Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 30/08/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA In apertura “Gheddafi: l’Europa sia islamica”. Di spalla: legge elettorale: “Una discussione necessaria” editoriale di Angelo Panebianco. Al centro: “Sulla Fiat ascolatte Napolitano”, l’intervento del presidente dei vescovi italiani, cardinal Bagnasco. A fondo pagina: “Università. Rivolta contro i test”.

REPUBBLICA In apertura: “Processo breve, scontro Pdl finiani”. Al centro con foto: “Show di Gheddafi, imbarazzo nel governo: “L’Europa si deve convertire all’Islam”. Bagdad, il reportage di Bernardo Valli: “L’addio dei marines senza vittoria”. A fondo pagina: “Pokee Milan, senza Ibra. La Juve affonda subito”.

LA STAMPA In apertura: “Gheddafi: L’Europa scelga l’Islam”. Al centro la foto-notizia: “Sumatra, si risveglia il vulcano”. A sinistra. “Finiani, ecco le condizioni per la tregua” con l’analisi di Ugo Magri: “La tentazione di azzerare tutto”. In basso: “Perchè non siamo un paese per scienziati” di Irene Tagli.

IL SOLE 24 ORE In apertura: “La pagella sociale delle Regioni”. Editoriale di Aldo Bonomi: “Un paese ancora tutto da legare”. Al centro: “Immobili, per 3 milioni di case vendite congelate”. A fondo pagina: “Dopo le vacanze: Al rientro bollette-beffa nella cassetta postale”.

IL GIORNALE In apertura: “Fini e gli aiutini agli amici” Al centro la foto-notizia: “Gheddafi show: convertitevi all’Islam”. Sotto: “Rissa in sala parto indagati medici e primario; il commento di Melania Rizzoli: “Le due sanità di Messina che l’Italia non può sopportare”.

IL MESSAGERO In apertura: “Gheddafi a Roma, show sull’Islam”. Il commento di Marco Guidi. “Conversioni pericolose”. Al centro fotonotizia sull’inizio del campionato di calcio: “Hernanes fuoriclesse ma la Lazio va ko. E’ il Milan l’anti-Inter”. A fondo pagina: “Bagnasco: la Fiat ascolti Napolitano”.

IL TEMPO In apertura: Verso il partito finiano: “Ecco l’onda di Fini. Mentre si lavora a una tregua nel centrodestra il presidente della Camera prepara la svolta di Mirabello”. Il commento di Francesco Perfetti. “Le elezioni non sono archiviate”. Al centro con foto notizia. “Cavalli, amazzoni e Gheddafi. Ma nel ridicolo cade l’opposizione”.

L'UNITA' In apertura. “Gheddafi show: Quello che non dice... I dossier scomodi, i diritti umani calpestati, la mancarta firma della convenzione di Ginevra, la vicenda degli eritrei”

 (red)

 

2. Gheddafi sbarca a Roma “L’Europa sarà islamica”

Roma -

 “’L’Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l’Europa’. Non fa neanche in tempo ad arrivare a Roma, lasciando Frattini ad aspettarlo a Ciampino per un’ora e mezza, che Gheddafi - scrive Antonella Rampino su La Stampa - lancia il suo ballon d’essai. Altre fonti riferiscono una versione ancora più netta della stessa frase, ‘l’Islam diventerà la religione d’Europa’, e per quanto pronunciata nel chiuso dell’ambasciata di Tripoli a Roma, e di fronte a cinquecento giovani hostess reclutate per l’occasione, che subito divampa la polemica. Per i Turchi evocati alle porte di Vienna come nel Settecento, e per il manipolo di odalische occidentali convocate nel parco della residenza di via Cortina d’Ampezzo. Imbarazzato il governo, con il cattolicissimo sottosegretario al presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi che cerca di buttare acqua sul fuoco, ‘una battuta pronunciata in una riunione privata’, e poi ‘è diritto di chiunque sia veramente credente immaginare che il mondo possa diventare come lo si vorrebbe’. Ma è soprattutto la seconda parte del ‘ragionamento’ della suprema Guida della Rivoluzione (questo è il ruolo ufficiale di Gheddafi) ha scatenare le ire anzitutto della Lega: l’islamizzazione dell’Europa, dice infatti Gheddafi, ‘comincerà dall’ingresso della Turchia in Europa’. Non c’è bisogno che la Lega dia ascolto al casiniano D’Elia, che solo pochi minuti prima chiedeva ‘cosa pensa Bossi dell’indegna sceneggiata di Gheddafi a Roma, quel lusso sfrenato in contrasto coi barconi che fuggono dalle coste libiche?’. Scatta subito in automatico Borghezio, che stigmatizza ovviamente ‘il progetto di islamizzazione dell’Europa’, e invita il governo di cui fa parte ‘a tenere bene in conto il grado di affidabilità e di lealtà di chi ha la filosofia di un mercante di tappeti’. È stretta tra due fuochi la Lega: ha bisogno della politica dei respingimenti dei migranti attuata attraverso gli accordi con Gheddafi, che viola ogni diritto umano come ancora ieri tornava a ricordare Laura Boldrini dell’Onu, e s’accorge che l’alleato è ‘un pericoloso mercante di tappeti’ solo quando parla dell’Islam. L’altro punto è proprio quello delle giovani hostess. ‘Un’istigazione alla prostituzione’, secondo l’Italia dei Valori. ‘Una nuova forma di mercificazione del corpo della donna, possibile solo nell’italietta di Berlusconi’, incalza Rosi Bindi: ‘Invece di chiedere ragione delle condizioni di vita di migliaia di migranti, il governo offre un palcoscenico a chi fa propaganda circondandosi di belle ragazze’. Umiliante per l’Italia, ‘subalterna a Gheddafi’, è la chiosa di Rosi Bindi. E non è ancora finita, poiché la grande giornata del Colonnello a Roma è proprio quella di oggi. Tra caroselli di cavallerizzi berberi, altri incontri con avvenenti hostess non tutte contente di ricevere, come ieri, una copia del Corano in arabo e un compenso di 70 euro. Prima, mostra fotografica e convegno sui rapporti italo-libici. E gran finale con la cena per ottocento, offerta da Silvio Berlusconi. Il cuoco Michele è già al lavoro per il tradizionale tris di pennette tricolore”.

