Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 04/08/2010

1. Le prime pagine

Roma -

 CORRIERE DELLA SERA - In apertura: "Maroni: Su può votare in autunno". Editoriale di Pierluigi Battista: "La Maggioranza evanescente". Di spalla: "Vietti al Csm, la vittoria di un metodo virtuoso". Al centro foto-notizia: "Israele-Libano, spari e morti. Lo scontro più duro dal 2006"

LA REPUBBLICA - In apertura: " Patto Fini-Udc, l’ira del premier ". Il retroscena di Carmelo Lopapa: "E Letta frena il blitz dei colonnelli ". Al centro foto-notizia: "Giorno di guerra fra Israele e Libano, i soldati sparano sul confine: 4 morti. In taglio basso: "Affitti, il governo vara la cedolare secca del 25 % ".

LA STAMPA - In apertura: "Il premier alla prova di Fini". In taglio alto: "Un giorno di battaglia. Si infiamma il confine tra Libano e Israele".. Al centro foto-notizia: "Bono: Portiamo a Torino tre brani nuovi". In un box: "Elvira Sellerio, la zarina dei libri blu. Si è spenta ieri a 74 anni l’editrice di Sciascia e Camilleri”.

IL GIORNALE - In apertura: "La tentazione di Silvio: Pronti alle elezioni anticipate". Editoriale di Alessandro Sallusti. Al centro con foto: "Scatole cinesi per fare sparire la casa a Montecarlo”, intervista a donna Assunta. Di spalla: "Barbareschi ideologo della libertà di purga". A fondo pagina: "E’ giusto che le lucciole paghino le tasse" di Annamaria Berardini de Pace.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: "Intervista a Tremonti: Opere-sprint per ripartire". Editoriale: "La bandiera federalista e i ricatti delle lobbies". Al centro foto-notizia: "Scontro Libano-Israele.

IL MESSAGGERO - In apertura: "Caliendo, sfida sui numeri". Editoriale di Oscar Giannino. “La riforma del lavoro non può aspettare”. Al centro foto-notizia: "Inchiesta sul braccaile che dà forza. Fazio: attenzione alle false promesse” a fianco: “Pedaggi autostradali nuovo stop: gli aumenti devono essere sospese". In taglio basso: "Addio alla signora dell’editoria. E’ scomparsa Elvira Sellerio, tra i suoi autori Sciascia e Camilleri".

IL TEMPO - In apertura: "Causa sull’eredità di An". Editoriale di mario Sechi: “Il partito proprietario”. Al centro con foto: Israele-Libano: morte sulla linea blu”.

LIBERO - In apertura: "Ledy Fini: Ho vinto al Lotto". Editoriale di Maurizio Belpietro: “Il presidente vende casa a sua insaputa”. Al centro con vignetta di Benny: “Aiuto torna la Dc”.

 (red)

 

 

2. Patto fra Fini, Udc e Rutelli

Roma -

“Il lessico della politica italiana si arricchisce di una nuova formula: l'‘area di responsabilità’’ Che cosa sia esattamente - si legge sul Corriere della Sera - lo si apprende dopo la riunione tra rappresentanti di Futuro e Libertà (i finiani), dell'Ode, dell'Alleanza per l'Italia e del Movimento per l'autonomia, nel corso della quale si è deciso di astenersi sulla mozione di sfiducia presentata dal Pd e dall’ Idv nei confronti del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo. Questi groppi, che dispongono di oltre un'ottantina di deputati, si definiscono l'‘area di responsabilità’. Ed è appunto la loro consistenza che fa pensare alla nasata di un terzo polo, che porterebbe alla deflagrazione del sistema fondato su due coalizioni contrapposte. La novità ufficializzata ieri è che la pattuglia che fa riferimento al presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha scelto di distinguersi dal resto del centrodestra, astenendosi Ma lo stesso Fini invita i mèmbri del governo a lui vicini (il ministro Ronchi, il vice ministro Urso e i sottosegretari Menia e Buonfiglio) a dire ‘no alla sfiducia per coerenza’, cosa che farà anche un altro deputato finiano, Francesco Divella (‘A differenza di altri, qui non d sono accuse precise e tutti dicono che è un buon uomo’), E così oltre all’Mpa del governatore siciliano Raffaele Lombardo, Casini e Rutelli incontrano sulla stessa strada la pattuglia dei finiani. Italo Bocchino, indicato come il loro probabile nuovo capogruppo a Montecitorio, conferma che questo pomeriggio si asterranno. I motivi li spiega Benedetto della Vedova evocando anche lui la nuova formula: ‘Ci siamo ritrovati in un'area di responsabilità istituzionale. Restando ciascuno leale al mandato elettorale noi sosterremo il governo mentre nel merito della vicenda Caliendo abbiamo immaginato che questa area di responsabilità istituzionale possa convergere sull'astensione’. Fuori del linguaggio aulico usato da Della Vedova, un altro finiano, Roberto Menia, afferma: ‘Macché terzo polo in nuce. Se Berlusconi ha provato ad allargare la coalizione a Casini non si vede perché a noi debba essere precluso di dialogare proprio con l’Udc. Nessuno dei quattro gruppi, però, si spinge a confermare che è nato un nuovo schieramento. .Neppure un centrista dell'Ode come Ferdinando Adornato, che della fine del bipolarismo ha fatto la propria idea-forza, lo ammette limitandosi a dire che ‘se sono rose fioriranno’. Anche Pier Ferdinando Casini nega, nascondendosi dietro la citazione di una canzone di Lucio Battisti: ‘Quello che succede in futuro lo scopriremo vivendo’. Fuori dalla immagine musicale, Casini rileva che ‘il terzo polo è l'evocazione di qualcosa che si muove nei meandri ristretti degli schematismi politici, mentre al Paese servono cose nuove non vecchie’. E tra le cose nuove c'è appunto la creazione di ‘un'area di responsabilità nazionale che non ha indulgenze con il giustizialismo alla Di Pietro, ma sa che la questione morale esiste ed è grande come un macigno. Altro che Ponzio Pilato, la nostra è una responsabilità che dovrebbe essere sottoscritta anche da chi non la pensa come noi’. Chi, invece, certifica con nettezza la ‘rottura del bipolarismo’ è Francesco Rutelli, che fa notare: ‘Si è spaccata la più ampia maggioranza che d sia mai stata finora, si è rotto il partito più grande e di fatto il bipolarismo’. L'obiettivo comune, rivela, è soltanto una convergenza tattica sulla mozione anti-Caliendo, che potrebbe però in futuro trasformarsi in qualcosa di più solido. ‘E solo l'inizio di un cambiamento argomenta Rutelli che può andare nella direziono negativa ma anche nella direzione positiva di unire le forze che vogliono fare le riforme necessario al Paese. Non mi affretterei, però, a definire un punto di arrivo, fa ogni caso, vogliamo collegarli con le forze sia di opposizione sia di maggioranza che vogliono fare le riforme utili a tenere in piedi il Paese”.

