Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 02/08/2010

1. Le prime pagine

Roma -

IL CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Prova di forza su Caliendo”. Editoriale di Piero Ostellino: “Il conflitto da evitare”. In un box il richiamo dell’intervista al ministro del Welfare Maurizio Sacconi: “Logica suicida minare adesso la stabilità”. A seguire: “Futuristi o no? Lasciate in pace Marinetti” di Pierluigi Battista. Al centro: “Schumacher fa il cattivo” e “Quattro amici d’argento”. Taglio centrale anche per “Effetto incentivi finito: la vendita delle auto crolla del 26 per cento”. A fondo pagina: “I partiti e la nuova frattura tra Nord e Mezzogiorno” e “Niente menu etnici a scuola”. LA REPUBBLICA – In apertura: “Caso Caliendo, governo alla prova”. Editoriale di Aldo Schiavone: “Il mercato dei deputati”. Intervista a Walter Veltroni: “Basta perdere tempo, il Pd non si faccia mettere nell’angolo”. Foto-notizia con il titolo: “In fuga dall’Iran la falsa Neda: ‘Il regime mi perseguitava’”. Al centro: Auto, crollo di vendite. A luglio meno 26 per cento”. A fondo pagina: “Vaticano, ancora al loro posto i sacerdoti delle notti hard”. IL GIORNALE – In apertura: “Prime crepe nel muro di omertà sulla casa di Fini a Montecarlo”. Foto-notizia con il titolo: “Belen e la cocaina: ecco i verbali”. Di spalla la resa dei conti nel Pd: “Ma adesso i finiani hanno paura della prova di forza”.Richiamo in prima pagina per due interviste: “Pino Rauti, Gianfranco? È bugiardo e illiberale” e “Silvano Moffa, ‘Non siamo nè kamikaze, nè vietcong’”. A fondo pagina: Se gli Usa si vergognano dei loro eroi”. LA STAMPA – In apertura: “Pdl-finiani, test su Caliendo”. Interviste: “Il sottosegretario: ‘Mai fatto nulla, non mi dimetto’”. E “Conte: ‘Abbiamo opinioni diverse. Ne discuteremo’”. Editoriali di Luca Ricolfi e Lucia Annunziata: “Il federalismo è la vera posta in gioco” e “Il sogno infranto del cavaliere”. In un box: “Ghedini: ‘Le toghe rosse non esistono’”. Al centro: “Ecco i nuovi tesori protetti dall’Unesco”. IL SOLE 24 ORE – In apertura: “In casa lavori sempre più veloci”. Editoriale di Giorgio Santilli: “Buona idea ma a rischio falsa partenza”. Al cnetro: “Regioni in ritardo, certificati on line da un medico su tre”. A fondo pagina: “Per i mini-paesi un futuro di convivenze forzate”. IL MESSAGGERO - In apertura: “Duello sul caso Caliendo”. Editoriale di Claudio Gentili: “Investimenti e rigore per colmare il ritardo”. Vademecum dell’estate politica di Mario Ajello: “Bipolarismo finito e nuovi divi: ecco lo tsunami della libertà”. Foto-notizia con il titolo: “Roma spettacolo a Parigi. Lazio, arriva Hernanes”. Al centro: “Certificati on line, stop dei medici”. A seguire: “La favola di Imma: ‘Non volevo morire’”. A fondo pagina: “Auto, a luglio vendite a picco” e “Invasione di cafonauti e meduse, quando la vita di spiaggia si fa difficile”. IL TEMPO – In apertura: “Il clima è Caliendo, Fini pensa al colpaccio”. Editoriale di Francesco Damato: “Un desiderio e la realtà delle elezioni”. Al centro: Da Benigni battute e volgarità”. A fondo pagina: A Bologna bomba palestinese”. L’UNITA’ – In apertura la strage di Bologna: “Assenti dal luogo del delitto”.

 (red)

 

 

2. Pdl-finiani, test su Caliendo

Roma -

“Domenica di lavoro per i finiani che si preparano alla loro prima prova di forza parlamentare con il voto sulla mozione di sfiducia a Caliendo. Fini sa che Berlusconi lo aspetta al varco. E intanto le vuvuzelas mediatiche berlusconiane, con in testa Il Giornale di Vittorio Feltri, continuano a bombardare il presidente della Camera. Raccontano storie di appartamenti di proprietà di An affittate al fratello della signora Tulliani e di altre case intestate a lei dal suo ex compagno Gaucci e mai ridate indietro. ‘Berlusconi si illude di poterci dividere e di fermarci buttando fango sulla mia famiglia. Continua a sbagliare con il pallottoliere. I 4 gatti presto diventeranno 40. Farebbe meglio a licenziare i contabili’. Da Ansedonia Gianfranco Fini prova a farsi qualche risata, ma i deputati che ieri l’hanno sentito al telefono avvertono nervosismo e grande determinazione allo stesso tempo. Sono momenti difficili, di scelte da valutare oculatamente: ogni passo falso potrebbe essere fatale al progetto politico dei ‘futuristi’”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “Una scelta irreversibile, pronta a navigare in mare aperto con il gruppo parlamentare Futuro e Libertà che presto diventerà un partito vero e proprio e ha bisogno di tempo per radicarsi nel territorio. Non c’è tempo da perdere, bisogna farsi trovare pronti ad ogni evenienza, anche quella elettorale, ma prima di arrivare alle urne questa nuova forza è disposta a sostenere un governo di transizione. Magari con a capo del governo uno come Maroni che da ministro dell’Interno si è distinto nella lotta alla criminalità organizzata. Un governo Maroni, quindi con uno dei massimi esponenti della Lega, che abbia solo tre punti nella sua agenda: nuova legge elettorale, realizzazione del federalismo fiscale, provvedimenti economici urgenti. Come farebbe Bossi a dire no? Il capo del Carroccio è veramente disponibile alla logica muoia Sansone-Berlusconi con tutti i filistei? Non sa che in caso di elezioni anticipate si formerebbe un’alleanza tra i ‘futuristi’, l’Udc, pezzi del Pd e dell’ex Fi, arrivando a superare una percentuale di consensi a due cifre? A quel punto, ragionano i finiani, Berlusconi ha perso e perderebbe anche se Fini si presentasse da solo con una lista che porta il suo nome (il loro calcolo è che una del genere può contare dal 7 al 12 per cento). Allora calma e gesso, ci provi Berlusconi a farsi sotto, a spaccare i Futuro e Libertà. Intanto Bossi tuona: ‘Le nostre famiglie sono schiavizzate da uno Stato delinquente che ha pensato a portare via risorse. Questo può portare all’esplosione della Padania. Reagiremo’. Circola la voce tra i berlusconiani che il premier voglia utilizzare la mozione di sfiducia a Caliendo proprio per pesare i deputati finiani, per capire chi veramente vuole sostenere il governo, chi sono i ‘bugiardi’ e i ‘sinceri’, per usare un’espressione di La Russa. Quale sarà l’indicazione di Fini? Il suo portavoce dice che lui ha ‘le idee chiarissime’. Parole che dai suoi vengono interpretate come l’intenzione bellicosa di votare sì alla sfiducia al sottosegretario di Alfano. ‘Se Berlusconi vuole metterci alla prova - spiega uno dei duri - troverà pane per i suoi denti’. Eppure il premier dice di contare sul sostegno e la fiducia del nuovo gruppo finiano, ma loro interpretano queste parole come una tattica subdola: dividere, fare campagna acquisti, tirare dalla sua parte i moderati che sulla mozione di sfiducia a Caliendo effettivamente frenano. C’è chi vuole subito l’affondo per far vedere di che pasta è fatta Futuro e Libertà; e chi preferisce rinviare il voto a settembre oppure astenersi, meglio ancora se venissero tolte le deleghe a Caliendo. Tutti ascolteranno oggi cosa ha in testa Fini e quello che sembra più verosimile è che il leader dei futuristi abbia già deciso per il pollice verso. Ma alla fine si atterrà alla decisione del gruppo che rimarrà unito. ‘Berlusconi - spiega il moderato Silvano Moffa - farebbe bene a non perdere tempo cercando di dividerci. Noi rimarremo uniti, qualunque sia la decisone sulla mozione di sfiducia. Il premier prenda atto che c’è una nuova forza politica con la quale fare un patto di legislatura’. L’opera di sfondamento di Berlusconi sembra destinata a fallire e intanto al Senato Futuro e Libertà ha raggiunto quota dieci per formare il gruppo”.

