i fatti, non le opinioni riportate da qualcuno. Sono sempre favorevole alle manifestazioni quando si svolgono pacificamente e senza violenze: voglio capire perché questa non è andata così, se ci sono responsabilità e da che parte’. La riunione è in realtà un incontro con Manganelli che gli consegna la ricostruzione dei fatti così come arriva dalla questura, dopo aver consultato anche i carabinieri e la Guardia di Finanza. Si scopre che a Roma ‘per far fronte amanifestazioni e per proteggere gli obiettivi sensibili, sono state impegnate 570 persone’, ma il blocco che è entrato in contatto con i manifestanti è composto da una settantina di uomini tra i quali ci sono molti funzionari esperti di ordine pubblico”. Si legge sul Corriere della Sera. “ Tra i rappresentanti sindacali c’è chi ammette che forse la carica di alleggerimento autorizzata per fermare i manifestanti più facinorosi è stata troppo ‘energica’, ma subito dopo si cerca di minimizzare sottolineando come alla fine ci siano stati soltanto tre feriti e comunque in maniera lieve. Un risultato che non basta comunque a placare la polemica. Le immagini rimbalzano sui siti Internet, Maroni chiede spiegazioni ulteriori, vuole sapere come sia possibile che i terremotati provenienti da L’Aquila — per quanto esasperati — possano aver deciso di arrivare allo scontro con le forze dell’ordine. ‘In realtà — afferma il questore— tra i manifestanti c’erano appartenenti all’area antagonista e rappresentanti di centri sociali di Roma e dell'Aquila, che incitavano a forzare il blocco per strumentalizzare possibili disordini’. È la versione che il Viminale farà propria al termine della giornata e che sarà ripetuta in Parlamento qualora venga accolta la richiesta dei partiti di opposizione affinché Maroni riferisca su quanto accaduto. Perché la convinzione dei responsabili dell’ordine pubblico è che ‘la responsabilità degli incidenti è di chi ha cercato in ogni modo di arrivare alla scontro e ha messo in atto un’azione provocatoria’”.

 (red)

 

 

14. Assegnate 16 mila case, manca un miliardo

Roma -

“Quello della sospensione delle tasse è solo uno dei problemi. Perché passare dall’emergenza alla gestione della ricostruzione vera e propria richiede almeno, secondo le stime prudenziali, un miliardo di euro sonanti l’anno. Per almeno dieci anni, tempo minimo stimato dallo stesso sottosegretario alla Protezione civile Guido Bertolaso. Soldi effettivi, per cassa, e non solo per competenza (sulla carta, ma senza stanziamento). Fin qui lo Stato. Ma anche il Comune dell’Aquila deve fare il suo dovere, approntando al più presto, cioè entro qualche settimana, il piano di ricostruzione senza il quale nel centro storico della città non può muoversi una pietra. Anche se arrivassero miliardi come se piovesse. È su questo duplice corno del dilemma che è partito il rimpallo delle responsabilità degli ultimi giorni. ‘Si cominci — ha messo nero su bianco Bertolaso — da ciò che la legge, e non le parole di qualche politico, garantisce per la ricostruzione, si prenda atto che c’è stato un terremoto devastante e chi tanto ha brigato per avere titolarità per le opere di ricostruzione, lavori per avviare questo percorso’. Ma il sindaco Cialente (Pd) ha ribattuto: ‘La situazione dell’Aquila è drammatica perché l’economia è allo stremo e non riesce a partire la vera ricostruzione, e la ricostruzione è ferma perché non abbiamo risorse’. Berlusconi da parte sua ha dichiarato: ‘Il mio compito è di garantire i finanziamenti, la legge affida la ricostruzione agli amministratori locali’”. Si legge sul Corriere della Sera. “Case e sfollati Su 48.545 persone senza casa, 16.685 sono state alloggiate in 4.449 appartamenti dei 20 nuovi quartieri, finanziati con i fondi della Protezione civile. 31.860 si trovano in una situazione precaria, tra alberghi (3.949), sistemazione autonoma con contributo statale di circa 300 euro al mese (25.437), affitti calmierati (1.750) o alloggio nelle caserme (724). In ogni caso il 25 per cento delle abitazioni del cratere del sisma dovranno essere ricostruite o ristrutturate. Centro storico La rimozione delle macerie è iniziata solo a seguito della cosiddetta protesta delle carriole, che ha posto il problema violando la zona rossa. Un miliardo di euro l’anno. Bruno Vespa, abruzzese doc, in una lettera aperta al premier, pubblicata due settimane fa, ha testimoniato: ‘Sarebbe tecnicamente difficile spendere per la ricostruzione più di un miliardo l'anno e lei (riferendosi a Berlusconi, ndr) si impegnò a erogarlo. Dieci miliardi in dieci anni. E non basteranno. Ma intanto un miliardo all’anno sarebbe un finanziamento ineccepibile. A patto che sia denaro sonante’. ‘Così, purtroppo, non è’, ha commentato Vespa: ‘Il premier si era impegnato con il commissario Chiodi a versargli nei prossimi giorni 800 milioni. Il problema è che Chiodi ha debiti per 350. I 450 milioni che restano sono pochi. Ecco dunque che la prima, ragionevole richiesta è di garantire un flusso di cassa effettivo di un miliardo all’anno’. Una nuova legge ‘Secondo noi — afferma sul fronte dell’opposizione, il segretario dei radicali, Mario Staderini — nei prossimi sei mesi il Parlamento deve approvare una legge che dovrà definire le copertura finanziarie che al momento non ci sono, e individuare una ripartizione di competenze tra l'ambito locale e centrale, per superarel ’emergenzialismo oggettivamente criminogeno ed autoritario’. La zona franca I 45 milioni destinati alla ‘ripresa economica’, grazie ad un emendamento di Marini(Pd), approvato con consenso bipartisan, sono stati raddoppiati come sostegno alle aziende, a cominciare da quelle esistenti. Rimane poi il problema delle le imposte. La dilazione di dieci anni, a partire dal 2011, decisa ieri da Letta e Tremonti, non basterà: umbri e marchigiani hanno restituito allo Stato soltanto il 40 per cento. E c’è la questione della legalità: dall’anagrafe pubblica degli appalti alla gestione dei costosissimi ponteggi nel centro storico, per cui non sono escluse denunce all’autorità giudiziaria”.

 (red)

 

 

15. Le basi Usa licenziano 150 italiani

Roma -

“Quasi 500 lavoratori in strada davanti alla base Usa di Capodichino a Napoli, altrettanti in marcia verso il palazzo della Prefettura di Catania. Sono questi i numeri del primo giorno di protesta dei dipendenti civili dei presidi militari statunitensi di Napoli-Capodichino e di Sigonella, scesi in piazza per contestare l'annunciato taglio di 90 unità (61 in Sicilia e 29 nel capoluogo campano). Un’analoga manifestazione si è svolta anche ad Aviano, in provincia di Pordenone. I licenziamenti rientrano in una più ampia riorganizzazione della forza lavoro civile in Italia della Us Navy, che conta circa 2100 unità. Come conferma il Contrammiraglio David Mercer, a capo del Comando della marina americana per l'Europa, l'Africa e l'Asia sud-occidentale: ‘Il nostro organico è superiore alle nostre esigenze. Di conseguenza, circa 150 posti di lavoro saranno sottoposti a un processo di adeguamento nel corso del 2010’”. Si legge sulla Stampa. “La maggior parte delle posizioni interessate ap partengono al Dipartimento dei Lavori pubblici o ai programmi di assistenza Fleet&Family. ‘Negli ultimi cinque anni, la nostra organizzazione è diventata più snella ed efficiente, ma non è stato così per il nostro organico. - ha precisato Mercer -. Questi provvedimenti, seppur difficili, sono resi necessari per rispondere alle esigenze a lungo termine della Us Navy in Italia’. Per il comando americano i licenziamenti avranno come termine ultimo il 30 settembre, ma ai sindacati questo tipo di contrattazione non va giù. Per Rosetta Raso, segretario nazionale della Fisascat Cisl si tratta ‘di una vera e propria azione di forza perpetrata a danno dei lavoratori italiani contrariamente a quanto convenuto a livello internazionale’. Nel corso della protesta di ieri mattina a Napoli - dove il traffico è stato bloccato per alcune ore visto che i manifestanti hanno occupato la rotonda che porta all'aeroporto civile - una delegazione è riuscita a incontrare il comandante Christopher A. Harris, presidente della Commissione Usa Jcpc, ma l'esito del faccia a faccia non è stato dei migliori. I sindacati propongono di far scivolare i licenziamenti dal 30 settembre al 31 dicembre, in modo di avere il tempo di cercare una ricollocazione dei lavoratori presso altri presidi militari e individuare chi ha i requisiti per accettare un incentivo all'esodo. Ipotesi che il comando americano ha respinto. ‘Chiederemo al governo di aiutarci a sostenere la dignità degli italiani, visto che gli ospiti sono gli americani non noi che lavoriamo per loro’ spiega Giancarlo Guidi, coordinatore nazionale Uiltucs Basi Usa Italia. A Sigonella inoltre, i dipendenti della base americana protestano anche per l'assunzione di personale americano proprio nel periodo della mobilità. Si tratta di circa 40 unità. ‘Assumono personale americano per sostituire quello italiano, questo è illegale’, sottolinea Tony Fiorenza, segretario regionale della Fisascat Cisl Sicilia. Sul caso però il contrammiraglio Mercer aveva assicurato che i licenziamenti ‘avranno un impatto sia sul personale civile americano che locale; ma non hanno l'obiettivo di sostituire dipendenti locali con dipendenti americani’. ‘Ci appelliamo al governo - dice Stefania Chirico a capo della Fisascat Cisl di Napoli - affinché riesca a stabilire delle regole chiare di comunicazione tra noi e il Comando americano’. Il prossimo appuntamento è per il 14 luglio a Roma con una manifestazione che arriverà fino a Montecitorio”.

