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Secondo i quotidiani del 31/08/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Gheddafi a Roma provoca l’Europa”. Editoriale di Franco Venturini: “Oltre il limite”. Di spalla: “Il cattolico post-moderno e lo scarso peso in politica” e “I furbetti del sostegno che truffano sui disabili”. Al centro foto-notizia: “In morte di un pilota. Di 13 anni” e “Berlusconi vuole fare un intervento in tv sui ‘processi ingiusti’ ”. In taglio basso: “Assedio a Dell’Utri, zittito a Como”. LA REPUBBLICA – In apertura: “Gheddafi-show, è scontro”. Editoriale di Massimo Giannini: “Il ministro che manca da 119 giorni”. Di spalla la foto-notizia: “La voce dei sepolti vivi nell’inferno di San Josè”. Al centro: “Braccio di ferro sul processo breve. Legge elettorale, il Pd si divide”. In taglio basso: “Record di parti cesarei. Al Sud uno ogni due bebè”. LA STAMPA – In apertura: “Gheddafi minaccia l’Europa. ‘Può diventare come l’Africa’ ”, con l’intervento di Maurizio Lupi e Mario Mauro: “Basta offrire il palcoscenico al dittatore”. In taglio alto: “Obama annuncia: ‘Taglio le tasse’ ”. Editoriale di Michele Ainis: “I peccati della legge elettorale”. Al centro foto-notizia: “Nuota sottozero per salvare il pianeta”. Di spalla: “La Grande Mela oggi sposa il gorgonzola”. A fondo pagina: “L’assassino finisce nella rete sbagliata”. IL GIORNALE – In apertura: “Anche ‘l’Unità’ caccia il compagno Fini”, con l’editoriale di Massimo de’ Manzoni. Al centro la foto-notizia: “Gheddafi? Per la sinistra era un fratello” e “L’assalto ‘democratico’ per far tacere Dell’Utri”. In due box di spalla: “Per battere il Cav. truccano le urne”, “La sinistra bigotta non vuole l’orecchino” e “E nessuno s’indigna se l’Iran insulta Carlà”. A fondo pagina: “La casta degli storici che non insegna nulla”. IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Tokyo non ferma lo yen”. In taglio alto: “Gheddafi: con le aziende italiane altre commesse nella difesa”. Editoriale di Nassim Nicholas Taleb: “Dieci regole esclusive per stregare il cigno nero”. Al centro foto-notizia: “Rebus cambiamento climatico. Confermato l’allarme del panel Onu ma con censure per alcune leggerezze”. Di spalla: “Arriva Cohen menestrello del Vecchio Testamento”. In taglio basso: “Genzyme respinge l’Opa da 18,5 miliardi di Sanofi” e “Ceccardi: non solo auto, deroghe al contratto per tutta la meccanica”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Gheddafi, accordi e avvertimenti”, con i commenti di Oscar Giannino “Le tre ragioni della real politik” e di Romana Petri “Il marpione, le ragazze e quel senso di tristezza”. Editoriale di Marco Fortis: “La deflazione non si batte con gli anatemi”. Al centro foto-notizia: “Il ritorno di Isabella: non si è schiavi della bellezza se si accetta la propria età”, “Neonato muore, è giallo a Roma. I genitori: una lite tra le ostetriche” e in un box “Cassino, blitz di Marchionne nella fabbrica che sfida la crisi”. In taglio basso: “Bratislava, strage di rom” e “Mercato, Borriello va alla Juve”. IL TEMPO – In apertura: “La battaglia di Tripoli”. Editoriale di Marlowe: “Gheddafi vale oro per l’Italia”. Di spalla: “Ma a questi la sinistra aprì le porte”. In taglio basso: “Lite fatale in sala parto a Roma” e “I rom francesi sono sbarcati nella Capitale”. LIBERO – In apertura: “Fini, lo sbloccacricca”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Domenica porteremo a Mirabello le firme di Libero”. Di spalla: “I soldi del Raìs ora puzzano ma all’Europa fanno gola”, “Il beduino vuole 5 miliardi per fermare gli immigrati” e “Libia meno terrorista per merito dell’Italia”. Al centro: “Bersani cambia nome al Pd: Partito depresso” e in un box: “Spatuzza ricorre al Tar per tornare a sparlare”. A fondo pagina: “Spunta un manoscritto antico della Fallaci”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Conversioni”. A fondo pagina: “La scuola riapre. Con 22 mila prof disoccupati”. IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Così i colossi industriali festeggiano l’amicizia tra Cav. e Gheddafi”. In apertura a destra: “Obama ha azzoppato i negoziati diretti prima ancora dell’inizio”. (red)

2. Gheddafi minaccia l’Europa: “Può diventare come l’Africa”

Roma - “Il bilancio della visita di Gheddafi a Roma – riporta Antonella Rampino su LA STAMPA – è iscritto nel volto incupito di Silvio Berlusconi, e nel gesto col quale, dopo aver abbracciato il Colonnello, rapidamente lo allontana da sè. Giornata storica sì, ‘l’amicizia italo-libica è salda, è un modello di diplomazia e chi non lo capisce è prigioniero di schemi superati’, dice Berlusconi. Gheddafi ringrazia, in un lungo (e confuso) discorso annuncia che ‘la Libia, sostenuta dall’Italia, chiede almeno 5 miliardi di euro all’anno per fermare l’immigrazione clandestina, altrimenti a furia di immigrati che avanzano l’Europa stessa potrebbe diventare Africa’. Ben peggio dei precedenti imbarazzanti auspici sull’‘islamizzazione dell’Europa’, sui quali la polemica politica è infuriata, ancor prima che dalle opposizioni, dallo stesso centrodestra. Berlusconi fa viso cattivo a buon gioco, perché il business con la Libia va a gonfie vele. ‘Avete un’industria della difesa straordinaria, vogliamo fare più affari con voi in questo settore’, ha detto Gheddafi a Berlusconi in mezz’ora di faccia a faccia sotto la tenda berbera. ‘E io mi congratulo per l’edilizia popolare libica’, gli ha risposto il Cavaliere, ‘lavoreremo insieme sull’Africa’. E tuttavia Berlusconi in pubblico con Gheddafi si è mostrato scuro in volto, mentre scarozzavano insieme in golf-car nel giardino dell’ambasciata libica, con Gianni Letta seduto davanti, al posto del navigatore, e l’ambasciatore Gaddur invece dietro a spingere la macchinetta che faticava in salita. Musi lunghi mentre scoprivano la targa del primo anniversario del Trattato italo-libico, e così pure visitando la mostra fotografica, ‘l’archivio del dolore libico’ l’ha definita il premier italiano che, racconta Gheddafi, ‘si è commosso al punto di piangere davanti a quelle fotografie’. Poi, il finale di giornata, la corsa dei cavalli berberi con annesso carosello dei carabinieri alla caserma Salvo d’Acquisto, davanti a mezzo governo e a un parterre di imprenditori. L’anno scorso, di questi tempi, era stata Israele a definire Gheddafi ‘un bulletto da circo’, quest’anno ad accusare il Colonnello parlando a suocera perché nuora intenda, sono i finiani, ‘Gheddafi ha fatto dell’Italia la sua Disneyland’. L’opposizione va già ben più dura, ‘un’umiliazione per l’Italia’ è la valutazione di Franceschini come di Pezzotta, di Bersani come di Paola Concia, di numerosi esponenti dell’Udc, anche di quelli che non hanno montato una contro-tenda di protesta come l’Idv Donadi. ‘L’opposizione non ha a cuore gli interessi dell’Italia’ ribatte il capo della diplomazia italiana Frattini. Ma il fatto è che, mentre il mondo degli affari italiano plaude, mentre Guarguaglini, Ponzellini, Marchionni, Castellucci affollavano il convegno in lingua araba sulla Libia dai tempi di Erodoto ad oggi, e Profumo e Scaroni si presentavano solo alla cena per ottocento, la politica è entrata in piena fibrillazione. A destra. L’attacco – prosegue Rampino su LA STAMPA – è sceso dal Nord, a difesa ‘della nostra religione che è il cristianesimo’, a partire da Letizia Moratti e Gabriele Albertini, e per finire con Stefania Craxi, e alla ‘Padania’ che oggi titolerà ‘l’Europa sia cristiana’. Per non dire dei finiani, Generazione Italia che parla di ‘pagliacciata’, Carmelo Briguglio che denuncia le ‘preoccupazioni’ di Vaticano e Stati Uniti, e Flavia Perina che stigmatizza, ‘la passerella di hostess di Gheddafi conferma che l’Italia è il paese più maschilista d’Europa’. Come dire che è Gheddafi che imita Berlusconi, e non viceversa. Gheddafi che ieri ha fatto il bis, altre duecento avvenenti ragazze ricevute e gratificate stavolta, oltre che della consueta copia del Corano, anche di un pendaglietto coll’effige del Colonnello. E stavolta, pare, dichiarazioni sul crocifisso. Che sarebbe un falso, perché Gesù Cristo a suo dire non è morto in croce, ma solo richiamato in cielo dal padre. Per il resto, come dice Frattini, ‘un articolato scambio d’affari di reciproca soddisfazione’. Gli affari si faranno, il cash libico arriverà, le imprese potranno lavorare in Libia e ai libici saranno venduti anche armamenti. Ma non una parola – conclude Rampino su LA STAMPA – sui diritti umani, sui problemi dell’immigrazione, sui visti negati ai giornalisti italiani che vorrebbero visitare i lager nei quali i libici tengono i rimpatriati, sulla riapertura della sede Onu in Libia. ‘L’Italia dovrebbe spingere la Libia a entrare nell’Unione euro-mediterranea’, suggerisce Gianni De Michelis”. (red)

3. Oltre il limite

Roma - “Fu Indro Montanelli – scrive Franco Venturini sul CORRIERE DELLA SERA – a spiegare che talvolta bisognava votare ‘tappandosi il naso’. Gli interessi economici di tutti gli Stati, anche delle democrazie liberali, applicano un identico pragmatismo. Pensiamo ai rapporti degli Usa con la Cina, che non è certo la patria dei diritti umani. Pensiamo agli europei, italiani compresi, che per il gas e il petrolio trascurano i vizietti autoritari della Russia o la natura non esattamente democratica delle monarchie del Golfo. Non dobbiamo dunque scandalizzarci se l’Italia e il suo governo (peraltro ci provarono anche quelli precedenti, di destra e di sinistra) hanno teso tutt’e due le mani a un interlocutore tirannico, dal passato tenebroso e bizzarro come Muammar Gheddafi. Non dobbiamo neppure, visto che da questa tolleranza ricaviamo un notevole tornaconto, essere eccessivamente intransigenti sulla forma propria delle visite di Stato, e ritenerci perciò offesi da quel che è stato benevolmente definito ‘folclore’. In questi tempi di vacche magre fare business con chi se lo può permettere e portare in Italia i relativi benefici (sperando che tali davvero siano) è cosa che vale ampiamente qualche distrazione protocollare. Tanto più che Berlusconi, visto che di lui si tratta, per favorire l’azienda Italia ha chiuso con Gheddafi l’interminabile contenzioso coloniale e post coloniale, e non ha, come erroneamente si dice, ‘sdoganato’ la reproba ed ex terrorista Libia perché a questo l’Occidente aveva già disinvoltamente provveduto prima della firma del Trattato di Bengasi. Eppure anche se è ragionevole e conveniente ‘tapparsi il naso’ e accogliere Gheddafi nel modo migliore, crediamo che l’Italia di Berlusconi abbia sbagliato nel superare, o nel lasciare che venissero superati, limiti che dovrebbero essere considerati invalicabili perché collegati al buon nome del Paese e alla sua credibilità sulla scena internazionale. Erano presenti Berlusconi e quasi tutto il suo governo, ieri, quando Muammar Gheddafi ha lanciato quello che è difficile non definire un ricatto all’Europa. Per fermare l'immigrazione clandestina nella Ue, ha spiegato, la Libia deve ricevere almeno cinque miliardi di euro l’anno. Altrimenti risulterà impossibile controllare il flusso di milioni di esseri disperati, e l’Europa si ritroverà nera come l’Africa. È vero che il leader libico non ha indicato scadenze, non ha precisato i termini dello scambio. Ma ha affermato (e noi rimaniamo speranzosi in attesa di smentite) di muoversi con il sostegno dell’Italia. Come se la ben pagata rappacificazione bilaterale gli offrisse ora l’occasione di alzare la posta, di chiedere soldi a tanti mettendo loro alla gola il coltello dei clandestini. Erano presenti Berlusconi e quasi tutto il suo governo – anche quando Gheddafi — che nel frattempo aveva strizzato l’occhio ai padroni di casa appoggiando un seggio italiano nel Consiglio di sicurezza dell’Onu — ha disegnato la sua visione del Mediterraneo. Un mare di pace, e va bene. Un mare – prosegue Venturini sul CORRIERE DELLA SERA – che va salvato dall’inquinamento, e va bene. Un mare nel quale deve esserci dialogo tra sponda nord e sponda sud, e va benissimo. E poi, ecco la ciliegina: un mare da sottrarre ai ‘conflitti imperialistici’, nel quale possano muoversi soltanto le navi militari dei Paesi rivieraschi. Chissà se Gheddafi pensava in astratto. Perché in concreto l’unica forza ‘straniera’ dislocata nel Mediterraneo è la VI Flotta statunitense, che ha le sue basi, guarda caso, in Italia. Tutto ‘folclore’, tutte stranezze di un leader che è sempre stato diverso? Chi vuole crederlo lo creda. Ma a noi pare di rivedere semplicemente il Gheddafi di sempre, quello pre-Trattato con l’Italia, quello che ha sempre tenuto la corda tesa per ricompattare il suo fronte interno e ha sempre monetizzato gli interessi altrui. Se necessario con un non troppo velato ricatto, come accade nei confronti di una Europa che conosce bene, e affronta male, la questione dell’immigrazione clandestina. E non finiscono qui, le grandi questioni che la visita del leader libico ha sollevato e che fanno da contraltare alle nostre convenienze economico-energetiche. Gheddafi si fa predisporre una platea in fiore per auspicare che l’Islam diventi la religione dell’Europa. Concetto per nulla scandaloso, dal momento che ognuno è libero di auspicare il trionfo anche planetario della propria religione. Ma Gheddafi il suo proselitismo lo fa a Roma, capitale della cristianità. E lo fa ospite di Berlusconi, che polemizzò a suo tempo con la Francia perché la laica Parigi non voleva che nella poi fallita costituzione europea venissero menzionate le radici giudaico-cristiane. Questo numero Gheddafi lo aveva già recitato in occasione della sua prima visita a Roma. Si poteva e si doveva prevedere, e prevenire, la sua ripetizione. Anche perché sorge spontanea una domanda: come reagirebbe il medesimo Gheddafi se il capo dello Stato italiano si recasse a Tripoli e lì, nell’ambasciata d’Italia ma davanti a una folta platea libica appositamente riunita, auspicasse la cristianizzazione di Libia e dintorni? Poi c’è quel tipo di forma che diventa sostanza. Passi, lo abbiamo detto, per gli aspetti circensi. Ma è sbagliato inserire tra le stranezze del colonnello anche la ripetuta convocazione di centinaia di hostess alle quali esprimere, appunto, il desiderio di estendere le fortune islamiche. Come si è giunti a queste riunioni che per la loro evidente selettività di sesso e di estetica offendono le donne? Chi ha finanziato una ricerca tanto accurata e tanto difficile (pensiamo alle implicazioni in materia di sicurezza)? Qualora venisse invocato il rispetto dell’extraterritorialità (gli incontri hanno avuto luogo in sedi libiche), quale parte hanno svolto le autorità italiane? Se si considera che è sempre aperta la ferita delle intese sui respingimenti degli immigrati clandestini provenienti dalla Libia (il numero degli arrivi in Italia è effettivamente diminuito, ma la sorte di quei disgraziati rimandati al mittente rimane più che incerta nei poco ospitali campi di Gheddafi), la nostra impressione – conclude Venturini sul CORRIERE DELLA SERA – è che il conto del dare e dell’avere avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto essere fatto meglio. Anche tappandosi il naso”. (red)