 (red)

 

 3. Berlusconi: Presto sapremo se Fini è leale

Roma -

“Perfido Cavaliere: vuole mettere subito Fini alla prova. ‘Gianfranco ha promesso di sostenere lealmente il governo, vediamo se è sincero o se, viceversa, ha imboccato la via che lo porterà dritto all’opposizione...’. Così ragiona il premier in queste ore, mentre trascorre il fine settimana coi nipotini e senza ‘valchirie’ a Porto Rotondo, come ai vecchi tempi. Nel primo caso (sostegno dei finiani al governo) la XVI° legislatura repubblicana riprenderebbe dopo i sussulti il suo tran-tran consueto. Nell’altra ipotesi Fini (lo mette in guardia da Bari il ministro Fitto) si caricherebbe della pesante croce che tocca a chi provoca le elezioni anticipate, per di più nei panni del ‘traditore’. Entrambi scenari vantaggiosi per il premier, scomodi invece per il presidente della Camera”. Lo scrive La Stampa, che aggiunge: “L’occasione del chiarimento tra i due l’ha fabbricata il Pd, senza ovviamente l’intenzione di regalare un ‘assist’ al premier. Si tratta della mozione di sfiducia presentata nei confronti del sottosegretario alla Giustizia Caliendo. All’esponente di governo si contesta da sinistra un ruolo attivo nella cosiddetta ‘P3’, incompatibile con il suo alto incarico al ministero di Via Arenula. Era corsa voce di un possibile rinvio a settembre, tanto per dare ossigeno a Caliendo. Ma le ultimissime dal campo berlusconiano raccontano una storia diversa: Berlusconi pare voglia mettere la mozione Pd già questa settimana all’ordine dei lavori di Montecitorio per verificare, appunto, l’ex-amico come si comporta in un caso molto molto concreto. E anche per spargere tra i finiani il seme della discordia. Tramite le antenne del capogruppo Cicchitto, è giunta voce al premier che il fronte dei ‘transfughi’ sia già sul punto di frammentarsi. La maggioranza finiana sarebbe pronta a votare la sfiducia a Caliendo. Senonché altri 10-15 deputati di ‘Futuro e libertà’ risulterebbero al Cavaliere di diverso avviso. Un po’ per amicizia nei confronti del sottosegretario sulla graticola, un po’ per paura di precipitare l’Italia verso le elezioni anticipate e un altro po’ per calcoli di diversa natura. Tra i finiani, tanto per dire, ci sono ministri (Ronchi), vice-ministri (Urso), sottosegretari (Viespoli, Menia): sollevare contro un collega di governo la questione morale rappresenterebbe uno ‘sbrego’ al rapporto fiduciario, dicono a Palazzo Grazioli, da dimissioni immediate. Stesso discorso per importanti presidenti di commissione, come Moffa. La fedeltà nei confronti di Fini li spingerà al harakiri politico? Chi come La Russa ha parlato ieri con Berlusconi l’ha sentito ‘sereno e molto determinato’. Deciso a procedere lungo i binari già tracciati con lo stato maggiore, che prevedono oggi la conferenza dei capigruppo per fissare il calendario d’aula, e la votazione su Caliendo verso giovedì o venerdì. Nessun rinvio anche per ragioni ‘tecniche’: andare tutti in vacanza senza votare la mozione Pd significherebbe affossare due decreti-legge in scadenza, quello sull’energia e l’altro sulla Tirrenia. Verrebbero entrambi ripresentati ai primi di settembre, ma con loro (puntuale quanto una cambiale) busserebbe alla porta dell’Aula pure la mozione di sfiducia contro Caliendo. Si domandano gli strateghi berlusconiani: che senso avrebbe rinviare la resa dei conti a settembre se poi ci ritroveremmo al punto di prima, magari con qualche pigro deputato di maggioranza ancora al mare o in montagna? Avanti, dunque, col chiarimento. Con vivo rammarico (quantomeno tra le ultime colombe dello staff berlusconiano) per gli attacchi del ‘Giornale’ di famiglia a Elisabetta Tulliani, compagna di Fini. Un po’ perché non si trattano così le signore e poi perché risulta perfettamente inutile tendere la mano all’avversario (come ha dato l’impressione di voler fare il premier nel suo colloquio con ‘La Stampa’) se poi si lascia coprire di veleni la madre dei suoi figli. Col risultato di esacerbare ulteriormente i rapporti, già non proprio felici”.

 (red)

 

 

4. Finiani mediano per evitare lo scontro

Roma -

“La partita è ancora aperta e potrebbe chiudersi solo oggi pomeriggio, a distanza molto ravvicinata rispetto alla riunione dei capigruppo della Camera convocata per le 18. Perché sul ‘caso Caliendo’, la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario alla Giustizia indagato per associazione segreta, si gioca il prossimo scontro tra Fini e Berlusconi. Quello che potrebbe aprire la fase finale del duello spostando il conflitto dal Pdl alla tenuta del governo. Oppure portare ad una possibile tregua estiva per dare il tempo di aggiustare le rispettive strategie”. Lo scrive IL Corriwere della sera, che prosegue: “Ieri il Presidente della Camera è intervenuto direttamente sulla vicenda: ‘Su Caliendo - ha fatto dire al suo portavoce - Fini ha le idee chiarissime e le discuterà con il suo gruppo un attimo prima dell’eventuale voto sulla mozione di sfiducia’. Può sembrare una risposta alla sfida lanciata da Antonio Di Pietro (‘ci faccia capire se davvero la sua è una battaglia in nome della legalità o se è solo una furbata’), ma in realtà è soprattutto uno stop alle numerose dichiarazioni sull’argomento fatte dai suoi e non del tutto gradite. La decisione che verrà presa dalla riunione dei capigruppo di Montecitorio potrà quindi avere conseguenze importanti per la maggioranza. Per questo ieri circolava anche l’ipotesi che il governo potesse rinunciare ai due decreti in scadenza (trasporto marittimo, nucleare ed energie rinnovabili) e chiudere quindi subito la Camera per la pausa estiva evitando il voto su Caliendo. Ma l’orientamento dettato dai berlusconiani sembra quello di andare avanti ad ogni costo, votando prima i decreti (fino a mercoledì) e poi la mozione (giovedì o venerdì). In questo senso la dichiarazione di Fini (che però non precisa se è orientato verso il ‘sì’ alla sfiducia) sembra suonare come una minaccia nei confronti del Pdl, che ha fatto quadrato di fronte alla mozione, perché il primo punto del nuovo gruppo finiano c’è proprio la legalità e la censura dei parlamentari e membri del governo sotto inchiesta. Ma i rischi di un’accelerazione dello scontro in piena estate induce alla prudenza anche l’ala più radicale dei finiani: ‘È vero - conferma Italo Bocchino - che la difesa della legalità è un nostro punto fermo, ma la vicenda Caliendo è complessa: occorre fare una valutazione politica tenendo presente che finora il sottosegretario, anche in Parlamento, è sempre stato una persona a modo’. Insomma, come dicono già da tempo molti altri finiani più moderati, Caliendo non è Cosentino, il sottosegretario per il quale i magistrati avevano chiesto l’arresto. Spunta quindi anche una terza via per il gruppo di Futuro e Libertà alla sua prima prova parlamentare: astensione e voto di un proprio documento sulla vicenda. In altre parole una linea autonoma che darebbe modo a Fini di non votare né con la maggioranza, né con l’opposizione, senza però cedere sulla difesa della legalità. Il Pd non chiederà comunque il ritiro della mozione, che è di diritto in base alla quota del 20 per cento di iniziativa concessa all’opposizione. Lo conferma lo stesso capogruppo Dario Franceschini: ‘La nostra richiesta non è modificabile’. E nel partito di Bersani trapela ottimismo sull’esito della votazione, facendo capire che in queste ore ci sono stati contatti con i finiani per un sostegno alla mozione, sostenuta anche dall’Idv. Anche in caso di astensione, si fa notare, la bilancia potrebbe pendere dalla parte della sfiducia a Caliendo. Invece la scelta dell’Udc non appare così scontata come fu quella che venne presa nei confronti di Cosentino. Non solo perché, come dicono anche i finiani, si tratta di due casi diversi, ma anche perché la vicenda si incrocia con la nomina di Michele Vietti a vicepresidente del Csm. Che potrebbe anche incassare i voti del Pdl. Insomma, le variabili sono ancora molte e si tratterà fino all ’ ultimo. Con uno sguardo diretto soprattutto a Silvio Berlusconi: se vuole trasformare il voto di sfiducia in incidente sarà politicamente molto arduo per i finiani evitare lo scontro”.

 (red)

 

 