 (red)

 

3. Ma il Cavaliere: È solo folklore

Roma -

 “’Le cose serie sono altre, lasciamo perdere il folklore’. Ma è evidente - si legge su la Repubblica - che tutti si augurano che il ‘gradito ospite’ se ne riparta senza far troppi danni il prima possibile. Lo stesso Berlusconi, che questa sera offrirà al Colonnello una cena insieme ad altri 800 invitati, ieri si è tenuto lontano dalla Capitale, lasciando che fosse il ministro Franco Frattini ad accollarsi l´arrivo di Gheddafi a Ciampino. La linea di palazzo Chigi è dunque quella di minimizzare le frasi provocatorie del dittatore libico, cercando di spostare l´attenzione sui vantaggi per l´Italia di una visita comunque difficile da gestire dal punto di vista mediatico. ‘Le commesse che il governo ha concordato con i libici - spiegano nel governo - hanno aiutato le imprese italiane a fronteggiare la crisi. Gli italiani questo lo capiscono benissimo’. Quanto agli eccessi dello scorso anno, gli uomini del premier sono certi che stavolta sarà tutto molto più sobrio: ‘L´anno scorso si chiudeva un rapporto storico, veniva archiviato il passato coloniale. Un´operazione enorme, che neppure la Francia ha fatto con l´Algeria. E Gheddafi colse l´occasione per calcare un po´ i toni, rivolto all´opinione pubblica dei paesi arabi e ai libici che lo seguivano dalla tv a casa. Stavolta è diverso, inoltre la parte ufficiale della visita durerà solo un giorno». C´è tuttavia anche la possibilità che questa sera Gheddafi inviti a sorpresa Berlusconi alle celebrazioni del primo settembre a Tripoli, per l´anniversario della ‘rivoluzione ‘ (il colpo di stato militare) che rovesciò re Idris. A quel punto il premier non potrebbe sottrarsi, specie se l´invito sarà formulato in pubblico. Ma la curvatura ‘islamica ‘ che il Colonnello ha voluto dare alla sua visita mette a disagio i cattolici e rischia di creare qualche tensione con il Vaticano. Un rapporto, quello tra il governo e la Chiesa, che Gianni Letta cura da vicino, tanto da aver partecipato alla ‘Perdonanza ‘ all´Aquila nonostante le contestazioni annunciate dei terremotati. Dal caso ‘Boffo ‘ dello scorso anno quel fronte è sempre in cima alle preoccupazioni di palazzo Chigi e la predicazione coranica del Colonnello, nel cuore della città di San Pietro, scopre un nervo sensibile. Di fatti, nonostante la consegna del silenzio, gli esponenti del Pdl più vicini al mondo cattolico scalpitano. ‘Quello che più mi preoccupa - spiega Maurizio Lupi, reduce dal Meeting di Cl - è che ci stiamo abituando a questi show di Gheddafi, tanto che queste stupidaggini sull´Islam passano quasi in secondo piano. Bisognerebbe ricordargli che proprio la generosa accoglienza nei suoi confronti testimonia tutta la grandezza della cultura cristiana che è alla base dell´identità europea’. Insomma, conclude il vicepresidente della Camera, ‘Gheddafi può dire quello che vuole, il governo non è in imbarazzo. Ma noi però possiamo anche giudicarlo e sarebbe bene che le sue prediche le andasse a fare da un´altra parte’. Anche il sottosegretario Carlo Giovanardi mastica amaro: ‘Mentre Gheddafi può venire a dire a Roma quello che vuole, il Papa non può andare a Tripoli o in Arabia Saudita a fare altrettanto. È sgradevole’. Giovanardi tuttavia fa una tara sulle uscite «folkloristiche» del leader libico: ‘Ha atteggiamenti stravaganti, ma anche il nostro benamato presidente Cossiga diceva ogni tanto cose che scandalizzavano’. C´è infine il problema della Lega Nord. Il corpaccione del Carroccio vorrebbe reagire e, come al solito, è il sulfureo Borghezio a dare voce al sentimento prevalente nella base lumbard. Se per Roberto Calderoli, visto il tragico precedente della t-shirt con le vignette su Maometto, il silenzio è comprensibile, a consigliare prudenza agli alti papaveri del Carroccio è invece la questione immigrazione. ‘Grazie ai libici - spiega una fonte - Maroni ha potuto bloccare gli sbarchi dei clandestini sulle coste italiane. Se li facciano arrabbiare quelli aprono i campi e si ricomincia con i gommoni nel canale di Sicilia’. Insomma, la realpolitik, per una volta, impone anche ai leghisti di baciare il rospo e augurarsi che riparta in fretta”.

 (red)

 

4. Legge elettorale: Una discussione necessaria

Roma -

"Il sistema elettorale attuale piace a pochissimi, persino fra coloro che se ne sono avvantaggiati. Tutti sappiamo –scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera che arriverà prima o poi il giorno in cui verrà sostituito o cambiato. Difficilmente la legge elettorale che porta la firma di Roberto Calderoli e che è in vigore dal 2005 potrà resistere ancora per molti anni. Al momento, tuttavia, è più facile pensare di cambiarla che riuscirci. Per due ragioni. Perché il nucleo centrale dell'attuale maggioranza di governo (berlusconiani e leghisti) non ha interesse a cambiarla. E perché gli avversari della legge vigente sono divisi, sono in radicale disaccordo fra loro, hanno idee diversissime su cosa mettere al suo posto. Non c'è niente di male in ciò e sarebbe anzi sorprendente il contrario. Le diverse leggi elettorali non sono neutre rispetto alle chance di affermazione delle varie fazioni in campo e dei loro progetti politici. A rischio di semplificare eccessivamente, possiamo dire che il confronto principale è fra coloro che vogliono sbarazzarsi del bipolarismo (la contrapposizione fra due soli schieramenti inaugurata nel 1994) e coloro che vorrebbero rafforzarlo. I primi pensano a un cambiamento della legge elettorale vigente che faccia saltare il premio di maggioranza (lo chiamerebbero ‘sistema tedesco’ ma la sostanza sarebbe questa). Eliminato il premio, che obbliga a formare coalizioni prima del voto, il bipolarismo verrebbe travolto. Si tornerebbe all'assetto della Prima Repubblica, con le coalizioni di governo che si formano in Parlamento dopo le elezioni. C'è chi pensa che tale assetto favorirebbe la ricostituzione di un grande rassemblement parlamentare ‘centrista’ dotato di una formidabile rendita di posizione: la possibilità di contrattare la formazione dei governi sia con la sinistra che con la destra. Al momento, è anche l'idea di quella parte del Partito democratico che si immagina perdente in un nuovo scontro elettorale con Berlusconi e per questo affida le proprie fortune politiche future a improbabili scenari di ‘governi tecnici’ e riforma elettorale (il solito ‘sistema tedesco’) che così essi sperano colpisca l'attuale premier. C'è poi la posizione di chi difende il bipolarismo, ma pensa anche che la legge elettorale attuale (con le sue liste bloccate) lo assicuri malamente, sacrificando troppo della rappresentatività sull'altare della governabilità. Una governabilità, per giunta, neppure garantita, date le altissime probabilità, dovute ai cattivi marchingegni di questa legge, di maggioranze diverse fra Camera e Senato. Sta qui, mi sembra, il senso che i promotori hanno voluto dare all'appello a favore dell'uninominale maggioritario pubblicato dal Corriere due giorni fa e al quale anche chi scrive ha aderito, Non è una operazione nostalgia, come indicano la quantità e qualità di consensi e di adesioni che l'iniziativa sta suscitando nel Paese. Non è solo il tentativo di resuscitare un movimento che, grazie alle intuizioni di Marco Pennella (che fondò la Lega per l'Uninominale nel 1986) e di Mario Segni (Movimento per la riforma elettorale, del 1987), portò poi al referendum del 1993 e alla chiusura di una lunga fase storica. È soprattutto il tentativo di tenere viva un'idea di democrazia (maggioritaria, bipolare, tendenzialmente bipartitica) che ai promotori dell'appello pare tuttora più allettante dei disegni concorrenti. E anche per ricordare a tutti che quando, fra qualche mese o qualche anno, verrà messa mano alla legge elettorale, con quella prosepettiva si dovrà comunque fare i conti ‘.