 (red)

 

 

3. Berlusconi rinvia lo scontro ma non si farà logorare

Roma -

“Nel Rischiatutto che è ormai diventata la politica italiana, a Silvio Berlusconi attribuiscono volontà di ogni genere: si va dalla drammatizzazione del voto di oggi sulla mozione contro il sottosegretario Caliendo, con conseguente presa d'atto della fine dell'autosufficienza della maggioranza ed eventuale salita al Quirinale (peraltro vuoto, il capo dello Stato è partito per Stromboli), alla intenzione opposta, ovvero quella di far passare il voto della Camera - che vedrà i finiani astenersi e Pdl e Lega difendere Caliendo - come una sostanziale tenuta dell'equilibrio politico. Tra i due – scrive il Corriere della Sera - estremi sembra avanzare però una posizione terza: quella di un premier parso ieri a chi lo ha visto ‘molto nervoso’ che, dopo un pomeriggio di consultazioni con i suoi con i quali ha esaminato ipotesi e subordinate di un voto già difficile e reso ancora più spinoso dalla nascita dell'asse finiani-Udc-rutelliani-Mpa, è deciso a portare a casa una specie di pareggio prima della pausa estiva. Berlusconi infatti che oggi sarà in Aula accoglierebbe l'astensione di un pezzo di maggioranza e un pezzo di opposizione certamente come un segnale nel merito negativo (ieri, ricevendo Caliendo assieme al ministro Alfano, gli ha rinnovato la sua ‘più totale fiducia’), ma non precipiterebbe le cose, giustificando la cautela con il fatto che comunque il risultato ottenuto è che Caliendo non è stato sfiduciato, che l'opposizione si è divisa (cosa che faranno notare oggi anche i finiani per dimostrare che il loro non è un voto per colpire il governo) e che i membri dell'esecutivo (ancora meglio se un gruppo più nutrito anche di deputati semplici) che appartengono a Futuro e libertà sono rimasti fedeli al patto di governo, magari facendolo toccare quella quota 316 che significherebbe maggioranza assoluta In ogni caso, quello su cui si puntava ieri sera a Palazzo Chigi, dopo una giornata di contatti e mediazioni da entrambe le parti, era un voto favorevole o almeno un non voto dei finiani presenti al governo (il ministro Ronchi, il vice ministro Urso, i sottosegretari Menia e Bonfiglio). E la conferma dell'accordo è venuta dallo stesso Fini a tarda sera. Non a caso, Fabrizio Cicchitto nel pomeriggio in una nota richiamava alla ‘responsabilità’ i ministri finiani, senza però calcare troppo la mano sulle possibili conseguenze di un atteggiamento diverso. E in fondo, quella sorta di permesso alla componente di governo a votare diversamente dal gruppo, concessa da Fini nella cena con i suoi, è il segno che il Presidente della Camera non ha alcuna intenzione di aprire la crisi ora (‘Nessuno è pronto per il voto’, dice con mirabile sintesi Barbareschi), e che potrebbe spiegare la divisione di comportamento tra i suoi con la necessità di non far precipitare il Paese nel caos. Se dunque potrebbe essere questo l'escamotage con cui si chiude questa tormentatissima prima metà d'estate, è chiaro che tutti i nodi restano, ma vengono rimandati all'autunno. Quando si apriranno due scenari per il premier: o il rilancio del governo, attraverso un nuovo patto che magari possa coinvolgere anche i centristi, o la rottura con l'intenzione per andare al voto in Primavera. Un'ipotesi questa che al momento pare la più gettonata, se è vero che Berlusconi si sta attrezzando per una serie di mosse da fare in fretta, entro l'estate, visto che se davvero si salderanno centristi e finiani e nascerà un terzo polo (che oggi il premier considera come ‘manovre politiche di Palazzo’, ma che non sottovaluta), alleato o meno a un Pd al bivio, non dovrà essere lui a farsi trovare impreparato per le urne. La prima cosa da fare dunque, come ha annunciato lui stesso, è una ‘rivoluzione nel partito’, da attuare in tempi brevissimi anche attraverso un cambio ai vertici, che dovrebbero diventare ‘più collegiali’. Il premier sa infatti che, se si andrà alle elezioni, gli servirà un Pdl rinnovato per evitare che i problemi che lo hanno segnato ú la scarsa democrazia interna, la questione morale ú divengano un'arma nelle mani di Fini, e potrebbe cambiare i coordinatori oltre .che ridisegnare la struttura del partito che si baserà sulle ‘sezioni elettorali’. Ma anche sulle politiche di governo servirà uno scatto, andrà rilanciata la proposta riformatrice, perché nel Pdl tutti sanno che arrivare ad un eventuale voto solo sull'onda del no a Fini e ai traditori, potrebbe non bastare per vincere. Sempre poi che al voto si voglia o si riesca davvero ad arrivare, perché è vero che Berlusconi insiste sul fatto che non si farà ‘logorare’, ma è altrettanto vero che sciogliere le Camere è sempre prerogativa del capo dello Stato, che nel caso vaglierà i numeri. E sono questi i numeri che davvero interessano Berlusconi, quelli di un eventuale governo tecnico: la sua terza missione estiva sarà proprio quella di sfoltirli, per assicurarsi che ciò che al momento è certo solo al Senato ú l'assenza di una maggioranza disposta al governo di transizione ú lo divenga anche alla Camera”.