5. Caliendo: Mai commesso illeciti, resto al mio posto

Roma -

“Ironico, garbato, avvolgente come solo certi gran signori napoletani, il sottosegretario Giacomo Caliendo, un magistrato prestato al Pdl, non è abituato ai clamori della cronaca. È uomo da passi felpati, da congressi della magistratura (dove è stato un mattatore per tanti anni), da lavoro dietro le quinte. E perciò appare un po’ disorientato ora che suo malgrado è diventato l’uomo del giorno. Sul suo futuro potrebbe addirittura risolversi il furibondo scontro tra Berlusconi e Fini. E lui, il diretto interessato, al telefonino risponde serafico: ‘Dimettermi? E perché mai? Non ho fatto nulla di quanto mi si addebita, anzi. E l’ho spiegato a chi mi ha interrogato. Ho fatto nomi e cognomi di testimoni’”. Inizia così l’intervista de La Stampa al sottosegretario Giacomo Caliendo. “Di dimissioni, insomma, non se ne parla – prosegue -. Caliendo trova il tono di voce più accorato. ‘Guardi, in quarant’anni di magistratura e due di vita parlamentare non ho mai, dico mai, commesso alcunché di illecito. Di più: mai alcunché di scorretto. E allora perché dovrei dimettermi? Se qualcuno dimostrerà il contrario, ma con i fatti, non a chiacchiere, allora mi dimetterò all’istante. Ma fino a quel giorno...’. Fino a quel giorno il sottosegretario Giacomo Caliendo terrà duro. ‘È sui fatti - si sfoga - che si deve parlare. E io sui fatti non ho nulla da rimproverarmi’. Proprio nulla? E quella leggina, ‘merce di scambio’, che avrebbe mandato in pensione i vertici della Cassazione tre anni dopo il previsto? ‘Mai proposta dal sottoscritto. Non esiste al riguardo un solo atto parlamentare. Ma la presunta leggina non è mai stato discussa nemmeno in consiglio dei ministri. Eppure leggo sui giornali che sarei io il padre di questa fantomatica leggina che non c’è e che peraltro nemmeno è stata mai proposta da un singolo parlamentare’. Eppure si capisce che il presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, a un certo punto ci sperava. ‘Guardi, è vero che se ne parlava sui giornali, ma non c’era nulla di reale. Un certo giorno mi chiamò Carbone stesso per chiedermi: io non ci tengo, ma mi fate la cortesia di dirmi qualcosa? E allora diedi incarico agli uffici di fare una ricognizione, per vedere se c’era un emendamento, un ddl... Nulla. E comunque ero contrario. Ne ho parlato con diversi parlamentari dell’opposizione che potranno confermare’. Qualcuno però ci sarà pur stato a spingere per questa dannata leggina o no? ‘Qualcuno in effetti me ne ha parlato: ci vuole una proroga delle cariche, mi dissero, perché sennò scadono tutti assieme, presidente di Cassazione e avvocato generale dello Stato... Ma che ragionamento è questo?, gli risposi. Se li proroghiamo di tre anni, il problema alla scadenza si porrà di nuovo’. Il sottosegretario Caliendo, insomma, oppone la sua serenità olimpica alle perturbazioni della politica. ‘Mi dovrei dimettere proprio io che non ho voluto le ispezioni al tribunale di Milano? Ci sono gli atti che parlano. Sono stato io a dire che non c’erano gli estremi per mandare gli ispettori ministeriali. E ora mi si accusa di avere fatto gli interessi di questa pseudo associazione segreta? Ma fatemi il piacere’”.

 

 (red)

 

 

6. Conte (Fel): Su mozione Caliendo tra noi opinioni diverse

Roma -

“Giorgio Conte, deputato vicentino 49enne, è il reggente di Futuro e Libertà. Oggi, alla sua seconda riunione dei capigruppo, il Pd chiederà di calendarizzare subito la mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo. Sulla mozione di sfiducia, Fini dice di avere le idee chiarissime. Voterete a favore o contro? ‘Non posso anticiparglielo per due motivi: perché sono il rappresentante del gruppo protempore, e perché dobbiamo parlarne. Non è un mistero che fra noi ci sono opinioni diverse, ne discuteremo’”. Inizia così l’intervista a Giorgio Conte de La Stampa, che prosegue: “Qual è la sua opinione? ‘Ho anch’io le idee chiare ma preferisco parlarne prima col gruppo, pensando a quanto è già accaduto in circostanze analoghe, quando il diretto interessato ci ha pensato su, prima di offrire al Parlamento un motivo di scontro...’. Allude a un passo indietro, come già hanno fatto il ministro Brancher e il sottosegretario Cosentino? ‘Esattamente. Ma, ripeto, è una valutazione personale’. In un colloquio con La Stampa, Berlusconi ha usato toni distensivi: con voi si cercheranno punti di intesa su quello che non è nel programma. ‘Finalmente torniamo a sentir parlare il presidente Berlusconi in termini di dialogo e apertura. Siamo pronti a discutere su tutto con il rispetto che non è mai mancato e disponibilità totale’. Nel frattempo però avete fatto i gruppi separati... ‘Solo perché Fini è stato espulso politicamente giovedì sera, altrimenti non li avremmo fatti’. Così però vi collocate a metà strada: dentro al Popolo della libertà ma con i vostri gruppi... ‘Siamo a metà del guado, ma non per decisione nostra. Tecnicamente, è possibile appartenere ad altri gruppi. Se ci vogliono espellere ne prenderemo atto, e valuteremo una struttura partito da mettere in piedi. Io l’espulsione me l’aspetto, ma se devo pensare in chiave futura resta vivo il progetto di trovare una casa comune per tutto il centrodestra’. Ci sono i numeri per far nascere oggi Futuro e Libertà anche al Senato? ‘A me risulta di sì, poi se qualcuno ci ha ripensato al momento non è dato sapere. Le dico che abbiamo dovuto fermare alcune adesioni’. Cioè c’era qualcuno già pronto a entrare che per ora non avete accettato? ‘Glielo posso sottoscrivere. Al momento non abbiamo voluto accettare tutti quelli che sono venuti a bussare alla nostra porta, perché ci siamo ripromessi di partire con un’identità omogenea e chiara’. L’ipotesi elezioni... ‘Non servono a nessuno. Non a Berlusconi, che ci tiene giustamente a portare a compimento la legislatura. Non a Fini, che credo non le abbia mai prese in considerazione. Non parliamo del Paese: i cittadini ci verrebbero a rincorrere col forcone’”.

 (red)

 

7. Moffa: Non siamo né kamikaze né vietcong

Roma -

“Onorevole Silvano Moffa, allora farà il capogruppo di Futuro e Libertà? ‘Può fare un’altra domanda?’”. Silvano Moffa risponde così a Il Giornale, che continua: “ Sulla questione dei finiani divisi tra falchi e colombe... ‘Aspetti, né falchi né colombe. A parte che per quanto mi riguarda ho già detto di preferire le aquile, in quan¬to volano alte e sono intelligenti’. Ma nel vostro gruppo c’è chi mo¬stra di amare la guerriglia politica. O no? ‘Non siamo né kamikaze né vietna¬miti ‘. Voi aquile non lo siete. Ma Bocchi¬no, per esempio, come lo terrete a bada? ‘Molti si sorprenderanno della nostra capacità di coesione. Bocchino non ha la stoffa per essere un vietcong. Non ha il phi¬sique du role ‘. Alcuni deputati finiani moderati hanno deciso di aderire a patto che Bocchino e Granata siano isolati. ‘Credo che l’adesione prescinda da que¬sto giudizio. E Fini è stato molto chiaro: dobbiamo mostrare grande lealtà nei con¬fronti del governo, discutere con grande senso dello Stato di quello che non è previ¬sto nei programmi’. E quello che è previsto nel pro¬gramma elettorale del Pdl? Votere¬te sempre sì? ‘Con un contributo laddove ci sia bi¬sogno di un approfondimento conte¬nutistico. Il Pdl è entrato in una fase di apatia progettuale perché non basta fermarsi a un’azione economica di contenimento: questa va accompa¬gnata a un progetto futuro che dia le linee di sviluppo del Paese. Come di¬ce Berlusconi non siamo amici, siamo alleati. E gli alleati contribuiscono a definire la linea di governo. La “gol¬den share” non è più nelle mani della Lega’. Come risponde ai suoi colleghi di Fli che già parlano di voto a ‘mani libere’ su alcuni provvedimenti? ‘In questo momento ogni dichiarazio¬ne affrettata non dà il senso del metodo che intendiamo dare al lavoro del gruppo, che è un metodo assolutamente democra¬tico in cui ci si confronta in maniera sere¬na. È il tempo della politica, non è il tempo delle oligarchie’. Allora quale sarà la linea di Fli sul¬la mozione di sfiducia al sottose¬gretario Caliendo? ‘Il presidente Fini ha già detto che ne di¬scuterà con il suo gruppo un attimo prima dell’eventuale voto’. Ognuno per sé: falchi, aquile e co¬lombe? O troverete un compro¬messo che non fa male a nessuno? ‘Significa che non ci sono posizioni precostituite ‘. La mozione sarà discussa questa settimana? ‘Noi abbiamo di fronte il problema dei decreti che sono in scadenza nella prima settimana di settembre.È evidente che nell’interesse del Paese dovremmo far sì che questi decreti siano approvati. Il nostro gruppo non ha problemi a lavorare anche ad agosto’. Vi state preparando a elezioni anti¬cipate? Lavorate alla creazione di un partito? ‘È prematuro parlare di queste cose. Il nostro intendimento è onorare gli impe¬gni con gli elettori e consentire la realizza¬zi¬one del programma elettorale che abbia¬mo sottoscritto. Non vogliamo le elezioni anticipate’. E quindi cosa vedete per il prossi¬mo futuro voi di Futuro e Libertà? ‘Pensiamo che debba essere sancito un patto di legislatura che fissi il programma di fine mandato e individui le riforme prio¬¬ritarie per il Paese, che sono la riforma del sistema istituzionale, la riforma economi¬ca e sociale del welfare, la riforma della giu¬stizia la riforma dell’economia.Credo che sia questo il momento di avere ampiezza di orizzonti e grande senso dello Stato’. L’ipotesi dalemiana di un governo tecnico vi piace? ‘Il governo tecnico è frutto dell’eserci¬zio politologico e della lettura retrodata di quarant’anni di politica italiana’. Lei ha citato giustizia, welfare, ri¬forma istituzionale. Non il federali¬smo... ‘Aggiunga anche quello’. Lo sa che il suo è un lapsus pericolo¬sissimo? La Lega vi considera i ne¬mici del federalismo. ‘Sosteniamo che bisogna passare dalla enunciazione di principio, assolutamente condivisibile, alla costruzione di un feder¬a¬lismo solidale e possibile che non divida il Paese’. Lei parla al plurale ma non sembra¬te sempre coesi. Come risolverete le vostre divisioni interne? ‘Si è molto favoleggiato sull’eterogenei¬tà del gruppo che c’è, com’è giusto che ci sia... Ma chi fa politica da tanti anni sa che il lavoro più duro è quello di fare sintesi. E la sintesi significa anteporre l’interesse ge¬nerale a qualunque interesse particolare ‘. Guardi che non deve convincere i giornalisti. Deve convincere i fal¬chi... ‘Eh eh. Voi del Giornale non siete certo delle colombe!’”.

