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Oddio, un’intera giornata senza i bla-bla della stampa

di Federico Zamboni

I giornalisti fanno sciopero e noi, come vedete, siamo qui a fare il nostro solito lavoro. Il motivo è semplice: quand’anche iscritti allo stesso ordine professionale, che ha smarrito da un pezzo la propria ragion d’essere, noi e la stragrande maggioranza dei “colleghi” non abbiamo nulla a che spartire. Senza farla troppo lunga, e tenendoci alla larga da qualsiasi eccesso di compiacimento per la nostra totale e consapevole alterità, la differenza fondamentale è che essi fanno parte di questo sistema e noi no. 

Noi pensiamo che siano sbagliate le premesse, a cominciare dall’asservimento di tutto – e quindi anche della cultura, dell’arte e della stessa informazione – alla logica del profitto. E dunque ai potentati, espliciti e occulti, che vi presiedono. Loro, salvo rare eccezioni, si limitano a prendere atto della situazione e cercano di ritagliarsi uno spazio, di guadagno e di carriera, all’interno della realtà attuale. Ignorando completamente, per ottusità o per convenienza, i nodi fondamentali da cui discendono tutte le altre distorsioni: uno, la vera funzione della stampa, che non si può esaurire nel riversare enormi flussi di notizie a getto continuo; due, la necessità di evitare qualunque commistione tra i media e le imprese di altro tipo, essendo palese (per chi sia in buona fede) che se la proprietà di un giornale è nelle mani di banche e industrie l’autonomia della testata è preclusa a priori. 

Benché ammantato di motivazioni altisonanti, quindi, lo sciopero di oggi è destituito di fondamento e di credibilità per il fatto stesso che a proclamarlo sono coloro i quali tacciono, da sempre, su questioni assai più importanti e ancora più degne di tutela. Che il problema delle intercettazioni esista è fuori di dubbio, ma che lo si spacci per il discrimine decisivo tra libertà di stampa e censura di Stato è una vera e propria mistificazione. Se i giornalisti avessero davvero a cuore gli interessi dei cittadini – dei cittadini, non dei lettori/consumatori ai quali vendere un prodotto e, quel che è peggio, un’illusione di competenza, nel falso presupposto che essere aggiornati sui dettagli equivalga a comprendere il senso complessivo di ciò che accade – la loro mobilitazione dovrebbe essere permanente. A cominciare dal rifiuto di ogni contiguità col potere, politico ed economico, e di ogni compiacenza nei confronti di chi abbia un ruolo pubblico di rilievo, tanto nelle istituzioni quanto nel mondo dello spettacolo. 

La prima battaglia da intraprendere è quella di una riqualificazione del ruolo della stampa, che presuppone una condotta rigorosa da parte di ogni singolo giornalista, in ogni contesto e in ogni circostanza. Sembra assurdo doverlo sottolineare, ma il giornalismo e l’intrattenimento sono, e devono restare, ambiti completamente separati. La distinzione da fare non è tra i talk show “impegnati” alla Santoro e quelli “accomodanti” alla Bruno Vespa. Il punto da chiarire, una volta per tutte, è che è sbagliato il concetto stesso di talk show. Ma quale show? Ma quale “spettacolo di chiacchiere”? Se si discute di crisi economica, o di altri gravissimi aspetti della nostra società allo sbando, bisogna che tutti, sia i partecipanti che gli spettatori, si facciano carico della complessità e della spiacevolezza dei temi. E chi è a caccia di battibecchi si accomodi altrove. 

Persino in ambito sportivo bisognerebbe recuperare il senso della differenza, essenziale, tra chi informa e chi intrattiene: spiegando ai cosiddetti giornalisti, vedi quelli che si stanno occupando per la Rai del Mondiale in Sud Africa, che loro non sono dei cabarettisti e che la loro continua ricerca della gag non solo non è necessaria ma è fuori luogo. Nelle intenzioni dovrebbe essere un modo di fare divertente. Nei fatti risulta pretestuoso. E grottesco. 

La propria credibilità, insomma, si costruisce giorno per giorno, 365 giorni all’anno. Ricordandosi, secondo il vecchio adagio, che il giornalista è chiamato a essere “il cane da guardia della democrazia”. Chi si accontenta di fare il cane da salotto per la maggior parte del tempo ha ben poco da sbraitare, se poi l’establishment ne trae le logiche conseguenze e si convince di poterlo tenere al guinzaglio senza sforzo. Un’abbaiatina ogni tanto non impressiona nessuno. Tutt’al più causa un po’, e solo un po’, di disturbo. 

Federico Zamboni

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