 (red)

 

 

4. La Maggioranza evanescente

Roma -

“Non sarà il terzo polo, come si affannano a dire gli stessi protagonisti, ma il patto siglato sul «caso Caliendo» tra finiani, Udc, l'Api di Rateili e il Mpa di Lombardo (un'ottantina almeno di voti parlameri) spezza simbolicamente l'autosufficienza della maggioranza uscita dalle urne del 2008. I numeri dicono che la soglia dei 316 parlamentari necessari per sancire la maggioranza del governo alla Camera non si raggiunge senza l'apporto del nuovo «Futuro e Libertà» di Fini. Le scelte politiche - scrive Pierluigi Battista sul Corriere della Sera - dicono che una parte dell'attuale maggioranza subordina il proprio voto a un accordo preventivo con una parte della minoranza. Fini, appena estromesso con atto d'imperio dal Pdl, aveva avvisato che il voto favorevole dei nuovi «separati» sarebbe stato garantito solo sui provvedimenti in linea con il programma elettorale e nel patto con gli elettori. La sfrenata fantasia della terminologia politica italiana, prodiga di govèrni «tecnici», «balneari», e così via, rischia ora di essere costretta a partorire una nuova bizzarria: il governo «di volta in volta». Una maggioranza che a volte c'è, e altre volte no. Con una parte della maggioranza, i finiani, che di volta in volta preferisce accordarsi con una parte della minoranza, anziché con il resto della maggioranza schierata senza indugio con il premier. Un pasticcio. Che forse si poteva evitare se Berlusconi, prima della clamorosa rottura con Fini, non avesse sottovalutato i numeri dell'avversario, facendosi orientare da consiglieri poco accorti, o poco avvezzi alle insidie del pallottoliere parlamentare. Ma ora che la trattura si è consumata, il premier non può dare l'impressione di barcamenarsi con la variabilità delle contingenze. Non può rassegnarsi alla filosofia paralizzante del «governo di volta in volta». Un'oscillazione che si riflette nelle dichiarazioni di Berlusconi negli ultimi giorni. Prima rassicura la sua maggioranza, ma anche i mercati internazionali e le istituzioni sovranazionali preoccupate per una nuova stagione di instabilità in Italia, di avere i numeri per governare secondo il mandato degli elettori. Poi paventa la possibilità che «incidenti» di percorso possano costringere il governo a gettare la spugna e a ricorrere alle elezioni anticipate. Le somiglianze con il precedente del governo Prodi, evocate per sottolineare l'analogia di governi retti su una base fragilissima e risicatissima di voti parlamentari, finiscono proprio qui. Perché per Prodi l'ipotesi delle elezioni rappresentava la morte politica del governo e del centrosinistra. Per Berlusconi, le elezioni possono essere invece la soluzione ricercata e desiderata, la prospettiva di una nuova vittoria autorizzata dalla debolezza dell'avversario e dalla confusione in cui versa l'attuale opposizione”.

 (red)

 

 