 (red)

 

 

8. La casa di Montecarlo e i lapsus dei tesorieri di An

Roma -

“Non sanno, non ricordano, non dicono. Poi ammettono di sapere qualcosa, di ricordare effettivamente qualcos’altro, e finalmente qualcosina dicono, ma si contraddicono l’uno con l’altro. L’imbarazzante ping pong sull’appartamento di Montecarlo fra i finani Donato Lamorte, ex capo della segreteria di An, e Francesco Pontone, tesoriere dell’ex partito, sta raggiungendo vette straordinarie. Ieri l’ultima chicca. Al Corriere della Sera Lamorte si confessa: ‘L’ho vista quella casa (di Montecarlo, ndr). Nel 2008 facemmo una gita, eravamo in dieci’. Domanda successiva: com’era? Bella? ‘Tremenda. In uno stato deplorevole, fatiscente. Cataste, vetri rotti, spazzolini da denti dentro scatole di Simmenthal. Se toccavi qualcosa rischiavi di prenderti la setticemia e morire’. Quindi non valeva tre milioni, chiede ancora il Corriere. ‘No, di sicuro. Se uno spende una cifra del genere è pazzo’. E ancora. Pare sia stata venduta per 67mila euro, a una società off-shore, non proprio trasparente: ‘Solo? Troppo poco. Ma non me ne intendo di queste cose: quando Almirante mi diceva firma, io firmavo. Chiederò a Pontone, che era il tesoriere quando fu venduta. I poteri ce li aveva lui’. Bene”. Lo scrive Il Giornale. “La versione di Lamorte, come vedremo di qui a poco, fa acqua – prosegue - . E aggrava sempre di più la posizione di chi, intorno al presidente della Camera, ha eretto un muro di gomma sulla casa monegasca dove oggi alloggia il ‘cognato’ di Fini. Allora. Quando il Giornale ha sollevato il caso s’è premurato di chiedere conto anche ai due ‘amministratori’ del partito che quel bene ereditato avevano gestito. Sul Giornale del 29 luglio, però, Lamorte cade dalle nuvole. Giura di non sapere niente dell’appartamento monegasco, se non che apparteneva a una simpatizzante di An, e che poi è stato venduto. Non ha idea a chi sia stato alienato e perché oggi ci abiti Giancarlo Tulliani: ‘Chiedete a Pontone’. Al Corriere, sempre il 29 luglio, però Lamorte ritrova invece la memoria e finalmente ammette di sapere qualcosa di quell’immobile per essersene occupato personalmente: ‘Andai a vederlo: circa 45 metri quadri, in condizioni fatiscenti. Niente vista mare, né finestre su strada. Chi comprò? Una società. Chiedete a Pontone’, che col Giornale è caduto dal pero: ‘L’appartamento fu venduto, ma non ricordo a chi’. Lamorte dunque sapeva, ma al Giornale ha detto il contrario di quanto riferito al Corriere. Passi. Nel suo intervento bis sul quotidiano di via Solferino, però, il fedelissimo di Fini omette dettagli importanti. Che lo riguardano. Il primo si riferisce al fatto che non andò nel 2008 a visionare l’appartamento, bensì prima, molto tempo prima. Nel lontano anno 2000, pochi mesi dopo la morte della contessa Colleoni e l’apertura del testamento olografo. Ci è stato confermato direttamente da chi, con l’onorevole Lamorte, dal 2000 al 2006 è stato ciclicamente in contatto per cercare di acquistare l’appartamento al 14 di Boulevard Princess Charlotte arrivando a offrire cifre enormemente più interessanti dei 67mila euro che nel 2008 basteranno a una società off-shore (con sede nel paradiso fiscale di Saint Lucia) per chiudere la compravendita. Nel 2000 si è partiti col proporre un milione di euro, lievitato fino al milione e mezzo con l’ultima proposta d’acquisto recapitata nel 2006 ‘all’attenzione dell’onorevole Donato Lamorte’ nella sede di Alleanza nazionale in via della Scrofa. Perché dire no a un inquilino che proponeva un milione e mezzo nel 2005, e dire sì a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008 s’è portato via l’immobile per solo 67mila euro (poi rivenduta a un’altra società off-shore, attuale proprietaria, per 330mila)? Lamorte non sa spiegarlo, eppure dovrebbe ricordarsi di quando nel 2000 (e non nel 2008) andò a parlare col vicinato chiedendo spiegazioni sull’amministrazione del condominio. Dovrebbe rammentare di quando ai condòmini lasciò biglietti da visita ‘per qualsiasi chiarimento in merito alla futura vendita dell’appartamento che il partito ha eredito da una nobildonna romana nostra simpatizzante’, e proprio attraverso quei biglietti venne spesso disturbato via telefono o con raccomandate con ricevuta di ritorno. ‘Ogni volta che chiamavano per sapere se finalmente aveva deciso di mettere in vendita l’appartamento – hanno raccontato al Giornale gli inquilini - dal partito, a Roma, prendevano tempo. Ci dicevano che ancora non era deciso nulla e bisognava aspettare e che poi ci avrebbero fatto sapere (...). Poi c’è stato un buco di qualche anno, fino a che, all’incirca due anni fa, sono cominciati i lavori’. E proprio in quell’ultimo periodo i condòmini avrebbero visto materializzarsi nel palazzo Gianfranco Fini e signora, sorella del neo inquilino che a detta di chi ha svolto i lavori di ristrutturazione aveva contatti diretti con la Ltd caraibica. E ancora. Quando Lamorte paragona a una topaia l’appartamento posizionato in una delle zone più belle di Montecarlo, dovrebbe ben sapere che proprio per l’inerzia di An l’immobile è stato inspiegabilmente abbandonato a se stesso dal 2000 al 2008, salvo essere ripreso in considerazione solo quand’è spuntato l’acquirente off-shore con una sua società anonima creata, guarda la coincidenza, proprio nei giorni del business immobiliare fra Roma e i Caraibi. Eppoi al di là delle condizioni in cui l’immobile i referenti romani di An lo hanno effettivamente rinvenuto, la stima economica delle mura, in quel punto del Principato - a sentire le agenzie immobiliari del quartiere monegasco - è una sola: 20mila euro al metro quadro, che sale fino a 30mila in caso di locale appena ristrutturato. E nell’immobile in cui è andato a vivere in affitto Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini, le opere di ristrutturazione sarebbero state fatte senza badare a spese, con il neo inquilino sempre presente nel cantiere per aggiornarsi sullo stato d’avanzamento lavori. Ovviamente Lamorte può non sapere a quanto la Timara Ltd ha poi affittato a Giancarlo Tulliani, ‘cognato’ del suo presidente, l’appartamento che la contessa Anna Maria Colleoni ha lasciato in eredità ad Alleanza nazionale. E anche se i legali dell’inquilino di Montecarlo assicurano che l’affitto viene puntualmente pagato sulla base di un ‘regolare contratto di locazione’, ad oggi resta sconosciuto l’importo oltreché le circostanze che hanno portato Giancarlo Tulliani a occupare l’appartamento ereditato, per conto del partito, da suo ‘cognato’. Così come sconosciuti al mercato finanziario internazionale risultano i soci della società off-shore che hanno trattato con Alleanza nazionale (il deputato Lamorte, il senatore Pontone, o chi altro?) per vedersi ‘regalato’ un appartamento che sarà stato anche maleodorante come uno slum indiano, ma le cui mura ancor oggi profumano d’affare”.