4. Basta offrire il palcoscenico al dittatore

Roma - “Caro direttore, acta est fabula. Dopo due giorni di Gheddafi-show verrebbe voglia di gridare ai quattro venti il celebre motto dell’imperatore Cesare Augusto: ‘Signori e signori, lo spettacolo è finito’”. Lo scrivono in un intervento su LA STAMPA Maurizio Lupi e Mario Mauro. “Perché le amazzoni, i cavalli berberi, la tenda beduina, i vestiti appariscenti, le hostess a pagamento sembrano annebbiarci la vista. Siamo così abituati alle folkloristiche esagerazioni che il leader libico si concede quando viene qui che tutto il resto passa in secondo piano. Avvolto da un manto di preoccupante indifferenza. Ma le parole pronunciate da Gheddafi davanti alle 500 adepte accuratamente selezionate non possono lasciarci indifferenti. Quel richiamo alla necessità che l’Islam diventi la religione dell’Europa ha una portata dirompente. E non possiamo rimanere fermi a guardare anche perché, come scriveva Paul Bourget alla fine di un suo celebre romanzo, ‘l’uomo o agisce come pensa o finisce per pensare come agisce’. Per questo ci permettiamo di sollevare una questione: è ancora opportuno offrire il nostro Paese come palcoscenico per gli spettacoli del rais? Certo, è fondamentale per noi sviluppare relazioni diplomatiche privilegiate con la Libia, ma come mai scene e appelli come quello di domenica non si vedono mai in Germania o nel resto d’Europa? Ormai nessuno sembra più essere cosciente del reale pericolo che rappresentano quelle parole. Non perché contengano una particolare carica fondamentalista, ma perché il contesto di relativismo che le accoglie ne stravolge completamente rilevanza e senso. È come se ogni cosa avesse lo stesso valore. Le frasi di Gheddafi sono un pericolo proprio per il fatto che non ne avvertiamo la gravità. Tra l’altro non possiamo nasconderci che quello che è avvenuto domenica non potrebbe mai verificarsi in molti Paesi musulmani. Cosa accadrebbe se, non un politico cristiano, ma un qualsiasi cristiano facesse certe affermazioni? Verrebbe perseguito dalla legge – proseguono Lupi e Mauro su LA STAMPA – per aver utilizzato espressioni o comportamenti non idonei alla religione locale. La provocazione di Gheddafi serve quindi a ricordarci ciò che siamo e cosa significa essere cristiani. Hrant Dink, il giornalista turco-armeno assassinato nel 2007 nel quartiere di Istanbul davanti al suo giornale, ricordava: ‘Ascoltando le 5 preghiere islamiche mi ricordo di essere cristiano; la convivenza fa crescere la consapevolezza e alimenta la conoscenza’. Ed è proprio facendo riferimento alla Turchia e al suo ingresso nella Ue che Gheddafi si è provocatoriamente augurato l’islamizzazione dell’Europa. Ma il rais dimentica che ciò che blocca questo processo è l’assenza, in quel Paese, di alcuni requisiti di libertà e democrazia, che sono testimonianza concreta dell’incidenza della tradizione cristiana nel processo di formazione dell’Europa. Infatti la consapevolezza di essere cristiani è anche la consapevolezza dell’incidenza di quel processo che ha avuto tra i suoi frutti maturi la democrazia e la libertà, il vero problema del popolo è infatti essere libero dal potere e un Dio che non rappresenti per l’uomo la possibilità di compiere il proprio desiderio di infinito è solo l’origine di una nuova schiavitù. Se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso. Per questo è incredibile un’Europa che non si apra alla dimensione pubblica della religione. Perché proprio un’Europa che cerca di confinare nel privato la rilevanza sociale del cristianesimo diventa fragile rispetto a esibizioni come quelle di Gheddafi. Non dobbiamo mettere in atto una crociata identitaria. Quello che è realmente importante – conclude Lupi e Mauro su LA STAMPA – è l’amore per il destino del popolo che ha bisogno di essere libero dal potere”. (red)

5. Le tre ragioni della real politik

Roma - “Ci sono almeno tre ragioni concrete di un certo peso – scrive Oscar Giannino su IL MESSAGGERO – per continuare a ritenere - anche di fronte alle parole di Gheddafi in questi giorni a Roma - come una buona e saggia scelta, quella dell’Italia e dell’attuale governo di sottoscrivere dire anni fa un trattato di amicizia e cooperazione con la Libia. La prima ragione è che si è posto così la parola fine a 38 anni di rapporti caratterizzati da fortissima instabilità, con un Paese che è la sponda sud delle nostre coste mediterranee. e che alternativamente in nome delle ripara ioni dell’epoca coloniale alimentava tensioni dirette nei confronti dell’Italia. Tra queste tensioni, al di là delle minacce, innanzitutto era di primaria grandezza tenere deliberatamente gli occhi chiusi di fronte a un imponente traffico di clandestini che dai Paesi oltre il deserto s’imbarcavano a migliaia verso le coste italiane, nell’indifferenza delle forze di sicurezza libiche. La seconda ragione ha ancor più direttamente a che vedere con la sicurezza, ma in questo caso non solo del nostro Paese. E’ il caso di ricordare che il mutamento di segno delle relazioni politiche ha spinto la Libia di Gheddafi. nel 2003, a uscire dal novero dei Paesi dotati di armi di distruzione di massa. E La libia le aveva, di tipo chimico, a differenza di quelle mai trovate di Saddam Hussein. E’ una scelta che dovremmo considerare come una grande garanzia. perché di qui a poco potremo forse scoprire che, per esempio nel confinante Egitto di un’eventuale fase post Mubarak, le tensioni e i consensi filoislamisti in università e ceti popolari potrebbero improvvisamente rivelarsi assai superiori a quanto l’Occidente ha finora creduto, al riparo della solida presa sin qui esercitata dal regime del Cairo. Avere buoni rapporti con Tripoli è un investimento di sicurezza nei confronti di un’area verso la quale l’Occidente, dal 2001 in avanti, ha fatto più passi falsi che riusciti. Infine c’è la terza ragione, quella economica. A indurre la Libia a chiudere definitivamente la pagina del terrorismo, per anni rimasta aperta dopo la strage a Lockerbie sui cieli britannici, accanto all’Italia furono i servizi britannici, anche per conto degli americani. Sarebbe stato invero abbastanza singolare – prosegue Giannino su IL MESSAGGERO – se il dividendo economico della normalizzazione dei rapporti con l’Occidente fosse stato incassato da Paesi diversi dal nostro, che erano pronti farlo e si sono candidati in tal senso. Per questo è stata una buona scelta, quella di sottoscrivere il trattato italo-libico due anni fa.1 cinque miliardi di dollari di riparazioni postcoloniali a carico dell’Italia - dell’Eni, bisognerebbe più correttamente dire - sono un piatto della bilancia, ma sull’altro ci sono opere infrastrutturali, approvvigionamenti energetici, contratti per i sistemi di vigilanza delle coste e dei porti, delle rotte aeree e degli aeroporti, ospedali e desalinizzatori, centrali elettriche e reti di distribuzione. La Libia ha solo sei milioni di abitanti, ma il dividendo energetico controllato dal regime la mette in condizione di poter meglio infrastrutturare il Paese. Non candidare grandi imprese italiane a tutto questo, da Impregilo all’Eni, da Finmeccanica all’Enel, sarebbe assolutamente da sciocchi. Forse è anche il caso di levare gli occhi all’esperienza di altri grandi Paesi postcoloniali. Il 14 luglio scorso, giorno della festa nazionale francese, sotto l’Arco di Trionfo a fianco alle truppe francesi sono sfilati a pari dignità contingenti di molte ex colonie francofone alla presenza dei loro Capi di Stato, e il più di esse veniva da Paesi controllati da regimi al cui confronto la Libia di Gheddafi è un Paese autoritario sì, ma stabile, ordinato e senza stragi etniche. Al confronto di quella parata, il ricevimento alla caserma dell’Anna di Tor di Quinto di ieri sera è assai meno impegnativo. E tutto sommato – conclude Giannino su IL MESSAGGERO – male non fa che a Roma, presso l’Accademia libica inaugurata ieri dal premier italiano e dal leader di Tripoli ci sia da ieri una mostra permanente sui danni oltre che sulle realizzazioni del colonialismo italiano in Libia”. (red)

6. Meloni: “Che fastidio l’appello alle nostre ragazze”

Roma - Intervista al ministro della Gioventù e presidente di Azione Giovani, Giorgia Meloni, su LA STAMPA: “Lei è una giovane donna ed è cattolica, che effetto le fa Gheddafi che predica il Corano a 500 ragazze italiane? ‘Direi che provo l’effetto combinato di sensazioni differenti. Un certo fastidio per il fatto che il leader libico si rivolga alle ragazze italiane e non a tutti, come sarebbe normale. Una divertita curiosità per la stravaganza dei suoi atteggiamenti, ogni qualvolta viene a trovarci. C’è poi il rispetto dovuto nei confronti del presidente di una nazione grande e nobile con cui è importante avere i migliori rapporti possibili. Per la nostra storia comune, per gli scambi commerciali, per la questione immigratoria, per quella dei beni confiscati agli italiani, per la distensione delle relazioni interreligiose’. C’è un ‘effetto harem’ nel mostrare ai mass media centinaia di ragazze da convertire all'Islam? ‘Probabilmente si tratta del retaggio della cultura dell’harem o forse no. Non sono in grado di confermarlo. Di sicuro è un elemento di propaganda più a uso interno di Gheddafi in Libia che nei confronti dell’Italia’. Per un governo in ottimi rapporti con la Santa Sede è motivo d’imbarazzo un alleato che lancia proclami sull’islamizzazione dell’Europa? ‘Come dicevo, una certa tolleranza da parte delle istituzioni italiane nei confronti di alcuni atteggiamenti del leader libico è dovuta alle ragioni di cui sopra. Se ne rende perfettamente conto anche il Vaticano. Al punto che nelle considerazioni che ho letto in queste ore, riferibili più o meno direttamente alla Santa Sede, ho colto spunti molto più critici verso il progressivo agnosticismo dell’Occidente piuttosto che nei confronti delle provocazioni di Gheddafi o dell’eccessiva tolleranza da parte del governo italiano. Ancora una volta la Chiesa rivolge il proprio sguardo e le proprie riflessioni molto più in la delle sterili discussioni che stanno accompagnando la visita di Gheddafi in questi giorni’. Secondo il vescovo Mogavero sentir dire da Gheddafi che ‘l’Europa sarà islamica’ può essere un’utile provocazione per far capire all’Occidente agnostico l’importanza della religione nella formazione dell’identità nazionale. E’ d’accordo? ‘Certamente sì. Tutto ciò che siamo, il nostro punto di vista sulla vita e sul mondo è qualcosa che si riferisce alle radici cristiane della nostra civiltà. La separazione della sfera laica da quella religiosa nella vita politica della nazione è stata codificata dal Vangelo. Ma anche la parità di diritti fra uomini e donne, la sacralità della vita, il rispetto per le idee altrui, in generale la distinzione fra ciò che consideriamo giusto e ciò che consideriamo sbagliato. L’intero nostro portato filosofico, esistenziale e politico si è determinato con il contributo essenziale del cristianesimo. Disconoscere questo elemento di base, oltre che antistorico, rappresenta un grave errore nella definizione di quel patrimonio comune di riflessioni, valori e sogni che giustifica l’appartenenza a una patria’. Lei, Ministro, crede che l'Europa di domani ‘o sarà cristiana o non sarà’, come sostiene la Chiesa? ‘Non solo l’Europa, anche l’Italia o è cristiana o semplicemente non è. Non sono mica dei confini geografici a stabilire l’appartenenza ad un popolo, ma la scelta quotidiana di credere negli stessi principi fondatori e in un destino comune’”. (red)

7. Colossi industriali festeggiano amicizia Cav.-Gheddafi

Roma - “Una linea di fregate Fremm nate da un progetto comune italo-francese – riporta IL FOGLIO – ma in questo caso nella versione prodotta dalla Fincantieri ed equipaggiata dalla Finmeccanica. La realizzazione della metropolitana di Tripoli. E un investimento di 25 miliardi di dollari dell’Eni previsti da un recente accordo firmato con la compagnia libica National Oil Corporation per estrarre petrolio fino al 2042. Saranno probabilmente questi i piatti forti delle intese commerciali che seguiranno entro le prossime settimane le celebrazioni del secondo anniversario del Trattato di amicizia e cooperazione Italia-Libia, solennizzato ieri sera con una cena per 800 ospiti offerta da Silvio Berlusconi. Dopo lo sbarco a Roma di Muammar Gheddafi, l’attenzione si è ovviamente spostata sul business. Tra gli invitati allo spettacolo equestre nella super-blindata caserma dei carabinieri Salvo D’Acquisto, e poi alla cena, figuravano infatti gli amministratori delegati di Eni ed Enel, Paolo Scaroni (sostituito per la cena dal numero due Claudio Descalzi) e Fulvio Conti, quello della Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini, l’ad di Unicredit Alessandro Profumo (nel cui capitale il fondo sovrano libico e la Banca centrale di Tripoli sono entrati con il 7 per cento), i vertici di Fincantieri e Impregilo, l’azienda maggiormente interessata alla realizzazione dei 1.700 chilometri di ‘autostrada dell’amicizia’ da Rass Ajdir sul confine tunisino a Imsaat su quello egiziano, oltre al gruppo Astaldi fra gli altri. Un’infrastruttura che il governo italiano finanzierà con 3 dei 5 miliardi di euro di risarcimento per l’occupazione coloniale, divisi in venti anni, ma che torneranno in buona misura in Italia grazie all’accordo che prevede, dietro alla capocommessa Impregilo, la esclusiva partecipazione di aziende nazionali. Finora dal ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli ne sono state selezionate venti – in base al patrimonio e all’esperienza internazionale – che dovranno tra l’altro costruire 203 ponti e 1.470 tunnel, e che realizzeranno anche un piano di alloggi popolari e per studenti. Nelle prossime settimane salirà alla ribalta in particolare il gruppo Finmeccanica: il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, dovrebbe firmare un accordo ‘g-to-g’, da governo a governo, per la fornitura delle fregate Fremm assieme alla Fincantieri. Il gruppo guidato da Guarguaglini ha già concluso una joint venture alla pari per 541 milioni di euro con la Lia (Libyan investment authority), il fondo controllato dal Colonnello, e con la Lybia Africa Investment: obiettivo dichiarato è ‘penetrare nei nuovi mercati di Africa e medio oriente’. Insomma – prosegue IL FOGLIO – fare affari insieme nei settori della difesa e della sicurezza, in uno scacchiere delicato. A metà agosto Finmeccanica ha ottenuto un altro accordo per 247 milioni, in questo caso per la realizzazione di una ferrovia costiera che avrà come capocommessa le ferrovie russe e alla quale parteciperanno Ansaldo Sts e Selex Communications per tutto il sistema di segnalamento. Inoltre la Finmeccanica dovrebbe partecipare attraverso la Ansaldo Breda alla realizzazione della metropolitana di Tripoli. Lo schema di finanziamento messo in piedi per questi business è quello cosiddetto ‘two ways’, a doppia direzione. L’autostrada viene infatti pagata da parte italiana per il primo triennio attraverso un’addizionale Ires sulle società petrolifere: in pratica sull’Eni, che però ha ottenuto dalla Libia il rinnovo delle concessioni e ha in corso ulteriori investimenti per 25 miliardi. Quanto alla Finmeccanica, fonti del gruppo definiscono strategica non solo la cooperazione militare ma anche la collaborazione con Jsc Rzd, le ferrovie pubbliche russe; le intese Libia-Italia-Russia potrebbero però estendersi al settore aeronautico, dove l’Alenia ha inaugurato una partnership con la Sukhoi. Già dal 2007 l’Agusta Westland fornisce alla Libia elicotteri Aw 109, 119 e 139, e l’aereo spia teleguidato Falco, mentre la Selex Sistemi integrati ha un appalto da 300 milioni di euro per la sorveglianza dei confini meridionali. In questo caso è prevedibile che la concorrenza con i francesi, che forniscono al regime libico missili e altro materiale bellico, si acuirebbe oltre la questione delle fregate. ‘Nuove commesse in Libia? A questa domanda, ieri Guarguaglini ha così risposto: ‘Si spera’”, conclude IL FOGLIO. (red)