 (red)

 

16. Obama: la Turchia a pieno titolo in Europa

Roma -

“‘L’Italia è parte di me stesso’, dice Barack Obama accogliendoci nello Studio Ovale. Nell’intervista esclusiva concessa al Corriere della Sera, il presidente degli Stati Uniti appare rilassato e di buon umore. Affronta grandi temi, come la guerra in Afghanistan, dove definisce ‘straordinario’ il contributo del nostro Paese allo sforzo della coalizione alleata. Precisa che l’estate del 2011 non sarà l'inizio di un rapido ritiro americano, ma il momento in cui ‘cominceremo a vedere truppe e polizia afghane prendere il nostro posto’. Parla del rischio di perdere la Turchia, ricordando come la riluttanza dell’Europa a integrare Ankara a pieno titolo nelle sue istituzioni possa spingere il popolo turco a ‘guardare altrove’. Loda Berlusconi e Napolitano, definendo l’Italia ‘fortunata ad avere un ottimo premier e un ottimo presidente’. Ma non si tira indietro su argomenti più leggeri, confessando la sua passione per Dante, il cinema di Fellini, Antonioni e De Sica, la Toscana e la sua luce”. Scrive Paolo Valentino. “Il presidente degli Stati Uniti mi riceve in piedi nell’anticamera dello Studio Ovale. Ha appena finito una riunione con il vicepresidente Joseph Biden. Ho atteso il mio turno nel salottino fuori dall’ufficio del Consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale James Jones. Sul divano di fronte, a fare anticamera per vedere Jones, il senatore George Mitchell, l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente. La cosa che colpisce di più nella West Wing, il tempio del potere americano, sono le sue dimensioni ridotte: tutto è concentrato in pochi metri quadrati. Obama indossa un abito blu sulla camicia azzurro cielo, la cravatta è verde pallido con piccoli triangolini scuri, le scarpe e le calze nere. Mi fa accomodare sul divano. Lui si siede sulla poltrona alla sinistra del camino, alle sue spalle i due busti in bronzo di Lincoln e Martin Luther King che hanno sostituito quello di Churchill restituito alla Gran Bretagna nel gennaio 2009, dopo il lungo prestito dell’era Bush. Al centro della parete il ritratto a olio di George Washington. Obama parla a voce bassa, con il suo tipico tono da baritono. Al colloquio, con Ben Rhodes, suo consigliere di politica estera e speechwriter, è presente anche Mike Hammer, il portavoce del Consiglio per la Sicurezza. Signor presidente, inizio col tono che tradisce un po’ di emozione, gli Stati Uniti e gli alleati combattono una guerra difficile e sanguinosa in Afghanistan. L’Italia vi partecipa con 3 mila soldati. Possiamo ancora vincere e andar via in un anno? Quale messaggio vuole inviare all’opinione pubblica europea, che vede i suoi ragazzi e ragazze morire accanto a ragazzi e ragazze americani, senza risultati tangibili per il momento? Obama è pensieroso: ‘Prima di tutto voglio dire personalmente quanto sia grato per il contributo italiano in Afghanistan. I sacrifici di uomini e donne italiani in uniforme sono stati straordinari. Il primo ministro Berlusconi è stato un alleato conseguente e forte. L’Italia ci aiuta non solo sul campo di battaglia, ma anche nell’addestramento. Dove per esempio i Carabinieri sono stati molto utili. Tengo in altissimo considerazione i sacrifici del vostro popolo. Detto questo, è un tema difficile in una regione difficile. Non ci sono soluzioni semplici. Se ci fossero, non saremmo laggiù. Il fatto è che l’Afghanistan veniva usato come base per attività terroristiche rivolte contro tutti noi. La regione al confine tra Afghanistan e Pakistan continua a essere base di lancio per le bande del terrore. La nostra presenza ha però messo Al Qaeda in rotta, rendendola incapace di lanciare attacchi su larga scala come in precedenza. Abbiamo ancora molto lavoro da fare per stabilizzare il Paese e aggiungo, attraverso questo, stabilizzare anche il Pakistan. Ci vuole lavoro. Quello che ho detto al popolo americano e dico ai popoli dei Paesi alleati coinvolti è che stiamo seguendo una strategia che prevede un aumento delle truppe sul campo per spezzare e indebolire la ripresa dei talebani e un maggior impegno nella costruzione degli apparati militari e di sicurezza afghani. Faremo una revisione alla fine di quest’anno, per determinare se la strategia è stata efficace. Entro la metà del prossimo anno dovremmo cominciare la transizione, ma ciò non significa che d’un tratto la nostra presenza evaporerà. Piuttosto cominceremo a vedere truppe e polizia afghane prendere il nostro posto e quindi una graduale riduzione della nostra presenza, compensata dal maggiore impegno afghano. Sarà duro, sarà difficile, ma penso sia possibile. Soprattutto se si guarda al fatto che i talebani non hanno l’appoggio del popolo afghano: questa non è un’insurrezione che ha il sostegno popolare, la gente laggiù ricorda ancora quando erano al potere e non gli piace. Ma il terreno è duro, il Paese povero. Il governo nazionale ha ancora scarsa capacità, che però cresce. Ecco perché dobbiamo vincere non solo sul piano militare, ma accompagnare i progressi sul campo con l’addestramento, lo sviluppo economico, quel tipo di sforzi dove il contributo italiano è molto importante e di cui siamo grati’. Il prossimo tema è la Turchia, dove i più recenti sviluppi della politica estera, per tutti il voto negativo all’Onu contro le sanzioni all’Iran e il raffreddamento dei rapporti con Israele, destano preoccupazione negli Stati Uniti e in Europa. Qualcuno, ricordo, evoca il rischio di ‘perdere la Turchia’. Lei signor presidente pensa che il rifiuto o la riluttanza dell’Unione Europea a integrare pienamente Ankara nelle sue istituzioni abbia giocato un ruolo? E come gli Stati Uniti e l’Europa potrebbero agire per re-impegnare la Turchia in senso più filo occidentale? Obama la prende da lontano, definendo la Turchia ‘Paese di enorme importanza strategica, da sempre al crocevia tra Est e Ovest’. ‘È un alleato della Nato — ricorda — la sua economia è in grande espansione. Di più, il fatto che sia una democrazia e un Paese in maggioranza islamico la rende modello criticamente importante per altri Paesi musulmani della regione. Per queste ragioni riteniamo importante coltivare forti relazioni con Ankara. ‘Ed è anche la ragione per cui, sebbene non siamo membri dell’Ue, abbiamo sempre espresso l’opinione che sarebbe saggio accettare la Turchia nell’Unione. Riconosco che questo sollevi sentimenti forti in Europa e non penso che il ritmo lento o la riluttanza europea sia il solo o il predominante fattore alla radice di alcuni cambiamenti d’orientamento osservati di recente nell’atteggiamento turco. Credo che ciò abbia a che fare con la dialettica democratica interna al Paese. Ma è inevitabilmente destinato a giocare un ruolo nel modo in cui il popolo turco vede l’Europa. Se non si sentono considerati parte della famiglia europea, è naturale che finiscano per guardare altrove per alleanze e affiliazioni. ‘Sebbene alcune delle cose viste, come il tentativo di mediare un’intesa con l’Iran sul tema nucleare, siano state infelici, penso che siano state motivate dal fatto che la Turchia abbia una lunga zona di confine con l’Iran e non vuole alcun tipo di conflitto in quell’area. Forse anche la volontà di flettere imuscoli ha giocato un ruolo, in questo insieme al Brasile che si vede come potenza emergente. Ciò che noi possiamo fare con Ankara è continuare a impegnarla, a chiarire per loro i vantaggi dell’integrazione con l’Occidente, rispettando la loro specifica qualità, quella di una grande democrazia islamica, non agire con paura per questo. Può essere potenzialmente molto buono per noi, se loro incarnano un tipo d’Islam che rispetta i diritti universali e la secolarità dello Stato e può avere un’influenza positiva sul mondo musulmano’. I quindici minuti si assottigliano. Cerco una nota più leggera, che il presidente coglie al volo. Qual è il suo rapporto con la cultura italiana: c’è uno scrittore, un autore, un regista cinematografico che l’ha influenzata nella sua formazione? Obama fa un sorriso, come trasognato. Per un attimo sembra che l’onda dei ricordi lo trasporti: ‘Guardi, da giovane ho amato il cinema italiano: Fellini, Antonioni, De Sica. Per quanto riguarda la letteratura, sono più incline ai classici, Dante soprattutto. Non parliamo del cibo. Ma continuo a considerare la regione intorno a Firenze la mia preferita: la luce della Toscana è particolare. Sinceramente non so a chi non possa piacere l’Italia e chi non sia stato influenzato dalla cultura italiana. Sicuramente considero l’Italia parte di me stesso. E le dirò di più: è stato di gran lunga il posto che più è piaciuto alle mie figlie durante il viaggio in Europa. Sono tornate completamente innamorate di Roma emi chiedono continuamente quando ci torneremo’. E il suo rapporto personale con il presidente Napolitano è veramente speciale come si dice? ‘Lo trovo una persona ricca di grazia. Devo dire che anche con il premier Berlusconi abbiamo sviluppato un rapporto forte. Quando ci incontriamo è sempre un piacere, ridiamo, scherziamo, facciamo cose concrete e serie. Il premier Berlusconi è stato un grande amico degli Stati Uniti emio personale. Il presidente Napolitano l’ho incontrato a Roma e poi di recente qui a Washington. La sua visione di un’Europa forte coincide pienamente con la mia. L’importanza che lui annette al rapporto transatlantico è identica alla mia. In questo senso, l’Italia è fortunata di avere un ottimo premier e un ottimo presidente’. L’intervista è finita, ma riesco a fargli vedere una pagina del suo libro, Sogni di mio padre, quando racconta il suo passaggio per l’Europa, sulla strada per il Kenya. Lei descrive le sue passeggiate ai Jardins du Luxembourg, alla Plaza Mayor e il tramonto sul Palatino, a Roma, che le suggerisce l’eternità. Poi però conclude dicendo ‘It was not mine’, non mi apparteneva. È ancora così? Ogni tanto sembra che non sia l’Europa quanto il Pacifico dov’è cresciuto, il luogo dei suoi sentimenti. Obama non è d’accordo: ‘Il contesto di quella frase era che, da giovane, stavo cercando di dare un senso alla mia identità, rispondere alla domanda: chi ero io veramente. Il viaggio in Africa poteva riempire il mio vuoto in un modo che non poteva fare l’Europa, perché lì ero un turista. In Kenya cercavo di scoprire chi era mio padre, che non avevo mai davvero conosciuto. La verità però è che in termini d’influenza sulla mia vita, quella europea è probabilmente forte come nessuna, perché sono americano e la cultura americana, che è ovviamente un miscuglio di varie culture, ha in quello europeo il suo ingrediente più forte. In questo senso, durante quel viaggio, essere in Europa non era molto differente dall’essere negli Stati Uniti. Ma in Europa mi trovo estremamente a mio agio, sento tutto molto familiare in un modo che non posso dire quando viaggio in Giappone o in Cina, nonostante sia nato e cresciuto alle Hawaii dove l’influenza asiatica è molto forte. Il fatto è che gli Stati Uniti avranno sempre un legame unico con l’Europa, che io condivido pienamente in quanto americano’”.