 (red)

 

 

9. A sinistra fa breccia l'"ipotesi Tremonti”

Roma -

"Il primo a dirlo, una ventina di giorni fa, è stato il leader Udc Pier Ferdinando Casini: ‘Con Tremonti premier il Pd darà il suo ok al governo delle larghe intese’. A quella dichiarazione sono seguiti i silenzi imbarazzati dei diretti interessati. Qualche giorno più tardi, i leader del Partito democratico hanno cominciato a profferire qualche parola in proposito. A domanda precisa — prendereste voi il ministro dell’Economia come vostro presidente del Consiglio? — quasi nessuno rispondeva con uno no secco. Benché il ‘sì’ non venisse pronunciato. La svolta, tanto per cambiare, l’ha impressa Massimo D’Alema (peraltro il primo leader del Pd a parlare di governo di transizione): ‘Tutte queste chiacchiere sui nomi servono solo a ostacolare i processi politici’. Nessuna smentita indignata. Poi, l’altro giorno, è stato Paolo Gentiloni a dire al ‘Sole 24 ore’: ‘Non è questione di nomi’. Un’altra volta, nessun no definitivo all’ipotesi. Infine ieri, il responsabile del Welfare Beppe Fioroni, dopo la doverosa premessa — ‘cerchiamo di essere meno immaginifici perché il governo Berlusconi non è caduto e noi dobbiamo solo occuparci di farlo entrare in crisi’ — faceva una mezza ammissione. ‘Credo — diceva — che se ci fosse un governo tecnico di Tremonti, pur con tutti i mal di pancia il Pd direbbe di sì e ci entrerebbe’. Del resto i democratici in questo momento non sono nelle condizioni di porre troppe condizioni. Se Berlusconi cade si apre di fronte a loro la voragine delle elezioni anticipate. È di questo, soprattutto, che hanno paura. Per cui un governo Tremonti sarebbe un’ancora di salvezza". Lo scrive il Corriere della sera, che continua: "Ancora D’Alema: ‘Se il governo va in crisi molto probabilmente si va alle urne perché è questo che vuole Berlusconi. Però sarebbe giusto un governo di transizione con chi ci sta, come nel ’94, per affrontare la riforma elettorale e la crisi economica’. Già, e di crisi economiche Tremonti se ne è occupato, eccome se se n’è occupato. D’altra parte, per dirla alla Bindi, pur di non andare alle elezioni il Pd è disposto anche ad ‘alleanze innaturali’. Proprio così, in un’intervista di ieri all’’Unità’. Il riferimento, ovviamente era al presidente della Camera Gianfranco Fini. Anche perché, in fondo in fondo, tanto innaturale un’alleanza con Tremonti non sarebbe. Il Pd infatti sembra nutrire un rapporto d’odio-amore con il ministro dell’Economia. Il segretario Pier Luigi Bersani ha inanellato una lunga serie di duelli televisivi con Tremonti. Litigano spesso, ma poi fanno pace, e, comunque, il confronto tra i due è sempre aperto. Il presidente del Copasir Massimo D’Alema lo stima. Il vice segretario del Pd Enrico Letta è uno dei suoi numeri due all’Aspen Italia e con il ministro dell’Economia ha spesso modo di scambiare valutazioni sulle cose italiane. Certo, come dice Fioroni, il governo è in difficoltà però continua ad andare avanti e ‘il berlusconismo è in crisi ma non è ancora finito’. Perciò questi sono discorsi prematuri. Al Pd, nonostante la drammatizzazione che viene fatta dai suoi esponenti, sono convinti che questa settimana non accadrà niente e che il governo passerà l’estate. Ma la sensazione a Largo del Nazareno è che in autunno potrebbe accadere qualcosa. E quel qualcosa, sperano i Pd, sarà un nuovo governo e non lo scioglimento della legislatura. Anche se c’è un dubbio che opprime gli animi dei maggiorenti del partito: con un nuovo governo si aprirebbero anche nuovi giochi politici e gli ex Ppi potrebbero essere tentati dall’avventura centrista con Casini. Gli ex popolari del Pd effettivamente sono inquieti e per questo motivo, oltre che per fare il punto della situazione, Fioroni li riunirà tra oggi e domani".

 (red)

 