 (red)

 

5. D’Alema: Prima la riforma elettorale poi il voto

Roma -

“La lettera di Veltroni agli italiani ha avuto come unico effetto quello di dare una mano a Berlusconi. Se si votasse ora – dice Massimo d’Alema intervistato da la Repubblica -, contro Berlusconi ci sarebbe una maggioranza larga, difficile però tradurla in proposta di governo Col "Mattarellum" siamo andati alle urne con 14 partiti. È semplificazione? Nel ´94, con i "Progressisti", non ci andò bene. Con il sistema tedesco si convoglia un campo di forze, dall´Udc alla Lega. Con un centro alleato con la sinistra Questo bipolarismo solo a Berlusconi fa comodo: col 38% può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi il dibattito è ozioso, ma cruciale. Nel mattatoio istituzionale e politico di questi anni, tra sistemi elettorali e forme di governo, l´Italia ha concepito un mostruoso Frankenstein. Un modello di legge elettorale, la porcata di Calderoli, tendenzialmente proporzionale, senza preferenze, dove i parlamentari sono "nominati" dalle segreterie di partito e non più eletti dai cittadini. Al tempo stesso, la democrazia parlamentare, violentata dall´autocrazia berlusconiana, vira verso una forma spuria di presidenzialismo di fatto, a-nomico e a-costituzionale, dove l´indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale sembra delegittimare la presenza e il ruolo degli altri organi di garanzia. Ora che il Cavaliere si avvita in una crisi irreversibile, e che si parla esplicitamente di elezioni anticipate, una domanda è d´obbligo: ha senso tornare alle urne con questo sistema elettorale? E in subordine: c´è nell´attuale Parlamento una maggioranza trasversale in grado di sostenere una riforma condivisa? Nel centrosinistra si confrontano due anime, uscite allo scoperto in questi giorni. C´è l´anima veltroniana, dogmatica, che vagheggia il ritorno al puro spirito bipolare, o bipartitico, che giustificò il suo tentativo di forgiare un Pd autosufficiente e "a vocazione maggioritaria". C´è l´anima bersaniana, pragmatica, che non si impicca a una formula pregiudiziale, ma che in nome dell´Alleanza democratica chiama a raccolta tutte le forze che oggi si oppongono al berlusconismo, per superarlo e poi individuare un sistema elettorale comune da proporre al Paese. ‘È inutile illudersi, o cercare altre scorciatoie: per uscire dal berlusconismo occorre ripensare le forme del nostro bipolarismo malato’. Massimo D´Alema è appena tornato dalla sua vacanza in barca. Chi gli ha parlato lo descrive soddisfatto della navigazione, ma preoccupato per le rotte sempre più confuse della politica italiana.L´ex premier ed ex presidente dei Ds non ha condiviso la "lettera agli italiani" di Veltroni, che alla fine ‘ha avuto come unico effetto quello di dare una mano a Berlusconi’. Mentre ha molto apprezzato la proposta programmatica lanciata su "Repubblica" da Bersani, che ha avuto il merito ‘di riappropriarsi dell´agenda politica, affermando cose molto ragionevoli’. Anche D´Alema, come il segretario del suo partito, vede un Berlusconi in enorme difficoltà, forse destinato a non concludere la legislatura. Ma se si arrivasse a una crisi, e in ipotesi estrema ad elezioni anticipate, si riproporrebbe la solita questione: ‘Ci sarebbe sicuramente una maggioranza larga contro di lui, nel Paese, e il voto assumerebbe la chiara fisionomia di un referendum su Berlusconi, ma con le regole attuali si ripeterebbe la difficoltà di tradurre questa maggioranza elettorale in proposta di governo e in una leadership forte’. Per questo D´Alema, nei colloqui di questi giorni e prima della ripresa di settembre, non si stanca di ripetere un "refrain" che gli sta a cuore: ‘Quello della legge elettorale è davvero il nodo di fondo. Non possiamo rischiare di tornare al voto con questo sistema. L´idea malsana e malintesa di bipolarismo che abbiamo cullato e costruito in questi anni ci ha portato a un sistema che fa comodo solo a Berlusconi, che col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre. Ci rendiamo conto che l´indicazione del premier sulla scheda non esiste in nessun paese del mondo? Ci rendiamo conto che in Italia con questo falso mito maggioritario ormai gli organi di garanzia contano sempre meno? In Gran Bretagna c´è Westminster, ma c´è anche la Regina. In Italia c´è un sistema elettorale che crea un bipolarismo di facciata che ormai mette a rischio la stessa democrazia. Berlusconi fa scrivere il suo nome sulla scheda, e in nome di questo sacro principio, "io sono stato eletto dal popolo", pensa di poter fare quello che vuole. Noi non possiamo indulgere a questa deriva, che contiene in sè il germe del populismo autoritario». D´Alema non ha dubbi. Ai suoi collaboratori, con i quali sta preparando l´agenda della settimana di rientro, ripete uno slogan di cui è fermamente convinto: ‘La fine di Berlusconi sarà anche la fine della Seconda Repubblica’. Il tema è: come arrivarci? Sotto il profilo della legge elettorale, l´ex ministro degli Esteri del governo Prodi vede solo due strade: ‘Il primo mezzo è il doppio turno alla francese, che seleziona in anticipo le forze in campo, e potrebbe interessare all´Udc. Il secondo mezzo è il sistema tedesco, proporzionale con lo sbarramento, che rompe la rigidità dello schema "blocco contro blocco". Inutile dire che D´Alema, oggi come negli anni passati, continua a teorizzare il secondo mezzo. ‘Con il sistema tedesco noi potremmo convogliare un campo vasto di forze, dall´Udc alla Lega, e creare un assetto tendenzialmente bipolare, anche se non bipartitico, dove si andrebbe alle urne con cinque, massimo sei partiti, con un centro forte che si allea con la sinistra, con la sfiducia costruttiva, con una buona stabilità dei governi, che volendo potremmo persino rafforzare con l´introduzione di una clausola anti-ribaltone. Non riesco a immaginare uno schema migliore, per un Paese come il nostro’. Ma in queste ore, sulla scia degli appelli e delle raccolte di firme che si sovrappongono, un´altra via intermedia che prende corpo é quella di un ritorno al "Mattarellum", cioè il sistema partorito dopo la stagione referendaria dei primi anni Novanta. Potrebbe essere un buon compromesso, per uscire intanto dall´esecrato "Porcellum". D´Alema non ne è affatto persuaso: ‘Ma ci rendiamo conto che col "Mattarellum" siamo andati alle urne con quattordici partiti? È semplificazione questa? È bipolarismo questo? Se guardo al passato, vorrei sommessamente ricordare che l´esperimento lo abbiamo già fatto nel 1994, con i "Progressisti", e non ci andò bene. Se guardo al presente, mi chiedo perchè mai Bossi e Casini dovrebbero suicidarsi, tornando a un modello che li penalizzerebbe fortemente’. Per queste ragioni, il Lider Maximo ritiene che il Pd debba assumere un´iniziativa forte, per rilanciare sul modello tedesco e costruire su questo il profilo delle future alleanze politiche. Un ragionamento che riflette forse il limite classico del dalemismo: una certa idea della politica costruita a tavolino o in laboratorio, tra ingegnerie di coalizione e alchimie di partito. Ma una cosa è vera: la crisi del berlusconismo è un´occasione da non perdere, anche per provare a rimodellare la nostra architettura istituzionale ed elettorale. Con l´ennesimo rammarico, che lo stesso D´Alema non può non aggiungere ai tanti altri collezionati nel passato: ‘Se queste riforme le avessimo fatte alla fine della scorsa legislatura, a partire dal sistema tedesco, oggi l´Italia sarebbe diversa. L´illusione maggioritaria, allora, ha finito col restituire il Paese a Berlusconi’. Ammesso che la ricostruzione storica sia vera, l´invito di D´Alema al centrosinistra è a ‘non ripetere quel grave errore politico’. Vedremo se l´invito sarà raccolto. Nel frattempo, l´ex leader sta defilato, giovedì parlerà di tutto questo, alla festa del Pd a Torino. Mentre oggi presiederà un seminario della Fondazione Italianieuropei con John Podesta, democratico Usa, che ha appena scritto il saggio "L`America del progresso". ‘Dovrò spiegare gli attuali problemi della nostra situazione politica. È previsto che si parli in inglese. Per come siamo messi, è quasi più difficile farlo in italiano’.