 

 

 (red)

 

 

17. Gli eritrei spostati dal lager ai lavori forzati

Roma -

“Dalle torture al ricatto: siete sempre sotto osservazione, alla prossima vi rispediremo in Eritrea. Per le autorità libiche quei 250 eritrei da otto giorni segregati nei centri di detenzione di Mistratah e Brak, cominciavano a essere un problema: le denunce di Ong, associazioni umanitarie, organi di informazione avevano cominciato a smuovere anche i governi più recalcitranti: primo fra tutti, quello italiano”. Si legge sull’Unità. “D'altro canto, quei 250 esseri umani, picchiati, sottoposti ad ogni vessazione, cominciavano a far porre seri interrogativi su quell'Accordo di cooperazione Italia-Libia che nel nome degli affari aveva sepolto ogni riferimento al rispetto dei diritti umani. Qualcosa andava fatto, più per salvare la faccia dei contraenti l'Accordo che per dare un futuro ai 250 deportati. Nel pomeriggio di ieri, l'annuncio da Tripoli: È stato raggiunto l'‘accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro’ per i circa 250 rifugiati eritrei rinchiusi nel carcere libico di Brak nei pressi di Sebah, nel sud della Libia. A dichiararlo è il ministro della Pubblica Sicurezza libico, generale Younis Al Obeidi, secondo quanto riferito da fonti locali dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (lom). Tale accordo, firmato con il ministero del Lavoro libico, consentirà agli eritrei rinchiusi a Brak, di uscire in cambio di ‘lavoro socialmente utile in diverse shabie (comuni) della Libia’. Da Tripoli a Roma: una conferma del raggiungimento dell'accordo viene dalla sottosegretaria agli Esteri, Stefania Craxi che lascia uno spiragli aperto alla possibilità che qualcuno dei 250 possa essere reinsediato in Italia. Poco prima, sulla vicenda era ba- disce Maroni - non ha alcuna responsabilità’ nella vicenda dei 250 eritrei detenuti in Libia. ‘Se si chiede all'Italia di svolgere una missione umanitaria in Libia per questi eritrei - sottolinea Maroni - il ministro degli Esteri Frattini valuterà, ma noto che da parte dell'Europa e dell'Onu non ci sia stato alcun interessamento e questo è singolare ed incredibile: penso che le istituzioni europee debbano interessarsi e non solo chiedere a noi di farlo’. Pratica archiviata. A Maroni non importa niente che alcuni tra i rifugiati eritrei ‘sono stati respinti dall'Italia nel 2009 e altri rimpatriati in Libia su richiesta italiana nel corso di quest'anno’, come ricorda il presidente del Comitato italiano per i rifugiati Savino Pezzetta che rilancia la proposta di ‘trasferire i rifugiati in Italia per un loro reinsediamento’. ‘Alcuni tra quelli sottoposti a maltrattamenti da parte delle autorità libiche - aggiunge Bjarte Vandvik, segretario generale del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli - sono stati respinti in Libia dall'Italia un anno fa. I rifugiati stanno subendo le conseguenze della violazione degli obblighi legislativi dell'Italia e del silenzio assenso degli Stati mèmbri dell'Ue’. ‘Abbiamo lavorato in silenzio, senza proclami, purtroppo nell'assenza totale e assoluta dell'Euro- Otto giorni di violenze, vessazioni e terrorismo psicologico seramente ironica: ‘È molto curioso che persone che si dicono torturate e imprigionate avessero telefoni satellitari con cui parlare a mezzo mondo... ‘. La chiosa finale è degna del passaggio precedente: ‘È molto facile dire a me piacerebbe Cipro, volevamo andare a Cipro e ci hanno fermato’. ‘Chi lo dimostra?’, domanda il ministro aggiungendo che ‘fino a prova contraria questo non è provato’. CNRmedia ha raggiunto telefonicamente uno dei rifugiati eritrei nel campo di prigionia di Brak poco dopo la notizia della loro ‘liberazione’ da parte del governo libico. Abbiamo saputo stamattina (ieri, ndr) della nostra liberazione - dice il prigioniero che si fa chiamare Daniel - non vogliamo restare a lavorare in Libia perché questo Paese non ci riconosce lo status di rifugiati politici e in qualsiasi momento potremmo essere deportati in Eritrea’. E aggiunge: ‘Oltre cento di noi volevano raggiungere l'Italia e sono stati respinti dalle autorità italiane. Questo è bene che gli italiani lo sappiano. Non è vero quello che dice il vostro ministro (Maroni, ndr). Noi chiediamo lo status di rifugiati politici. Più della metà di noi durante lo scorso anno ha cercato di venire in Italia ma è stata respinta dalla Guardia costiera senza che neanche ci venissero chiesti i documenti. Poi abbiamo cominciato a girare di prigione in prigione e, alla fine, siamo arrivati a Brak . Da quando siamo stati respinti dalle autorità italiane abbiamo affrontato torture e percosse in ogni prigione dove siamo stati rinchiusi fino ad arrivare qui, nel deserto, in una condizione disumana’. E questa la spacciano per ‘liberazione’.':' ‘Molti di noi respinti dalla vostra Guardia costiera’ pa. Abbiamo chiesto un compromesso, una mediazione e il risultato è arrivato. Siamo soddisfatti’, dice il ministro degli Esteri, Franco Frattini ai microfoni del Tg3. ‘Nessun altro Paese europeo si è mosso’ per la vicenda dei rifugiati eritrei, sottolinea il titolare della Farnesina, ‘noi ci siamo attivati subito’”.

 (red)

 

 18. Fondi illeciti a Sarkozy, procura apre un’inchiesta

Roma -

“Fa quadrato Nicolas Sarkozy, cerca l'unità contro la tempesta. ‘Mantenete la calma, lavorate e non fatevi distrarre dall'attualità. Sono sempre io che determino l'ordine del giorno’, ingiunge il presidente francese ai suoi ministri. Ma l'impressione è che la situazione gli stia davvero sfuggendo di mano”. Si legge sul Corriere della Sera. “L'affaire Bettencourt è come un fiume in piena, una cascata di rivelazioni imbarazzanti, sempre più gravi, sempre più pressanti. Ieri l'ennesima bordata. La questione delle presunte tangenti che sarebbero state pagate in nero dall' ereditiera Liliane Bettencourt durante la campagna elettorale del 2007 giunge sul tavolo della magistratura. E la polizia apre ‘un'inchiesta preliminare’, come sottolineavano in serata tutti i media francesi. La svolta arriva nel primo pomeriggio, quando gli inquirenti individuano e riportano nella capitale l'ex contabile della Bettencourt, quella stessa Claire Thibout che il 5 luglio aveva diffuso sul sito internet Mediapart i dettagli dei versamenti illegali a Sarkozy ammontanti a 150.000 euro. Poco dopo i nuovi particolari. Gli agenti confermano le rivelazioni. Sono state trovate le tracce di un prelievo in contanti pari a 50.000 euro effettuato alla agenzia Bnp di Avenue de la Grande Armée e risalente al 27 marzo 2007. Il resto sarebbe stato versato da un conto segreto in Svizzera. Ma c'è di più: sarebbero emerse nuove prove circa il diretto coinvolgimento dell'attuale ministro del Lavoro, Eric Woerth, che al tempo era tesoriere del Ump, il partito di Sarkozy, e della moglie Florence, allora impiegata alla Clymène, la società che gestisce i dividendi delle azioni Oréal di Liliane Bettencourt. Tutti elementi che confermano i primi risultati delle investigazioni sulle registrazioni fatte dal maggiordomo delle conversazioni tra la miliardaria e il suo gestore di affari, l'avvocato Patrice De Maistre. Le sinistre chiedono chiarimenti a gran voce. ‘È la crisi, l'eclissi del regime’, affermano. Ma Sarkozy prende tempo. ‘Ne parlerà in parlamento il 13 luglio, a latere dell'avvio del dibattito sulla riforma delle pensioni’, fanno sapere all' Eliseo. Il tema è scottante. Il presidente considera la riforma uno dei punti chiave del suo mandato. Sa che non è popolare: pianifica di ritardare entro il 2018 la pensione dagli attuali 60 anni a 62. Ma soprattutto si inquadra nel nuovo piano di austerità volto a risanare il bilancio pubblico. Ed è difficile chiedere sacrifici ai cittadini mentre proprio lui e i suoi più diretti collaboratori si trovano al cuore di uno scandalo tanto grave. Intanto però si adotta la logica dell'attacco per difendersi. Eric Woerth nega qualsiasi ipotesi di dimissioni (che erano state chieste dai socialisti) e si prepara alla battaglia legale sporgendo querela per diffamazione al tribunale di Nanterre. Sarkozy torna a negare ogni accusa. ‘Ci ha detto di concentrarci sul nostro lavoro, essere solidali tra noi, servire i francesi e soprattutto non alimentare le voci che circolano’, dicono i ministri del suo gabinetto. Anche il primo ministro François Fillon si adatta alla politica dell'arrocco. ‘Non ci faremo prendere da questa agitazione - ha detto alla tv —. Non permetteremo che il governo venga destabilizzato’. Il leader dell'Ump, Xavier Bertrand, è stato molto più duro: ‘Si stanno utilizzando contro di noi metodi fascisti, inammissibili’. Parole che secondo molti commentatori riflettono però soprattutto la preoccupazione montante tra i circoli di governo”.