10.Ghedini: Niente toghe rosse, ma forte corporazione

Roma -

“Sono leggendari i suoi scontri con Marco Travaglio ad Annozero. Praticamente un format. Travaglio cita una sentenza per dire che Berlusconi è un criminale. Lui parte in una difesa appassionata scartabellando faldoni. Travaglio insiste. Lui si incaponisce. I toni si alzano. Santoro osserva felice. Le voci si sovrappongono. Finché lui, esasperato, urla ‘mavalà’. Niccolò Ghedini, 50 anni, potente avvocato di Silvio Berlusconi, dice però che ‘mavalà’ non è un suo intercalare abituale. ‘L’ho usato solo in una trasmissione. Ripetutamente. Ho esagerato. E mi è rimasto appiccicato addosso. Era un gesto di sconforto. Travaglio continuava a dire una cosa sbagliata. E allora mi veniva da dire: “Ma dai, basta, non è possibile!” È uscito “mavalà!”. Colpa mia. Ma ero disperato’”. Inizia così l’intervista a Niccolò Ghedini de La Stampa, che prosegue: “Ora è per tutti Nicolò ‘Mavalà’ Ghedini. Grazie a Travaglio… ‘A me Travaglio non dispiace. In trasmissione vorrei gettargli il Codice addosso. Ma è un professionista notevole. Una volta su cento ha ragione. E mi fa riflettere. Le sue critiche sono in buona fede, anche se dice cose disancorate dalla realtà dei dati processuali’. Ma è uno dei pochi che legge le sentenze… ‘Se estrapoli solo la parte che ti piace, mistifichi la realtà. Lui non fa il giornalista, fa l'avvocato di parte civile. Però…’ Però? ‘Non mi è antipatico’. Travaglio ha detto: ‘Ghedini è duro ma sportivo, non sfugge al confronto. È coraggioso’. ‘A me piace confrontarmi con lui’. Quante volte è andato ad Annozero? ‘Una decina’. E Santoro? ‘Mi innervosisce perché combatte un mio amico. Ma apprezzo la sua professionalità. È fazioso ma in maniera palese’. Preferisce Vespa o Santoro? ‘Da Santoro mi diverto di più’. Lei è antipatico al 90 per cento della sinistra… ‘E mi dispiace’. Colpa del suo presenzialismo televisivo? ‘Io vado dove c’è la necessità di difendere il presidente Berlusconi’. La paragonano a Lurch, il brutto della famiglia Addams. Gli assomiglia un po’, in effetti. ‘Non mi piace essere un eroe negativo. Vuol dire che qualcosa ho sbagliato. Ma se mi chiamano Lurch per la somiglianza, non me ne frega niente. Sono brutto, lo so. Ma ho cinquant’anni, una moglie carina, un figlio simpatico, quello che ho fatto ho fatto. Non vado a farmi la plastica’. Non si butti giù… ‘Alle critiche su quello che faccio, invece, presto attenzione. Sono convinto spesso di aver ragione. Ma se in molti mi danno torto, magari hanno ragione loro’. Perché è diventato avvocato? ‘Nella mia famiglia, una famiglia borghese di Padova, tutti da secoli hanno fatto l’avvocato. Il nostro studio ha 400 anni’. Famiglia borghese e con poca fantasia… ‘Pochissima fantasia. Mia madre però si è occupata della campagna. E una delle tre sorelle fa l’archeologa’. E le altre due? ‘L’avvocato, ovviamente. Una è perfino sposata con un magistrato…’ Vade retro. Una toga rossa! ‘Non esistono le toghe rosse’. Questo è uno scoop. ‘Ma esiste una fortissima corporazione’. Glielo dica al premier che non esistono più i comunisti. ‘Magari qualcuno ne esiste ancora. Ma le toghe rosse no. C’è il potere dei magistrati, spesso senza controllo, che ormai si fa fatica a comprendere da dove derivi’. Direi dalla Costituzione. ‘Berlusconi pensa che ci siano dei magistrati che hanno come disegno politico quello di eliminarlo dalla vita politica’. Torniamo al cognato. È politicamente dall’altra parte? ‘Credo di sì’. Si è mai incontrato a casa sua col presidente? ‘Certo’. Grandi discussioni… ‘No, ma si combattono a barzellette’. Chi vince? ‘Il presidente in fatto di barzellette ha un’esperienza cinquantennale’. Anche per le gaffes ha un’esperienza cinquantennale… ‘Di comunicazione capisco poco, come può vedere dai miei risultati. Però è vero che non si tiene conto del suo carattere. Le faccio un esempio?’ Mi faccia l’esempio. ‘Se io entro in un salotto e trovo cinque persone, per me è una folla. E scappo. Se lui arriva in un salotto dove ci sono 100 persone, domanda: “Dove sono gli altri?” A lui piace stare in mezzo alla folla, mettere di buon umore la gente’. Un grande narciso. ‘No. Vuole comunicare positività. E ha senso dell’autoironia’. C’è qualcuno che lo prende in giro? ‘Io, per esempio. Io gli voglio bene come ad un fratello. Fra fratelli si scherza’. Come definirebbe un leader che sceglie come inno del partito ‘Meno male che Silvio c’è’? ‘Una persona che vuole sottolineare con simpatia ciò che sta facendo per il Paese’. A proposito di gaffes. Anche lei, con quella storia dell’’utilizzatore finale’… ‘È la frase esatta usata nel Codice. Ma non dovevo usarla. Ho sbagliato. Un avvocato non dovrebbe parlare con i giornalisti’. E perché mai? ‘Usano linguaggi diversi. Mi vengono attribuite gaffes quando parlo ai giornalisti. Quando parlo in tv, mai’. Parlando della D’Addario disse: ‘Non c’è nessuna registrazione’. ‘Ho sempre contestato quella registrazione. Potrebbe essere stata costruita’. Ma si sentono le voci del premier e della escort. ‘Quale prova c’è che fossero insieme? Quella registrazione non è mai finita a disposizione della difesa in un processo’. Ha detto: il presidente non è uno che paga le donne. ‘Se è per questo, lo ha detto anche la D’Addario’. Come lo ha conosciuto? ‘La Fininvest mi chiese dei pareri pro veritate. Poi ci fu la segnalazione di Pecorella. Alla fine mi chiesero di intervenire nel processo Sme-Ariosto’. Berlusconi le ha raccontato una barzelletta subito? ‘No. Io non sono il tipo che ispira barzellette’. Lei per chi fa il tifo? ‘Il calcio non mi appassiona. Ma per simpatia del presidente tifo per il Milan. È divertente guardare le partite con lui’. Perché? ‘Fa commenti pertinenti, ti spiega che quell’azione è sbagliata. Lo vedi che soffre. È come guardare una partita di tennis con Panatta’. Le guardate alla tv? ‘Sì. Partita, cena e poi si continua a lavorare, fino a quando io stramazzo’. Solo voi due? ‘Spesso ci sono anche Fedele Confalonieri, Gianni Letta, Angelino Alfano’. Vi ha detto perché ha venduto Kakà il giorno prima delle elezioni? ‘Non l’ha deciso lui. È stato Galliani, in autonomia’. Bastava una telefonata a Galliani. ‘Uè, Adriano, Kakà si vende ma dopo le elezioni’. ‘Non si può occupare di tutto’. Quanto guadagna con Berlusconi? ‘A lui non ho mai fatto una fattura. Né mai gliela farò’. Stento a crederlo. ‘Ho un contratto di collaborazione con la Fininvest’. Già va meglio. Perché non difende Berlusconi nel divorzio? ‘Non era il caso. Comunque lo assistono le mie sorelle’. Era amico anche di Veronica? ‘È una persona piacevole. Ho fatto di tutto per una riappacificazione’. Perché è successo? ‘Il presidente fa una vita disperata. C’era una difficoltà di ritmi di vita. Veronica non ha mai voluto andare a Roma, né fare un po’ di rappresentanza con lui. Due vite distanti’. Tutto questo è successo dopo la festa di Noemi… ‘La vicenda ha trovato un suo punto di rottura in quell’occasione, ma si era stratificata nel tempo’. Berlusconi vivrà fino a 120 anni? ‘Spero di sì, gli voglio bene…’ Smetterà di fare politica? ‘Spero di no. Sarebbe un impoverimento forte per il Paese’. Si invecchia. ‘Il Presidente della Repubblica ha 85 anni’. Dopo di Berlusconi, comunque? ‘È difficile individuare una persona con le capacità di Berlusconi di guidare il paese. Di una cosa sono certo: il giorno in cui Berlusconi dovesse lasciare, lascerei anche io. Fare politica senza di lui non avrebbe senso’. E se venisse condannato? ‘Non ci voglio neanche pensare. Ma mi pare impossibile che possa succedere’. Mills è stato condannato. Se tanto mi dà tanto… ‘È un errore giudiziario. Comunque la responsabilità penale è personale. Si potrebbero anche avere due sentenze confliggenti sullo stesso fatto’. Se un giudice lo volesse in prigione? Scapperebbe come Craxi? ‘Berlusconi non è uomo che si sottrae’. Accetterebbe la prigione? ‘Non brucerebbe il tribunale come nel film di Nanni Moretti. Prenderebbe atto di una decisione che comunque combatterebbe in ogni sede’. Come Socrate. Non scappò e bevve la cicuta. ‘Berlusconi non scapperebbe’. Cadrà il governo? ‘Assolutamente no’. Però sembrano giorni da fine dell’impero romano. ‘A me non pare. Si tratta di problematiche fisiologiche nella discussione politica’. Lei ha cercato di portar pace fra Fini e Berlusconi. ‘Ero convinto che si dovesse trovare una soluzione. Oggi ancora di più’. Cacciare Fini non è stata una furbata. ‘Fini non è stato cacciato’. A me sembrava… ‘Si è prospettata una sua incompatibilità correlata a prese di posizione assai distanti dal programma di governo’. Appunto. ‘Ciò non vuol dire che non si possa ancora trovare un accordo. Continuo ad essere convinto che Berlusconi sia il miglior leader che l’Italia possa avere. E che Fini sia un’importante risorsa per il centro-destra’. Perfino Ferrara ha criticato Berlusconi. ‘Ferrara ha fatto un’analisi acuta della situazione’. Come è entrata la politica nella sua vita? ‘Padova era molto vivace politicamente…’ Molto schierata a sinistra... ‘Le mie amicizie invece erano nell’estrema destra. All’inizio’. E poi? ‘Poi sono arrivate le sprangate. Poi ho letto le Leggi razziali. E ho deciso che non era il caso. Mi sono iscritto ai giovani liberali. Infine mi sono concentrato sulla politica della giustizia. Finché cominciai a difendere il presidente’. E divenne l’uomo dei cavilli… ‘I cavilli. Da sempre. Ho sempre impostato le mie difese sulle questioni di procedura o di diritto’. I cavilli sono giustizia giusta? ‘Il processo giusto è quello che segue le regole. Se il processo è lento, o torna in primo grado o finisce nella scadenza termini, è colpa della norma. O del giudice che la applica male’. Vale anche per chi è impegnato in politica? ‘Il giudizio politico viene dato dall’elettore. Il processo va fatto con le regole. Per Berlusconi sono state disattese 99 volte su 100’. Mi verrebbe da dire: mavalà! ‘Se mi depositano 500 faldoni, l’articolo 415 bis prevede 20 giorni per esaminarli. A Milano non me li hanno dati’. Forse perché avete esagerato con la politica della dilazione. Mirate sempre alla prescrizione. ‘I processi di Berlusconi spesso sono antichissimi. Si prescrivono per cause dell’accusa, non per cause della difesa’. La prescrizione non è una vera assoluzione. ‘Ho sempre detto a Berlusconi: ti assisto come se tu fossi mio fratello, però le scelte processuali le faccio io. Se decido che non si rinuncia alla prescrizione, è perché non sono più in grado di difenderti dopo 15 anni. Dopo 15 anni i testimoni sono praticamente scomparsi’. L’avvocato Grazia Volo mi disse: ‘La massima soddisfazione sta nell’ottenere l’assoluzione di un reo confesso’. ‘Non sono d’accordo. La massima soddisfazione di un avvocato è vedere applicata la norma’. Ad Antonello Caporale ha detto: ‘Io sono una carogna’. ‘Gli avevo detto: “Berlusconi è buono. Rispetto a lui io sono una carogna”. Era una battuta. Io tendo a ricordare gli sgarbi. E con buona memoria. Non tanto quelli nei miei confronti, quanto quelli nei confronti dei miei amici, della mia famiglia’. E di Berlusconi… ‘E di Berlusconi. Gli voglio bene’. Chi è che vuole più bene a Berlusconi? ‘Forse Gianni Letta e Fedele Confalonieri. Due persone che gli vogliono un bene critico. Non un affetto incondizionato’. Deve ammettere che Berlusconi è un po’ bugiardello. ‘No, perché?’ Parliamo della condanna, poi finita in amnistia, per falsa testimonianza? ‘Cattiva informazione. Fu assolto in primo grado. E la Corte d’Appello di Venezia tramutò la sentenza di assoluzione in amnistia’. Cattiva informazione: avrebbero potuto confermare l’assoluzione. Invece nella motivazione scrissero che aveva mentito. ‘È vero, ma non ci fu mai la sentenza di condanna’. Che mi dice del famoso padre di Noemi, che è diventato prima l’autista di Craxi, poi quello che doveva organizzare le candidature in Campania? ‘Poi ha chiarito tutto’. Ma la prima cosa che disse…. ‘Non la disse lui. Il povero Bonaiuti dovette smentire’. È sempre così: i giornalisti travisano. ‘Berlusconi non è un bugiardo. Piuttosto che dirti qualche bugia, quando è in difficoltà, dice: ‘Mi faccia un appunto’’. Lei tiene il cellulare acceso 24 ore su 24. ‘È vero. Per mio figlio, per mia moglie…’ Dica la verità. ‘…e per il presidente’. Litigate mai? ‘È impossibile litigare con lui’. Una critica, una critica sola. E non mi dica che è troppo buono. ‘È troppo buono’. Ghedini! ‘Non è capace di prendere posizioni severe’. Un esempio. ‘Tempo fa lesse un’intercettazione nella quale una persona parlava molto male di lui. Lui commentò: “Sono cose che si dicono…” Fosse capitato a me, a quella persona lì, con i piaceri che gli erano stati fatti, avrei tirato un mattone’. Berlusconi è troppo buono. ‘Se avesse fatto il giudice non avrebbe mai condannato nessuno’. Lei ce l’ha il cellulare di Berlusconi? ‘Lo so a memoria. Ma lo considero un numero di assoluta emergenza. Io lo chiamo sempre tramite centralino’. Uno dei suoi codifensori era Gaetano Pecorella. Recentemente ha detto: ‘Ghedini perde i processi in tribunale e prova a vincerli in Parlamento. Finché lo difendevo io, Berlusconi si è sempre fatto processare. Ed è stato sempre assolto o prescritto’. ‘Una frase ingenerosa da parte sua. Può darsi che avesse una giornata storta. Io lo considero uno dei miei maestri insieme a Pietro Longo. Ma con lui non posso, né voglio arrabbiarmi, ne ho troppa stima’. Perché Pecorella ce l’ha con lei? ‘Berlusconi apprezza chi lavora H 24’. Ventiquattro ore su ventiquattro… ‘L’avvocato di Berlusconi deve essere sempre reperibile, H 24. Se non sei H 24 con un cliente così, con chi lo sei?’. E Pecorella non piace più al premier… ‘Gaetano è bravissimo, ma nella gestione quotidiana… quando ci sono da studiare cinquecento faldoni… nel nostro lavoro il 99% è sudore, l'1% è abilità’. Mentre Gaetano… ‘Questo non lo vuole più fare. Gaetano pensa che io lo abbia boicottato. Non è vero, ma pazienza, non so che cosa farci’. Luciano Violante ha detto, pensando a lei: ‘Ci sono parlamentari che vedono il loro mandato parlamentare come la prosecuzione della parcella…’ ‘Ci sono magistrati che proseguono il loro mestiere in Parlamento, il che è molto peggio’. Il Foglio ha scritto che lei è come il cavallo di Caligola… ‘Frase diffamatoria’. L’avesse scritto Il Fatto… Ma l’ha scritto Il Foglio. ‘Non mi sento il cavallo di Caligola. Quando sono stato eletto ero già un avvocato di successo’. Anche Carlo Taormina l’ha criticata… ‘Taormina s’è dovuto dimettere perché difendeva imputati di mafia pur essendo sottosegretario agli Interni’. Taormina ha detto, intervistato da Alessandro Gilioli, che quando lui era consulente legale di Berlusconi, il premier gli chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati: ‘Berlusconi non faceva mistero che fossero ad personam. Ed io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano Pecorella e Ghedini!’ ‘A me non risulta che abbia scritto nessuna legge per Berlusconi. Non mi risulta nemmeno che gli abbia fatto da consulente legale’. De Magistris ha detto: ‘Ghedini è un buon azzeccagarbugli’. Citazione letteraria. ‘Ammesso e non concesso che De Magistris abbia letto Manzoni’. Concesso. ‘De Magistris ha detto di peggio: “Questo è un governo piduista di cui Ghedini tira i fili”. Un magistrato che fa il parlamentare dovrebbe sapere il significato delle parole. Avrei dovuto veramente querelarlo’. Voi invocate sempre la privacy. Però i giornali berlusconiani fanno della privacy carne di porco. Il premier non dovrebbe dare il buon esempio? ‘Berlusconi non interviene mai sui giornali del suo gruppo’. Non ci credo nemmeno se me lo giura su Berlusconi. ‘Lo giuro su Berlusconi’. I nemici del premier, Fini a parte, sono tutti all’opposizione? ‘No. Un Berlusconi sotto processo fa comodo anche a qualche asserito amico che dalla debolezza di un premier sotto processo ne trae dei vantaggi’”.