 (red)

 

6. Amato: L’Ulivo? Un grosso rischio

Roma -

 “Mettere insieme i vari pezzi e frammenti da cui è costituito il centrosinistra può essere un’operazione positiva se li mette insieme davvero. Se si deve formare un cartello più elettorale che politico - dice Giuliano Amato intervistato da La Stampa - il rischio è vivere le difficoltà passate’. Giuliano Amato mette in guardia Pier Luigi Bersani sul progetto di dar vita ad un Nuovo Ulivo. L’ex premier sbarca alla festa del Pd per tenere una lezione sui 150 anni dell’Unità d’Italia nella veste di presidente del comitato promotore delle iniziative che si terranno quest’anno in tutto il paese. Ma in qualità di uno dei massimi protagonisti della stagione dei governi dell’Ulivo, Amato sa bene quali insidie vi siano per chi ha tenuto il timone a Palazzo Chigi in quella fase. ‘Ora - osserva - c’è il Pd che ci si aspetta eserciti le funzioni per cui è stato creato, se è in grado di attivare un processo di progettazione politica. Se il Pd vuole mettere insieme i pezzi deve essere in grado non soltanto di ficcarli tutti insieme nello stesso cassetto, ma di dare un senso comune alla coalizione. Può essere che ci si riesca...’. Lei non ci crede molto? - gli chiedono i giornalisti. ‘Non lo so. L’esperienza del 2006-2008 ha avuto anche dei momenti frustranti, all’insegna del principio "occupiamoci di ciò che ci divide, non di ciò che ci unisce". A volte vedo riemergere questa vocazione e se quella vocazione lì permane, allora l’operazione ha poche probabilità di successo’. Amato non si sottrae alle domande di stretta attualità, anche se dice di non saper prevedere quanto durerà questa situazione e se il governo cadrà sul processo breve, anche se ‘si capisce che è un tema delicato al quale il premier tiene molto e che non tutto il Pdl è d’accordo’. E in questa fase turbolenta in cui il rapporto tra nord e sud del paese è quanto mai incrinato, nell’anno in cui si celebra un anniversario così solenne, può essere invece in gioco l’unità della nazione? ‘No questo no. Ma anche se oggi c’è chi dice che è stata fatta male o che era meglio non farla, non ritengo che si tratti di posizioni tali da mettere a repentaglio l’unità’. E quindi, il senso della lezione che Amato tiene di fronte alla platea di militanti Democrats, a suo dire ‘è duplice: noi italiani ci siamo divisi su tantissime cose e anche sulla storia d’Italia. E’ tempo di seguire l’esempio di Napolitano e di trovare un’interpretazione unificante sulla quale si è d’accordo tutti. La seconda lezione è che i momenti vincenti della nostra storia sono quelli in cui qualcuno ha impostato un futuro per l’Italia e non per qualche italiano’. E alla Lega che sostiene che il federalismo è un antidoto alla secessione, Amato replica che ‘per ora il federalismo è una legge di principi con un alto livello di astrazione. Il problema principale del federalismo per l’Italia è quello fiscale: il paese ha un forte debito pubblico che presumibilmente resterà sulle spalle dello Stato. Il mercato non accetterebbe mai una sua ripartizione per le regioni. E allora quali basi imponibili rimarranno allo Stato per pagare questo debito e quali andranno agli enti decentrati? Ecco, io prima voglio avere questa risposta e solo quando arriverà si comincerà ad attuare il federalismo’. Ma perché, secondo lei la Lega è ora il partito più in salute? ‘Perché sono bravi sul territorio, sanno interloquire e hanno costruito una loro organizzazione. Poi rispondono senza troppe mediazioni alle domande degli elettori. E questo facilita un partito e di sicuro le forze politiche che cercano di mediare oggi sono quelle che hanno più difficoltà. E’ tutto qua, ma poi bisogna vedere come finisce: è vero che vanno di moda i "Tea parties", ma bisogna vedere quanti elettori si affidano a chi unilateralmente offre una sola soluzione’”.