5. Maroni: si può votare in autunno

Roma -

“Ha trascorso la giornata al Senato e alla fine ha incassato il voto unanime sul piano antimafia. ‘Risultato storico -lo definisce -visto che in dieci anni nessuno era mai riuscito ad approvare un testo unico in tema di misure contro la criminalità’. Il disegno di legge - scrive Lorenza Sarsanini su il Corriere della Sera - introduce misure di tracciabilità dei flussi finanziari in materia di appalti e nuove disposizioni per la revoca dei programmi di protezione a pentiti e collaboratori di giustizia. Ma il ministro dell'Interno Roberto Maroni sa bene che il voto che unisce maggioranza e opposizione è ormai un'eccezione, perché la realtà politica emersa in questi giorni promette ben altri scenari. E rischia di riservare sorprese clamorose per il governo in carica. Tanto che nulla da ormai per scontato, neanche il voto di fiducia previsto per questo pomeriggio. Ieri si sono incontrati Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli e hanno annunciato che oggi si asterranno sulla mozione di sfiducia contro il sottosegretario Giacomo Caliendo. Lei ci crede? ‘La decisione di Pini di lasciare il Pdl ha creato una situazione che ci costringe alla navigazione a vista. Chi va per mare sa bene di cosa parlo: sei lì ma in ogni momento ci può essere un ostacolo. La rotta non è tranquilla, però credo che non sia neanche così difficile. In ogni caso non c'è alternativa’. Se cade il governo si vota? ‘Io voglio continuare a essere ottimista, fiducioso che la legislatura continuerà fino alla fine. Ma se la nave va sugli scogli, si toma alle urne. n rischio di imboscata è più che concreto, come dimostra quello che sta accadendo in questi giorni’. Non vi aspettavate che venisse calendarizzata subito la mozione di sfiducia? ‘Era una delle possibilità ed è accaduto. Io però voglio essere chiaro: la Lega non sarà disponibile a nessun governo alternativo’. Neanche se a guidarlo fosse Giulio Tremonti? ‘Non esiste. Ho parlato con lui ed è perfettamente d'accordo. Proporre Tremonti è il gesto della disperazione di chi vorrebbe cercare una strada ma non ha nulla da proporre. Non c'è un motivo valido se non la voglia di sfasciare tutto e mandare a casa Beriusconi’. C'è chi pensa che servirebbe a realizzare il federalismo. ‘E con chi dovremmo farlo? Con l'Udc che ha votato contro oppure con il Partito Democratico che si è astenuto e adesso dice che ci vuole incalzare su questo tema? Vorrei ricordare che i decreti attuativi li fa il governo, non il Parlamento, dunque la strada è tracciata e il percorso sarà rispettato’. Non crede che la situazione stia precipitando? ‘Veramente è già precipitata, perché potenzialmente questo gruppo alla Camera può far venire meno la maggioranza e questo provocherebbe immediatamente la crisi’. In questo caso il presidente Giorgio Napolitano potrebbe verificare l'esistenza di una nuova maggioranza. ‘Potrebbe cercarla, ma non la troverebbe perché senza la Lega non avrebbe un'alternativa in entrambe le Camere e dunque un eventuale governo di transizione durerebbe una settimana, dopo dovrebbe prendere atto della realtà e sciogliere le Camere’. È proprio sicuro che la Lega non si comporterà come nel '94? ‘Ancora con questa storia, ma è un richiamo alla preistoria’. Sono in molti a credere che il Paese fosse in una situazione simile e anche allora voi giuravate lealtà al governo. ‘Era un'altra era geologica. L'accordo che c'è ora tra noi e il Pdl è un patto sacro che non lascia alternative. D resto sono giochi di palazzo. Basti pensare che questa operazione di Fini ha avuto come unico merito quello di resuscitare l'Api di Rutelli. Un miracolo, ma certamente non mi sembra un gran risultato. Sono giochi da Prima Repubblica’. E un'alleanza con l'Udc? ‘Impensabile perché stravolgerebbe le regole, visto che l'Udc ha perso le elezioni e si è schierata all'opposizione’. Intanto c'è un nuovo gruppo di 84 persone... ‘Fermi. Non c'è alcun gruppo. Per me ci sono i finiani che fanno parte della maggioranza e sono 33 alla Camera, io al Senato. Gli altri stanno all'opposizione e per tatticismo hanno deciso una posizione comune’. Non crede che di fronte a questa nuova realtà il presidente del Consiglio dovrebbe comunque consultare il capo dello Stato? ‘Ora no, del resto se ci convincessimo che si è formato un nuovo gruppo vorrebbe dire che la fiducia nel governo è già venuta meno e bisognerebbe trame le conseguenze’. E i ministri finiani? ‘Non spetta a me prendere decisioni. Sul piano personale posso dire che lavoro bene con Andrea Ronchi e ho grande stima e simpatia per Pasquale Viespoli che considero persona di grandi qualità, ma certo questa doppia natura può creare imbarazzi e questioni interne. Per me lo schema è semplice: se stai al governo ci stai al 100 per cento. Metà dentro e metà fuori sono equilibrismi, è il ritornoo del doroteismo del quale francamente nessuno ha nostalgia’. Dunque fuori? ‘Viespoli ha sempre combattuto questo modo di fare politica e sono certo che risolverà questa evidente contraddizione. Noi aspettiamo, ma a settembre i nodi verranno al pettine’. Qual è il suo giudizio su Gianfranco Fini? ‘Sul piano personale lo stimo, ma faccio fatica a capire le sue mosse politiche. Cerca una strada che non so dove lo porterà e invece nel Pdl la sua presenza insieme a quella di Berlusconi poteva rivelarsi fondamentale. Ognuno aveva il suo ruolo e l'azione congiunta poteva rafforzare il partito’. Fini in realtà ha posto una pregiudiziale in tema di legalità. ‘Lasciamo perdere. A prevalere sono stati i rancori personali. Per questo sono rammaricato. Credo che il centrodestra stia sperperando la sua forza straordinaria però non sono preoccupato perché la soluzione c'è, è limpida ed è coerente col sistema bipolare’. Lei ritiene che Fini possa continuare a ricoprire il ruolo di presidente della Camera? ‘Sono convinto che non verrebbe mai meno al suo molo di garanzia’. La Lega, così come il presidente Berlusconi, non lascia aperta nessuna strada alternativa alle urne. Lei è davvero convinto che sia questa l’unica soluzione? ‘Il nostro giudice sono i cittadini, non coloro che stanno nei palazzi’. Se si andrà al voto, la Lega andrà con il Pdl? ‘Certamente, perché la nostra alleanza ha portato grandi risultati. Abbiamo fatto la legge sul federalismo, fermato gli sbarchi dei clandestini, ottenuto successi sul fronte della sicurezza e della criminalità. Lo straordinario risultato di ieri con il voto compatto di tutto il Parlamento è sotto gli occhi di tutti, anche perché mi convince che in tré anni possiamo sconfiggere la mafia e non è una scadenza che pongo a caso perché coincide con la fine di questa legislatura’. Lei parla di voto senza lasciare margini ad altre eventualità. Immagina anche una data? ‘So che non ci sono precedenti di elezioni in autunno ma questo non può precluderle di fronte a una crisi politica grave che non consente alternative. Per questo mi rassicura la saggezza istituzionale del presidente Napolitano”