 (red)

 

11.Bersani, no alla fusione con l´Idv

Roma -

“Pier Luigi Bersani in questo momento è impegnato anima e corpo nell’individuare la strada per un governo di transizione. Programma snello: mandare a casa Berlusconi innanzitutto. Poi: legge elettorale, tenuta dei conti e ‘bonifica di alcune leggi che aiutano la corruzione’. Anche per questo la sua risposta all’offerta di Antonio Di Pietro di un partito unico Pd e Idv, alla proposta di un tavolo immediato per rilanciare il centrosinistra, dice no. ‘Da tempo penso che bisogna accorciare le distanze tra le forze di opposizione, ma non si può un giorno darsi i calci negli stinchi e il giorno dopo fare il partito unico, i partiti non si fanno col predellino’, risponde chiaro e tondo in un’intervista a Sky Tg24. ‘Voglio lavorare per avvicinare tutte i partiti di minoranza. Certamente con Di Pietro ci incontreremo e anche con le altre forze’, è la sua unica concessione”. Lo scrive La Repubblica, che continua: “La risposta di Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del Pd, è ancora più netta: ‘Non possiamo ripetere gli errori del passato. Dobbiamo costruire una coalizione che governi il Paese, che dia risposte concrete alle famiglie, ai lavoratori, alle piccole e medie imprese. Non possiamo più permetterci coalizioni non credibili. Gli italiani non ci darebbero altre chance, per questo rifiutiamo inutili tatticismi’. Quindi, calma e gesso, attesa per verificare cosa succede nel centrodestra. Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla Camera, non cerca polemiche, ma dice: ‘Giusto, niente tatticismi. Ma il Pd non può aspettare, di attendismo si muore. Il nostro è un atto d’amore per il centrosinistra. Si può immaginare un governo di tre mesi, ma non possiamo farci trovare impreparati al momento del voto’. In questa fase però la sponda vera del Pd è l’Udc. Con i centristi ci si muove invocando il governo transitorio. Il deputato democratico Francesco Boccia tenta anche Bossi: ‘Lui per primo sa che senza maggioranza non c’è più neanche il federalismo. Si faccia un governo temporaneo per mettere in sicurezza i conti, cambiare il Porcellum e fare il federalismo’. Pier Ferdinando Casini ammette di parlare spesso con Bersani, ‘una persona che stimo’. ‘Continuo a pensare a un governo di transizione. E credo che a settembre il governo andrà sotto con i numeri. Si rifiutano di guardare le contraddizioni che hanno messo in atto’. Chi non ha dubbi sulla soluzione delle elezioni anticipate è Nichi Vendola, già in corsa per le primarie del centrosinistra. ‘L’unico atto di responsabilità è andare subito alle urne - dice il governatore pugliese -. Il voto è una misura di igiene politica. Ed è suicida l’idea che ci si possa alleare per un governo di transizione con una destra "buona"”.

 (red)

 

 

12. Auto, crollo di vendite: a luglio meno 26%

Roma -

“‘A luglio il mercato dell’auto sarà un vero disastro con un crollo delle immatricolazioni del 26 per cento’. A denunciarlo, anticipando i dati ufficiali che saranno diffusi oggi, è Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, l’associazione dei concessionari d’auto. Accusa: ‘E tutto questo continua ormai da qualche mese nell’assoluta indifferenza del governo’. Pavan Bernacchi non ha dubbi: ‘Servirebbe che il presidente del Consiglio prendesse in mano la situazione. Un altro: "Ghe pensi mi"‘, dunque, accompagnato da misure precise ‘a costo zero’. A cominciare da ‘una politica seria per riallineare la tassazione delle vetture aziendali agli altri paesi europei’”. Lo scrive La Repubblica, che continua: “In attesa che Berlusconi batta un colpo i concessionari confrontare l’inerzia del nostro presidente del Consiglio con l’attivismo di Barack Obama: ‘Negli Usa Obama visita lo stabilimento Chrysler ed elogia Sergio Marchionne che riceve, nel contempo, consensi dagli operai. Obama si spinge a rivendicare di aver varato la legge sulla rottamazione "che ha salvato almeno 100 mila posti di lavoro, permettendo nel contempo di realizzare auto e camion che consumando meno ci porteranno verso un futuro di indipendenza energetica". In Italia è il contrario’. E allora? Secondo Pavan Bernacchi il Presidente del Consiglio da un lato dovrebbe rinnovare ‘i bonus pluriennali per svecchiare il parco auto e incentivare le vetture a basso impatto ambientale; in primis quelle alimentate a Gpl e a Metano’. Mentre dall’altro sarebbe bene che Berlusconi rimuovesse tutti quegli handicap di ordine fiscale che fanno dell’Italia uno dei paesi europei con la tassazione più alta per le vetture aziendali. Spiega: ‘C’è una differenza enorme a nostro sfavore e le poche aziende che potrebbero acquistare auto, veicoli commerciali e industriali, sono costrette a mantenere i propri parchi, anche obsoleti, non sicuri e inquinanti’. La situazione, dunque, appare sempre più grave. E rischia di avere pesanti ricadute sia sul piano dell’occupazione sia su quello della riduzione del prelievo fiscale. Oramai, prosegue Federauto, ‘il trend post-incentivi è confermato: lo Stato introiterà circa 2 miliardi di imposte a vario titolo in meno, i concessionari devono agire sui costi del personale sopprimendo circa 15.000 posti di lavoro, cui se ne aggiungeranno almeno 30.000 dell’indotto. Un vero effetto domino di cui nessuno conosce le esatte dimensioni’. Pavan Bernacchi sollecita dunque il governo a ‘prendere subito in considerazione misure a supporto del mercato auto. Sarebbero a costo zero, perché si pagherebbero, sia con le imposte sulle auto aggiuntive, sia con riduzione delle spese mediche legate alla cattiva qualità dell’aria e la diminuzioni di morti e feriti per gli incidenti stradali. Inoltre ci sarebbe un minor ricorso agli ammortizzatori sociali che stanno drenando molte risorse statali. Questo si otterrebbe incentivando l’acquisto di auto che consumano e inquinano meno, e sono molto più sicure con dotazioni moderne come le scocche a deformazione progressiva, l’Abs, l’Esp e gli Airbag’. Quanto alla vicenda Fiat il presidente di Federauto sostiene che ‘è importante che Fiat resti a produrre in Italia. Per questo serve un atteggiamento totalmente diverso di certi sindacati. In questo momento produrre in Europa non conviene più e tutti stanno smobilitando gli stabilimenti italiani per delocalizzare. Continuando così avremmo dei bei contratti ma, purtroppo, pochissimi ne potranno godere perchè disoccupati. Prendiamo esempio dai lavoratori targati Usa. È il momento’”..