8. Gli affari sono affari, tutti a cena col Colonnello

Roma - “Al leader della Jamahiriyya, si sa, piacciono i grandi numeri. E così – scrive Alessandro Barbera su LA STAMPA – gli invitati a cena – non a caso - sono di gran lunga più delle ragazze alle quali Gheddafi ha offerto il verbo islamico. Qui non si fa folklore, come direbbe il premier. Non si discute di storia, di religione o di arte. Si parla della vera essenza della ritrovata amicizia Italia-Libia. Della enorme mole di affari che il Trattato di Bengasi porta con sé per le imprese italiane. Affari che verranno finanziati con fondi italiani e libici. Nella lista messa a punto dai due cerimoniali ieri sera si contavano quasi ottocento nomi. Banchieri, politici, imprenditori, gran parte del governo. Renato Brunetta, Bobo Maroni, Stefania Prestigiacomo, Ignazio La Russa, Maria Stella Gelmini, Franco Frattini. La lista era così lunga che per garantire la massima sicurezza l’unico luogo adatto non poteva che essere una caserma dei Carabinieri, la Salvo D’Acquisto di Tor di Quinto, all’estrema periferia nord della Capitale. Ci sono Alessandro Profumo e Paolo Scaroni, Fulvio Conti e Piero Gnudi, Pierfrancesco Guarguaglini, Massimo Ponzellini, Gabriele Galateri, Jonella Ligresti, il socio in affari del premier e di Gheddafi, Tarak Ben Ammar. Si potrebbe far prima a elencare chi alla cena non è invitato. Come accade sempre quando di mezzo c’è Lui (nel senso di Gheddafi) la cena inizia tardissimo, a mezzanotte. Pecunia non olet, insegna Vespasiano al figlio Tito Flavio. Quella massima la storia del Novecento avrebbe voluto seppellirla, il capitalismo del terzo millennio gli ha restituito giovinezza. Alla cena in onore del Muhammar c’è chi gli accordi li ha già fatti, chi spera di farli, e chi alla propria azienda conta di garantirne sempre di più. In tempi difficili, con l’aiuto della Banca centrale e della Libyan Investment Authority – che poi sono la stessa cosa ma non lo si può dire – Alessandro Profumo ha ridato fiato al capitale di Unicredit fra le proteste della Lega e di Cariverona. Eni ed Enel attendono sviluppi da un Paese nel quale la crescita delle città procede più veloce del petrolio che i libici riescono ad estrarre dalle proprie sabbie. Impregilo, e con lei la Cmc di Ravenna, Condotte, Salini e Pizzarotti attendono di sapere che ne sarà della loro manifestazione di interesse per la costruzione della grande autostrada che attraverserà il Paese da est a ovest. Il 5 agosto – prosegue Barbera su LA STAMPA – per il bando messo a punto dalla commissione paritetica Italia-Libia si sono presentate venti aziende riunite in 12 consorzi: ci sono anche Astaldi, Carlo Toto e Ghella, ma il favorito è il gruppo capeggiato da Impregilo. Poi c’è chi di commesse ne ha ottenute già diverse, e a brevissimo potrebbe averne di nuove. E’ il caso di Pierfrancesco Guarguaglini il quale, sollecitato dai cronisti, si schernisce dietro ad un ‘vediamo’. In realtà la grande azienda pubblica – ed è questa la novità principale dell’ultima visita del leader libico - ha ormai in tasca l’estensione del ‘Memorandum of Understanding’ firmato a luglio 2009. Segnalamento ferroviario, elicotteri, sistemi integrati: quell’accordo ha garantito e garantirà alle casse delle controllate Ansaldo Sts, Agusta e Selex commesse per più di un miliardo di euro. Ora l’azienda, con la mediazione di La Russa e del sottosegretario Crosetto, sta trattando un nuovo accordo che coinvolgerà il settore Difesa di Finmeccanica, Alenia e Selex comunicazioni in primis. In ballo ci suono nuovi elicotteri, aerei e sistemi satellitari. La Libia non promette però di essere il nuovo Eldorado solo per i grandi nomi dell’economia. Di qui a poco il grande Paese africano promette di essere un’occasione per le piccole e piccolissime imprese. Grazie al trattato italo-libico, a Misurata – 200 chilometri a est di Tripoli - c’è pronta una zona franca per le imprese italiane. Niente dazi e niente tasse per cinque anni. Muhammar permettendo”, conclude Barbera su LA STAMPA. (red)

9. Gheddafi? Per la sinistra era un fratello

Roma - “L’opposizione lo copre di fischi. Qualche tempo fa – scrive Felice Manti su IL GIORNALE – era lui a dirsi ‘fratello’ di Romano Prodi e ‘amico’ di Massimo D’Alema. Succede. È come vedere la tua fidanzata storica che si bacia con il tuo rivale. Tutta questa polverosa indignazione che l’opposizione di sinistra ha sollevato in questi giorni altro non è che gelosia. Muammar Gheddafi, fino al 2008, era praticamente ‘cosa loro’. E oggi che il premier Silvio Berlusconi gli ha scalzati la sinistra s’indigna. Il rapporto tra Muammar e il Professore va avanti del 1996, all’alba del suo primo tragicomico biennio da premier. Anche allora fu stretta di mano nel tendone, danaroso contratto con l’Enfi firmato e ciao. ‘Voglio esprimere la mia gratitudine a mio fratello Romano’, disse qualche anno dopo il Colonnello. Era il 27 aprile del 2004, per lui era la prima volta in Europa dopo vent’anni. Tutto grazie a Prodi, che da presidente della Commissione europea gli aveva spalancato le porte di Bruxelles e si era speso, con successo, contro l’embargo dell’Onu alla Libia. ‘Oggi - rispose Prodi - è un grande giorno per l’Europa’. In mezzo, in quegli otto anni, ci furono decine di incontri e telefonate riservate. La sinistra italiana, dalla Bindiin giù, si spellava le mani dagli applausi per il grande lavoro dell’ex premier. ‘La stampa straniera - gongolò il fedelissimo di Prodi Giulio Santagata aveva bollato l’apertura di Prodi a Gheddafi come una iniziativa sconsiderata e incomprensibile, un passo falso. Oggi credo che qualcuno dovrebbe rendere merito alla lungimiranza di Prodi’. Persino l’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini fu ricevuto due volte nella tenda. Lui, il Colonnello, era vestito con camicia e pantaloni verdi militari e un cappellino da ranger. E la prima domanda fu: ‘Come sta Prodi?’. Finì, come sempre, che il titolare della Farnesina tornò in Italia con in tasca un altro accordo da 5,5 miliardi di dollari per la ricerca di gas naturale e un oleodotto da realizzare tra la società nazionale petrolifera libica e ovviamente l’Eni. A sinistra nulla da dire, allora. E Massimo D’Alema? Ah, D’Alema, D’Alema. Uno che andava sotto braccio a Hezbollah tra le macerie di Beirut figurarsi se si è mai imbarazzato di fronte al leader libico. I due si dicono ‘amici’, e Baffino in passato non ha nascosto di aver fatto al Colonnello un sacco di moine. Quando si decise di far processare in Olanda da un tribunale scozzese i due libici accusati dell’attentato contro il jumbo della Pan Am del 1998 (270 morti) a Lockerbie, fu un D’Alema raggiante a chiamarlo nella tenda per complimentarsi. E nel 1999 – prosegue Manti su IL GIORNALE – prima di rotolare rovinosamente per la debacle alle Regionali, si precipitò a invocare una pietra tombale sul passato colonialismo italiano in Libia ‘per rafforzare la cooperazione tra Tripoli e l’Italia’ in chiave anti immigrazione e per portare un po’ di soldi libici in Italia. Insomma, quando si tratta di affari la sinistra tutti questi scrupoli sui diritti umani non se li è mai posti. Della metamorfosi dalemiana al tempo si accorse persino il New York Times: ‘La visita di D’Alema in Libia evidenzia una recente priorità della politica estera italiana: proiettarsi, in fretta e per prima, verso i paesi petroliferi del Nord Africa e del Medio Oriente. Sembra molto probabile - aggiunse il Nyt - che il Colonnello Muammar Gheddafi visiterà l’Italia’. ‘È presto’, replicò Baffino a favore di telecamera mentre scendeva dal Falcon di ritorno dalla Libia con in braccio Anisa e Amira, le due bambine italiane figlie di Abubaker Sharif, un libico che le aveva avute da due donne di Pisa. Le bimbe erano bloccate in Libia dal ‘96 perché senza permesso d’espatrio. Il regalino del Colonnello non bastò a far restare D’Alema a Palazzo Chigi, ma i due continuarono a sentirsi. Nel 2006 scoppiarono le violenze a Bengasi dopo la maglietta con le vignette anti Islam mostrate dal leghista Roberto Calderoli al Tg1. Gheddafi, saggiamente, disse che quell’incidente non avrebbe compromesso i rapporti tra i due paesi. Parole apprezzate subito da un altro dei leader della sinistra di allora, Francesco Rutelli: ‘Un possibile governo di centrosinistra, guidato da Romano Prodi, sarà in grado di rendere credibili e concreti i progetti di cooperazione e di contribuire a chiudere ogni contenzioso e divergenza bilaterale’. In effetti il Professore vinse per 20mila voti, Gheddafi lo chiamò per fargli gli auguri e Romano corse subito a incassare l’abbraccio del Colonnello. Era l’otto settembre di quattro anni fa, sembra passato un secolo. Lui e Muammar a cena: menù a base di montone e altre specialità locali, il tutto innaffiato con thè alla menta, coca cola e birra analcolica, raccontano le cronache dei giornali. E quando l’anno dopo scoppiò un piccolo giallo sulla sua salute, e si ipotizzò che il Colonnello fosse morto, chi sciolse l’enigma? Prodi. ‘Mi ha chiamato Muammar, sta bene’. Detto da uno che quando vuole (vedi seduta spiritica durante il rapimento Moro) coi morti ci parla davvero fa ridere, ma questa è un’altra storia. Con Prodi premier D’Alema si mise addosso la casacca della Farnesina. E il pensiero tornò a sette anni prima, al grande ‘gesto riparatore’ solo sfiorato nel’99:la costruzione dell’ormai famosa autostrada costiera da sei miliardi di euro tra Egitto e Tunisia da appaltare alle aziende italiane in cambio del mea culpa sui tragica deportazione dei libici in Italia nel 1911-12. ‘È stata una pagina tragica e vergognosa’, disse subito D’Alema, con la mano tesa. Miele per le orecchie di Gheddafi. Il problema è che però quell’accordo lo firmò Berlusconi, il 30 agosto 2008, aprendo definitivamente la cassaforte libica alle imprese italiane. È allora che il Pd Marco Minniti s’infuriò. Con Gheddafi? No, con Silvio l’ingrato: ‘Fu il governo Prodi il primo a dialogare con Gheddafi. E il primo ministro europeo a fargli visita ufficiale nel 1999 fu D’Alema’. E pensare che dopo lo storico accordo l’ex premier Ds aveva bofonchiato ai suoi durante un comizio ad Alessandria, schiumando di rabbia: ‘Ci chiese un sacco di soldi e gli dissi di no, Berlusconi invece glieli ha dati subito. Tanto sono vostri’. Era appena l’anno scorso, e già allora il Colonnello era fuori moda. Ultima chicca – conclude Manti su IL GIORNALE –: uno dei figli di Gheddafi, Saif al-Islam, qualche tempo fa rivelò a Panorama: ‘Mi piace molto Berlusconi ma politicamente sono di sinistra: un socialista e non un conservatore. Quindi, solo per questo, preferisco D’Alema’. E poi uno si stupisce perché si arrabbiano...” (red)