 (red)

 

 

6. Partita a scacchi con il timore delle elezioni

Roma -

“Non è disposto a lasciarsi sfibrare dalle manovre del nascituro terzo polo della ditta Casini-Fini-Rutelli. Ne intende offrire il benché minimo spiraglio a quel governo di transizione fortissimamente voluto dal Partito democratico. Nel suo orizzonte, benché non sia l'unica, c'è l'opzione delle elezioni anticipate. Non in autunno, perché la situazione economica e i mercati non lo consentono. E poi - scrive Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera - Umberto Bossi spinge per avere prima i decreti attuativi del federalismo fiscale. Con quelli in mano il leader della Lega può presentarsi alla "sua" gente chiedendo un voto plebiscitario al Nord. Allora il traguardo è quello della primavera del prossimo anno: a marzo o in aprile gli italiani potrebbero essere chiamati alle urne. Con i suoi interlocutori Berlusconi parla già della necessità di mobilitare ‘70 mila sentinelle della libertà’ che vigilino sul voto. Insemina, l'inquilino di palazzo Chigi si sta portando avanti con il lavoro. Ma l'approdo non è sicuro. Per renderlo meno incerto il premier non ha fatto nessuna compravendita di senatori e deputati. Non era ú e non è ú suo interesse allargare la maggioranza con qualche innesto forestiero. Piuttosto, il Cavaliere nei suoi incontri con i diniani e con gli altri parlamentari dei gruppi misti si assicura di un'altra cosa: che non cedano alle lusinghe di un governo tecnico, o di transizione che dir si voglia, nel caso in cui si apra la crisi. Vuole avere la sicurezza che dopo di lui d siano solo le elezioni. I leader del Pd lo hanno capite. E sono preoccupati. Ieri vagavano per il Transatlantico con lo sguardo interrogativo. E ogni tanto si riunivano in capannelli per scambiarsi più timori che opinioni. Per questa ragione Pier Luigi Bersani ha detto ciòche non avrebbe dovuto dire pubblicamente (attirandosi le critiche degli scomodi alleati dell'Italia dei Valori e i distinguo di Casini). Ossia, ha ammesso che pur di non andare alle elezioni il Pd appoggerebbe un governo guidato da Tremonti. Cioè dall'autore di una manovra economica che fino alla settimana scorsa il Pd ha attaccato con inusitata durezza. Dopo un po' il segretario ha tentato di rettificare, precisare e smentire. Ma le sue parole erano state registrate dalle radio e l'impresa di contenimento è stata a dir poco ardua. n fatto che^l'ministro dell'Economia venga evocato spesso e volentieri dall'opposizione non sembra, almeno per il momento, preoccupare Berlusconi, convinto com'è che ‘tanto il consenso ce l'ho io’. Non è però solo il Pd a temere il voto anticipato. Anche nel terzo polo l'eventualità non viene vista di buon occhio. Fini deve ancora saggiare qual è la compattezza delle sue troppe parlamentari e capire se la sua avventura può culminare nella creazione di un partito. Casini non vuole che il lavoro politico a cui si sta pazientemente dedicando venga bruscamente interrotto. Perciò, in una prima fase almeno, i leader del ‘terzo polo’ staranno bene attenti a non offrire a Berlusconi nessun pretesto per l'apertura di una crisi di governo. Un paradosso, per un'aggregazione che nasce con lo scopo di erodere consensi al Pdl, quello di dover puntellare la maggioranza onde evitare le elezioni anticipate. Ma tant'è. n voto fa paura a tutti. Nessuno, però, è in grado di escluderlo. ‘Governo di transizione? Fatemi il piacere: è chiaro che non si farà. Basta conoscere i fondamentali della politica’, osservava ieri un parlamentare di lungo corso come l'ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti. E sentendolo parlare i deputati del Pd sprofondavano sempre di più nei divanetti del Transatlantico di Montecitorio.

 (red)

 

 

