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I cuori e le menti degli Afgani

Viva le guerre vecchio stampo. Mica perché fossero belle (le guerre non lo sono per definizione, anche se a volte sono necessarie e persino entusiasmanti, checché ne dica l’infantile utopia pacifista) ma perché si accontentavano di vincere sul piano militare, senza pretendere di avere il consenso preventivo delle popolazioni di cui si invadevano i Paesi. I condizionamenti culturali potevano anche arrivare, ma arrivavano dopo. E, soprattutto, senza spacciarli per la quintessenza di ciò che è giusto in assoluto, per qualsiasi popolo e per qualsiasi individuo, in ogni angolo del pianeta.

Oggi, com’è noto, si va in direzione opposta. A partire dal dogma dei diritti universali – guarda caso stabiliti dall’Occidente e funzionali ai suoi modelli, sull’asse capzioso che lega il liberalismo politico al liberismo economico – le guerre si presentano sistematicamente come qualcos’altro. Missioni di pace, azioni di polizia internazionale, e via arzigogolando sul filo degli eufemismi. Quand’anche gli attacchi siano violentissimi, e mietano vittime anche tra i civili, il messaggio è che essi non sono affatto rivolti contro lo Stato in se stesso e i relativi abitanti. Nemmeno a parlarne. L’obiettivo è il tiranno di turno, come Saddam, o la minoranza fanatica e antidemocratica che condiziona tutti gli altri, come nell’Afganistan dei talebani. 

Appunto: l’Afganistan dei talebani. In un’intervista al quotidiano francese Le Monde, il presidente pakistano Ali Zardari ha dichiarato che il conflitto avviato nel 2001 dagli Stati Uniti di George W. Bush è sulla strada di una definitiva sconfitta. E il motivo, secondo lui, sarebbe da identificare non solo e non tanto negli errori tattici di una coalizione che ha «sottostimato la situazione sul terreno», quanto nel mancato raggiungimento del vero, e del sommo, obiettivo strategico. Ahimè, fratelli universalisti. Ahinoi, amici sempiterni del dollaro Usa: «abbiamo perso la battaglia per conquistare i cuori e le menti».

Detto da un pachistano, che dovrebbe aver conservato almeno un pizzico di autonomia culturale, suona un po’ sorprendente. Ma può essere un bene. Può essere utile a drizzare le orecchie e a non darlo per scontato. Se arrivasse da un Obama qualsiasi, nelle sue vesti di uomo immagine del sistema occidentale, la stessa affermazione avrebbe molte più probabilità di cadere nel nulla. Sul versante statunitense, infatti, l’idea di poter affascinare chiunque a colpi di “libertà” e consumismo è consolidata da tempo. E già nel 2005, del resto, Joseph S. Nye Jr, preside della Kennedy School of Government presso la Harvard University ed ex assistente alla Difesa durante l’amministrazione Clinton, l’ha teorizzata esplicitamente in un libro intitolato “Soft Power”. Il cui filo conduttore era che la chiave di volta dell’imperialismo è culturale: al consueto “hard power” di natura bellica bisogna preferire il “soft power” della propaganda. Nel presupposto, obviously, che il mondo sia stracolmo di persone che non vedono l’ora di condividere le delizie dell’american way of life, tra un corroborante spuntino al McDonald’s e una finale televisiva del Super Bowl infarcita di spot (e tra una strage e l’altra, a cura di ragazzini psicopatici o di dipendenti irascibili).

Per fortuna, invece, l’assioma è contraddetto dai fatti. Il potere di seduzione/corruzione dell’Occidente è enorme, ma non è infallibile. Ogni tanto, in un luogo o in un altro, per una ragione o per l’altra – ora più condivisibile come nel caso del Venezuela di Chavez, ora meno come in quello degli integralisti islamici dell’Afganistan – c’è chi riesce a restare immune. Padrone del proprio cuore. Padrone del proprio cervello. Padrone, se è disposto a combattere e se ha la forza per farlo, del proprio futuro. 

 

Federico Zamboni


Prima pagina 4 agosto 2010

Secondo i quotidiani del 04/08/2010