 (red)

 

 

19. Maestri con licenza di picchiare

Roma -

“Cresciuto alla Maidstone Grammar School, aristocratico edificio Tudor in cui i ragazzi dagli 11 ai 18 anni vengono educati assieme agli allievi della Marina, dell’esercito e dell’aviazione, Nick Gibb, cinquantenne ministro dell’Istruzione, ha comunicato alla nazione le regole destinate a ‘rimettere in equilibrio la bilancia del potere tra gli studenti e i professori, invitati a utilizzare le maniere forti quando queste sono necessarie per ristabilire l’ordine all’interno della classe’”. Si legge sulla Stampa. “Abituato a fare i conti con la disperazione di insegnanti che si portano addosso la stanchezza molle di coloro che hanno definitivamente desistito, costretto a confrontarsi con i raggelanti dati relativi al 2009 del servizio nazionale scolastico - 2.300 ragazzi espulsi dagli istituti per avere aggredito i propri educatori o i propri compagni, due professori su cinque fatti oggetto di violenze personali - Gibb ha preparato, con l’approvazione dell’etoniano David Cameron, il più spettacolare giro di vite che la Gran Bretagna ricordi. ‘Solo così possiamo tutelare i diritti di chi vuole crescere e studiare davvero’. Quattro i cardini del percorso. Uno: i professori hanno diritto di fare ricorso alla forza fisica, con l’unica avvertenza di non ferire i ragazzi, per impedire comportamenti antisociali. Due: gli insegnanti possono intervenire non solo perché spinti dall’uso di armi, droghe e alcol da parte degli allievi come previsto dalla legge vigente, ma anche per dissuaderli dal maneggiare telefoni cellulari, mp3, dispositivi elettronici, materiale pornografico e ogni altro oggetto considerato improprio. Tre: gli educatori possono imporre i cosiddetti ‘provvedimenti di detenzione’ senza le 24 ore di preavviso previste dal governo Brown. Il ragazzo punito, in sostanza, può essere costretto a fermarsi nelle ore pomeridiane per essere sottoposto a lezioni di recupero senza passare da casa. Quattro: ai professori che vengono accusati di maltrattamenti o di comportamenti scorretti è assicurato l’anonimato per non esporli a possibili calunnie. ‘Lo facciamo per gli studenti, non per gli insegnanti’, assicura Gibb, che per il primo giro di rappresentanza ha scelto di visitare la St. Gregory’s School, l’istituto cattolico premiato lo scorso anno come scuola più disciplinata del Paese. ‘Qui i ragazzi portano splendide divise blu. Dal 2011 vorrei che in ogni istituto primario e secondario fosse indossata una divisa’. Avete capito che tira un’aria diversa? La progressista Christine Blower, responsabile del sindacato degli insegnanti, abituata a essere abbandonata come una spiaggia in ottobre nelle sue battaglie a difesa della categoria, ha commentato secca: ‘È giusto intervenire sui ragazzi che superano il limite, i tentativi di violenza sessuale e l’uso dei coltelli sono ormai il nostro pane quotidiano’. Solo l’Università di Hull ha prodotto una ricerca per mettere in guardia il governo. ‘Tra telecamere negli istituti e minacce di ritorsioni corporali i giovani, terrorizzati, smetteranno di avere fiducia negli adulti, ameranno di meno lo studio e dunque impareranno di meno’. Quando gli hanno comunicato le perplessità del prestigioso consesso, Nick Gibb ha inarcato appena il sopracciglio e ha canticchiato tra sè e sè il ritornello in latino della canzone dei suoi tredici anni: ‘Maidstonenses gaudemaus Laudibus, et efferamus Scholam nostram, quae oramus Sempiterna floreat’ (‘Maidstoniani rallegriamoci con lodi, esaltiamo la nostra scuola, che preghiamo prosperi in eterno’), poi si è allontanato con una risata vittoriosa immobile nella bocca. Dolore e umiliazioni Era chiamata ‘la molletta’: i capelli del disobbediente venivano pinzati e fissati al muro ad un'altezza tale che obbligasse il ragazzo a mantenersi in punta di piedi fino al pentimentoOrecchie d’asino Per chi sbagliava risposta o si addormentava, in arrivo castighi di ogni sorta a discrezione dell’insegnante. Ma per i meno fantasiosi il copricapo rimaneva l’umiliazione più efficace Bacchettate sulle mani ‘Non mi picchi! Ho cercato di imparare, ma non ce la faccio’. David Copperfield implorava il terribile maestro: percosse e vergate sulle mani erano all’ordine del giornoCome Oliver Twist Rigore estremo in aula e pene corporali, docenti dispotici e desideri di ribellione popolavano l'infanzia dei protagonisti dei romanzi di Dickens, cantore della società vittorianaDisciplina Incoraggiare i professori a intervenire ‘fisicamente’ per mantenere l'ordine nelle classi. Distrazioni Permesso di intervenire non soltanto di fronte all'uso di alcol, droga e armi, ma anche per vietare agli studenti l'uso di cellulari, iPhone, Mp3, materiale pornografico. Sanzioni Punizione immediata per gli studenti indisciplinati, con possibilità di farli tornare a scuola nel pomeriggio senza 24 ore di preavviso. Denunce Concessione dell'anonimato ai professori accusati dagli alunni di comportamenti scorretti per evitare le calunnie. Uniformi Dal prossimo anno obbligo di portare le divise in tutte le scuole primarie e secondarie”.

 (red)

 

 