7. Cacciari: Un futuro solo se rinunceranno ai ribaltoni

Roma -

“Per il momento si sta ammazzando il vecchio’. Il ‘vecchio’, per Massimo Cacciali, è il ‘falsissimo bipolarismo all'italiana’, e le prove di terzo polo cominciate ieri con la decisione presa insieme da Fini, Casini, Rutelli e dai "sudisti" di Lombardo - scrive la Repubblica - possono aprire una fase nuova nella politica italiana. ‘Naturalmente - aggiunge l'ex sindaco di Venezia - a certe condizioni, e la prima è un'intesa vera sulle cose da fare di qui alla scadenza naturale della legislatura’. Professor Cacciari, il suo sembra un giudizio sospeso... ‘Intanto una cosa è certa: la cacciata di Fini dal Pdl segna la fine dei due blocchi che hanno dominato la scena negli ultimi anni. Anche se dovesse continuare a funzionare, il partito di Berlusconi sarà sempre più condizionato dalla Lega, e il Pd sottoposto alle pressioni esterne dei vari Vendola e Di Pietro’. Fini, Casini e Rutelli sono sulla strada giusta? ‘Sì, se non si limiteranno ad accordicchi come l'astensione sulla sfiducia a Caliendo, se non lavoreranno per improponibili ribaltoni o governi tecnici. Se avranno il coraggio di andare fino infondo. Insomma, devono prendere di petto alcune questioni cruciali per il Paese e offrire soluzioni condivise: parlo di federalismo fiscale, di welfare, di politiche per l'immigrazione’. Pensa che ci riusciranno? ‘Che la morte del vecchio sia l'inizio di qualcosa di nuovo è la speranza di tutte le persone ragionevoli, ormai convinte che questo Paese sta andando in malora’. L'alternativa? ‘Coltivare disegni ribaltonisti non farà altro che spingere Berlusconi alle elezioni anticipate. Che rivincerà alla grande scaricando su altri responsabilità che sono tutte sue. Aggiungo che se Bossi non riuscirà a incassare in tempo utile la bufala del "suo" federalismo fiscale, sarà lui il primo a mollare il Cavaliere’. Eun governo Tremonti?Anche nel Pd c'è chi lo caldeggia... ‘Fanno malissimo, anche il nuovo blocco che potrebbe nascere deve evitare questo errore. Intanto perché Berlusconi non se ne andrà mai con le proprie gambe’. E poi? ‘A Tremonti, e anche a Bossi, che sono gli eredi designati, non penso affatto convenga fare le Idi di marzo proprio adesso. Se questa maggioranza riuscirà ad andare avanti bene, altrimenti sarà il premier a chiedere a Napolitano di sciogliere le Camere. Nel caso l'avesse vinta, ci sarà il bei risultato della Lega che sopra il Po supererà il 40 per cento’. Qual è la prima cosa che dovrebbero fare i partner di questo possibile nuovo blocco? ‘Denunciare la bufala del federalismo fiscale in salsa leghista, incalzare il governo con una proposta seria che restituisca davvero autonomia ai tenitori. Su questo, però, nutro qualche dubbio’. E cioè? ‘Temo che si accordino per far saltare il federalismo fiscale, una riforma che invece ritengo indispensabile. E solo per far saltare l'accordo di ferro tra Berlusconi e Bossi. È anche la presenza di Lombardo in questa compagnia a rafforzare questo mio timore’. In conclusione? ‘Stiamo a vedere. Se il vecchio muore la speranza c'è. Ma bisogna attrezzarsi subito, da adesso: il nuovo polo faccia un'opposizione intelligente in Parlamento e nel Paese, e si prepari ad affrontare le elezioni del '2013. Forse sarà la volta buona per votare partiti e coalizioni degni di questo nome”.

 (red)

 

 

8. Bersani e l'opzione Tremonti: Meglio lui che il voto

Roma -

“Un'idea più sensata che andare al voto con questa legge elettorale’. Pier Luigi Bersani, rispondendo a una domanda sul governo di transizione guidato da Giulio Tremonti, non esclude nulla. Neanche la guida affidata al ministro dell'Economia. Poi, precisa: ‘Non ho fatto nomi, li hanno fatti i giornalisti. Non entro in una questione di competenza del capo dello Stato’. Ma c'è senza dubbio – si legge su la Repubblica - una parte del Pd pronta a qualsiasi soluzione,anche’a un'alleanza con il diavolo’ come dice Enrico Letta, pur di chiudere la stagione di Berlusconi e del berlusconismo. E a varare una nuova norma per l'elezione del Parlamento. Una parte, appunto. Perché, a partire da Rosy Bindi, un esecutivo ponte guidato da chicchessia comincia a stare strettissimo a un'altra parte del Pd. Bersani si è forse spinto oltre nell'immaginare scenari futuri. Ma il nome di Tremonti alla fine fa il suo gioco che punta a un solo piatto pesante, all'ai w: la Lega. Il segretario del Pd continua a tessere la tela per sfilare Umberto Bossi dalla maggioranza; per convincerlo a dichiarare chiuso l'asse con il Cavaliere. I contatti dei democratici con i leghisti sono quotidiani, serrati. Alla fine deciderà il Senatur, ma il Pd avrebbe individuato nell'area varesina interlocutori più attenti. Ossia Roberto Maroni e Marco Reguzzoni. Contrastati dall'ala che fa capo a Roberto Calderoli, il leghista più vicino a Tremonti. La speranza di una rottura della Lega fa volo persino sulle dichiarazioni chiare del ministro dell'Interno (‘se il governo è sfiduciato si toma alle urne’). Bossi ha fatto sapere a Bersani che si prenderà l'estate per dire l'ultima parola sulla sorte del Cavaliere. E il Pd aspetta. Aspetta. Coltivando però varie linee. La smentita di Bersani aiuta a tenere unito il partito in questa fase. E serve a rendere meno amara la bacchettata di Pier Ferdinando Casini: ‘Ha fatto bene Pier Luigi a rettificare una finta indicazione. Il nome di Tremonti non è all'ordine del giorno’. Ma se si avvicinasse davvero il momento della crisi qual che problema spunterebbe anche a Largo del Nazareno. Rendendo il voto anticipato più plausibile. Bindi ha detto no a Tremonti premier esprimendo qualche dubbio sui confini del governo di transizione. Dario Franceschini è netto: ‘Non esistono ne le larghe intese ne la transizione. Esiste l'ipotesi di un governo tecnico, punto’. Per la legge elettorale e per tenere in ordine i conti. Basta. Casini la pensa diversamente: ‘Un eventuale nuovo governo non potrebbe occuparsi solo della modifica del Porcellum’. Antonio Di Pietro attacca direttamente Bersani: ‘Quella di Tremonti premier è un'idea scellerata. Sarebbe come liberarsi del despota per dare il potere a Richelieu. Il Pd sta smarrendo la rotta’. La via della transizione nel Pd è lastricata di difficoltà, linee diverse, diverse posizioni. Ad esempio sulla legge elettorale. E sul voto anticipato. Nella situazione confusa di questi giorni, può ingrossarsi anche il fronte di chi, come Alture Parisi, vede solo il ritorno alle urne, unico mezzo per battere davvero Berlusconi. Il deputato prodiano e oggi parisiano Mario Barbi ha man dato ai suoi colleghi una lettera in dieci punti intitolata: "Difendere la democrazia dalle elezioni: è questa la linea del Pd?". In cui demolisce la via seguita dalla segreteria e da Massimo D'Alema, difende il bipolarismo, critica ‘la paura e il velleitarismo del partito’. E annuncia un no al governo nato senza passaggi elettorali. ‘Mi chiedo ú scrive Barbi usando anche parole care al centro-destra come potrei votare la fiducia a un governo ribaltonista di concentrazione anti-berlusconiana qualunque ne sia il nome’. La lettera ha già ricevuto risposte. Alcune di profondo dissenso, altre invece di sostegno. Che fanno vacillare l'unità del Pd sul dopo-Berlusconi.