10. Parlare in tv, la tentazione del premier

Roma - “Berlusconi ha paura di un autunno caldo. Non con i sindacati, ma con i magistrati. La Lega – riporta Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – gli ha detto che c’è un piano per farlo fuori. Lui ha risposto che il piano lo conosce già, che è in atto da sedici anni e che per questo sta pensando di andare in televisione e spiegare agli italiani come stanno le cose. Lo scenario che lo preoccupa è noto: senza uno scudo giudiziario ulteriore, se la Consulta a dicembre boccerà le norme sul legittimo impedimento, il capo del governo sarà ‘nudo’ di fronte ai processi che lo riguardano, primo fra tutti quello sul caso Mills, la cui sentenza potrebbe arrivare in primavera. Il cosiddetto processo breve, già approvato in Senato, servirebbe come soluzione, forse definitiva. Ma potrebbe essere una toppa peggiore del buco: il Colle potrebbe rimandare la legge alle Camere, il tempo risparmiato per non fare delle modifiche verrebbe perso per rivotare le norme e rimandarle al Quirinale. Senza escludere un intervento successivo del l a Corte costituzionale. Ce n’è abbastanza per provocare qualche preoccupazione superiore alla media anche a uno che da anni è abituato alla più drammatica guerra politica con le toghe. Per questo da alcuni giorni il presidente del Consiglio ha rispolverato una sua vecchia idea, elaborata altre volte e mai messa in pratica: ‘Andrò in tv a spiegare la mia odissea giudiziaria, perché gli italiani sappiano che non farò la fine di Craxi’, racconta. Già due anni e mezzo fa, mentre si riposava ai Caraibi, ad Antigua, gli ultimi mesi all’opposizione, meditava di fare un discorso in Parlamento sulla giustizia italiana, ovviamente politicizzata, scandalosamente corporativa, eccessivamente sottratta a qualsiasi controllo disciplinare, un caso nel mondo occidentale, un caso di cui lui sarebbe un esempio pratico e lampante, oltre che una vittima. Poi, complice l’accelerazione della crisi prodiana, vi rinunciò. Oggi sembra tornato alla carica: ha anche chiesto alla Farnesina di rispolverare l’idea di mandare ai 26 Paesi dell’Unione europea una lettera sullo stato dell’ordinamento giudiziario italiano. Anche questo un progetto vissuto qualche settimana, prima dell’estate, e poi riposto nel cassetto, perché giudicato controproducente. La televisione e la lettera (una prima versione è già stata scritta) non è detto che si realizzino: per ora vivono nella testa del Cavaliere, nei suoi sfoghi di fine agosto, una chiacchierata in tribuna allo stadio Meazza, un’altra nelle terrazze della sua villa sul lago Maggiore, a Lesa. Ovviamente – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – c’è anche chi lavora perché tutto questo non accada, perché la lettera non sia mai spedita alle altre Capitali del vecchio Continente, perché non ci sia bisogno di appellarsi agli italiani sulla giustizia. È al momento ancora in embrione, ma sembra che sia già partita l’ennesima trattativa sotterranea fra l’avvocato del capo del governo, Nicolò Ghedini , e quello vicino al presidente della Camera, Giulia Bongiorno, per cercare una soluzione tecnica alternativa al processo breve. ‘C’è un tentativo in corso di andare oltre’, racconta un berlusconiano del primo giro, appena un filo di voce al telefono. Il tentativo sarebbe quello di lavorare sulle norme del Codice penale che regolano la prescrizione; si arriverebbe in questo modo a uno ‘scudo’ giudiziario, per il premier, che non coinvolgerebbe migliaia di processi in corso, come nel caso delle norme sul processo breve. Sicuramente però si esporrebbe il Cavaliere ad un’altra campagna fondata sul varo di una norma ad personam. Si vedrà: la notizia è che, riservatamente, si sta cercando una soluzione alternativa a quella che sino a poche ore fa sembrava l’unica soluzione. Berlusconi ovviamente lascia fare: l’importante per lui è che venga risolto il problema della governabilità, che chi è stato eletto dalla maggioranza degli italiani possa completare la legislatura senza doversi difendere da processi che ritiene totalmente politicizzati e giuridicamente inconsistenti. Anche alla luce di questo lavorio due sere fa si diceva ottimista sulla possibilità di trovare un patto di fine legislatura con Gianfranco Fini, ovviamente a condizione che il gruppo di Futuro e Libertà scompaia, che i deputati e i senatori rientrino nel Pdl, che le cose da fare, il programma in cinque punti che verrà presentato in Parlamento fra qualche giorno venga votato senza distinguo. Bisognerà vedere, da qui ad allora, se un punto di questa verifica, quello sulla giustizia e sul processo breve, sarà stato modificato. E se il Cavaliere – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – avrà o meno sciolto la riserva sul progetto di spiegare agli italiani, in prima persona, in televisione, ‘quello che i magistrati mi hanno fatto in sedici anni di politica’”. (red)

11. Giustizia, in campo Ghedini e Bongiorno

Roma - “Non ne vuole nemmeno sentir parlare. Chi ci prova – scrive Ugo Magri su LA STAMPA – va a sbattere contro un muro di gomma perché Silvio Berlusconi trattiene a stento il ‘disgusto’ (così si esprime privatamente il premier) per questo tira-e-molla con i finiani. Svanita l’illusione di disintegrare il rivale, ostenta personale disinteresse per i risvolti della trattativa con l’altro fronte che esiste, eccome, e viene mandata avanti lungo sentieri più o meno inesplorati. Ne sono protagonisti in particolare Niccolò Ghedini e Giulia Bongiorno: avvocati entrambi, nonché parlamentari e super-consulenti in materia di Giustizia, il primo a tutela del premier, la seconda il nome e per conto del presidente della Camera. Oggetto di questi conversari sono, ovviamente, la posizione giudiziaria del Cavaliere e le norme capaci di sottrarlo alla probabile condanna sulla vicenda Mills, casomai la Corte Costituzionale a dicembre dovesse negargli lo scudo del ‘legittimo impedimento’. In particolare sembra che i due legali stiano lambiccandosi alla ricerca di possibili soluzioni diverse dal ‘processo breve’, che cancellerebbe i processi di Berlusconi ma pure parecchi altri, centinaia di migliaia secondo i magistrati, sollevando le riserve fortissime di Fini e dello stesso Quirinale. L’alternativa in discussione consisterebbe nel diverso calcolo delle prescrizioni, vale a dire degli anni che occorrono perché un reato non venga più perseguito, da inserire nella riforma complessiva del processo penale. Modificando il calcolo, Berlusconi si troverebbe al riparo. E’ una strada più lunga e tortuosa del ‘processo breve’, che fa storcere il naso ai fautori delle scorciatoie giuridiche. Né vi è certezza – prosegue Magri su LA STAMPA – che i due legali riusciranno ad intendersi, in quanto il negoziato ‘tecnico’ si intreccia strettamente con quello politico, in vista della fiducia al governo che verrà votata intorno al 15 settembre nell’aula di Montecitorio. E se la trattativa dovesse fallire? Sparge camomilla il portavoce, Bonaiuti: ‘Gli italiani sono tornati a lavorare e così pure il governo, gli incendi estivi sono quasi spenti...’. Peccato che l’altra sera a Milano, con gli amici in un noto ristorante, il premier non fosse altrettanto tranquillo. Alcuni commensali giurano che Berlusconi ha riproposto la sua vecchia idea di un discorso incendiario rivolto all’Italia, da pronunciare non in Parlamento ma tramite la tivù a reti unificate, per spiegare ‘la persecuzione di cui sono vittima’. Addirittura Silvio accarezza l’idea (alla Farnesina se ne parla da mesi) della lettera indirizzata a tutti i ministri europei della giustizia, per denunciare ‘da cittadino’ le colpe della magistratura italiana. Propositi da cui si evince l’animo più vero del premier: “Non mi faranno fare la fine di Craxi”. Berlusconi oggi si trattiene nella Capitale, ma sbaglia chi immagina una girandola di incontri con i gerarchi, ancora ieri sera in attesa di convocazione a palazzo Grazioli. L’unica riunione di cui si ha notizia è quella convocata dai due capigruppo Pdl al Senato, Gasparri e Quagliariello: tutti i cervelli del partito invitati a confrontarsi da lunedì prossimo alla Summer school di Frascati sul tema ‘Pdl un anno dopo: ha ancora un senso?’. La risposta non è affatto scontata”, conclude Magri su LA STAMPA. (red)

12. Un mese per capire se c’è il rischio del voto anticipato

Roma - “Entro un mese – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA – si capirà se la legislatura potrà in qualche modo andare avanti, o se a primavera ci saranno elezioni anticipate. Su uno sfondo in bilico, le uniche cose verosimili sono che difficilmente la legge elettorale cambierà; che una crisi del governo di Silvio Berlusconi significherebbe il ritorno alle urne; e che in questa fase tutti sembrano chiedere tempo, perché, Lega e Idv a parte, nessuno sembra pronto al voto. La sensazione è che lo spartiacque sarà il cosiddetto ‘processo breve’, in Parlamento da metà settembre. Palazzo Chigi lo considera l’ultimo avviso alla minoranza del Pdl guidata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Sulla carta, è difficile che i finiani possano approvare norme additate come indigeste: un’altra ‘legge ad personam’ che per proteggere il capo del governo porterebbe alla cancellazione di migliaia di processi. Ma l’insistenza con la quale il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, chiede coerenza a Fini fa sospettare che possa spuntare un compromesso; o comunque che il centrodestra sia deciso a cercarlo fino in fondo. Come minimo per rinviare la resa dei conti; e, se è possibile, per scongiurare lo scioglimento del Parlamento da parte del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Si tratta di una guerra dei nervi condizionata da più di una variabile. Il fatto che la Lega tenti una mediazione con Fini, affidandola al presidente della regione Piemonte, Roberto Cota, offre un indizio. Ma la scelta di incontrarsi in un giorno successivo alla riunione dei seguaci del presidente della Camera, fissata a Mirabello il 5 settembre, conferma l’incertezza. Nessuno vuole precipitare le cose: il timore che la situazione sfugga di mano è evidente. Tra l’altro, Pdl e Lega dovrebbero spiegare perché, dopo la vittoria netta del 2008, non riescono più a governare. Tutti – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA – sono consapevoli che la stabilità dipende dai rapporti di forza nel centrodestra; e soprattutto dalla rottura anche personale che si è consumata ai vertici del Pdl. D’altronde, lo stesso Fini ha bisogno di tempo per trasformare il suo ‘Futuro e libertà’ in qualcosa di diverso da una pattuglia antiberlusconiana. Bersani è alla ricerca di una parola d’ordine che unifichi un’opposizione altrettanto divisa anche sulla legge elettorale; e senza un candidato a Palazzo Chigi. E per consolidarsi, la strategia di Pier Ferdinando Casini contro il bipolarismo ha bisogno di una geografia politica meno confusa. Finora, invece, si è solo accentuato il nervosismo. Il Quirinale aspetta di vedere che cosa emergerà da questa velenosa resa dei conti. Una parte dell’opposizione coltiva la speranza che Napolitano benedica un governo di transizione per evitare il voto nel caso in cui cadesse Berlusconi. Ma l’ipotesi di un suo avallo a quello che apparirebbe un pasticcio è poco verosimile. In realtà, finora il capo dello Stato si è limitato soltanto, e correttamente, a rivendicare con puntiglio le proprie prerogative; e a far capire che se ci sarà scioglimento delle Camere non sarà per decisione di Berlusconi e Bossi, ma del Quirinale. Si tratta comunque – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA – di semplici scenari: in fondo, non c’è neppure una crisi. Per questo, ufficialmente non vengono neppure presi in considerazione”. (red)

13. Calderoli: “Basta fuoco amico contro Fini”

Roma - Intervista al ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli su LA REPUBBLICA: “Incaricato da Bossi e Berlusconi di provare a ‘far ragionare’ il presidente della Camera, il ministro Calderoli (insieme a Roberto Cota) ha già iniziato a tessere la sua tela. Come procede la mediazione con Fini? ‘Non la chiamerei mediazione. Diciamo che è il ritorno alla politica vera e la fine di questa estate che mi ha fatto rivoltare lo stomaco’. Lo scontro è stato pesante. Per non parlare della campagna sulla casa di Montecarlo... ‘È tutto partito da uno scontro nel Pdl, ma la responsabilità dei giornali ‘amici’ c’è stata. Le due cose si tengono assieme: se non ci fosse stato lo scontro nel Pdl le notizie sull’appartamento Tulliani non credo avrebbero avuto questo spazio’. Con il risultato che il governo è stato a un passo dalla crisi. ‘È paradossale ma è così: il governo è stato a rischio per colpa del fuoco amico’. Ma Feltri e Belpietro non fanno il loro mestiere? ‘Certo, un giornale ha il dovere di riportare tutte le notizie. Ma una notizia non può nemmeno diventare una telenovela. Non credo che, in questo momento, sia nell’interesse del Paese’. Teme che Fini annunci a Mirabello la nascita del suo partito? ‘Non mi pare che stiamo andando in quella direzione, semmai resteranno gruppi diversi dentro il Pdl. Comunque l’atteggiamento di Fini può essere completamente diverso, dipende da tante cose: dalla campagna dei giornali, dai rapporti tra i finiani e il Pdl’. Voi leghisti accettereste la nascita di un altro partito? ‘Esistono tante possibili soluzioni senza uscire dal perimetro della coalizione, che per noi resta l’unico paletto invalicabile. L’importante è che il governo sia sostenuto da gente che è stata eletta insieme’. Ma i dirigenti del Pdl, a partire da La Russa e Verdini, considerano inaccettabile la coesistenza di due gruppi parlamentari sotto un unico partito. ‘Non voglio interferire in affari che non mi riguardano, ma in passato ci sono stati parlamentari eletti in una lista che hanno formato gruppi diversi. Penso ai radicali o ai repubblicani della Sbarbati. I precedenti ci sono, non sarebbe uno scandalo’. I finiani pretendono che il Pdl si rimangi la cacciata di Fini. Che ne dice? ‘Non mi piace dare suggerimenti in casa d’altri. Ma se premessero il tasto ‘reset’ non sarebbe male, la ragion di Stato in certi momenti deve prevalere. Comunque l’armistizio deve essere bilaterale’. Nel senso che anche i finiani dovrebbero fare un passo avanti e accettare il processo breve? ‘Ristabilito un clima di rispetto reciproco, io non vedo problemi insormontabili anche su questo punto’. Ma a voi leghisti non vi turba mandare al macero migliaia di processi in quella che molti considerano un’amnistia di fatto? ‘Io non so quanti processi verrebbero cancellati. Ma non bisogna dimenticarsi che centinaia di processi finiscono ogni giorno nella spazzatura per decorrenza dei termini: quella è la vera amnistia’. Legge elettorale: Bersani prova a coagulare una maggioranza diversa per cancellare il ‘Porcellum’. Ce la farà? ‘Escludo che ci sia una maggioranza in Parlamento per rivedere la mia legge. Nella scorsa legislatura ci provarono per due anni a cambiarla e non se ne fece niente. Sa perché?’. Faceva comodo a tutti? ‘No, ma quando cominciavano a proporre delle alternative venivano fuori 30 modelli diversi. La legge elettorale, oltre alla rappresentatività democratica, deve garantire l’imprevedibilità. Non si deve sapere prima chi va a vincere’. E il ‘Porcellum’ ha questa caratteristica? ‘Ha fatto vincere una volta la sinistra e un’altra la destra. È storia. Non favorisce nessuno a priori, a differenza di altre proposte che vedo girare in questi giorni’”. (red)