20 . I trucchi dei clandestini a Malpensa

Roma -

“‘Da dove venite?’. Dubai. ‘Dove andate?’. Varsavia. ‘E, perdonate, che ci andate a fare in Polonia?’. Risposta: ‘Pallavolo, siamo squadla. Vedi tute?’. Almeno quelle sì, le indossavano tutti, gli undici cinesi che qualche mese fa si sono presentati al controllo passaporti dell’aeroporto di Malpensa. Tutti in coda davanti al poliziotto. Impettiti, silenziosi, educati. E sospetti. Nelle due ore successive gli agenti hanno rapidamente verificato che: viaggiavano senza altre attrezzature sportive; a Varsavia non c’erano tornei; avevano il visto per entrare in Italia, ma non il biglietto per il viaggio in Polonia. Giustificazione: ‘Andiamo in tleno ‘. Insufficiente. Entrati nell’elenco dei ‘respinti’ (in codice: Inad, inadmissable passenger), la sera stessa gli undici cinesi sono stati reimbarcati su un aereo per Dubai. Combattono una battaglia così (di solito molto più complicata), gli uomini della Polaria di Malpensa. Un lavoro che mescola psicologia e investigazione. Scoprono una media di tre clandestini al giorno che tentano di fare ‘il colpo’. I ‘respinti’ nel 2009 sono stati 784, quest’anno arriveranno a più di mille. La ‘nuova Lampedusa’, come il ministro Maroni ha definito Malpensa, non è paragonabile alla Lampedusa vera per numero di ingressi: gli immigrati in arrivo dal mare bloccati nel 2008 sono stati 35 mila (fonte Caritas). Dopo gli accordi con la Libia dell’anno scorso, il flusso si è ridotto del 90 per cento. E così è presumibile che aumenti la pressione sugli aeroporti. Le storie sono simili: disperazione, speranza, fino a 10-15 mila euro a viaggio pagati ai trafficanti. Che forniscono pacchetti completi di biglietto, a volte passaporti falsi, in altri casi visti e imbarchi facili assicurati da controllori corrotti nei Paesi d’origine. Qui a Malpensa però è tutto più pulito. Una battaglia di psicologia più che di resistenza. ‘Il nostro lavoro è fatto di intuito nella prima fase di controllo — spiega Giovanni Pepè, dirigente della Polaria dell’aeroporto — poi di scandaglio dei documenti, dei visti e delle caratteristiche dei viaggi. Il tutto accompagnato da un’analisi sui flussi e sulle rotte più "a rischio"‘. Controlli a più barriere. Gioco di sguardi e di tecnologia. Facce di turisti da studiare; passaporti da mettere sotto le macchine antifalsi. Sette keniani atterrati a gennaio da Dubai non sono passati. Avevano un visto Schengen per affari rilasciato dall’Ambasciata italiana a Nairobi; quattro giorni di prenotazione in hotel a Milano; biglietto di ritorno da Fiumicino. Messinscena crollata dopo le verifiche: la prenotazione era stata annullata; solo 400 euro in tasca; spiegazioni zoppicanti sul lavoro. Sono finiti nello spazio ‘Imola 21’ di Malpensa. Zona d’attesa. Stanzone controllato in cui vengono sistemati gli stranieri illegali in attesa di rimpatrio. Le compagnie aeree sono obbligate a riportarli nel Paese di provenienza col primo volo. Da ‘Imola 21’ sono passati anche gli altri keniani, arrivati da Doha, per allestire un inesistente stand alla fiera dell’artigianato di Bolzano”. Si legge sul Corriere della Sera. “ Il campionario dei trucchi si raggruppa in tre categorie: passaporti falsi; documenti originali su cui viene sostituita la foto; biglietto aereo che prevede solo un transito. In questo caso chi vuole entrare illegalmente in Italia può provare a scappare. Ma ormai è molto complicato. Qualche anno fa la Polaria ha arrestato nove persone, tra cui alcuni dipendenti dell’aeroporto, che ‘vestivano ‘ i clandestini con giubbotti da lavoratori delle pulizie e li facevano uscire da porte secondarie. In area transiti qualcuno distrugge i documenti, vaga per un po’ e poi chiede asilo politico (nel 2009 sono stati 147). Nelle zone più a rischio si incrociano le telecamere di sicurezza. E c’è una sala intercettazioni per le indagini più articolate. A fine 2009 sono stati bloccati due trafficanti che portavano clandestini albanesi a Londra, via Malpensa, sfruttando carte di identità originali barattate per dosi di cocaina. La Sea (gestore degli scali milanesi) si è messa in discussione affidando a Giulio Sapelli l’analisi delle dinamiche e delle criticità di Malpensa. Tra saloni, corridoi, stanze e vetrate, nella città-aeroporto che sembra sempre perfetta, i trafficanti di uomini e quelli di droga incrociano le loro rotte. Anche i corrieri di cocaina provano a mimetizzarsi fra i 30 mila passeggeri che ogni giorno partono e arrivano. Qualcuno, sentita la frase sull’aeroporto ‘nuova Lampedusa’, potrebbe riformularla anche in ‘nuova Asunciòn’. Gli uomini del Gruppo Malpensa della Guardia di Finanza, guidati dal tenente colonnello Emilio Fiora, collaborando con l’agenzia delle Dogane negli ultimi mesi hanno intercettato un’ondata di corrieri in arrivo dal Paraguay. Nel 2009 hanno sequestrato nello scalo 330 chili di cocaina, il 45 per cento di quella bloccata in tutti gli aeroporti italiani. E nel 2010 hanno già arrestato 80 corrieri. Con una novità: la maggior parte, oltre 50, sono ovulatori (ingoiano ovuli di droga). Finiscono in ospedale, per verificare con le radiografie se hanno stupefacenti in pancia. E per sfuggire ai controlli corrono rischi sempre più alti. I militari della Finanza li hanno scoperti con lo stomaco carico di ovuli di cocaina liquida, più difficile da vedere sotto i raggi. Storie di mafie internazionali e disperati che confluiscono sempre lì, su Malpensa: per arrivarci, un immigrato illegale paga 10 mila euro. Per atterrare con un chilo di coca in pancia, un corriere ne incassa tra i mille e i 2 mila”.

 (red)

 

 

21. Giovani, rissa in Aula. Pugno in un occhio a Barbato

Roma -

“Quindici giorni di prognosi, la pressione a 200, una cefalea post-traumatica e cinque minuti di caos totale. Mentre nel caldo di piazza Venezia la polizia si confronta con i terremotati, nell’aria condizionata della Camera Francesco Barbato rimedia un po’ di notorietà (presumibilmente sgradita) e un pugno sull’occhio, durante quello che definisce ‘un agguato fascista’. Contro di lui, un gruppo di ex An, divisi rigorosamente tra uomini e donne: a guidare i drappelli, la giovane Barbara Saltamartini e Carlo Nola, avvocato con baffi e pizzetto, alla prima legislatura. Rissa da saloon che fa imbestialire Fabrizio Cicchitto: rimbrotta gli autori della ‘reazione’ e poi li bacchetta pubblicamente, chiedendo ‘scusa’, ma attaccando anche il modo ‘indegno’ di fare politica di Barbato”. Si legge sul Corriere della Sera. “È una tranquilla mattina d’Aula e il ministro Giorgia Meloni presenta il ddl che eroga fondi ad associazioni che lavorano con giovani under 35. Testo contestato dai finiani e altri Pdl, tra i quali Alessandra Mussolini e Antonio Martino. Alla Meloni si rivolge l’idv Barbato, già noto per una discreta esuberanza verbale: ‘Ho l’impressione che lei voglia finanziare la sua corrente, quella di Alemanno, del suo assessore regionale Lollobrigida che gestirà questi fondi, il suo parente... Questa vecchia politica fa rabbrividire Pomicino e Mastella... lei è vecchia’. L’Aula si accende. Lo stenografico: ‘Saltamartini si avvicina animosamente ai banchi idv, trattenuta dai commessi. Scambio di apostrofi tra Saltamartini e Barbato’. La Saltamartini si avvicina al grido di ‘mo’ te meno’. Parole che smentisce, ‘non è nel mio linguaggio’, mentre riferisce gli ‘apostrofi’ di Barbato: ‘Mafiosa, camorrista, ladra, vergognati, fai schifo, vai a farti coccolare da Berlusconi’. Barbato racconta di ‘una deputata bionda’ che gli urla: ‘Ti faccio un culo così, ti aspetto fuori’. Il pdl Maurizio Bianconi è più sintetico: ‘Pezzo di merda’. Lo stenografico: ‘Dima si avvicina ai banchi Idv. Scambio di apostrofi tra Dima e Zazzera, che entrano in contatto fisico. Bianconi, Rampelli e De Angelis si avvicinano animosamente ai banchi dell’Idv’. La Mussolini denuncia: ‘Mi minacciano’. Rosy Bindi sospende la seduta. Fin qui il resoconto ufficiale, che buca la notizia. Perché il momento clou è quando Barbato viene raggiunto da una mano chiusa, qualcosa di molto somigliante a un pugno. Chi è il proprietario della mano pugnace? Testimonianze convergenti parlano di Nola. In un’intervista ricostruisce così il suo passato nel Fronte della Gioventù: ‘Botte? "Tante". Prese o date? "Soprattutto prese: al pronto soccorso ero di casa"‘. Viviana Beccalossi non si intenerisce con Barbato: ‘Se parli così, prima o poi prendi una sberla’. Cicchitto si infuria. Rimprovera Marcello De Angelis, cantautore e rugbista, un passato nel Fuan e qualche mese in cella. Ora è direttore di Area, ma non ha perso la carica e strattona (ma nega) Cicchitto. Poi chiede scusa a lui, ma non a Barbato: ‘Anche Gandhi si sarebbe incazzato’. Nel dopo rissa il clima è goliardico. Fabio Granata a De Angelis: ‘Non te lo devo spiegare io come si fanno le risse’. Lui abbozza, sorridendo: ‘Barbato non lo toccherei neanche con un dito. E poi ero lontano’. Maurizio Lupi lo prende per l’orecchio: ‘Sicuro? Chiameremo Tombolini per la moviola’. Il deputato pd Andrea Sarubbi alla Saltamartini: ‘Barbato ti cerca, ti vuole invitare a cena’. Lei sorride, ma spiega: ‘Barbato non mi ha mai salutato: forse rosica perché non lo considero’. Massimo Donadi, Idv, è indignato: ‘Oggi abbiamo visto un manipolo di picchiatori fascisti che usavano tattiche militari’. Il gruppo idv chiede ‘sanzioni esemplari’. La presidenza dovrà individuare il responsabile. Un leghista si chiama fuori: ‘Non so chi è: non si vedeva, era pieno di camerati’. Chiude Barbato: ‘Anche Matteotti lo fecero parlare in aula e poi fuori lo ammazzarono’”.

 (red)

 

 

22. Scajola, cena con 35 ‘fedelissimi’

Roma -

“Una riunione di solidarietà, più che di corrente, e comunque molto affollata: erano oltre trenta i parlamentari del Pdl alla cena organizzata martedì sera da Massimo Berruti e Paolo Russo in onore di Claudio Scajola, l’ex potentissimo ministro dello Sviluppo economico uscito dal governo dalla porta posteriore per lo scandalo di una casa mezza comprata e mezza regalata che, ha giurato lui davanti ai suoi amici, ‘è stata una vicenda dalla quale uscirò pulito, ve lo assicuro, non dovrete vergognarvi di essermi stati amici, dimostrerò la mia innocenza’”. Si legge sul Corriere della Sera. “Erano in tanti, in un ristorante romano sull’Aurelia, a tirar su il morale a uno Scajola che ha detto che per ora farà ‘il parlamentare semplice’, perché per pensare di riprendere in mano il partito bisognerebbe prima ‘ritrovare serenità e tranquillità, e ci vuole ancora del tempo: ho preso un colpo molto duro, è stato tremendo, non sono cose che passano facilmente’. E molti di loro in verità, raccontano, erano lì non tanto perché appartenenti a quella che era la sua corrente, quanto per fargli coraggio, perché certe volte i gesti servono. C’erano tanti ‘peones’, ma anche esponenti del partito più noti come la Armosino, Abrignani, Scandroglio, Cicu, Biasotti, Giustina Destro, Cassinelli. E però, è chiaro che molti dei presenti si chiedevano — esplicitamente o dentro di sé— quale sarà adesso il proprio destino, senza l’uomo forte di riferimento. A loro Scajola ha fatto capire che è meglio lasciar perdere la suggestione di iscriversi ad altre correnti, magari anche a quella forte e in crescita di Frattini e Gelmini, Liberamente, perché ‘se posso darvi un consiglio — ha detto — vi dico di affidarvi alle istituzioni del partito: a Berlusconi ovviamente, ai capigruppo Cicchitto e Quagliariello’”.