 (red)

 

 

9. Giorno di guerra tra israele e Libano: 4 morti

Roma -

GERUSALEMME - Sulla frontiera più calda del Medio Oriente  - scrive l'inviato di Repubblica - basta il semplice taglio di un albero e di qualche cespuglio per scatenare una giornata di guerra, sentire il rimbombo delle artiglierie pesanti, il cielo riempirsi di falsi bersagli luminosi seminati dai caccia F-16, il rumore ritmato degli elicotteri da combattimento «Apache» che precedono di poco nuove esplosioni e alte volute di fumo che si alzano annunciando morte e distruzione. E´ quello che accaduto ieri mattina sulla «Linea Blu», quella del traballante cessate-il-fuoco fra Libano e Israele dopo la guerra del 2006. Quattro ore di battaglia hanno lasciato sul terreno due soldati libanesi uccisi e con loro anche un giornalista libanese, Assaf Abu Rahhal, del quotidiano Al Akhbar, diversi militari e civili feriti; dall´altra un colonnello dell´esercito israeliano è morto mentre un alto ufficiale è stato ferito gravemente. Il movimento sciita armato Hezbollah - protagonista nella guerra del 2006 - è rimasto a guardare ma pronto in ogni caso a intervenire se l´escalation dovesse andare avanti. Tutto è cominciato attorno a mezzogiorno quando un reparto di militari israeliani lungo la linea del cessate-il-fuoco con un mezzo meccanico ha iniziato a tagliare un albero e della vegetazione per avere una maggiore visuale su quell´area dell´alta Galilea, dove da una parte della frontiera c´è l´abitato libanese di Adaysse e dall´altra il kibbutz israeliano Misgav Am. Dopo aver sparato in aria alcuni colpi di avvertimento l´esercito libanese ha aperto il fuoco sulla pattuglia israeliana - una quindicina di soldati - giudicando la manovra uno sconfinamento sul proprio territorio. Inchiodati in una zona scoperta i militari israeliani hanno chiesto il sostegno dell´artiglieria e dell´aviazione mentre nei villaggi e nelle cittadine israeliane circostanti le sirene davano l´allarme ai civili perché entrassero rapidamente nei rifugi. Sul posto sono arrivati rapidamente anche i caschi blu dell´Onu per cercare di mettere fine ai combattimenti che comunque sono andati avanti per più di quattro ore. Solo nel tardo pomeriggio le armi hanno finalmente taciuto ed è stato possibile da una parte e dall´altra evacuare morti e feriti. La tensione rimane altissima anche perché quella di ieri è solo una delle tante scintille su questo fronte dove la guerra di fatto non è mai finita, complice anche la complicata situazione della frontiera. La linea di confine internazionale infatti non coincide con la «Linea Blu», quella dell´armistizio fissata dall´Onu al termine del conflitto dell´estate del 2006; inoltre, la risoluzione 1701 adottata nell´occasione specifica che nella «zona cuscinetto» nel Libano meridionale possono dispiegarsi solo i militari dell´Unifil e quelli delle forze regolari libanesi. Le ricostruzioni fornite da Libano e Israele sono opposte. Di certo, come ha confermato anche il comandante del contingente italiano dell´Unifil, il generale Giuseppenicola Tota, è che i soldati israeliani hanno abbattuto alcuni alberi per collocare delle telecamere di sorveglianza, provocando l´intervento di una pattuglia libanese. Dal comando centrale di Unifil per ora non si pronunciano nè sull´esatta posizione della «Linea Blu» in quel settore nè se l´azione israeliana fosse in effetti concordata con i «caschi blu». Durissima la reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu dopo aver letto i rapporti del Comando militare del Nord: «Considero il governo libanese direttamente responsabile per questa violenta provocazione. Israele ha risposto e continuerà a rispondere in modo vigoroso a ogni tentativo di violare la calma lungo il confine settentrionale». Il presidente libanese Michel Sleiman e il primo ministro Saad Hariri rimbalzano l´accusa e accusano Israele di aggressione. Hariri ha condannato la «violazione della sovranità territoriale libanese e ha chiesto alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di premere sul governo dello Stato ebraico per fermare l´aggressione». Il presidente ha denunciato la «violazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell´Onu», che mise fine alla guerra del 2006 nel sud del Libano, dove per un mese l´esercito israeliano e le milizie Hezbollah combatterono senza esclusione di colpi, istituendo proprio in quella zona la missione di 12mila soldati dell´Unifil. Ieri gli Hezbollah - sempre ben armati - non sono intervenuti, ma il Partito di Dio ha comunque voluto dimostrare che era presente sulla scena da osservatore privilegiato, quando la sua tv, al Manar, ha diffuso per prima la notizia della morte di un ufficiale israeliano, caduto in territorio libanese, confermata solo ore dopo dal comando israeliano. Per recuperare il suo corpo e quello di altri feriti, l´esercito israeliano si era rivolto in arabo e con altoparlanti ai militari di Beirut, chiedendo di cessare il fuoco. A Beirut è arrivata l´immediata solidarietà e sostegno della Lega Araba Amr Mussa che ha definito «un crimine odioso» l´accaduto, del presidente siriano Bashar Assad, dell´Egitto attraverso le parole del ministro degli Esteri Abu Gheit che ha avuto un lungo colloquio telefonico con il premier Hariri.