 (red)

 

 

7. Ultimatum Pdl ai finiani: Sì al processo breve o è rottura

Roma -

Prima un macigno, poi una curva. La strada del governo si fa sempre più tortuosa, tra processo breve (la priorità di Silvio Berlusconi) e legge elettorale (sulla cui modifica il Pd cerca convergenze trasversali). Punto cardine della riforma della giustizia, parte integrante dei 5 punti sui quali l´esecutivo, a metà settembre, chiederà la fiducia alle Camere, attorno al processo breve si concentra l´opposizione di Pd, Idv e Udc, ma anche le critiche dei finiani. Il capogruppo di Fli, Italo Bocchino, su Repubblica, lo ha inserito in quel ‘5% di programma che va discusso’. Ieri, il "falco" finiano Carmelo Briguglio lo ha detto a chiare lettere: ‘Il provvedimento sul processo breve, così com´è, io non lo voto’. Il problema riguarda le cifre dei processi che cadono in prescrizione con la nuova norma. Numeri elevati, sostiene Briguglio: ‘Si tratterebbe di un´amnistia mascherata. Mi pare che questo provvedimento non sia compatibile con la linea di rigoroso rispetto della legalità intrapresa da Fini’. Nel Pdl, però, il processo breve diventa il tema su cui misurare la lealtà dei finiani: votare la fiducia o rompere definitivamente. ‘Se i finiani vorranno fare dei distinguo porranno un macigno sul prosieguo della legislatura’, afferma il vicecapogruppo alla Camera Osvaldo Napoli. Il presidente dei deputati Pdl, Fabrizio Cicchitto, invita a «non ripetere ciò che è avvenuto sulle intercettazioni. L´eccesso di furbizia può provocare disastri’. E Denis Verdini, coordinatore Pdl, avverte: ‘Dicono che c´è accordo sul 95% ma nella vita conta il 5%’. Poi l´ultimatum ai finiani: ‘Chi costituisce gruppi autonomi in Parlamento o nei consigli regionali, provinciali e comunali si mette automaticamente fuori dal partito’. Sulla giustizia e sul processo breve Maurizio Gasparri si rivolge al Colle: ‘Napolitano, quando non era presidente della Repubblica, faceva parte di un partito, il Pd, che propose un´ampia amnistia nel 2006. Sicuramente ricorderà quelle scelte e saprà valutare con equilibrio le decisioni del Parlamento di oggi». Frasi sibilline, alla luce del fatto che nel luglio 2006 fu votato dal parlamento, a grande maggioranza, un indulto e non un´amnistia. «Gasparri è maldestro - controbatte il vicepresidente dei senatori Pd Luigi Zanda - difficile rispondere nel merito. Gli dico solo di portare rispetto a Napolitano». Parallelamente al tema della giustizia prende corpo quello della riforma della legge elettorale. Ancora una volta Gasparri e Verdini provano a stoppare qualsiasi discussione: ‘La sinistra ha perso con tutte le leggi elettorali. Una riforma non è in agenda», dice il primo. ‘In politica vince chi ha più voti e l´attuale sistema garantisce questo», afferma il secondo. Ma nell´opposizione il dibattito prosegue. Con i finiani che avevano mostrato un´apertura verso un ritorno al Mattarellum e ai collegi uninominali. Il segretario del Pd tenta convergenze proprio sul tema della riforma elettorale, nonostante i diversi orientamenti nel merito. Ieri l´ex ministro Pd Giuseppe Fioroni ha avvertito che la legge elettorale ‘si può cambiare solo in modo condiviso. Non offriamo a Berlusconi il ruolo di vittima della minoranza’. Aggiungendo, poi, che «la cosa più urgente è riconsegnare ai cittadini la possibilità e il diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento’. Problema, quest´ultimo, segnalato anche da Udc e Idv: ‘La legge attuale è fatta dalla casta per la casta - attacca il capogruppo Massimo Donadi - e i risultati, pessimi, si vedono. Non sono più i cittadini a scegliere ma le segreterie dei partiti’”.

 (red)

 

 

