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Iraq, meno Pentagono più contractor

Entro la fine di agosto le truppe combattenti Usa lasceranno l’Iraq. La missione americana si conclude con la presenza nel Paese di circa cinquantamila soldati Usa e l’ulteriore arrivo nella zona di altri settemila contractor, militari a puro scopo di lucro che non fanno neanche finta di combattere per la Patria ma che operano alle dipendenze di chi li assume. Senza fare alcuna distinzione tra imprese private e organizzazioni governative. In questo specifico caso si tratta, ancora una volta, della famigerata Blackwater Worldwide. È una compagnia militare privata – nata nel 1997 per iniziativa del miliardario, ed ex Navy Seals, Erik Prince – che insieme a molte altre tra cui Titan,  Compagnia delle Indie, ArmorGroup, Dyncorp International e Triple Canopy, costituisce un esercito parallelo a quello statale. Gran parte della difesa americana è stata appaltata a queste organizzazioni che usufruiscono dei finanziamenti pubblici. 

La prima differenza, rispetto a chi è arruolato nelle Forze armate, è nell’entità dei compensi percepiti dal personale. Un contractor può guadagnare circa milleduecento dollari al giorno, mentre un sergente dell’esercito arriva a soli centonovanta. Circa il 70% dei militari “privati” proviene da El Salvador. Altri invece, sono reclutati proprio tra il popolo iracheno perché questo, come sottolinea il sociologo James Petras, «crea l’illusione che Washington rimetta gradualmente il potere nelle mani del locale regime fantoccio». Questa tattica, prosegue Petras, dà «l’impressione che questo regime sia in grado di governare e diffondere il mito che vorrebbe che esistesse un esercito stabile ed affidabile. La presenza di mercenari locali crea il mito per cui il conflitto interno è una guerra civile invece di essere una lotta di liberazione nazionale contro il potere coloniale». 

Gli iracheni, però, non amano questo genere di presenza. Durante i sette anni di guerra hanno dovuto combattere per cercare di liberarsi dall’esercito americano. Contemporaneamente si ritrovano a dover difendere il loro territorio anche da mercenari che uccidono per soldi, senza neanche la parvenza dell’amor di Patria. E per loro è davvero troppo. La vendetta è immediata e brutale; quando si scatena il combattimento a Falluja nel 2004, la gente si accanisce sui corpi di quattro contractor. Le immagini vengono riprese e trasmesse in tv, ma il messaggio che passa è decontestualizzato e ridotto a un’esplosione di odio bestiale: il popolo iracheno è spregevole; quegli “ingrati” ricambiano la protezione americana con azioni  vergognose. È giusto che siano puniti. La rappresaglia non tarda ad arrivare.

Da allora l’ostilità e il disprezzo verso i contractor cresce a dismisura, e sopravvive tuttora. Dopo la comunicazione del ritiro delle truppe Usa e l’ingresso di altri mercenari, la reazione è stata immediata. L’obiettivo principale degli attentati di questi giorni, che hanno provocato quarantuno morti, erano infatti le “forze di sicurezza”, i contractor appunto, il cui compito principale riguarda la protezione interna del territorio iracheno. Ma da quando l’Iraq è stato invaso, gli attacchi terroristici sono aumentati, come dimostra il “The Iraq effect”, uno studio sulle conseguenze della guerra. 

Comunque, che siano soldati americani del Pentagono o contractor delle imprese, la maggioranza del popolo arabo e la maggioranza di quello iracheno continua, giustamente, a non tollerare la presenza dello “straniero”. E se qualcuno rimpiange la ritirata della Casa Bianca è solo perché lo considera un male minore rispetto all’avidità dei contractor, che sfruttano le zone d’ombra del loro status per comportarsi in modo ancora più cinico, spregiudicato e brutale dei militari veri e propri.

Pamela Chiodi

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Secondo i quotidiani del 31/08/2010