 (red)

 

 

23. Eolico, “Banda segreta come la P2”

Roma -

“Non solo associazione per delinquere, corruzione e riciclaggio. Dall’indagine sui presunti pilotaggi degli appalti per gli impianti eolici in Sardegna spunta una nuova ipotesi di reato, che supera i confini dell’isola e degli affari intorno alle energie alternative. È la violazione della cosiddetta ‘legge Anselmi’ sulle associazioni segrete, per la quale sono indagati tre protagonisti dell’indagine condotta dalla Procura di Roma: l’imprenditore-faccendiere Flavio Carboni, da poco assolto anche in appello dall’accusa di aver ucciso il banchiere Roberto Calvi nel 1982; Pasquale Lombardi, già esponente locale della Dc campana, ex sindaco del suo paese in provincia di Avellino ed ex componente di commissioni tributarie; Arcangelo Martino, che fu assessore socialista al Comune di Napoli, arrestato e poi prosciolto nelle inchieste su Tangentopoli. I tre, componenti del comitato d’affari immaginato dall’accusa, si sarebbero mossi più volte e in più contesti per ottenere interventi e decisioni a livello politico, giudiziario e amministrativo a favore di questo o quel personaggio ‘protetto’, sulla base di specifiche esigenze e richieste. In maniera sistematica, al punto da convincere il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e i sostituti che con lui lavorano all’indagine di trovarsi di fronte alla situazione prevista proprio dalla legge varata nel 1982 sull’onda dello scandalo P2, che porta il nome della presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia di Licio Gelli. ‘Si considerano associazioni segrete e come tali vietate dalla Costituzione — recita la norma — quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, di enti pubblici, anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale’. Le intercettazioni telefoniche che costituiscono l’architrave di questa parte d’inchiesta avrebbero svelato diversi tentativi di condizionamento, soprattutto attraverso le conoscenze di uno dei tre inquisiti, Lombardi, nell’ambiente giudiziario nazionale. ‘Io ho rapporti con tanta gente perché organizzo convegni, non ho mai fatto nulla di male’, s’è sempre difeso l’interessato. Ma per i pubblici ministeri non sarebbero così innocenti gli interventi per provare ad accelerare la causa in Cassazione del sottosegretario all’Economia Cosentino, sul quale pendeva una richiesta di arresto per concorso in associazione camorristica (successivamente confermata dalla corte suprema, ma negata dalla Camera dei deputati). Lombardi sarebbe dovuto intervenire anche per innescare un’ispezione ministeriale finalizzata ad eventuali azioni disciplinari su alcuni uffici giudiziari milanesi, dopo una decisione sgradita alla presidenza della Regione Lombardia. E ancora, dal vertice della Regione Sardegna sarebbe giunta una richiesta d’intercessione per evitare il trasferimento di un alto magistrato di Cagliari, a causa di una presunta incompatibilità”. Si legge sul Corriere della Sera. “Tutto questo, insieme ad altri indizi emersi dalle conversazioni ascoltate dagli investigatori, ha convinto la Procura di Roma a procedere anche per l’ipotesi dell’associazione segreta vietata dalla legge post-P2, parallelamente al filone che riguarda la supposta corruzione per la realizzazione degli impianti eolici. Nel quale sono indagati pure il presidente della Sardegna Ugo Cappellacci e il deputato, nonché coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, che compare spesso nei colloqui registrati come il senatore Marcello Dell’Utri. Frutto dell’accordo fra Verdini, Cappellacci e Carboni sarebbe stata la nomina di Ignazio Farris (anche lui inquisito) a direttore generale dell’Azienda regionale per la protezione dell’ambiente: condizione irrinunciabile per Carboni, referente di un ‘cartello’ di imprenditori intenzionati a investire in Sardegna dai quali avrebbe raccolto alcuni milioni di euro transitati dal Credito cooperativo fiorentino, la banca presieduta da Verdini”.

 (red)

 

24. Domani black-out dell’informazione

Roma -

“Domattina i quotidiani non saranno in edicola. Oggi, infatti, i giornalisti della carta stampata scioperano contro il disegno di legge sulle intercettazioni, che prevede pesanti sanzioni nei confronti di editori e giornalisti che dovessero riferire fatti di cronaca giudiziaria e indagini investigative. Domani si asterranno dal lavoro i colleghi di radio, tv e agenzie stampa. Questo venerdì 9 luglio sarà, insomma, nelle intenzioni della Fnsi (il sindacato unitario dei giornalisti) ‘un giorno di silenzio informato contro il bavaglio, un giorno di rumoroso silenzio che parla a tutti del rischio di censure preventive e autocensure, un giorno di speciale silenzio contro tutti i silenzi quotidiani che questo provvedimento ci imporrebbe’”. Si legge sulla Stampa. “Anche ‘La Stampa’ non uscirà. La direzione e il cdr del giornale avevano chiesto a Fnsi e Fieg (la federazione degli editori) di cercare strade alternative allo sciopero ‘perché i cittadini vanno informati e non privati della conoscenza dei motivi della protesta’, ricordando che ‘il presidente del Consiglio e primo editore televisivo in Italia, Silvio Berlusconi, vorrebbe addirittura uno sciopero dei lettori, tanto è il suo interesse a che non leggano’. Franco Siddi, segretario generale della Fnsi, ha così risposto: ‘Cari colleghi, la vostra generosità è lodevole nella ricerca di strade di contrasto al ddl sulle intercettazioni e per affermare l’esigenza di superare le anomalie del sistema dell’informazione in Italia’. ‘Voi, con il vostro giornale, state facendo tanto affinché i cittadini-lettori possano conoscere la realtà dei fatti e la vera natura dei problemi che si abbattono sul loro diritto a essere correttamente informati’. Ma, pur confermando che ‘si sono fatti passi avanti nei rapporti con gli editori e che per tempo si è cercato di verificare la possibilità di alzare la voce tutti assieme’, Siddi ha scritto che ‘se anche un processo del genere è meno lontano di ieri e dell’altro ieri, in questa circostanza non è arrivato a puntuale maturazione’. Ribadendo che, in ogni caso, ‘questa non è una protesta contro le aziende, ma un atto di partecipazione e di sacrificio della risorsa professionale per la difesa di un bene prezioso come la libertà’, ha concluso che a questo punto, e non solo per motivi tecnici, ‘lo sciopero resta la forma di protesta che più rende evidente a tutti il grave stato della situazione’. In un altro comunicato, Siddi si è invece rivolto alle testate vicine alla maggioranza: ‘Sappiamo che alcuni giornali per condizioni ideologiche o questioni di militanza non aderiranno allo sciopero. Noi ci appelliamo loro perchè questa è una battaglia di tutti. Quanto più una protesta è fragorosa, tanto più il risultato è forte’. E a chi aveva chiesto di mettere in campo più fantasia, con proteste alternative e magari giornali distribuiti a zero euro, il segretario ha risposto: ‘Ci siamo arrivati vicini, ma non in tempo. Ci può essere qualcuno che ritiene opportuno usare questa circostanza per diventare protagonisti in politica. Ma questo non è il ruolo del sindacato. Il nostro obiettivo è solo stralciare l’informazione da questo ddl sulle intercettazioni’”.

 (red)

 

25. Il diritto a essere informati, libertà di tutti

Roma -

“Una giornata di silenzio che in realtà serve a parlare. Una giornata senza radio, televisioni, giornali e siti Internet per far sì che siano i cittadini a rivendicare il proprio diritto a essere informati. Perché la protesta indetta dalla Federazione nazionale della stampa non è la difesa corporativa dei giornalisti, ma il grido di allarme di chi si preoccupa per gli effetti che avrà la nuova legge sulle intercettazioni: limiti forti alla possibilità di diffondere notizie; di fare informazione”. Scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera. “Decine di parlamentari, non soltanto dell’opposizione, si sono espressi sui rischi delle nuove norme. Ma è stato soprattutto il presidente della Repubblica, fatto non usuale, ad evidenziare più volte le ‘criticità’ del provvedimento che riscrive le regole per imagistrati ancor prima di quelle per la stampa. Sullo sfondo rimane lo scontro politico che di fatto sta trasformando questa legge in un trofeo per uno degli schieramenti - ormai trasversali - che riuscirà a farla approvare oppure a farla finire su un binario morto. Si parla di intercettazioni, ma quello che riguarda le conversazioni telefoniche e ambientali è soltanto uno dei tanti divieti di pubblicazione. Nessun colloquio registrato potrà mai più essere reso noto fino alla celebrazione del processo, così come gli atti di indagine anche non più segreti, perché ormai conosciuti dalle parti. ‘Bisogna salvaguardare la privacy dei cittadini’, ripetono i sostenitori della legge. Principio sacrosanto, è vero, ma che va salvaguardato senza intaccare il diritto-dovere dell’informazione. La scelta di imporre ai giornalisti di poter soltanto riassumere le carte processuali in realtà aumenta il pericolo che il contenuto di ogni documento possa essere riportato in termini lacunosi o strumentali. E priva persino gli indagati o gli arrestati della possibilità di utilizzare, per far valere le proprie ragioni, quanto affermato dal giudice o dalla pubblica accusa. Almeno fino al dibattimento. In quella sede la privacy evidentemente non si deve più tutelare, visto che anche le intercettazioni potranno comunque diventare pubbliche. La corsa all’approvazione della legge, con la possibilità che si proroghino addirittura le sedute della Camera fino a metà agosto come se ci si trovasse di fronte ad un’emergenza, non sembra giustificata. A questo punto dovrebbe essere la stessa maggioranza, di fronte a una mobilitazione forte e a un dibattito politico tanto acceso, a comprendere che il momento di fermarsi è ormai arrivato. Nessuno deve avere paura delle regole, tantomeno i giornalisti. Ma questo non può trasformarsi in una limitazione o addirittura in una censura preventiva. Esistono già leggi che puniscono gli abusi, anche per quanto attiene agli aspetti deontologici. Nulla vieta che si possano cambiare in alcune parti per renderle ancora più efficaci. Tenendo però sempre presente che conoscere quanto sta accadendo è un diritto primario dei cittadini. Il diritto alla riservatezza e il diritto di cronaca possono convivere, come avviene in tante altre democrazie. Perché da noi no?”