14. Accuse al Cavaliere ma porta aperta: la linea di Fini

Roma - “Mirabello – scrive Andrea Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA – per Gianfranco Fini è un luogo del cuore. Di queste parti ferraresi era originaria la mamma, Erminia. Qui si tenevano le Feste tricolori del Movimento sociale e qui Almirante (era il 6 settembre 1987) lo nominò suo successore. Poi furono trasformate in feste di An, poi — lo scorso anno — in festa Pdl e quest’anno in festa di Futuro e libertà. Domenica, sulla spianata di cemento che per lui è quasi casa, Fini scioglie qualche nodo. Ma non tutti. Non annuncia un nuovo partito (anche se nel frattempo la fondazione Generazione Italia si allarga e già dichiara 12 mila iscritti e 370 circoli). Usa toni forti per sotto linear el’’aggressione’, quasi un ‘linciaggio a mezzo media’, subito da giornali e tv vicine al premier durante tutta l’estate. E tuttavia, lascia una porta aperta, torna a prima dell’ ‘espulsione’ dal Pdl, a quel colloquio con Il Foglio in cui disse: ‘Io e Berlusconi non abbiamo il dovere di essere amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani’. E propose: ‘Resettare tutto, senza risentimenti’. Offerta ancora valida, ma ci vuole un gesto da parte di Berlusconi, un gesto di ‘rispetto’. Per questo lavora in silenzio, da molti giorni, l’unico ministro finiano, Andrea Ronchi. Avverrà dopo il 5 settembre, dopo Mirabello, l’incontro tra Fini e il leghista Cota in qualità di ‘mediatore’. L’8 riaprono le Camere e il giorno 16 invece è fissato davanti ai probiviri del Pdl il ‘processo’ ai finiani Bocchino, Briguglio e Granata. L’appuntamento di Mirabello avrà qualche prologo. Sabato 4 settembre, nella sede della fondazione Farefuturo, Fini incontra i parlamentari dei suoi nuovi gruppi per fare il punto e nel pomeriggio raggiungerà il borgo di Labro, provincia di Rieti, per partecipare alla Festa di Alleanza per l’Italia, la formazione di Rutelli. Fini, con Tabacci, discuterà di ‘Alleanze per il futuro’ e farà qui un ‘trailer’, un anticipo di Mirabello. La festa di Api – prosegue Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA – è tutta all’insegna del ‘terzo polo’, arriveranno Casini, Pisanu e i rappresentanti di Montezemolo, ma per ora il presidente della Camera si limita ad aver accettato l’invito, la sua collocazione resta nel centrodestra. Fini prepara in solitudine il discorso di Mirabello, anche se ascolta i contributi di molti, come il viceministro Urso, il sottosegretario Viespoli o il direttore scientifico di Farefuturo Alessandro Campi. Urso dice che sarà un ‘messaggio alla nazione’. Ci sarà al centro il tema della legalità, sul quale si consumò passo dopo passo la rottura con Berlusconi. Quindi, la giustizia e il ‘processo breve’, con apprezzamento per la promessa del ministro Alfano di dare fondi agli uffici giudiziari. Ma la legge si può ancora migliorare... E poi il lavoro, le relazioni sindacali, il disagio giovanile, i modi per affrontare la crisi, le questioni reali del Paese. Un discorso che vuole rivolgersi ad alcune categorie poco rappresentate, insoddisfatte. Parti di società civile, giovani, professionisti, il mondo cattolico diverso da Comunione e liberazione, certi delusi dalla sinistra. Quello che Fini dovrebbe delineare — fino a domenica le strategie possono essere corrette — per adesso non è un partito ma un movimento, con le caratteristiche di una destra moderna. Per sicurezza, però, Generazione Italia, che terrà la sua prima Convention a Perugia il 6 e 7 novembre, si struttura sul territorio proprio come dovrebbe fare un partito. E lo stesso Fini esamina con i collaboratori possibili scenari di un nuovo partito, radicato soprattutto al Sud. Dal Sud, il finiano Fabio Granata dice che il processo per una nuova formazione è già in atto e cita un sondaggio dell’Istituto Demopolis di Palermo: in caso di elezioni in Sicilia una lista Fini sarebbe all’8 per cento, con l’Mpa di Lombardo al 14 e Udc più Rutelli all’11: un terzo polo da 33 per cento”, conclude Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

15. I finiani a Reggio: “Faremo un partito”

Roma - “‘Pronto? Allora? Va bene, il charter partirà da Catania, sosta a Palermo, arrivo a Bologna. Duecento posti prenotati’. Nino Lo Presti, capogruppo in commissione Giustizia della Camera, oggi uno dei leader siciliani di Futuro e libertà, è a Reggio, aspettando di essere ricevuto, con la delegazione guidata da Italo Bocchino, dal procuratore generale Salvatore Di Landro, e dal procuratore Giuseppe Pignatone. Una visita – riporta Guido Ruotolo su LA STAMPA – naturalmente per esprimere la solidarietà al procuratore generale Di Landro, obiettivo di un’offensiva eversiva e terroristica della ‘ndrangheta e non solo. E alla fine dell’incontro Italo Bocchino detterà alle agenzie di stampa: ‘Ci faremo portavoce delle esigenze di questo ufficio, della necessità di più mezzi, strutture, risorse’. E Fabio Granata: ‘C’è una sottovalutazione sconvolgente della sequenza di tre attentati subiti dal Procuratore generale di Reggio’. Ma la visita negli uffici giudiziari della punta dello Stivale, è anche il pretesto per marcare, in giorni di polemiche al vetriolo e di scissioni possibili, le differenze, per esempio con i berluscones, sulla giustizia, sul processo breve e sulla solidarietà ai magistrati del fronte antimafia. Da Siracusa è arrivato anche Fabio Granata, vicepresidente dell’Antimafia: ‘Allora, Nino, l’atto riparatore è avvenuto? Chi si è sposato e con chi?’. Una battuta da meridionale a un meridionale, per stemperare le incomprensioni interne anche ai finiani. Come dire che le divisioni tra falchi e colombe non esistono. ‘Siamo convinti che alla fine saremo costretti a fondare un partito - spiegano i finiani che si affacciano a Reggio - e che alla fine sia Berlusconi che Bossi ne prenderanno atto. E, dunque, dovremo tutti fare un passo indietro per ritrovare le ragioni dello stare insieme, per rilanciare l’iniziativa di governo’. Ne consegue che sacrificherete il processo breve sull’altare della possibile convivenza con il Pdl e la Lega? Sarà pure tattica politica, ma per il momento i finiani non offrono nessun calumet della pace. Rilancia Italo Bocchino: ‘La Camera dei deputati non è un ufficio notarile del Senato. Futuro e libertà idem. Sulla necessità di una legge sui tempi giusti della giustizia siamo tutti d’accordo, come siamo d’accordo sul fatto che Berlusconi venga sottratto all’aggressione giudiziaria. Ma non possiamo accettare un colpo di spugna che azzeri dai 300.000 ai 500.000 processi solo per garantire lo scudo processuale a Silvio Berlusconi’. Può anche succedere che alla fine, visto che l’ultima parola sarà quella di Gianfranco Fini (e di Silvio Berlusconi), si troverà una intesa. Ma il testo del processo breve approvato dalla Camera – prosegue Ruotolo su LA STAMPA – dovrà essere modificato, pena il voto contrario dei finiani. Dà ormai per avvenuto lo strappo, Fabio Granata: ‘Nel tunnel del berlusconismo abbiamo perso anima, progetto, valori. La destra non può perdere la sua identità’. ‘Mi auguro che alla fine si troverà un accordo - riflette Nino Lo Presti - ma questo non potrà riportare indietro le lancette del tempo. Penso che alla fine fonderemo un nuovo partito. Qualcuno vuole sostenere che rimanendo nel Pdl avremmo la stessa agibilità politica che abbiamo adesso?’. Come dire, i berluscones non faranno prigionieri. Lo Presti e Granata, e poi Bocchino e Angela Napoli sottolineano l’importanza di questa missione a Reggio: ‘Vogliamo ripartire da Reggio perché la ‘ndrangheta è la mafia più pericolosa, in grado di espandersi anche al Nord e in altri Paesi, e di penetrare nel sistema economico e politico’. Da palermitano è forte per Lo Presti la suggestione: ‘Quello che sta accadendo qui riporta alla memoria i fatti di Palermo del ‘92. Troppe analogie...’. Colpisce che tra i finiani di Reggio si ascoltino ragionamenti come questi: ‘C’è un sistema criminale che condiziona e ricatta il partito che è maggioranza in Italia’. Discorsi che annunciano ulteriori lacerazioni interne al Pdl che fu. E se qualcuno scommette sui pontieri – conclude Ruotolo su LA STAMPA – sulle colombe che alla fine non seguiranno il presidente della Camera nell’avventura del nuovo partito, forse rimarrà deluso. ‘Se si va al voto anticipato non tutti saremo rieletti? Poco importa. Al massimo ci fermeremo un giro - scommette Nino Lo Presti - e poi ci rifaremo’”. (red)

16. Fini, lo sbloccacricca

Roma - “La presidenza della Camera dei deputati – scrive Franco Bechis su LIBERO – rischia di essersi trasformata in un comitato affari, più o meno privati. Prima l’episodio della convocazione a palazzo del dirigente Rai Guido Paglia il 18 novembre 2008, chiamato da Gianfranco Fini per chiedere alla tv di Stato commesse in favore del cognato (presente all’incontro), Giancarlo Tulliani. Poi le strane visite di Francesco De Vito Piscicelli che almeno due volte ha ottenuto fra novembre e gennaio scorsi un passi per la presidenza della Camera per ottenere (e ci è riuscito) dallo staff di Fini pressioni per un pagamento da 1,5 milioni di euro a cui non aveva diritto. Secondo l’inchiesta della procura di Firenze che ha sollevato il velo sulla cricca degli appalti pubblici quel pagamento a saldo di quella che gli inquirenti definiscono una ‘truffa ai danni dello Stato’ non sarebbe mai stato ottenuto da Piscicelli senza l’intervento decisivo della segretaria personale di Fini, Rita Marino. Naturalmente la presidenza della Camera non aveva alcun ruolo istituzionale negli appalti per i mondiali di Nuoto, e quindi non c’era alcun motivo di bussare a quella porta per ottenerne i pagamenti. Se Piscicelli - l’imprenditore della cricca che nella notte del terremoto de l’Aquila rideva al telefono con il cognato pensando ai ricchi appalti in arrivo - si è rivolto allo staff di Fini è proprio perché conosceva la trasformazione della presidenza della Camera in ufficio disbrigo affari correnti. Secondo gli inquirenti, che stanno indagando anche su altri episodi e altre intercettazioni telefoniche, Piscicelli lì ha bussato speranzoso di risolvere i suoi problemi perché già in altre occasioni si era rivolto ai fedelissimi di Fini per le proprie questioni. E evidente per altro che la segretaria del presidente della Camera non si sarebbe mai attivata con tanta passione e solerzia per un illustre sconosciuto. Il tono stesso delle telefonate – prosegue Bechis su LIBERO – indica una pregressa conoscenza fra i due. E possibile che né Fini né il suo staff fossero a conoscenza dell’indagine in corso che avrebbe imposto di non procedere con quel pagamento per cui hanno fatto pressioni. Ma il punto non è questo: se anche si fosse trattato di accelerare un atto dovuto, non è la presidenza della Camera il soggetto istituzionale preposto al compito. Non sarebbe mai saltato in mente di utilizzare gli uffici della terza carica della Repubblica per il disbrigo degli affari correnti, di commesse e appalti a nessuno dei predecessori di Fini: da Giorgio Napolitano a Fausto Bertinotti, che ben altra missione avevano assegnato a quella istituzione. Se il caso Montecarlo e la costituzione della nuova formazione di Futuro e Libertà sono una vicenda politica che può intersecarsi con quella istituzionale, la vicenda Paglia e quella Marino sono a pieno titolo un caso istituzionale. Non riguardano questo o quello schieramento politico, ma il ruolo e la dignità stessa delle istituzioni, che sembrerebbero da quei fatti trasformate in un comitato di affari privato. Proprio per la delicatezza di questo risvolto ci si sarebbe attesi una spiegazione - anche una smentita - da parte di Fini su quell’incontro con Paglia del 18 novembre 2008. Ma in tre settimane non è arrivata. Come ora è necessario un chiarimento sugli intrecci fra la presidenza della Camera e la cricca degli appalti pubblici. Chiarimento – conclude Bechis su LIBERO – che è trepidamente atteso anche dalla più alta istituzione di Italia, la presidenza della Repubblica”. (red)

17. Legge elettorale e alleanze Sfida tra D’Alema e Veltroni

Roma - “Passano i mesi, anzi gli anni – scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA – e nonostante gli auspici del sindaco di Firenze Matteo Renzi, che vorrebbe pensionare l’intera classe dirigente del suo partito, il Pd rimane sempre allo stesso punto: ingessato nella divisione D’Alema-Veltroni. L’ex leader democratico caldeggia l’appello per l’uninominale pubblicato dal Corriere della Sera: ‘È un bene perché va nel senso del mantenimento e del rafforzamento del bipolarismo’. E non a caso i parlamentari veltroniani hanno sottoscritto quel testo e lo sponsorizzano pubblicamente. Ma ecco che, di fronte a questa iniziativa, l’ex premier subito ripropone il suo cavallo di battaglia: il sistema tedesco. Un modo per agganciare l’Udc. L’amo ai centristi è lanciato. Perché per dirla con Beppe Fioroni ‘siccome Casini non può allearsi alle elezioni con il Pd, altrimenti perde i consensi dei moderati, D’Alema punta a una legge elettorale che faccia nascere il terzo Polo: in questo modo l’alleanza si farebbe dopo il voto’. La cosa non piace a Fioroni e neanche a tutti i suoi, gli ex margheriti, perché, di fatto, farebbe inevitabilmente spostare il partito a sinistra. Infatti, con la soglia di sbarramento prevista dal tedesco tutti gli alleati, da Vendola a Ferrero, passando per Di Pietro e i verdi, dovrebbero necessariamente confluire nel Pd, e alla fine della festa, il ‘Nuovo Ulivo’ non sarebbe altro che questo. Un classico ‘dalemone’ (sono ancora le parole del leader dell’ala cattolica del partito Fioroni). O, per usare invece una battuta cara a Veltroni, l’ex premier ‘è come Trapattoni, usa sempre lo stesso schema: Dc e Pci’. Questa volta nella versione ridotta Pd e Udc. Ma D’Alema rilanciando la riforma della legge elettorale punta più in alto ancora: chiede a Gianfranco Fini e ai suoi i voti per mandarla in porto. Voti indispensabili per far passare un simile provvedimento. Non è quindi una coincidenza – prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA – il fatto che i veltroniani siano ben contenti che tra i firmatari dell’appello all’uninominale ci siano anche dei parlamentari di Futuro e Libertà: un modo per cercare di arginare le mosse di D’Alema. Non finisce qui, però. Il traguardo finale dell’ex premier è molto ambizioso. E insidioso. Ne sono convinti i berlusconiani. Spiega un ministro del Pdl: ‘L’idea è quella di creare una tenaglia in cui schiacciare il presidente del Consiglio e provocarne la caduta: da una parte grazie alla sentenza del processo Mills, dall’altra con una legge elettorale che serva ad aggregare una serie di forze che possano poi ritrovarsi insieme in un governo tecnico, con la Lega dentro, e, magari, guidato da Giulio Tremonti...’. Insomma, ancora una volta uno schema che sembra prefigurare quell’addio al bipolarismo temuto da personaggi come Veltroni e Fioroni. Costretto a guidare un Pd avvinto nell’eterno dualismo tra ex premier ed ex segretario, Pier Luigi Bersani cerca di annacquare divisioni e dissapori. ‘Non impicchiamoci ai modelli’, è l’ammonimento del segretario. Perciò il sistema elettorale caldeggiato da Bersani è bipolare, sì, ma solo ‘sostanzialmente’, e comunque deve essere ‘flessibile’. E nel suo tentativo di tenere insieme due posizioni distanti anni luce – conclude Meli sul CORRIERE DELLA SERA – Bersani arriva a sostenere che la nuova legge elettorale può venir fuori da ‘una correzione del modello tedesco’, ma anche ‘da una correzione del Mattarellum’”. (red)