 (red)

 

 

13. Bologna, scontro sull´assenza del governo

Roma -

“È un altro 2 Agosto di polemiche. Sempre così, ma stavolta c’è una spaccatura profonda, la fine di una tradizione, che ha ancor di più invelenito la vigilia: non si presenta il governo, non si presenta un ministro a parlare a Bologna in onore delle vittime della più grave strage in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Un’assenza che pesa, proprio nel giorno in cui si celebra il trentennale. Il perché l’ha chiarito senza giri di parole il ministro della Difesa Ignazio La Russa: ‘Dovremmo forse mandare qualcuno a prendere i fischi? Gli anni scorsi vi ricordate che cosa è successo? Ecco perché stavolta non viene nessuno’. E Fabrizio Cicchitto rincara: ‘La scelta è del tutto giustificata, da alcuni anni questa drammatica ricorrenza, invece d’essere un momento di riflessione, diventa l’occasione per attacchi sconsiderati al governo’”. Lo scrive La Repubblica, che continua: “Venne fischiato Sandro Bondi l’anno scorso e toccò a Gianfranco Rotondi due anni fa. Ecco la spiegazione, che però fa scattare il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: ‘Questi vogliono solo prendere degli applausi. Sono sempre sgradevoli le polemiche, i fischi, certo, però un governo non può esistere solo per gli applausi. Lì a Bologna esistono dei problemi ancora da risolvere. Il governo deve andare e se ci sono proteste, ascoltare anche le proteste, non starsene a casa’. È un invito a ripensarci anche se ormai non c’è più tempo, perché ci sono ancora questioni aperte sul segreto di Stato, che secondo la commissione Granata dovrebbe durare oltre i trent’anni previsti dalla vigente legge e sui risarcimenti alle vittime. Paolo Bolognesi, il tenace presidente dell’associazione dei familiari del 2 Agosto ha definito l’assenza del ministro ‘un atto di spregio di un governo in fuga’. Reagisce tutta l’opposizione. A La Russa Leoluca Orlando risponde che ‘dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa ai familiari delle vittime che ha insultato’. Senza il ministro, questa mattina la cerimonia prevede un discorso in Comune del Commissario Anna Maria Cancellieri, il corteo in via Indipendenza fino alla stazione dove parlerà Bolognesi, sotto l’ala distrutta alle 10,25 del 2 agosto 1980. Nel suo discorso, il presidente dell’Associazione farà solo un cenno di sfuggita alla decisione di Palazzo Chigi di disertare la commemorazione: ‘Meglio non destare i fischi in piazza anche quest’anno’. Una vigilia mai segnata da tante polemiche. Anche sulle sentenze che hanno condannato Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e l’altro neofascista dei Nar Luigi Ciavardini. È riemersa con libri e un convegno alla Camera dei deputati la pista palestinese legata al gruppo terroristico europeo di Carlos, pista battuta ancora dalla Procura di Bologna, ma senza risultati. ‘Non mi stupisce - osserva il giudice Vito Zincani che mandò a processo i neofascisti - che Fioravanti si professi innocente. È un suo diritto. Mi sorprende invece che tutti coloro che parlano di altre piste, in tutti questi anni non abbiano portato il minimo contributo per una revisione del processo, ma piuttosto abbiano cercato di intorbidire le acque’. Conclude Zincani: ‘Una sentenza non è la verità divina, ma è altrettanto vero che dopo trent’anni c’è chi sa e non dice. Le sentenze fanno fede fino a prova contraria. È una questione di cultura giuridica e persino di cultura in generale’”.

 (red)

 

 

14. L’"altra Neda" è fuggita dall’Iran

Roma -

“Su un video che fu fatto girare in rete, milioni di persone videro gli ultimi momenti della giovane donna colpita a morte da un proiettile della polizia, riversa a terra con gli occhi ancora aperti e fiotti di sangue che uscivano dal naso e dalla bocca, mentre alcune persone cercavano inutilmente di soccorrerla e un uomo vicino gridava il suo nome: ‘Neda!’. Quell’immagine fu la prova schiacciante della brutale repressione del regime iraniano contro i milioni che protestavano contro la truffa elettorale che riportò al potere Ahmadinejad. Neda diventò l’icona del movimento di opposizione”. Lo scrive La Repubblica, che aggiunge: “Tra chi vide quell’immagine sconvolgente c’era un’altra giovane iraniana. Aveva un cognome simile a quello della ragazza uccisa, Soltani, e anche lei frequentava la stessa università Azad, anche se – di quattro anni più vecchia di Neda Soltan – ormai come insegnante; e anche lei veniva chiamata familiarmente Neda, sebbene il suo nome vero fosse Zahra: è molto comune oggi in Iran che donne che hanno ricevuto nomi tipicamente islamici come Zahra o Fatemeh, preferiscano farsi chiamare con nomi che non appartengono alla tradizione islamica. Non appena il video della morte di Neda venne diffuso su internet la stampa internazionale cercò di capire chi fosse quella ragazza. Dalla rete emerse così una foto di Neda Soltani, 33 anni, molto somigliante alla vittima, almeno per quanto permetteva di vedere il foulard che le copriva la testa. La sua foto fu pubblicata su internet come quella della ragazza uccisa e mostrata in diversi reportage televisivi. Un errore che ‘ha cambiato la mia vita’, racconta oggi Neda (Zahra) Soltani, ormai al sicuro in Germania dove ha ottenuto asilo politico. La sua tranquilla esistenza tra casa e insegnamento a Teheran ebbe infatti immediatamente fine. Lei ricorda ancora la sorpresa di trovare decine di messaggi sulla sua mail, e lo shock di quando scoprì di essere data per morta. Lei naturalmente smentì, rivelò il caso di omonimia, e altrettanto fece la famiglia dell’altra Neda, pubblicando in rete le vere foto della ragazza uccisa. Ma le autorità iraniane, che cercavano disperatamente di contrastare il video che rivelava le dimensioni della violenza usata contro manifestanti inermi, pensarono di aver trovato il modo per beffare il mondo. Il 24 giugno, il giorno dopo la pubblicazione delle foto sul web, la polizia segreta era già sulle sue tracce. Impaurita, Neda Soltani cercò di mettersi in contatto con i media internazionali per spiegare l’errore e con Amnesty International per chiedere aiuto. L’intelligence la prelevò per un primo interrogatorio tre giorni dopo. ‘Volevano convincermi a presentarmi alla televisione iraniana per affermare che Neda era viva e che il video era solo una montatura, volevano che dicessi che la mia foto era stata data ai media occidentali dall’ambasciata greca’. Poi passarono alle minacce e le misero di fronte il tabulato delle chiamate che aveva fatto a Amnesty International, dicendo che non aveva scelta: o faceva come loro dicevano o sarebbe stata accusata di spionaggio. Il giorno dopo Neda Soltani lasciò l’Iran. ‘Tutto quello che avevo era uno zaino, il mio laptop e una borsetta’, racconta al New York Times. Rimase in Turchia per nove giorni, poi passò in Grecia e di lì in Germania. Ora Neda Soltani vive nelle vicinanze di Francoforte, non ha un lavoro, e si sente sperduta. ‘Ho nostalgia di casa. La mia vita è stata sconvolta dai media occidentali e dalla polizia segreta iraniana. Spero che almeno i media si rendano conto di quello che hanno fatto’”.

 (red)

 

 

15. Emirati Arabi e Arabia Saudita oscurano 1 mln blackberry

Roma -

“Emirati Arabi e Arabia Saudita "oscurano" un milione di BlackBerry. Il governo di Abu Dhabi ha deciso di sospendere, a partire dall’11 ottobre prossimo, alcuni servizi di telefonia mobile forniti dai telefonini made in Canada. I 500mila utenti del popolare portatile, prodotto dalla canadese Research in Motion, non potranno più inviare sms, mandare mail e accedere alla rete dal cellulare. Secondo Mohammed al-Ghanem, responsabile delle telecomunicazioni per gli Emirati, ‘questi servizi creano preoccupazioni di natura sociale e giudiziaria e mettono a rischio la sicurezza nazionale perché i dati del BlackBerry possono essere immediatamente esportati fuori dai confini nazionali e gestiti da stranieri per operazioni commerciali. La sospensione durerà fino a quando non troveremo una soluzione accettabile’. Le informazioni che viaggiano sul BlackBerry, infatti, sono gestite da una società straniera e sono criptate, quindi non tracciabili localmente”. Lo scrive La Repubblica, che aggiunge: “ Nelle stesse ore anche l’Arabia Saudita limita la capacità di collegarsi alla rete dei circa 700 mila Blackberry in uso nel regno. La commissione nazionale per le telecomunicazioni di Riad ha ordinato agli operatori locali di bloccare sul territorio nazionale la funzione Messenger, che permette di chattare e condividere informazioni via web. L’autorità saudita non ha spiegato i motivi della decisione, ma la ragione sembra la stessa alla base della scelta degli Emirati Arabi. Entrambi i provvedimenti non riguardano invece i possessori di iPhone e di smartphone Nokia”.

 (red)

Fini-Berlusconi. Nulla di fatto per l'Italia, confermiamo

Prima pagina 30 luglio 2010