Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

In ginocchio, lavoratori: c’è Sua Maestà l’impresa

Tre posizioni convergenti, tre attacchi concentrici ai diritti dei lavoratori arrivati nel giro di un paio di giorni e accomunati, chissà quanto per caso, dall’essere stati formulati nel medesimo contesto del Meeting di Rimini. Tremonti, Marchionne e Marcegaglia. Nell’ordine, il ministro dell’Economia, l’amministratore delegato della Fiat e la presidente di Confindustria. In altre parole, la massima autorità di governo in ambito economico, la punta di diamante della maggiore industria “nazionale” e il vertice istituzionale degli industriali italiani. 

Tutti concordi nel cantare il De Profundis all’idea – o per meglio dire al principio – che le imprese debbano sottostare a obblighi tassativi in materia di sicurezza e di carichi di lavoro. Tutti concordi nell’affermare che l’unico elemento oggettivo e inderogabile è la competizione globale che impone di produrre di più e al minor costo, con buona pace di chi ha creduto che certe garanzie e certe tutele tipiche del welfare europeo fossero un’acquisizione definitiva. Che, anzi, avrebbe solo potuto espandersi ulteriormente con l’andare degli anni e col crescere del Pil, secondo la classica e illusoria convinzione che gli incrementi di ricchezza complessiva si risolveranno fatalmente, o prima o dopo, in un maggiore benessere per la generalità dei cittadini.

Conclusione: i lavoratori, e i sindacati che li rappresentano e che perciò li dovrebbero difendere dalle pretese eccessive e unilaterali delle imprese, debbono scordarsi la situazione preesistente e accettare di buon grado (anzi: con genuino entusiasmo e imperitura gratitudine) le difficoltà del nuovo corso e l’opportunità di conservare il posto. La logica è semplice e brutale. Gli obblighi dell’imprenditore si esauriscono nello sforzo di far prosperare la propria azienda, senza alcun vincolo prefissato alla nazione di appartenenza. Come sottolinea lo stesso Marchionne, sul cui lungo intervento ci soffermeremo approfonditamente domani, «Non c’è niente di straordinario nel voler adeguare il sistema di gestione a quello che succede a livello mondiale. Eccezionale semmai – per un’azienda – è la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire». Di contro, la disponibilità dei dipendenti deve essere assoluta, quasi che siano loro a dover convincere gli imprenditori che si possono fidare. Consci che il proprio futuro dipende dalla magnanimità dei datori di lavoro, liberi di decidere in qualsiasi momento se restare in loco o trasferirsi altrove, devono mostrarsi così solerti da fugare ogni dubbio. Sì, sì e poi ancora sì. Faranno e accetteranno di tutto, pur di soddisfare le richieste e aumentare la produttività. Dedizione totale. Spirito di sacrificio. Finché morte non ci separi.

Si tratta, evidentemente, di una sorta di caporalato su scala planetaria. Dalla massa degli aspiranti lavoratori si selezioneranno solo i migliori, ovverosia i più efficienti e servizievoli. Forti del loro potere di scelta, ingigantito dalla passività e dalle connivenze della politica, i padroni e i loro manager imporranno le proprie condizioni senza alcuna remora. E senza alcun dovere di giustificazione ulteriore, nel presupposto che a legittimarli a compiere qualsiasi sopraffazione vi sia la “necessità” di competere sui mercati internazionali. 

Dice la Marcegaglia: «Quello che ha fatto Fiat [a Melfi] è in linea con la legge e con la prassi. Il vero tema è l’esigenza di cambiare radicalmente le relazioni industriali». Dice Tremonti: se ci si ostina a pretendere «diritti perfetti nella fabbrica ideale» si rischia «di avere diritti perfetti ma di perdere la fabbrica che va da un'altra parte. Una certa qualità di diritti e regole non possiamo più permetterceli. Non possiamo pensare che sia il mondo ad adeguarsi all'Europa, ma è l’Europa che deve adeguarsi al mondo».

Quanto realismo, sulla pelle degli altri. 

Federico Zamboni

Jackson delle amazzoni

Iraq, meno Pentagono più contractor