18. Franceschini: “No modello tedesco salvare il bipolarismo”

Roma - Intervista al capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, su LA STAMPA: “Dario Franceschini lascia l’eremo belga nel quale si è rinchiuso negli ultimi giorni per migliorare l’inglese (‘Nemmeno le telefonate erano consentite’) e si rituffa nella politica italiana nel giorno in cui il Pd viene scosso dalla proposta di Massimo D’Alema di cambiare la legge elettorale secondo il sistema tedesco: ‘Non riesco a immaginare uno schema migliore, per un Paese come il nostro’, ha detto l’ex ministro degli Esteri. Arrivando a Torino per partecipare alla Festa del Pd, il presidente dei deputati passa a ‘La Stampa’ per una videochat con i lettori. Anche Franceschini ritiene necessario cambiare la legge elettorale, perché l’attuale ‘non va bene, è piena di distorsioni’. ‘Un buon modello è il doppio turno alla francese’, e sul tedesco rimane freddino: ‘Dobbiamo discutere, tenendo presente che dobbiamo mantenere un sistema europeo moderno, bipolare, basato sull’alternanza dei partiti’. Secondo Franceschini, infatti, il nuovo sistema di voto deve essere in grado di ‘difendere la conquista del bipolarismo’, e consentire un’affermazione ‘senza anomalie, cioè senza Berlusconi’. Pur di ottenere una nuova legge elettorale è disposto ad allearsi anche con ‘il diavolo’ con buona pace di Veltroni. ‘Dobbiamo vedere se in Parlamento c’è una maggioranza disponibile, senza confusione di ruoli - Fini resta un nostro avversario -, disposta a fare una nuova legge elettorale e aprire una fase di transizione per consegnare al Paese un vero bipolarismo moderno, centrodestra-centrosinistra, superando l’anomalia Berlusconi’. Non bisogna ‘rinunciare a quello per cui è nato il Pd, cioè semplificare il campo del centrosinistra. Mai più, quindi, tornare all’Unione con 11 sigle. Ma se ci trovassimo di fronte a un’emergenza, bisognerebbe dare una risposta adeguata’. L’attuale premier, secondo Franceschini ‘sa che tra poco rischia di non essere più presidente’: ‘Ho l’impressione che Berlusconi stia cambiando priorità: sarebbe una bella beffa fare tanta fatica, fare il lodo Alfano e poi... Allora non a caso sta spostando l’attenzione sul processo breve, perché riguarda anche chi non fa il capo dello Stato. Per questo adesso - ripete poi alla Festa democratica di Torino - punta a bloccare centinaia di processi e non gli interessa nulla se migliaia di criminali resteranno impuniti, perché il suo problema è un altro. Vuole una norma che lo tuteli anche quando non sarà più presidente del Consiglio’. Gli elettori chiedono conto di questa ritrovata ruvidezza che cozza un po’ con quell’apertura che il Pd fece al Cavaliere a cavallo delle elezioni del 2008. Franceschini spiega, paziente: ‘Ci abbiamo provato. Dopo le elezioni c’è stato un tentativo per vedere se c’era spazio per una normalizzazione dei rapporti politici, ma purtroppo Berlusconi ha fatto, aggravate, le cose della sua precedente legislatura e questo rende impossibile all’Italia diventare un normale Paese europeo’. In caso di nuove elezioni, il candidato premier verrà scelto con le primarie. ‘Ho sempre difeso questa linea, la via maestra sono le primarie, non si può togliere agli elettori la sovranità nel scegliere il leader’, dice il capogruppo del Pd. ‘Se la legislatura arriverà alla scadenza naturale le faremo nel 2012, a ottobre, ma se il governo cade prima c’è un problema di tempi, si passa direttamente alla campagna elettorale e in questo caso diventa tecnicamente difficile farle. Se avremo tempo le faremo, altrimenti decideremo nel modo più partecipativo possibile’. Il candidato è già scelto. Per Franceschini deve essere il segretario Bersani: ‘È normale che sia il leader del partito più grande il candidato naturale, poi c’è anche la politica’. Ma, ragiona, ‘non voglio infilarmi in questo dibattito senza sapere quando saranno le elezioni, anziché contrastare il governo, partiamo con un anticipo assurdo in una divisione tra noi su chi sarà il candidato. È uno dei tanti nostri dibattiti autolesionistici’. E Vendola? ‘Ha detto che è in corsa, si candiderà alle primarie’. Sempre che si facciano”. (red)

19. I peccati della legge elettorale

Roma - “L’appello per l’uninominale, firmato da intellettuali e da politici di ambedue gli schieramenti – scrive Michele Ainis su LA STAMPA – ha il pregio di deporre sul tappeto un’idea concreta, in alternativa all’attuale legge elettorale. Però, attenzione: il sistema perfetto non esiste, anche se nessun sistema al mondo sarà mai peggio del Porcellum. E in secondo luogo alle nostre latitudini la ricerca della legge perfetta diventa sempre un alibi perfetto per lasciare tutto come prima. Si sa come vanno queste cose: tu metti insieme due partiti attorno a un tavolo, loro sputano fuori tre idee distinte e contrapposte. Salvo poi mettersi d’accordo se c’è da tirare uno sgambetto all’avversario, facendolo cadere un metro prima del traguardo. Nel 2005 la legge Calderoli è nata a questo scopo, per sabotare il trionfo annunciato del centrosinistra alle elezioni successive. In Italia nascono così pure le riforme costituzionali, da quella ‘federalista’ dettata dal governo Amato nel 2001 alla ‘devolution’ battezzata dal governo Berlusconi nel 2005, in entrambi i casi alla vigilia d’una prova elettorale. Insomma qui da noi la Grande Riforma è sempre un bottino di guerra, imposto col coltello fra i denti dalla maggioranza di turno all’opposizione di turno. Meglio non farsi illusioni. C’è però un esercizio cui possiamo dedicarci, mentre la politica affila i suoi coltelli. Possiamo elencare non tanto le virtù, quanto i peccati mortali della legge elettorale. Possiamo ripetere il verso di Montale: ‘Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo’. E i peccati da cui dovremmo mondarci sono almeno quattro, come gli elementi del nostro pianeta. Primo, la terra. Quella italiana, che calpestiamo tutti i giorni. Significa che non è una buona legge elettorale quella che offende le nostre tradizioni, il nostro abito civile. Come diceva il vecchio Montesquieu, le leggi dovrebbero rispecchiare la geografia dei popoli, il numero dei cittadini, perfino il clima. Sicché smettiamola d’almanaccare sui modelli stranieri, dividendoci fra tifoserie tedesche, francesi, americane. E siccome la nostra carta d’identità collettiva si conserva nella Costituzione, via il premio di maggioranza (340 deputati) senza una soglia minima per guadagnare il premio. Così com’è viola il principio costituzionale dell’eguaglianza del voto. E con la scomposizione del quadro politico, permette a una coalizione votata dal 30 per cento del corpo elettorale d’accaparrarsi il 54 per cento dei seggi in Parlamento. Accaparrandosi per giunta il presidente della Repubblica, quelli delle Camere, i giudici costituzionali. Secondo, il fuoco. Quello che dovrebbe divampare attorno ai santuari dei partiti, restituendo voce ai cittadini. Perché sta di fatto – spiega Ainis su LA STAMPA – che il Porcellum ci ha tolto la possibilità di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento. E perché non è affatto vero che anche in passato la scelta stava tutta nelle mani dei partiti. Con il Mattarellum le segreterie politiche sceglievano i candidati, non gli eletti. Se aggiungiamo l’obbligo d’indire le primarie su ogni candidatura, se sforbiciamo il numero di sottoscrizioni necessarie per presentarsi alle elezioni (alla Camera servono 4500 firme), forse s’aprirà una chance anche per i non addetti ai lavori. Terzo, l’aria. Quella che respira l’eletto dev’essere la stessa che respira l’elettore. In questo senso l’uninominale recupera un rapporto fra i due perfetti sconosciuti inventati dalla legge Calderoli. Di più: recupera il sapore della sfida, uno contro uno. Poi vi si potrà affiancare una quota proporzionale, tagliare ogni collegio in lungo o in largo, plasmare il sistema secondo le nostre specifiche esigenze. D’altronde i collegi uninominali inglesi sono ben diversi da quelli tedeschi o francesi. L’importante è che i parlamentari rimangano ancorati al territorio, e che quest’ultimo non sia esteso quanto un continente. Come diceva, ancora, Montesquieu: una buona Repubblica deve riflettersi su un piccolo territorio. Quarto, l’acqua. Sorgente di vita, giacché in Italia avremmo quantomai bisogno di far sorgere una nuova classe dirigente. Quella che c’è è la stessa da vent’anni, e da vent’anni caracolla con il suo fagotto di promesse tradite, riforme mancate, progetti effimeri quanto un battito di ciglia. Ma almeno questo non dipende solamente dalla legge elettorale, benché la legge attuale santifichi la cooptazione come tecnica di trasmissione del potere. Dipende da noi, dalla voglia che ci rimane in corpo”, conclude Ainis su LA STAMPA. (red)

20. Il ministro che manca da 119 giorni

Roma - “C’è una vicenda esemplare che la politica, l’establishment e l’opinione pubblica continuano a sottovalutare. Fotografa – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA – la palude nella quale sta sprofondando il governo Berlusconi. Riflette l’irresponsabilità nella quale sta declinando il presidente del Consiglio. Questa vicenda si chiama ministero per lo Sviluppo Economico. Oggi sono 119 giorni. Sabato prossimo saranno 4 mesi esatti. Nell’anno più nero dell’industria italiana, nel cuore di una recessione di cui non si vede l’uscita, a tanto ‘ammonta’ il vuoto di potere in quel dicastero, strategico per la tenuta del Sistema-Paese e per il sostegno delle imprese. La sede è ‘vacante’ da maggio. Da allora il premier esercita un’impalpabile e insostenibile ‘supplenza’, in attesa di nominare il nuovo ministro. Attesa vana, consumata nel Palazzo tra annunci ambigui, tentativi grotteschi, promesse inevase. Attesa cara, pagata dall’Italia al prezzo di una crisi economica e occupazionale gravissima. Ci si chiede come sia possibile, in una grande democrazia industriale impegnata a fronteggiare la ‘tempesta perfetta’ di questi ultimi due anni. Eppure succede, nell’Italia berlusconiana di oggi, dove l’intera dimensione della politica economica si esaurisce nella tenda beduina di Gheddafi, nella pacca sulle spalle con Putin, nel verso del ‘cucù’ ad Angela Merkel. Era il 4 maggio scorso, dunque, quando Claudio Scajola si dimise da ministro dello Sviluppo Economico in circostanze avventurose. Sui giornali rimbalzano da giorni i verbali delle procure, dai quali si evince senza ragionevoli dubbi che la ‘cricca’ del G-8 - cioè quel micidiale sistema di potere imperniato intorno ad Anemone, Balducci e la Protezione Civile di Guido Bertolaso - ha pagato al ministro il prestigioso appartamento romano, vista Colosseo, nel quale risiede con la famiglia. In conferenza stampa, di fronte ai cronisti attoniti, l’autodifesa di Scajola è surreale: ‘Un ministro non può sospettare di abitare una casa pagata in parte da altri... Siccome considero la politica un’arte nobile, con la p maiuscola, per esercitarla bisogna avere le carte in regola e non avere sospetti... Mi devo difendere, e per difendermi non posso fare il ministro come ho fatto in questi due anni...’. Quasi un caso di comicità involontaria. Il premier assume invece i toni gravi: ‘Scajola ha assunto una decisione sofferta e dolorosa, che conferma la sua sensibilità istituzionale e il suo senso dello Stato...’. È un testacoda, nel quale il colpevole diventa vittima, il sospettato diventa colui che sospetta. La sera stessa Berlusconi va al Quirinale da Napolitano, e prende l’interim del dicastero. Rassicura il Capo dello Stato: ‘Presidente, dammi qualche giorno e tornerò da te con il nuovo ministro per il giuramento’. Mai promessa fu più bugiarda. Il presidente del Consiglio ci prova – continua Giannini su LA REPUBBLICA – ma a modo suo. Risultano agli atti almeno tre tentativi. Il primo è un sondaggio telefonico con Luca Cordero di Montezemolo, a metà maggio. Respinto al mittente: il presidente della Ferrari non lascia il suo team, e comunque ha ben altre ambizioni. Il secondo tentativo è di pochi giorni dopo. Il 27 maggio, all’assemblea annuale della Confindustria, il premier lancia un’‘opa’ su Emma Marcegaglia. Davanti ai duemila delegati confindustriali, sale sul palco e dice: ‘Volete voi che il nostro presidente di Confindustria affianchi il presidente del Consiglio al ministero dello Sviluppo Economico? Alzi la mano chi dice sì...’. In una sala ammutolita, tra lo stupore e l’imbarazzo, cala il gelo. E il premier chiosa la sua gaffe: ‘Nessuno? Allora non potete lamentarvi di quei poveracci che sono al governo e che hanno ereditato un deficit pubblico che si è moltiplicato per otto...’. Il terzo tentativo è di un mese dopo: a metà giugno, al termine di un incontro a Palazzo Chigi con le parti sociali, Gianni Letta ‘abborda’ il leader della Cisl, Raffaele Bonanni: ‘Silvio mi chiede di dirti se saresti disposto a fare il ministro dello Sviluppo Economico...’. La notizia non è il rifiuto di Bonanni. Quanto piuttosto la disinvoltura con la quale un importante incarico di governo, decisivo per gli assetti dell’economia, viene offerto indifferentemente a chiunque: un leader degli industriali o un dirigente sindacale. Incassati i tre no, Berlusconi tira avanti come nulla fosse. Fa di peggio: non nomina un ministro necessario, ne nomina uno impossibile. Il 24 giugno porta al Quirinale non il successore di Scajola, ma Aldo Brancher, premiato ‘ad personam’ all’Attuazione del federalismo, e nominato ministro solo per sfuggire a un processo penale, come nella migliore tradizione berlusconiana. Intanto crescono le tensioni sociali, e in parallelo le pressioni politiche. Dilagano le crisi della Glaxo, deflagrano le proteste dei minatori nel Sulcis, esplode il conflitto sulla Fiat di Pomigliano. In Parlamento piovono le interrogazioni parlamentari su un interim che, alla luce di quello che sta avvenendo nel Paese, sembra sempre più incomprensibile. Il 22 luglio i capigruppo dell’Idv al Senato, Donadi e Belisario, scrivono al presidente della Repubblica: ‘Intendiamo, con questa lettera aperta, portare alla Sua attenzione la nostra preoccupazione per questo delicatissimo dicastero, strategico per il rilancio dell’economia italiana...’. L’iniziativa coglie nel segno. Il giorno dopo al Quirinale, durante la cerimonia del Ventaglio, Napolitano parla chiaro ai giornalisti, prima della pausa estiva: ‘L’istituzione governo non può ormai sottrarsi a decisioni dovute, come quella della nomina del titolare del ministero dello Sviluppo Economico e del presidente di un importante organo di sorveglianza come la Consob...’. Nel frattempo, infatti, all’urgenza di sostituire Scajola si aggiunge quella di sostituire Lamberto Cardia, che il 28 giugno ha lasciato dopo 13 anni il vertice della Commissione di controllo sulle società e la Borsa. Altra posizione ‘apicale’, che una grande nazione capitalista alle prese con fibrillazioni finanziarie e tracolli di mercato non dovrebbe permettersi di lasciare sguarnita. L’appello del Capo dello Stato sembra raccolto. Lo stesso giorno, a Milano, al termine di un bilaterale con il presidente russo Putin, Berlusconi in conferenza stampa fa un annuncio impegnativo: ‘In questo periodo ho fatto qualche cambiamento importante nella struttura del ministero, ma ora posso annunciare che la prossima settimana procederemo alla nomina del nuovo ministro per lo Sviluppo Economico...’. La notizia viene accolta da un sospiro di sollievo. Non solo sul Colle, ma anche in Parlamento e tra le parti sociali. Ma il sollievo svanisce presto. Il 4 agosto, nell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle ferie, la nomina del nuovo ministro ‘non compare all’ordine del giorno’. Il leader del Pd Bersani tuona: ‘È una vergogna’. Fioccano nuove interrogazioni parlamentari. Trapela l’irritazione del Quirinale. Ma il premier tace. Non ha nulla da dire. Nella maggioranza parla solo Daniela Santanchè, con una frase memorabile: ‘Berlusconi all’interim sta facendo bene...’. Da allora, più nulla. E adesso – prosegue Giannini su LA REPUBBLICA – alla ripresa di settembre, lo Sviluppo Economico rimane ancora ‘sede vacante’. Nel metodo, l’interim è un’anomalia per due ragioni. La prima ragione è che Berlusconi ci ha abituato a farne un uso smodato. Accadde il 5 gennaio 2002, quando lo assunse agli Esteri dopo le dimissioni di Renato Ruggiero in polemica sull’Europa. Accadde il 2 luglio 2004, quando lo assunse all’Economia dopo le dimissioni di Giulio Tremonti in seguito agli scontri con An e Udc. Accadde il 10 marzo 2006, quando lo assunse alla Sanità dopo le dimissioni di Francesco Storace travolto dal Laziogate. in totale, 471 giorni di interim in tre legislature. Troppi. La seconda ragione è che anche questo interim amplifica, ancora una volta, l’ennesimo conflitto di interessi di un presidente del Consiglio-proprietario di un impero mediatico che, nella sua veste di ‘ministro competente’, deve decidere l’assegnazione delle frequenze televisive alle quali concorre anche Sky (principale concorrente di Mediaset sulla tv digitale) e deve firmare il contratto di servizio con la Rai (principale concorrente di Mediaset sulla tv generalista). Nel merito, l’interim è un danno per il Paese. Mentre Berlusconi si occupa d’altro, la recessione non rallenta, semmai morde più a fondo nella carne viva degli italiani. Il premier-ministro non parla delle numerose crisi emerse, da Telecom alla Fiat di Pomigliano e Melfi. E non si occupa delle innumerevoli crisi sommerse. Secondo Movimprese, nel secondo trimestre di quest’anno (e dunque in piena coincidenza con l’interim) le aziende italiane che hanno portato i libri in tribunale per fallimento sono aumentate a 3.505, contro le 2.897 dello stesso periodo del 2009. E secondo un report diffuso dallo stesso dicastero dello Sviluppo Economico a metà agosto, i ‘tavoli’ di crisi aziendale aperti presso il ministero, nei primi otto mesi dell’anno, sono passati da 100 a 170. Chi se ne occupa? ‘I posti di lavoro a rischio - si legge nel documento - sono circa 200 mila’. Chi se ne fa carico? ‘Su 686 "Sistemi locali di lavoro" mappati a livello nazionale, 113 sono in "elevata crisi", 136 sono in "crisi medio-alta"‘. Chi li monitorizza? Sono domande senza risposta. L’unica cosa certa è che prima dell’estate (come ‘Repubblica’ ha certificato) è cominciato un silenzioso smembramento del ministero. La manovra 2011 gli ha sottratto 900 milioni di fondi di dotazione. I fondi Ue e Fas sono stati trasferiti al ministro degli Affari regionali Raffaele Fitto. I circa 800 milioni di fondi per il turismo sono passati direttamente sotto la gestione di Michela Vittoria Brambilla. L’Istituto per la Promozione Industriale è stato soppresso. E il 24 giugno 150 imprenditori che avevano vinto il bando per le agevolazioni previste dal programma ‘Industria 2015’ e non hanno visto un solo euro, hanno scritto una lettera al premier: ‘In queste condizioni è difficile realizzare gli obiettivi condivisi dal ministero’. Non hanno avuto né soldi né risposte. La poltrona dello Sviluppo Economico è mestamente vuota. Da 119 giorni. Quella della Consob lo è altrettanto, da 64 giorni. Ma non importa. ‘La nave va’ – conclude Giannini su LA REPUBBLICA – avrebbe detto uno dei più famosi ‘maestri’ del Cavaliere. Giusto pochi mesi prima di sfasciarsi sugli scogli”. (red)

