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Guardatela la tivvù

L’intellettuale che, con vezzosa spocchia, dichiara di non guardare mai la tivvù, se non addirittura di non averla proprio, è un pessimo intellettuale, ammesso che il termine abbia ancora valore positivo dopo il profondo autosputtanamento della categoria degli ultimi decenni (solo i giornalisti sono messi peggio) perché si pone fuori dalla realtà sociale in cui vive.

Sì, la realtà sociale, perché la televisione è realtà, per certi versi almeno. Indubbiamente la distorce, non è fedele riproduzione di quanto accade nel mondo reale, anzi lo falsa in maniera profonda e lo distorce spesso in maniera strumentale, ma è percepita come realtà dalla massa dei più, propone i modelli da seguire e suggerisce, se non impone, il corretto modo di pensare. Per conseguenza se un “intellettuale” vuole interpretare la società e incidere su questa, e se così non è, più che un intellettuale è un onanista neuronale, deve conoscere il mondo falso che viene spacciato per vero, deve penetrare nei misteri luminosi di endemol per individuare il modo di combatterli. Magari non riuscirà comunque a vincerli, ma se non si conosce il nemico la vittoria da improbabile diventa impossibile.

Non bisogna, però, solo guardare i telegiornali e gli altri programmi di disinformazione di massa, quasi per tutti gli intellettuali è pacifico che bisogna dedicarvi alcuni passaggi di attenzione durante la giornata per smascherare il come veniamo presi per il culo, ma, più che i programmi di disinformazione ben confezionata, è dal pattume “informativo” stile Italia Uno che si tasta il polso delle tendenze sociali. Bisogna sporcarsi le mani nel fango e non guardare solamente i programmi che giustificano la propria attenzione senza compromettere la propria onorabilità.

È necessario, però, andare oltre e entrare nel fango più in profondità: un minimo di tempo va dedicato anche al peggio di quanto la televisione propone, reality e fiction deteriori compresi, perché queste hanno una influenza sul mondo in cui viviamo, e che vorremmo cambiare, in maniera radicale molto più profonda dell’ultimo saggio del grande filosofo che ignora la tivvù. La retorica di un tempo che chiamava la televisione “una finestra sul mondo” non era così sbagliata, un po’ perché era un’altra TV, un po’ perché lo è realmente, certo non nel mondo positivo in cui la si propagandava, ma lo è nel senso di un punto di osservazione privilegiato sul degrado sociale dilagante.

Un minimo di tempo va dedicato, non di più, non troppo: la cultura e la formazione intellettuale sono altrove, ma il piccolo schermo è conoscenza, anche se si tratta dei pacchi del pretiggì o dei reality yankee sottotitolati di MTV. Anzi, specie questi ultimi sono un deprimente sguardo sulla condizione e i modelli delle nuove generazioni: ma evitare di guardare attraverso la “finestra” del piccolo schermo e chiuderne le ante perché il mondo che si vede attraverso fa schifo non lo cambierà. Bisogna saper reggere l’impatto del disgusto: non si può evitare la realtà se la si vuole cambiare. La televisione andrebbe forse tenuta sempre accesa, come un rumore di sottofondo, agendo di continuo sul telecomando per avere percezione di come venga percepita la realtà da chi crede la sua distorsione sia il vero, se poi uno teme che la tivvù possa corromperlo è un po’ come colui che rifugge il nemico per timore di esserne vinto e quel colui non è un intellettuale ma un vigliacco. 

 

Ferdinando Menconi

Una lettera da farci cadere le braccia (e la nostra risposta)

Prima pagina 03 agosto 2010