 (red)

 

 

26. Memorie di Adriano, politico suo malgrado

Roma -

 “Bruno Perini sembra quasi suo zio. Giornalista militante, giocatore indefesso di biliardo. Ha appena scritto Memorie di zio Adriano (Mondadori). Il libro migliore su Adriano Celentano: suo zio, appunto. Perini è figlio di Maria, sorella maggiore del Molleggiato. In Yuppi Du interpreta un prete: una sorta di personale compromesso storico. È l’intellettuale di famiglia, abituato a spiegare il mondo allo zio. Cosa voleva dire ‘stagflazione’ e cosa ‘reazionario’ (l’accusa mossagli dopo Chi non lavora non fa l’amore)”. Si legge sulla Stampa. “Memorie di zio Adriano è storia di un aspirante orologiaio che diventa Elvis italiano, conservatore e rivoluzionario. Tutto e il suo contrario. Uomo col terrore di volare, ma non con la fantasia e l’azzardo. Il libro ha soprattutto il merito di raccontare l’evoluzione più inaspettata del Molleggiato: quella da re degli ignoranti, da ‘cretino di talento’ come lo battezzò Giorgio Bocca, al più politico degli impolitici. Se da una parte esiste ancora l’Adriano che non sa parlare d’amore ed esce di rado, vendendo vagonate di dischi, c’è ormai anche il Celentano impegnato, spintosi ben oltre l’ecologismo ante-litteram. Perani, forse perché parzialmente responsabile di tale mutazione, sorride. ‘È arrivato alla politica con l’intuito, da animale istintivo. È cominciata con le polemiche di Fantastico 8. Poi lo colpì il caso Sofri. Mi chiedeva chiarimenti, faceva confusione su sentenze di primo e secondo grado, prendeva appunti’. Com’è stato possibile che il popolare (e populista) Celentano sia diventato icona antiberlusconiana? ‘Adriano era berlusconiano come tutti i self made men. Per questo gli piacque subito anche Di Pietro. Il pregio maggiore di mio zio è l’autenticità. Ha smesso di credere in Berlusconi quando ha capito che non era autentico. Già non gli perdonava la speculazione edilizia e gli spot, per questo non è mai andato in Mediaset. Ora c’è di più: la sentenza Dell’Utri lo ha sconvolto. Mi dice: “Ci pensi? Berlusconi frequenta Dell’Utri, che per 20 anni aveva relazioni molto pericolose”. Intuisce che è il premier a non volerlo in Rai e non dimentica lo sgarbo fatto a Claudia Mori per la fiction su De Gasperi. Era tutto pronto, regia di Liliana Cavani. Venti giorni dopo la conferenza stampa, la Rai fa sapere a Claudia, la produttrice, che Berlusconi non vuole la Cavani. Lo zio non ci credeva: “Ti rendi conto? Come si permette questo qua di bloccare tutto?”‘. La Mori non ha gradito il libro. ‘La zia ha un carattere non facile, è molto possessiva. Quando è circolata la voce, sbagliata, che fosse la “biografia autorizzata”, si è arrabbiata e lo zio ha fatto una smentita. Poi però quattro notti fa mi ha chiamato per dirgli che il libro lo aveva emozionato. La zia ha tanti meriti, dall’avere contribuito alla crescita politica di Adriano all’allontanamento di certi amici, gli stessi che gli dissero di non fare un film con Pasolini’. La Mori era tra il pubblico di Raiperunanotte. ‘Doveva andare anche Adriano, ma ha pensato che era troppo. Lui poi ama i grandi numeri e quella era una cosa un po’ di nicchia. Però ha mandato Claudia. L’apice politico è stato Rockpolitik. Lo aveva ferito l’ukase bulgaro. Quando gli amici dicevano che faceva tivù troppo di sinistra, rispondeva che gli autori di destra non esistono. Aveva provato a bilanciare, ma mancava a qualità’. Tra lui e Santoro c’è feeling. ‘Sì, ma non tanto ideologico. Allo zio piace l’uso senza vincoli che fa Santoro della tivù. Ci si rivede, è come se fosse suo erede’. L’ultimo Celentano è anche editorialista. ‘Gli dico che scrive articoli perfetti per Il Manifesto e si mette a ridere. Legge Il Fatto e il suo passaggio dal Corriere a Repubblica è sintomatico: il Corriere gli bocciava tutte le idee’. Si è parlato di Celentano sindaco di Milano. ‘Una boutade nata alla presentazione del libro di Mario Capanna. Aveva letto si è no tre pagine, ma gli erano piaciute’. Celentano pasionario e grillista? Aveva perfino aderito al secondo V-Day. ‘Beppe è amico di sua figlia Rosita. Si stimano, ma sono troppo istrioni per non essere gelosi l’uno dell’altro. E poi lo zio c’è rimasto un po’ male per il no di Grillo a Rockpolitik’. A inizio carriera, Celentano lambiva la politica con canzoni di innocua indignazione: Mondo in Mi7, Svalutation. Ora no: ‘Né destra né sinistra’, ha scritto per lui Ivano Fossati. Ci si specchia ancora. Però sembra come che il ragazzo della Via Gluck voglia andare alla guerra. Sopra le barricate, addirittura”.

 (red)

 

 

27. Mori: pronta a incatenarmi sotto casa Masi

Roma -

“Mirabile cortocircuito tv, al RomaFictionFest: da una parte i Tele-visionari Anni '70, quelli delle reti allora dette ‘libere’ e subito avvinghiate dalle catene del ‘sistema’, raccontati da un documentario di History Channel. Dall'altra la dichiarazione sorridente ma battagliera di Claudia Mori: ‘Se non mi fanno girare, io mi incateno. Ma non ai cancelli della Rai, quella del cavallo. Vado proprio sotto casa del direttore di Raiuno e del dg’. Nel suo ruolo di produttrice di fiction, è premiata qui per la qualità: e le storie di De Gasperi, Einstein, Basaglia sono buoni esempi narrativi. Adesso ha in progetto quattro storie di violenza sulle donne, ‘e mi aveva dato una bella mano Fabrizio Del Noce. Allora i progetti erano sei, affidati a Liliana Cavani, Margarethe von Trotta e Gillo Pontecorvo, strada facendo si sono persi la pedofilia e la tratta delle nigeriane, valutati troppo crudi per il sonnolento pubblico di Raiuno. ‘Pubblico che invece - sostiene Mori - è perfettamente in grado di capire. Gli argomenti sopravvissuti sono: stalking, web, violenza in famiglia, prostituzione. A giorni dovremmo cominciare a girare. Lo dico da gennaio. E se stavolta non s'inizia, mi incateno’”. Scrive Alessandra Comazzi sulla Stampa. “Non è male immaginarsi questa bella signora bruna, combattiva e non pentita nemmeno di X factor, incatenata sotto casa di Mazza & Masi. Parlerebbe di censura? ‘Censura ce n'è tanta, in Italia, talvolta la chiamano linea editoriale. Il guaio è che ci stiamo abituando. Chi me lo fa fare, ogni tanto mi chiedo. Ci sono troppe difficoltà, per quella che dovrebbe essere una tv di Stato. Non è soltanto la necessità di combattere sempre. È l'umiliazione di dover parlare con dirigenti cui non importa nulla di quel che dici. È questo che in futuro potrebbe farmi desistere. O forse no’. In programma anche la storia di Fred Buscaglione ‘e quella di Enzo Tortora. Ma la vorrei fare con Sky’. Signori di Sky, che ne dite? ‘Si può fare’. Ma intanto Sky Italia collabora con la BBC per un affresco dei Medici che cominci da Cosimo. In programma pure un seguito di Romanzo criminale e la vicenda di Felice Maniero, il capo della mala del Brenta che, dice Andrea Porporati, uno degli sceneggiatori, ‘considerava il crimine inevitabile per l'arricchimento, ed era convinto di poterlo gestire’. Tra i prodotti d'acquisto, da vedere uno splendido Al Pacino Dr. Morte, e la storia di Temple Grandin, una visionaria di intelligenza superiore ma autistica: riuscirà a forzare la sua gabbia studiando le mucche. E certo, era un genio. Beata la cura che non ha bisogno di genialità”.