8. Berlusconi non rinuncia la piano Udc

Roma -

 ‘Casini? Tutto bene ‘. Ieri mattina Silvio Berlusconi era nella sua terrazza sul lago Maggiore, a Lesa, a pranzo con Emilio Fede e altri ospiti. Che il segretario dell’Udc dica che non voterà il processo breve, almeno in questa versione, non era qualcosa che aveva scalfito l'umore del Cavaliere. Altri passaggi dell'intervista sono stati percepiti come positivi, ‘il resto è il classica reazione di una corteggiata che dice ancora di no, ma che ha già ceduto ‘, sintetizzava ieri un ministro. Anche se ancora non lo può dire Bossi ha digerito l’Udc, dal giorno del vertice con la Lega il presidente del Consiglio è molto più sereno. Nel governo sintetizzano così, forse con un eccesso di semplificazione, lo stato dell'arte. Si da per scontato un abboccamento progressivo fra maggioranza e Udc. Sul resto, si aggiunge, Berlusconi punta poco. Il resto non è un dettaglio, in verità: sono i voti che mancano alla maggioranza per proseguire il suo percorso senza patemi, in teoria è ancora l'esito della trattativa (ne esiste più d'una, tutte autorizzate dal premier: quella della Lega, quella di alcuni senatori ex An) con il gruppo che alla Camera è ispirato da Fini. Di certo il Cavaliere, fra le condizioni per avallare il lavoro di altri (una specie di road map in due fasi è in via di scrittura e dovrebbe essergli consegnata a giorni) ha posto una condizione del tipo ‘quel gruppo è un'anomalia che può essere tollerata solo se provvisoria ‘. Insomma in fondo al tunnel della crisi di maggioranza Berlusconi vede un Pdl di nuovo compatto o un gruppo di finiani (più sottile di quello attuale) definitivamente fuori. In entrambi i casi si dice certo di passare la verifica, a settembre, senza patemi particolari. Sintesi di un ministro molto berlusconiano: ‘Come Casini anche i deputati di Futuro e Libertà hanno ora un problema d'immagine: il primo non può dire di sì senza ottenere magari una correzione al testo del Senato sul processo breve, per i secondi vale lo stesso discorso ‘. Anche in questa cornice ieri pomeriggio il dibattito era del tipo ‘voglio, ma non posso ‘. Italo Bocchino come Carmelo Briguglio litigano a distanza con il resto del Pdl, ma non dicono no al concetto che il premier abbia diritto a uno scudo giudiziario. Dicono semplicemente che ‘così com'è ‘ il testo sono pronti a non votarlo, ma se arrivasse un emendamento, o qualcosa che riduca il danno della ricaduta sul numero dei processi in corso, allora verrebbero meno i distinguo. m sostanza lo stesso discorso di Casini. Difficile a questo punto pensare che la legislatura possa andare a gambe all'aria perché non è stato trovato un correttivo in grado di garantire al premier la governabilità e all’Udc e ai finiani una soluzione tecnica più gradita ‘.

 (red)

 

 

9. Bossi: Il Pd ha offerto voti al Cavaliere

Roma -

 “Umberto Bossi - scrive la Repubblica - insiste, ridendosela delle smentite del segretario del Pd. ‘Confermo – racconta il leader della Lega – Bersani non solo è andato da Berlusconi a piagnucolare perché fossero evitate le elezioni anticipate, ma ha pure detto a Silvio che, in caso di rottura parlamentare, i voti per garantire al governo di andare avanti li avrebbe messi lui’. È l´ultima cannonata del Senatùr, che ha trascorso il fine settimana in Cadore accolto dal presidente del Veneto Luca Zaia e dai maggiorenti locali della Lega. Bagno di folla alla festa del Carroccio a Domegge (con Tremonti sul palco), un altro comizio per spiegare la frenata sul voto anticipato e il muro del Carroccio contro qualsiasi ipotesi di cambiamento del "Porcellum" ideato da Calderoli. Ma, oltre al solito Casini, stavolta il bersaglio preferito è proprio Pierluigi Bersani, capo di un partito che ‘non vince le elezioni non per la legge elettorale, ma perché la gente non lo vota’. C´è anche una replica alle accuse del leader del Pd (‘La Lega è amica del premier per ottenerne l´eredità’), e arriva con una battuta che la butta sullo scherzo: «Con tutti i figli che ha – taglia corto Bossi – Berlusconi non verrà certo a dare a noi l´eredità». Però, eredità negata a parte, l´intesa tra i due è salda, ed è il caso di rimandare un messaggio ai finiani riottosi. Quelli che proprio l´iniziativa leghista, dopo il vertice sul lago Maggiore tra il Cavaliere e il Senatùr, dovrebbe convincere ad approvare integralmente i famosi cinque punti e a rinunciare a qualsiasi imboscata in Parlamento: ‘Io e Silvio siamo gli unici a non avere paura del voto, mentre sia Fini che il Pd ne sono terrorizzati’. E da Cortina, dove nel pomeriggio ha partecipato a un dibattito pubblico, Zaia ha precisato il concetto. Con toni che suonano molto scettici sullo stato di salute della maggioranza: ‘Stiamo perdendo consensi per colpa dei litigi interni, e questa è una cosa molto sbagliata, un dato su cui riflettere a fondo’. Ed è un grido d´allarme, quello lanciato dal governatore del Veneto, che sembra travalicare lo strappo aperto tra i finiani e il resto del centrodestra. Anzi, al presidente della Camera (con il quale la Lega si è assunta il compito di trattare) Zaia concede una piccola apertura di credito. Meglio Fini o Casini?, gli chiedono. Lui se la cava così. ‘Molti ci hanno votato proprio perché l´Udc non è più un nostro alleato, hanno scelto Pdl e Lega’, anche se ‘è impossibile un´eventuale prospettiva di fusione’ tra i due partiti. Certo che gli alleati dovrebbero stare un pochino più attenti, dal momento che i guai per la coalizione non sono venuti dalla Lega: ‘Non abbiamo alcun interesse ad avere un Pdl debole, una coalizione è forte se sono forti tutte le sue componenti’, spiega Zaia. Poi le banche, argomento che sta molto a cuore a Bossi. ‘Non sono vicine agli imprenditori – accusa il presidente del Veneto – e quando si rinnoveranno gli organi delle fondazioni bancarie, noi nomineremo gli uomini più vicini al popolo e alle sue esigenze; se non mettiamo i nostri amici, ci vanno gli amici degli altri, e questo è pericoloso’.

 (red)

 

 

