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E Tinto Brass, oltre al "culo", scopre il sentimento

«La vera trasgressione oggi è l’amore». No, non è il Papa o un missionario comboniano. A dirlo è Tinto Brass, il regista più porco del cinema italiano. A prima vista, una banalità da baci perugina. Ma questa apparente sdolcinatezza gli viene dall’aver vissuto l’esperienza più estrema che un uomo possa fare in vita: sfiorare la morte. «Ero immobile quando fino a pochi giorni prima facevo una vita intensa. Mi chiesi se valeva la pena di vivere o morire. Una notte pensai al suicidio, con serenità» (Corriere del Veneto, 29 agosto 2010). Ad aprile Brass è stato colpito da un’emorragia celebrale. Dieci giorni privo di conoscenza, ora, dopo cinque mesi, ha superato brillantemente la convalescenza e il recupero è completo. 

E a noi che ce ne frega?, penserà il lettore. Ce ne frega perché, fatte le debite misure fra il volgare gusto massificato e la creatività individuale di chi è pur sempre un artista, la sua “conversione” fa riflettere sul dramma psicologico del nostro tempo: l’inaridimento dei sentimenti, la loro banalizzazione, standardizzazione, semplificazione, sterilizzazione. La loro riduzione, nell’universo-mondo del consumismo, a bisogni usa e getta. Col sesso, o meglio con l’esposizione ossessiva di parti del corpo come quarti di macelleria, a fare da narcotico che ormai, come succede ai cocainomani, non ci fa più sentire l’odore, il sangue, la vita delle cose. In questo senso, il mea culpa di Tinto l’adoratore di culi femminili, antico libertario anarchico-sessantottino, è esemplare: «Il sesso non dev’essere un consumo finale, ma uno stato provvisorio. (…) Ho inseguito la libertà attraverso l’eros, rimuovendo la morte e la vecchiaia, trasformando il sesso in un’ossessione. Ho superato questa fase: confrontandomi con la morte l’ho accettata. Non può essere il sesso l’obbiettivo finale. Conta di più la sfera affettiva». Rimuovere la morte e la vecchiaia: ecco la chiave. Non la Chiave di Brass con la culona Amanda Sandrelli, ma quella per capire il buco nero in cui l’inconscio collettivo butta i nuclei tragici dell’esistenza come fossero spazzatura inservibile. Anzi, peggio: come fosse robaccia non funzionale al permanente e artificioso stato di eccitazione in cui l’industria dei consumi ci vorrebbe tutti quanti. 

Volendo usare un linguaggio nicciano, potremmo dire che il buon vecchio Tinto a 77 anni suonati ha scoperto che non c’è solo la fuga nel dionisiaco, nell’estasi carnale di per sé fragile e momentanea, ma che serve anche l’apollineo, il necessario momento spiritualizzante in cui il sentimento, stabile e duraturo (gli affetti), dà equilibrio ad un’anima altrimenti sempre in affanno a cercare orgasmi a destra e a manca. Il problema della società consumistica è che ha ucciso entrambi gli elementi: Dioniso è stato accoppato dal dilagare di un edonismo teleguidato, commercializzato, falso e accattone. Apollo è stato mercificato a razionalità iperlavorista, produttivista, efficientista, liberticida e paranoica. Risultato finale: il sentimento (amore, odio, orgoglio, ecc) è sempre più costretto nel filo spinato di un lager artificiale dove durante il giorno o la settimana sei un bravo soldatino industriale e alla notte o nel “weekend” sei un ebete che rincorre lo sballo facile, troppo facile. La completezza, l’armonia, il dare ad ogni parte della vita il giusto peso, forti di una solida radice interna fatta di sentimenti e non di ebbrezze codificate e compulsive: questo è l’ideale che a volte, come è accaduto a Brass, solo vedere la morte in faccia può insegnare. 

 

Alessio Mannino

Prima pagina 30 agosto 2010

Secondo i quotidiani del 30/08/2010