 (red)

 

 

28. Sorrentino dagli Usa: con Sean Penn film su Olocausto

Roma -

“Due anni fa l’incontro a Cannes. Sean Penn, era il presidente della giuria, Paolo Sorrentino partecipava al concorso con Il divo. Una star hollywoodiana da due premi Oscar e un ‘giovane’ (nel 2008 aveva 38 anni) regista italiano alle prime vetrine internazionali. Alla fine, Sorrentino vinse il Premio della Giuria. Ma, quel giorno, ci fu per lui un altro riconoscimento che il regista ha svelato però solo ora: ‘Mi si avvicinò Sean Penn e mi disse di tenerlo presente per il mio prossimo film. Una frase che allora mi sembrò particolarmente sconclusionata vista la differenza di peso tra me e lui. Ma che mi diede una grande spinta’. Spinta che lo ha portato alla realizzazione di This Must Be the Place, il suo nuovo film nelle sale nel 2011. Protagonista: Sean Penn”. Si legge sul Corriere della Sera. “‘Per me non solo è il miglior attore della sua generazione, ma in assoluto lo affiancherei a Marlon Brando e Robert De Niro’, ha spiegato il regista in collegamento con Milano da New York per la presentazione della pellicola. Le riprese inizieranno il mese prossimo, negli Stati Uniti, ma il progetto vanta già un primato definito ‘storico’ da Giampaolo Letta, ad di Medusa Film: ‘Ci troviamo di fronte a un evento che segna un nuovo modo di fare e intendere il cinema’. Questo perché, per la prima volta, una banca — in questo caso Intesa Sanpaolo — entra nella realizzazione di un film usufruendo dei benefici fiscali che la normativa del Tax credit riconosce a investitori non del settore per la produzione di un’opera cinematografica. ‘Questo progetto — ha spiegato l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera— ha i numeri per essere una storia di successo. Potrebbe essere un esempio affinché altri investitori esterni al cinema decidano di sostenere questa industria’. Intanto, c’è la soddisfazione di esserci arrivati per primi come ribadito da Gaetano Miccichè, direttore generale di Intesa Sanpaolo: ‘Investire nell’arte riempie il cuore’. A cui ha fatto eco Carlo Rossella, presidente di Medusa Film: ‘È un modo nuovo di affrontare i problemi del cinema italiano. Se questo esempio sarà seguito il cinema troverà nuovo sbocco e nuova vita’. Come sottolineato da Sorrentino, il budget della pellicola non è usuale per il nostro Paese: 25 milioni di euro. Intesa Sanpaolo ha investito 2,5 milioni coprendo il 10 per cento del valore del progetto, poi Medusa Film, Lucky Red e Indigo Film con quote del 20 per cento ciascuna. Il restante 30 per cento sono finanziamenti francesi (20 per cento) e irlandesi (10 per cento). Tutto per una pellicola di ideazione italiana ma di stampo internazionale, girata in inglese. Non volendo svelare troppo della trama, Sorrentino se la cava così: ‘È una commedia stralunata, per il personaggio di Sean Penn (una ex rockstar che per recuperare la memoria del padre cerca il nazista che lo aveva perseguitato in guerra, nascosto negli Usa). La vicenda si gioca su due binari. Uno intimo: il mancato rapporto tra padre e figlio sullo sfondo dell’Olocausto. E uno più ambizioso: la ricerca di una forma di pacificazione con l’orrore nazista. Un film solare, aperto, dove il protagonista non è portatore di misteri ma di gioia e cerca di ricomporre due famiglie: la sua e quella dell’Europa’. Nel ruolo della moglie di Penn, Frances McDormand (anche lei premio Oscar) mentre la colonna sonora è di David Byrne, fondatore dei Talking Heads (‘ho passato l’adolescenza a venerarli’, ha confessato il regista). L’Italia che riabbraccia Hollywood. ‘Come ai tempi di Burt Lancaster nel Gattopardo o De Niro diretto da Sergio Leone’, si lancia Nicola Giuliano di Indigo Film. Ma Sorrentino più che al mito americano preferisce ancorarsi a quello del cinema che, come spiega, ‘è uguale dappertutto. Farlo qui o in Italia è lo stesso. È un linguaggio unico, meraviglioso, universale’”.

 (red)

 

29. Spagna-Olanda, la finale mai vista

Roma -

“A dodici anni dal successo della Francia che fu l’ultima ad entrarvi, il club più esclusivo del pianeta accetta un nuovo socio, l’ottavo gigante che vince il Mondiale. Domenica a Soccer City si giocherà una sfida inedita come lo è stato il primo Mondiale africano. Olanda-Spagna sarà la finale tra due nazioni che hanno segnato la storia del calcio senza mai finirci in cima. L’Olanda ci provò due volte sempre contro le squadre di casa e quasi inevitabilmente le fallì, la Spagna si era ormai abituata a seguirle in tv. Lo fece persino nell’anno in cui le portarono il Mondiale a domicilio: vinse l’Italia. Ora ha la grande occasione di giocare da favorita la sua prima finale per la maniera, più che la misura, con cui si è sbarazzata della Germania”. Si legge sulla Stampa. “ L’1-0 firmato da un difensore simbolo dell’indipendentismo catalano, Carles Puyol, ripete il risultato di Vienna 2008, epilogo del campionato europeo che ha avviato il ciclo internazionale degli spagnoli. Questo Mondiale è il figlio di quella vittoria storica per la Spagna. Senza la convinzione dei propri mezzi si sarebbe squagliata come altre volte al primo intoppo: la sconfitta con la Svizzera all’esordio nel Mondiale. Invece gli spagnoli hanno pensato che fosse un rimediabilissimo incidente di percorso e l’hanno raddrizzato arrivando fin qui. La semifinale non è stata una passeggiata ma l’immaginavamo più tosta. Eravamo impreparati alla timidezza della Germania. L’uomo del ciuffo e del maglioncino ‘frufru’, Joachim Loew, ci ha regalato una squadra moderna, la più bella a vedersi fino a ieri. I giovani però non hanno retto la tensione e la Germania si è afflosciata sull’ostacolo più impegnativo: lo ha fatto alla tedesca, con dignità, però la partita è sempre stata nelle mani dell’avversario, molto più tecnico e sicuro. La Spagna è insieme al Barcellona, che ne costituisce l’ossatura, la squadra meno irregimentabile del mondo. Non si riesce a disegnarne un modulo nè a fissarne le posizioni: tranne Villa e i difensori, gli spagnoli attuano un rimescolio in campo che fa perdere la misura a qualsiasi avversario. Ci sono cinque uomini che appaiono in una zona e li riscopri in un’altra, non sai dove andarli a prendere e nel frattempo creano gli spazi dove infilare le altre pedine. La qualità del palleggio fa il resto. Così nel primo tempo la giovane Germania è rimasta ipnotizzata, per necessità o per scelta, forse per entrambe. Il ricordo della sconfitta di due anni fa ha condizionato l’avvio dei tedeschi, guardinghi, per niente manovrieri, sempre ravvicinatissimi per non dare agli spagnoli il modo di infilarsi tra una linea e l’altra. Podolski, una punta, faceva il terzino su Sergio Ramos. Lippi, che avrebbe voluto vedere questo in Iaquinta o Di Natale l’avrebbe abbracciato. Comunque qualche buco si creava. Al 6’ Pedro lanciava Villa in un corridoio davanti a Neuer. Il portiere tedesco salvava. Al 13’ Iniesta sfruttava il lato debole della Germania (il sinistro, dove presidiavano Boateng e Podolski): Puyol si lanciava in tuffo sul cross e metteva alto di testa, più o meno dal dischetto del rigore. L’agevole pressione della Spagna si concludeva presto. La carestia di gol, a fronte di tanto affannarsi, ha accompagnato la squadra di Del Bosque nel Mondiale. Si dava la colpa a Torres: ieri è stato in panchina fino a 10’ dalla fine per dare un posto in area a Villa ma non è cambiato l’andazzo. Il capocannoniere del Mondiale è rimasto a secco dopo 4 partite consecutive: forse quel ruolo non porta fortuna. Come quei frutti belli a vedersi ma insapori al morso, il gioco dei campioni d’Europa restava freddo e non colpiva lo stomaco. Se fosse entrata la palla iniziale di Villa sicuramente la semifinale si sarebbe accesa. Non accadeva. Kassai fischiava il primo fallo dopo 27’, ne avrebbe puniti altri tre prima dell’intervallo: manca una statistica precisa ma non s’era mai vista una partita così importante e ostentatamente corretta (manco un ammonito). La Germania di Loew nega lo stereotipo dei tedeschi macinatori di un gioco grezzo ma assillante. Definirli "panzer" già faceva accapponare la pelle prima, adesso sarebbe davvero una sciocchezza. Non c’è grande fisicità, nonostante la stazza dei giocatori, ma la velocità che l’ha sostituita non si manifestava come contro l’Inghilterra o l’Argentina: difficile partire in contropiede contro la Spagna che raramente perde l’equilibrio. L’offensiva si scaricava in lampi: un tiro del piccolo Trochowski (con Klose e Podolski un attacco ‘made in Poland’), il contropiede su cui Oezil, in ombra, reclamava il rigore che non c’era. C’era una Spagna più concreta nella ripresa. Cambiava la strategia: non più i passaggi filtranti che la difesa tedesca aveva imparato a neutralizzare, ora lo schema portava a liberare Xabi Alonso al tiro dal limite dell’area. La mira era imprecisa tuttavia la Germania affrontava un rischio nuovo e un po’ sbandava. Villa non arrivava su un cross teso di Iniesta, c’era aria di gol e l’avrebbe realizzato al 28’ Puyol saltando come un pallavolista sul corner di Xavi anche se 5 minuti prima c’era andata vicinissima la Germania con Kroos: tiro al volo da dieci metri e Casillas confermava che per vincere il Mondiale serve un grande portiere in forma, come fu Buffon quattro anni fa. Anche per questo la Spagna ha più chances dell’Olanda per la finale”.

 (red)

Prima pagina 08 luglio 2010

Le carote, lo yogurt e la GDO