10. Sacconi: Maggioranze più ampie sui temi etici

Roma -

"'Con la crisi mondiale finisce il Leviatano. Finisce lo Stato pesante e invasivo, più o meno consapevolmente costruito sul presupposto di Hobbes, ovvero sulla base di quell'antropologia negativa a sua volta fondata sull'homo homini lupus, sulla malfidenza verso la persona e la sua attitudine verso gli altri. Sta emergendo ovunque, per convinzione o per convenienza, un'antropologia positiva'. Ministro Sacconi – chiede Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera -, dove ne vede i segni? 'Nel discorso alla nazione del nuovo premier britannico Cameron, sulla Big Society opposta al Big Govemment che lui imputa ai laburisti e in particolare a Gordon Brown. Nella neo-govemance americana che riconosce la collaborazione tra il pubblico e la crescente filantropia nella società. E rivendico a questo governo di aver cominciato la legislatura con una visione di antropologia positiva'. Cosa intende per ‘antropologia positiva ‘? 'Avere fiducia nella persona e nella sua attitudine a potenziare l'autonoma capacità dell'altro. Una scelta che ha molte conseguenze. E' una premessa fonda mentale per costruire la crescita futura, non più fondata sulla diffusa presenza pubblica nell'economia e nella società ma su un nuovo assetto regolatorio, capace di sviluppare le tante potenzialità della comunità nazionale'. Quali sono state secondo lei le conseguenze sull'azione del governo italiano? 'Il governo pratica fin dall'inizio una rigorosa disciplina di bilancio, ma lo fa nell'ambito di una visione che si compone di due elementi tra loro incrociati: il federalismo fiscale e il nuovo modello sociale sussidiario descritto nel mio libro bianco; vale a dire, l'incrocio della sussidiarietà verticale con quella orizzontale. Meno Stato, più società. Non ‘più mercato ‘; più società. Ne deriva un grande spostamento di potere dal centro alla periferia e dal pubblico verso le persone, le famiglie e le tante forme associative che le persone e le famiglie sanno produrre in un paese in cui c'è una straordinaria tradizione di esperienze comunitarie. E' una rivoluzione nella tradizione. Una rivoluzione che affonda le radici nella tradizione della fraternità francescana, delle opere pie, delle società di mutuo soccorso, delle cooperative laiche e socialiste. E nella stessa tradizione delle parti sociali, che in nessun paese sono importanti come in Italia. Altro che algide tecnocrazie centrali'. La ‘rivoluzione ‘ di Berlusconi doveva essere innanzitutto fiscale. 'Ma tutto questo è il presupposto finanziario e culturale della stessa riforma fiscale. Il federalismo costruito sui buoni costi standard è destinato a responsabilizzare l'impiego delle risorse, quindi a liberare coperture per la riforma fiscale. Anche la sussidiarietà orizzontale può e deve concorrere a contenere il perimetro delle funzioni pubbliche e della relativa spesa. E la nuova fiscalità disegnata da Tremonti corrisponde alla maggiore autonomia dei poteri locali e della stessa società. Ne usciranno privilegiati il lavoro, la famiglia. E il non profìt, che non va più definito terzo settore: un nome che evoca una residualità destinata a venire meno'. E il ruolo delle parti sociali? 'Pomigliano è un simbolo evidente del ‘meno Stato, più società ‘. Un tempo la Fiat investiva nel Mezzogiorno se incoraggiata da incentivi pubblici. Oggi non chiede incentivi allo Stato, ma cerca nella stessa comunità dei lavoratori la convenienza a realizzare l'investimento. Come diceva Marco Biagi, non c'è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo regolatorio da norme o da contratti. Solo i lavoratori e le loro organizzazioni possono determinare quella produttività che garantisce il ritorno dell'investimento'. Resta lo scoglio dell'articolo 18. E dei due sistemi: quello per i garantiti, e quello per gli altri. «Il governo, nei primi giorni di agosto, ha approvato un piano triennale per il lavoro fondato sul riconoscimento della capacità delle parti di costruire nelle aziende e nei territori percorsi condivisi. Meno Stato, più società significa limitare ai diritti fondamentali le norme inderogabili di legge e consentire alla contrattazione locale la modulazione delle tutele in modo da stimolare crescita economica, partecipazione, incremento dei salari, nuova occupazione. Il governo ha detassato tutta la parte del salario conseguente a questi accordi, perché l'antropologia positiva porta ad avere fiducia negli effetti virtuosi dell'autonomia contrattuale prossima alle persone». Sui tre di Melfi lei non si è ancora espresso. 'Lascio al giudice vagliare il caso concreto e consiglio alla Fiat di evitare forzature. Ma il caso solleva un problema generale. Dagli anni '70 si è affermato un metodo di lotta sindacale, per fortuna sempre più desueto, per cui chi sciopera, anche se minoranza, cerca di impedire agli altri di lavorare. E tutto questo non può essere più consentito non solo dalla competizione globale ma anche dal rispetto che meritano tutte le persone e, perché no?, le stesse imprese'. A proposito delle imprese, avete ipotizzato la modifica dell'articolo 41 della Costituzione. «L'antropologia positiva investe anche il tema della libertà d'impresa. Si tratta di passare dai controlli ‘ex ante ‘, tipica espressione dell'antropologia negativa, ai controlli ‘ex post ‘. Basti ricordare la norma di Visco sul controllo preventivo all'atto della richiesta della partita Iva, fondata sul sospetto che la partita Iva sia una forma di elusione fiscale e non uno strumento per promuovere iniziativa economica. Dobbiamo capovolgere i termini della questione: io mi fido, fino a prova contraria'. Il governo sembra avere altre priorità, a cominciare dalla giustizia. 'Ma lo stesso tema della giustizia vede un discrimine tra antropologia positiva e negativa. L'esigenza fondamentale della persona e delle forme comunitarie che genera, a partire dall'impresa, è di disporre di un quadro di certezze. E quindi la giustizia è giusta se è certa. La nostra anomalia è l'incertezza che domina la giustizia civile, penale, del lavoro, amministrativa, contabile. Tempi lunghi, schizofrenia giurisprudenziale, imponderabilità. Ci deve essere riconosciuto che, a parte la contingenza della doverosa difesa di Berlusconi dalla giustizia politicizzata, ci siamo sempre posti il tema della giustizia certa, che coincide, ancor più oggi, con una imprescindibile esigenza del Paese'. Quali sono altri segni di ‘antropologia negativa ‘? 'I radical-chic e i loro giudizi sprezzanti sul meeting di Rimini. Uno non capisce Rimini, quella grande folla di giovani e di giovani coppie, quei 3120 volontari paganti, se non muove dall'antropologia positiva. Questo discrimine, tradotto in politica, segna l'ambito del confronto, circoscrive l'ambito del dialogo e della possibile alleanza politica. Berlusconi è una sorta di simbolo vivente dell'antropologia positiva. Ma tutto il mondo cattolico moderato muove da un'antropologia positiva: i cattolici della maggioranza, l’Udc, i cattolici moderati del Pd. Nella sinistra di formazione comunista vedo invece il persistere di un'antropologia negativa, una domanda di Stato pesante e invasivo, di Leviatano». E il Manifesto per la vita e la sussidiarietà lan ciato a Rimini? «Servirebbe a far ritrovare i molti che nel le organizzazioni sociali li e politiche muovono da questi obiettivi condivisi, a partire dal riconoscimento del valore f della vita. Non solo i credenti, per i quali la persona è immagine di Dio, ma anche i non credenti che muovono dall'antropologia positiva, nel momento in cui riconoscono la ricchezza della persona, sono portati a difendere il valore della vita. Credenti e non credenti si troverebbero così riuniti da una condivisa laicità adulta: adulta perché riconosce e pratica la verità dei valori della nostra tradizione. Il governo ha presentato la propria agenda biopolitica, con l'indicazione dei temi di cui ci siamo occupati, ci stiamo occupando, ci occuperemo nel nome della difesa della vita. Ho visto che alcuni hanno reagito nervosamente a questa agenda non perché legittimamente non la condividono ma perché disturba l'opportunismo delle alleanze anomale'. Casini parla di ‘esibizionismo valoriale ‘. 'Non vorrei che questa battuta indicasse la propensione a mettere sotto il tappeto i valori fondamentali per avere mano libera nel gioco delle alleanze, che a quel punto diventerebbe cinico. Basti pensare al sostegno dell'Ode alla Bresso in Piemonte nonostante le sue posizioni nel caso della pillola abortiva o del percorso eutanasico di Eluana Englaro. Confido invece che nel prossimo futuro, grazie anche a quell'ideale Manifesto che io sollecito soprattutto agli attori sociali di buona volontà, i rapporti politici risultino positivamente condizionati dai valori e dalle conseguenti visioni. In un tempo nel quale la politica è chiamata a ricostruire fiducia nel futuro, si è parlato e si parla di coalizioni a prescindere, sostenute solo dall'ostilità a Berlusconi. Al contrario, i temi della vita, del profondo ridisegno del rapporto tra Stato e società, della libertà delle persone, del libero gioco associativo sono i contenuti di una rivoluzione nella tradizione che già in questa legislatura possono dare luogo a più ampie maggioranze parlamentari'".