21. Il tentativo di Berlinguer riscoperto da Tremonti

Roma - “C’è chi vi ha letto una presa di distanza dall’edonismo berlusconiano. C’è chi invece – scrive Michele Magno su IL FOGLIO – ha protestato per il suo uso strumentale, volto a giustificare la presunta eticità di una gestione severa dei conti pubblici. In realtà, l’invito di Giulio Tremonti a rileggere il celebre discorso sull’austerità di Enrico Berlinguer è stato per la sinistra un’occasione mancata. Perché quel discorso, pronunciato il 15 gennaio 1977 davanti alla platea di intellettuali riuniti da Giorgio Napolitano e Aldo Tortorella al teatro Eliseo della capitale, si presta a una riflessione più generale sulla vicenda del comunismo italiano. Il tentativo di Berlinguer, un po’ dirigista e un po’ spartano, non è insensibile alle elaborazioni e alle tesi di Franco Rodano, Claudio Napoleoni e della rivista Trimestrale. In sostanza la crisi energetica e valutaria di quegli anni sollecitava la ricerca di un modello di sviluppo alternativo, fondato sulla riduzione delle rendite e del parassitismo. In verità la parola d’ordine dell’austerità viene lanciata in un comitato centrale del Pci nell’ottobre 1976, in cui il gruppo dirigente di Botteghe Oscure assume di fatto il pacchetto deflazionistico del governo, riservandosi il compito di renderlo ‘più equo’. Le parole chiave della sfida berlingueriana sono già chiaramente definite: sacrifici, buongoverno, questione morale. Parole che però non trovano corrispettivo alcuno nel linguaggio socialdemocratico europeo. Da un lato, una visione del potere che fa del fenomeno della corruzione il punto centrale dell’analisi e della proposta politica. Dall’altro lato, la convinzione che la difesa degli interessi operai possa sempre entrare in contraddizione con gli interessi generali del paese. Se si legge il discorso dell’Eliseo senza intenti apologetici o riserve critiche pregiudiziali – prosegue Magno su IL FOGLIO – l’interpretazione berlingueriana della tradizione comunista, con la sua concezione moralistica e insieme fortemente elitistica della politica, vede la sua specificità nella saldatura piena – che essa per la prima volta realizza – tra la politica dell’unità nazionale e questa visione rigoristica del processo riformatore. Se si vuole un esempio, c’è il paradosso di un partito operaio che, in nome del risanamento del deficit statale, per oltre un triennio chiede alla propria base sociale un rigido contenimento della sua spinta redistributiva, senza nemmeno avanzare ipotesi di riforma di un sistema fiscale tra i più ingiusti e i più inefficienti del mondo occidentale. Come osservarono Leonardo Paggi e Massimo D’Angelillo in un pamphlet del 1986 (‘I comunisti italiani e il riformismo’), il paradosso è spiegabile se non facendo riferimento alla cultura politica profonda della sinistra italiana. Solitamente si afferma che l’austerità berlingueriana non era una ricetta economica, ma un progetto di società. Occorrerebbe però spiegare perché, nella singolare miscela di togliattismo e salveminismo che il leader del Pci adotta nella seconda metà degli anni Settanta, c’è sia la ragione del successo di immagine che esso realizza in prima battuta, sia l’origine della sua successiva disfatta politica. Infatti, mentre l’adozione di un profilo moralizzatore interpreta in qualche misura il distacco dalla Dc di strati sociali abbienti e garantiti, i contenuti delle politiche economiche e sociali in cui finisce per concretarsi tale scelta alienano una parte rilevante dei ceti operai e popolari. Insomma: il problema irrisolto della saldatura tra rivendicazioni e riforme, la cui soluzione positiva è alla radice dei successi socialdemocratici negli anni Settanta, sta alle origini del disfacimento di tutto l’esperimento berlingueriano. La denuncia dell’arretratezza e della corruzione delle classi dirigenti nazionali, architrave del discorso di Berlinguer all’Eliseo, suscitò forti perplessità. Entro quel quadro di riferimento analitico, infatti – conclude Magno su IL FOGLIO – la condanna moralistica anche aspra del partito dominante si combinò con l’appoggio a politiche di risanamento che, rivolte a tagliare le unghie alla Dc, ebbero in realtà l’effetto di indebolire la forza contrattuale del movimento operaio”. (red)

22. La soluzione errata del Corsera

Roma - “Extra stato nulla salus? A leggere l’analisi di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera di ieri, parrebbe così – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – se è vero che la nostra classe dirigente ‘non può non vedere come le ultime grandi imprese industriali siano fiorite (e sfiorite) sotto l’egida dello stato e di Mediobanca’. Ma da qui alla richiesta velata o indiretta di un intervento pubblico, diretto o indiretto che sia, nel capitale della Fiat (‘le fondazioni, la Cassa depositi e prestiti, la Sace’), seppure per compensare la presenza dell’azionista Casa Bianca in Chrysler, il passo è fin troppo breve. Perché mai il governo dovrebbe allungare le sue spire sul gruppo del Lingotto, e perché mai la Casa di Torino dovrebbe essere interessata a una simile prospettiva quando cerca di scardinare vetuste regole contrattuali e di relazioni industriali? Per la prima volta da decenni, non solo la Fiat non riceve sussidi a spese dei contribuenti; non solo non ne chiede; addirittura non ne vuole. Se i fatti daranno ragione a Marchionne, il nostro paese potrà finalmente partecipare al gioco della competizione globale con capitalisti e capitali veri, e non con i soldi degli italiani. Forse è proprio l’idea di un’economia che si emancipa dalla protezione pubblica a spaventare, perché è l’idea di un’Italia nuova e forte e di successo, meno sensibile alle trame del potere politico e ai condizionamenti degli intellettuali. La Fiat è finalmente maturata: perché dovremmo ricacciarla nell’irresponsabilità?” (red)

23. “Furbetti del sostegnino”. Fabbrica di cattedre al Sud

Roma - “‘Vogliamo più disabili!’. L’invocazione surreale – scrive Gian Antonio Stella sul CORRIERE DELLA SERA – che spinse un gruppo di precari ad assediare il Provveditorato di Caserta chiedendo un aumento degli insegnanti di sostegno appare esaudita: la crescita dei portatori di handicap è dieci volte superiore a quella degli studenti. Una notizia da brividi se non ci fosse un sospetto. Che l’impennata sia dovuta alla scoperta da parte di chi aspira alla cattedra di un’equazione: più handicappati, più assunzioni. Soprattutto nel Mezzogiorno. La clamorosa denuncia è contenuta in un dossier di Tuttoscuola. ‘Nell’anno scolastico 2009-10 gli alunni disabili inseriti nelle scuole statali di ogni ordine e grado hanno superato le 181 mila unità (il 2,3 per cento della popolazione studentesca), con un incremento di oltre 5 mila rispetto all’anno precedente’, scrive la rivista diretta da Giovanni Vinciguerra. Peggio: ‘Negli ultimi cinque anni sono aumentati del 12,3 per cento, mentre nello stesso periodo la popolazione scolastica aumentava dell’1,2’. Un decimo. Sgomberiamo subito il campo: quello dei portatori di handicap, come dimostra tra gli altri il libro di Matteo Schianchi La terza nazione del mondo — I disabili tra pregiudizio e realtà, è un tema serissimo. Che toglie il sonno ai genitori dei ragazzi affetti da qualche disabilità, costretti ad affrontare il percorso scolastico troppo spesso senza un’assistenza adeguata. Il sito Internet di riferimento della Fish, la federazione italiana per il superamento degli handicap, www.superando.it, segnala a ripetizione casi di seria difficoltà. Certo, grazie a Dio è cambiato tutto rispetto a quando i nostri nonni erano malvisti al loro ingresso negli Stati Uniti perché provenienti da una nazione a rischio con una mortalità infantile così alta che l’età media dei morti negli ultimi decenni dell’Ottocento era di sei anni e mezzo e Regina Armstrong scriveva su Leslie’s Illustrated nel 1901 che ‘c’è una gran quantità di malattie organiche in Italia e molte deformazioni, molti zoppi e ciechi, molti con gli occhi malati’. È cambiato tutto, ma il problema c’è. Proprio perché il problema esiste, però, suona offensivo il modo in cui alcuni ne approfittano. Come accadde tempo fa ad Agrigento, dove il Circolo della legalità mandò una lettera al ministero sottoscritta da 550 addetti e un esposto alla Finanza per denunciare l’abuso della legge 104. Legge che, a tutela dei dipendenti che abbiano invalidità superiori a un certo limite o debbano farsi carico di un parente disabile, dice che hanno la precedenza in graduatoria per avere un posto più vicino a casa. Norma giusta. Ma utilizzata, stando alla denuncia, da troppi furbi: ‘Praticamente il 100 per cento dei posti nelle ‘materne’ è stato assegnato negli ultimi tempi grazie alla legge 104. C’è una dilagante e prepotente disonestà che coinvolge non solo chi usufruisce dei benefici della Legge, ma anche chi consente queste pratiche fraudolente’. Di più: ‘Il sistema sta dilagando’. Dice oggi il dossier Tuttoscuola – riporta Stella sul CORRIERE DELLA SERA – che ‘nel 1995-96, con una popolazione scolastica complessiva superiore a quella attuale, gli alunni con disabilità erano 108 mila. In quindici anni sono aumentati di quasi il 70 per cento. I docenti di sostegno, che in quell’anno erano 35 mila, sono diventati ora più di 90 mila’. Quasi il triplo: ‘Allora vi era un docente di sostegno ogni tre alunni disabili; oggi c’è un docente ogni due’. Sia chiaro: è bene che i ragazzi più sfortunati vengano aiutati. E sotto questo profilo la legge italiana è migliore di tante altre al mondo. E lo riconosce anche la rivista di Vinciguerra: ‘È cresciuto molto negli ultimi 10-15 anni lo sforzo dello Stato verso un settore che sotto molti aspetti rappresenta un fiore all’occhiello’ della nostra scuola. Ormai ‘l’Italia investe circa 3 miliardi di euro l’anno solo per il personale di sostegno’. E quell’esercito di 90 mila insegnanti specializzati è maggiore più di tutti gli psicologi (70 mila) e i pediatri (14 mila) messi insieme. Che ci sia qualcosa che non va lo dice la mappa, da cui emergono squilibri sorprendenti’: ‘Ci sono più studenti disabili al Centro e nel Nord Ovest, ma lo Stato destina gli insegnanti di sostegno (a tempo indeterminato o precari) soprattutto al Sud e nelle Isole. E tra questi offre posti stabili (immissioni in ruolo a tempo indeterminato) molto di più proprio al Sud e nelle Isole che nel resto del Paese: il 52 per cento dei posti fissi sono assegnati infatti nel Meridione’. Dove vive circa il 27 per cento degli italiani e dove risultano (sulla carta) il 40 per cento degli alunni bisognosi di un appoggio. Dice la legge che ogni 100 insegnanti di sostegno 70 devono essere stabili ma questa percentuale sale all’89 per cento in Campania e in Sardegna e crolla al 56 per cento in Lombardia e in Veneto, si impenna al 91 per cento in Basilicata e precipita al 55 per cento in Emilia Romagna. Perché differenze così abissali? Tuttoscuola risponde che dipende ‘probabilmente in buona misura dai diversi criteri utilizzati dalle Asl per la valutazione delle disabilità’ e questo nonostante ‘la legge richieda l’utilizzo dei parametri internazionali dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità: e non a caso la manovra finanziaria di inizio estate ha introdotto la responsabilità per danno erariale da parte dei medici preposti’. Quanto al ‘numero di docenti di sostegno e, tra questi, di quanti sono assunti stabilmente, si tratta di decisioni prese dal Ministero dell’istruzione’. Di più: la sproporzione negli ultimi anni ‘si è accentuata’. Esclusa l’ipotesi che Maria Stella Gelmini abbia un occhio bonario per le clientele meridionali – prosegue Stella sul CORRIERE DELLA SERA – con le quali ha bisticciato spesso, la spiegazione è una sola: c’è qualcuno negli uffici assai disponibile a fare piacerini agli amici e agli amici degli amici. C’è chi dirà che anche qui si tratta di un ‘risarcimento’ al Mezzogiorno, come lo chiamava Mastella. Ma che c’entra il riscatto del Sud coi ‘furbetti del sostegnino’? Spiega il dossier che il posto d’insegnante di sostegno è in realtà una scorciatoia, tanto più in questi tempi di magra e di riduzione del personale, per la conquista della cattedra a vita. Basti dire che ‘dei 10 mila posti di docente per le nuove immissioni in ruolo 2010-11, più della metà (5.022) sono per posti di sostegno’. Posti che dopo 5 anni, una volta guadagnata l’assunzione, si possono abbandonare per ‘passare all’insegnamento tradizionale’. Ma come si diventa insegnanti di sostegno? Penserete: chissà quanti studi! No: basta frequentare ‘un semestre aggiuntivo all’università, per 400 ore totali. E non sempre la preparazione è all’altezza: per gli alunni con disabilità visiva, ad esempio, non è raro imbattersi in docenti di sostegno che non conoscono l’uso del Braille, la scrittura per ciechi’”. (red)