 (red)

 

11. Rutelli: sulle riforme nascerà un nuovo pol

Roma -

 ‘Moltissimi italiani – scrive Francesco Rutelli in una lettera al Corriere della Sera - sono delusi, arrabbiati con la politica. Un'estate di polemiche avvelenate - anziché di soluzioni per la crescita economica e il lavoro - li ha allontanati ancora di più. Alle radici di questa crisi c'è il fallimento del bipolarismo all'italiana. Erano annunciati due poli ‘europei’: un centrodestra liberale, un centrosinistra riformatore. Si è invece radicalizzata una partigianeria esasperata e inconcludente. E una verità abbagliante: in questi 17 anni, non ce l'ha .fatta il centrosinistra e non ce l'ha .fatta il centrodestra, nonostante dieci anni di governo (l'ultimo, con la maggioranza più larga in 60 anni di Repubblica). Ne scrivo in prima persona: dopo sette anni come sindaco eletto della ' Capitale, ho guidato la Margherita (un partito ‘a due cifre’) cercando di contribuire a un profilo democratico-riformista nel centrosinistra. Nel 2001, in alternativa a Berlusconi, avevo raccolto oltre 16 milioni di voti (pur senza Rifondazione comunista, radicali. Di Pietro), per poi costruire, assieme a Passino, alleanze vincenti - nelle amministrative, suppletive, regionali - fino al 2006 e al governo Prodi. Ma il nostro governo perse fiducia nel Paese, prima che in Parlamento, anche per le pretese della sinistra più radicale, un corto circuito con i! mondo cattolico, la mancanza di coesione interna. Da qui l'estremo tentativo, con la nascita del Pd, di sommare una visione e un progetto innovativi riuscito, e certificato dalle ripetute sconfitte elettorali, Roma inclusa, che hanno accresciuto la divaricazione tra democratico-liberali e sinistra giustizialista e movimentista. Non ho lasciato il Pd con avversione, ne alla ricerca di posizioni personali (cui, a! contrario, ho rinunciato), ma per la certezza che ogni nuova battaglia in questa guerra di neo Guelfi e Ghibellini porterebbe il Paese più in basso. Non più lontano. Del resto, se non si ; voterà in autunno è proprio perché il primo partito sarebbe i quello del rifiuto, dell'astensione. Ma è ancora possibile unire le forze responsabili, anziché riprecipitarsi in conflitti frustranti in cui tutti perdono (e crescono solo le forze irresponsabili)? Ecco quattro punti di risposta. 1. Un confronto che interessa gli italiani è sull'economia. Si stanno sottovalutando i pericoli dell'autunno. La forte crescita delle ‘scommesse’ sull'instabilità italiana (i Credit Default Swaps). Il desiderio tedesco di accrescere la pressione europea sul nostro debito. Le criticità competitive e dell'occupazione (si discetta sulle inevitabili scelte di Marchionne, ma neppure si nomina, da mesi, il ministro dello Sviluppo economico.'). Si promettono mirabilie federaliste, ma intanto si moltiplicano i centri di spesa e salgono, in regimi di monopolio, le tariffe locali. Difficilmente le .forze responsabili potrebbero sottrarsi dal concorrere a un programma nazionale per la crescita nei prossimi anni. Senza confondere opposizioni e maggioranza. Noi l'abbiamo dimostrato votando l'unica riforma votabile di questa legislatura; quella sull'università (che ora attende le risorse per .funzionare). 2. Ho proposto alcune settimane fa una convergenza per riforme essenziali sulla giustizia civile e penale. Ma il governo non ha risposto, inchiodato com'è su leggi e leggine ad hoc. Queste ci troveranno contrari. 3. La linea di Bersani propone un'alleanza di sinistra con Vendala e Idv e possibili accordi istituzionali più larghi. Questo non scioglie il problema della coerenza dei programmi; ma pone un punto di chiarezza politica, con cui misurarsi in modo costruttivo. 4. Un nuovo Polo politico nascerà. Nascerà su un coraggioso programma di governo (penso a molte misure di tagli della spesa pubblica pro crescita di Cameron-Clegg o alle scelte pro innovazione, formazione, ricerca della Merkel). Noi abbiamo costituito l'Alleanza per l'Italia per unire le forze con chi condivida un'agenda di cambiamento e buongovemo. Nella Festa nel Borgo di Labro (Rieti, 2-5 settembre), avanzeremo una precisa proposta. Per questo nuovo Polo chetacela le riforme, e per rispondere a milioni di i italiani delusi ‘.

 (red)

E Tinto Brass, oltre al "culo", scopre il sentimento

Sky dovrebbe pagare, ma non glielo permettono. Almeno da noi