24. La Merkel rilancia il nucleare

Roma - “L’energia atomica civile risorge proprio in Germania – riporta LA REPUBBLICA – il paese che nel passato recente era stato il promotore più deciso dell’addio ‘dolce’ al nucleare. La cancelliera Angela Merkel ha detto di voler prolungare di un periodo tra i dieci e i quindici anni il ciclo operativo dei reattori nucleari attualmente in funzione, i quali sono 17 e forniscono circa il 30 per cento del fabbisogno. Ma allo stesso tempo il governo conservatore-liberale al potere a Berlino, ha spiegato Frau Merkel, esige che i produttori di energia portino lo standard di sicurezza di tutti i reattori ai massimi livelli: gli impianti dovranno non solo garantire la migliore affidabilità possibile contro rischi di incidenti, ma anche disporre di cupole protettive che li rendano invulnerabili contro attacchi terroristici dal cielo, inclusi tentativi di lanciarvi contro aerei dirottati. La Germania, comunque, non intende dare il via alla costruzione di nuove centrali atomiche. Si tratta soltanto di prolungare la vita operativa di quelle esistenti. Ma la scelta annunciata dalla signora Merkel segna comunque una svolta radicale rispetto alla legge sull’addio al nucleare. Legge che fu varata dal governo rosso-verde (Spd ed ecologisti, al potere tra il 1998 e il 2005) dell’allora cancelliere Gerhard Schroeder, e che è tuttora in vigore e prevede la chiusura a tappe dei reattori: l’ultimo dovrebbe essere spento nel 2022, i due più vecchi sono già stati disattivati. Secondo gli esperti, ha detto la cancelliera, un prolungamento tra i dieci e i quindici anni della vita operativa dei 17 reattori ancora in funzione è ‘ragionevole’. Per aggirare la forte opposizione dei 16 Bundeslaender (gli Stati del federalismo tedesco, in cui il centrodestra non ha più la maggioranza) Frau Merkel e i suoi alleati del partito liberale vogliono introdurre nuovi regolamenti e leggi, che non rendano più necessario il consenso sulla politica nucleare del Bundesrat, cioè appunto la Camera degli Stati. In piena ripresa economica, insomma, Berlino non vuole rinunciare al nucleare civile. Ma c’è chi nutre dubbi che la scelta porti davvero a risparmi. Secondo la Sueddeutsche Zeitung, per portare i 14 reattori più vecchi al livello di sicurezza dei tre più nuovi (Isar 2, Emsland e Neckarwestheim 2, dotati di robustissime cupole protettive in cemento armato, ritenute in grado di resistere anche all’impatto di aerei) sarebbero necessarie spese astronomiche. Calcolate dagli esperti in un miliardo di euro per ogni reattore. A quel punto – conclude LA REPUBBLICA – un aumento del costo dell’energia elettrica sarebbe comunque inevitabile, e i vantaggi economici del prolungamento della vita delle centrali sarebbero ben meno certi. L’opposizione protesta: il leader della socialdemocrazia (Spd), Sigmar Gabriel, parla di ‘dura politica di lobbyismo a favore dei colossi dell’atomo’”. (red)

25. L’individualismo dei Paesi minaccia l’Unione europea

Roma - Intervista al presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, sul CORRIERE DELLA SERA: “E’ sicuro che insieme al presidente Usa Obama entro novembre riuscirà a varare nuove misure per regolare i mercati finanziari. E in Europa presto arriverà una governance economica in grado di controllare i budget e ‘introdurre sanzioni e incentivi per raggiungere stabilità e crescita’. José Manuel Durão Barroso, l’unico presidente della Commissione europea dopo Delors al secondo mandato, è ottimista sul futuro del Vecchio Continente ma chiede ai governi comportamenti più convergenti e meno egoismi. Lunedì a Bruxelles è convinto che sull’immigrazione, alias caso-Rom, vincerà il buon senso per difendere libera circolazione e diritto alla sicurezza dei cittadini. Europa alla ricerca della sua identità. Mission impossible? ‘Bisogna abituarsi alla doppia identità. Sulla prima pagina del ‘Corriere della Sera’, faccio un piccolo esempio, c’è il simbolo dell’Europa ma è un giornale italiano. Non possiamo più pensare a una identità esclusiva, dobbiamo abituarci al concetto di identità multipla. Sommare due parti che devono diventare complementari: la diversity e l’unità’. L’euro doveva creare questa identità. Non pensa che alla fine abbia creato dei problemi? ‘No. L’euro è un successo straordinario, ormai è la seconda valuta del mondo dopo il dollaro. E l’identità europea è cresciuta. Certo ci sono problemi con i deficit pubblici ma non oscurano i vantaggi che l’euro ha portato. Oggi l’Europa è uno dei mercati meglio integrati del mondo. Pensi cosa sarebbe successo se i Paesi europei avessero dovuto affrontare la crisi finanziaria ognuno con la sua moneta. Ognuno avrebbe fatto svalutazioni competitive. Per le piccole e medie aziende sarebbe stato un disastro. Senza euro e senza mercato unico alcuni Paesi non sarebbero riusciti a superare la crisi. Con opportuni aggiustamenti sulla stabilità interna tutti i governi ora devono difendere l’euro’. Anche Obama ha chiesto un’Europa più forte. ‘E’ molto importante che questa richiesta venga anche dall’esterno, dai nostri partner più importanti. Immaginatevi in un mondo globalizzato come oggi se la Francia, la Germania o l’Italia si dovessero muovere da sole. Non sarebbero in grado di proteggere i loro interessi. Ai 27 diversi governi nazionali oggi conviene trovare una visione comune’. Con il presidente Usa lei si vedrà per un summit il 20 novembre a Lisbona. Può anticipare la sua agenda? ‘A dire la verità non c’è ancora una agenda definita. Sicuramente affronteremo i temi legati alla crescita e alla occupazione su entrambi i fronti atlantici. Così come discuteremo di politica estera a partire dall’Iran al Pakistan e il Medio Oriente. Il contributo comune sarà determinante’. La scorsa settimana l’eurobarometro ha segnato un’altra flessione del 6 per cento sulla fiducia nei confronti delle istituzioni europee. Non è un bel segnale. ‘Lo stesso eurobarometro chiede però una governance economica europea più forte. In ogni caso è normale che durante una crisi la fiducia dei cittadini scenda. Così quando l’economia cresce, aumenta anche la fiducia. Riconosco che occorre fare di più insieme per dare sicurezza ai consumatori e ai cittadini. Mi lasci però dire la verità: i problemi non si risolveranno fino a che ogni nazione non vede il progetto europeo come il suo progetto. Questo è il fatto. Bisogna difendere gli interessi dell’Europa rispettando la sussidiarietà. E invece non è così: quando le cose vanno bene è merito loro quando vanno male la colpa è di Bruxelles’. Lei continua a invocare una maggiore governance economica. Ma concretamente cosa bisognerebbe fare? ‘Prima di tutto le scelte di politica economica di ogni Paese devono essere coordinate insieme agli altri. Una strategia che alla fine è stata accettata. Non c’è altra strada credibile: andare avanti con la concertazione pur accettando le prerogative dei parlamenti nazionali. Così come bisogna coordinarsi per anticipare comportamenti virtuosi verso benchmark di eccellenza. I budget vanno messi sotto controllo e occorre introdurre sanzioni e incentivi più forti per raggiungere stabilità e crescita. Il rischio è di mettere in discussione l’as- setto del welfare europeo. Naturalmente non si può più rimandare l’approvazione di una rigida agenda per regolare il settore finanziario. Stiamo lavorando per creare una architettura istituzionale che garantisca una maggiore supervisione. E’ stata concordata nuova strategia Europa 20-20 per il rilancio di una crescita intelligente, innovativa e inclusiva’. Dal rapporto Monti lei crede verranno approvate novità? ‘Penso di sì. Stiamo già lavorando per rimuovere una serie di ostacoli in grado di aumentare l’integrazione tra le varie economie. Entro settembre prenderemo delle decisioni’. Però l’asse franco-tedesco è sempre più forte. E’ inevitabile questa asimmetria? ‘Il problema è molto semplice. Noi non siamo gli Stati Uniti, la Cina o il Brasile. In Europa ci sono 27 nazioni ognuna con le sue differenze. La lezione fondamentale che ci ha fornito l’ultima crisi è che dobbiamo convergere di più verso l’equilibrio dei conti pubblici. Purtroppo non stiamo andando verso l’uniformazione dei bilanci’. Mettiamola così: la debolezza di Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda, i cosiddetti Pigs, può mettere in forse il futuro dell’euro o no? ‘Queste nazioni sono in reale difficoltà. Però la Grecia, per esempio, ha preso decisioni molto determinate e le altre sono pronte a seguire l’esempio. Non sono d’accordo con quella definizione sprezzante. Sono Paesi che stanno cambiando molto velocemente. E’ una parola negativa che contiene molti pregiudizi’. Dall’apice della crisi sono passati quasi due anni. Molti i progetti per riscrivere le regole finanziarie internazionali. Si è parlato addirittura di una nuova Bretton Wood. Ma non è successo niente. Perché? ‘Su questo fronte c’è troppa paura. Alcune promesse e impegni non sono state prese. Non per colpa dell’Europa che nel G20 ha combattuto per introdurre nuove e più ambiziose regole. A Toronto, per esempio, ci siamo spesi per cambiare le normative sulle transazioni internazionali. Ma alcuni Paesi si sono opposti. E’ un errore pensare che nulla stia accadendo. Nel G20 sono stati fatti passi avanti per superare il protezionismo e promuovere la crescita. Cina e Usa compresi. Al vertice di novembre sono certo che a qualche conclusione arriveremo. Nonostante le difficoltà tecniche siamo molto vicini a costruire una nuova architettura finanziaria per regolare private equità, hedge fund, derivati. Forse non è abbastanza. Le divisioni comunque non sono solo in Europa ma in tutto il mondo’. Lunedì prossimo a Bruxelles affronterete il problema dell’immigrazione. Potrebbe trasformarsi, sotto la spinta della Francia e dell’Italia, in un vertice contro i rom? ‘Sono convinto di no. La nostra preoccupazione principale è di garantire la libera circolazione senza discriminazione. Non è una questione ideologica. Sia la destra che la sinistra sono impegnati a rispettarla. Naturalmente la libera circolazione non è incondizionata. Vanno rispettati anche i cittadini e il loro diritto alla sicurezza sviluppando contemporaneamente la promozione dell’integrazione. Con questo approccio equilibrato verrà rispettata la legge europea. Prevarrà il buon senso’”. (red)

26. Obama ha azzoppato i negoziati prima dell’inizio

Roma - “Amr Moussa, segretario della Lega araba – riporta IL FOGLIO – si è dichiarato ieri ‘molto pessimista’ circa il possibile esito dei colloqui di pace tra Israele e Anp che inizieranno il 2 settembre, e non è facile dargli torto. Ancora ieri, israeliani e palestinesi hanno ribadito posizioni inconciliabili. Il premier di Gerusalemme, Bibi Netanyahu, ha confermato di non avere preso alcun impegno con gli Stati Uniti circa il congelamento ulteriore degli insediamenti in Cisgiordania dopo la scadenza del 26 settembre: ‘Non abbiamo presentato alcuna proposta agli americani su un’estensione del congelamento’. Dall’altra parte Abu Mazen in un discorso televisivo ha ribadito che considera sempre il congelamento una precondizione alla trattativa e che non intende transigere: ‘Il governo di Israele si assumerà l’intera responsabilità del rischio di fallimento dei negoziati se le attività di colonizzazione continueranno nei territori palestinesi occupati nel 1967’. Il presidente palestinese si riferisce a una lettera ufficiale inviata sabato scorso a Stati Uniti, Russia, Onu e Ue, in cui di fatto protesta per lo sgambetto di Barack Obama, che ha fatto annunciare da Hillary Clinton venerdì scorso l’apertura dei negoziati aggiungendo a chiare lettere ‘senza precondizioni’. Quando ha ascoltato queste parole nel suo ufficio di Ramallah – testimoniano suoi collaboratori – Abu Mazen si è messo a urlare, perché mai aveva autorizzato Obama a ritirare a suo nome queste precondizioni. Poi, non potendo sconfessare il presidente americano, ha inviato questa missiva per chiarire che invece quel congelamento è tuttora una precondizione per la sua parte. Il pessimismo su negoziati già così complessi è aumentato dalla constatazione che il trucco negoziale attuato da Obama in realtà complica, invece che favorire, l’accordo. Per 15 mesi esatti Obama in persona (dal primo incontro con Netanyahu alla Casa Bianca del 12 maggio 2009) ha fatto sua la posizione palestinese e ha chiesto a Israele di garantire questo congelamento, impostando sul tema, peraltro, un duro, inedito braccio di ferro con Gerusalemme. Ma infine – prosegue IL FOGLIO – di fronte al persistente rifiuto di Netanyahu – e sicuramente pensando alle elezioni di mid term di novembre – il presidente ha usato un classico trucco di Palazzo (che però mal funziona nelle relazioni internazionali): ha abbandonato la sua posizione (che l’aveva reso così apprezzato dagli arabi) e ha sposato quella opposta (molto apprezzata dalla comunità ebraica americana), spiazzando completamente Abu Mazen che si era impuntato proprio perché certo dell’appoggio del presidente. La mossa ha prodotto un grande successo mediatico, ma ha reso quasi certo l’insuccesso della trattativa. Obama non calcola l’infinita debolezza sul piano interno di Abu Mazen e le contestazioni sempre più dure che gli vengono dalle stesse moschee della Cisgiordania a opera di Hamas (per non parlare di Gaza) per il solo fatto di trattare con Israele”. (red)

Iraq, meno Pentagono più contractor

Prima pagina 30 agosto 2010