 (red)

 

 

10. Dal gas alla battaglia delle spie, conflitto mai finito

Roma -

Formalmente congelata dall´arrivo della missione Unifil, la guerra tra Israele e il Libano non è mai finita. Almeno nell´immaginario dei principali contendenti. La tensione è sfociata in pesanti scontri ieri, ma da tempo le fiamme covavano sotto la cenere. Da una parte Hezbollah - il partito di Dio guidato da Hassan Nasrallah, oggi inserito nei meccanismi di governo - dall´altra lo Stato ebraico, hanno vissuto il tempo che li separa dalla "guerra dei 34 giorni" essenzialmente come una tregua: nell´attesa di regolare definitivamente i conti. Per Israele la "vittoria" di Hezbollah, riuscito a resistere ai massicci bombardamenti e allo sfondamento dei Merkava, è stato un duro colpo: nel 2006 per la prima volta la supremazia, psicologica prima ancora che militare, di Tsahal in Medio Oriente è stata messa in dubbio. La mancata sconfitta del "Partito di Dio" è stata inoltre percepita anche come una vittoria del suo principale sponsor: l´Iran. Quanto a Hezbollah, non ha ceduto ma ha dovuto lasciare - almeno ufficialmente - la frontiera sud e questo, agli uomini di Nasrallah, non è mai piaciuto. Una serie di episodi ha scandito l´attesa di un nuovo round. Il più evidente è avvenuto qualche mese fa, quando lo Stato ebraico ha protestato contro Damasco, accusata di mandare al movimento di Nasrallah missili Scud che verrebbero poi nascosti a nord del fiume Litani (dove termina la zona sotto controllo del contingente Onu). Poi c´è stato il vertice tra il presidente siriano Assad, il suo omologo iraniano Ahmadinejad e Nasrallah: l´incontro ha ribadito lo storico legame tra Damasco, Teheran e il "Partito di Dio" che spaventa tanto Israele. Qualche settimana fa, un altro segnale preoccupante: improvvisamente, dopo anni di relativa calma, la popolazione di alcuni villaggi sciiti del Sud ha attaccato, lanciando sassi, le pattuglie francesi dell´Unifil. Hezbollah non ha rivendicato la paternità dell´accaduto, ma quelle sono zone dominate dalla stessa popolazione sciita da cui arrivano i membri dei gruppi militari del Partito di Dio. Il fatto non è stato considerato casuale dagli analisti. Tantomeno lo è la nazionalità dei caschi blu: i francesi sono invisi agli sciiti filo-irianiani anche per il loro atteggiamento sulla questione del nucleare di Teheran. Gli episodi sono stati un segnale chiaro dell´aumento della tensione e un avvertimento all´Onu, che, attraverso il comandante Unifil Alberto Asarta Cuevas, ha inviato una lettera aperta alla «gente del Sud» ammettendo, di fatto, che i francesi avevano sbagliato. Gli israeliani a loro volta hanno risposto sostenendo che gli attacchi provavano che i villaggi altro non sono se non «covi di armi». Ad alimentare la tensione, resta poi il "mistero" su quanto accaduto nel giugno 2007 a Marjayun: sei soldati spagnoli sono stati uccisi in un attentato che in Libano molti hanno attribuito a Al Qaeda. Hezbollah ha detto subito di non essere coinvolto nell´attacco: ma quelle morti hanno fatto aumentare in Israele i dubbi sulla capacità dell´Unifil di esercitare il suo mandato. Dall´altra parte per il Partito di Dio, in attesa del responso del Tribunale internazionale che indaga sull´attentato all´ex premier Rafiq Hariri (padre dell´attuale primo ministro Saad), Israele resta il nemico principale: lo ha sottolineato il documento di indirizzo politico varato del dicembre 2009, lo ripete ogni volta che appare in pubblico - per lo più parlando in collegamento da località nascoste - Hassan Nasrallah, l´uomo che Israele da anni sta tentando di eliminare, come ha già fatto con il suo predecessore. La battaglia però non riguarda solo il Partito di Dio, ma coinvolge l´intero Libano: lo segnala anche la "crisi delle spie", che va avanti dal 2006. Più di cento persone sono state arrestate nel Paese dei cedri con l´accusa di lavorare per il Mossad, nel delicato settore delle comunicazioni telefoniche. E lo dimostra il contenzioso sui giacimenti marini di gas nel Mediterraneo, recentemente scoperti: Israele, con compagnie americane, vuole sfruttarli, ma i libanesi intendono esercitare diritti su queste risorse. Scenari complessi, che rivelano come i colpi alla frontiera non abbiano a che fare solo con un albero sradicato.

 (red)

 

 

11.Tremonti: Opere-sprint per ripartire

Roma -

“Ministro, su di lei si dice che nelle interviste vola talmente alto che diventa impossibile farle le domande vere. Se vuole invertiamo, lei vola alto e io basso. Volo anch'io basso. Ho molte domande. Cominci. È vero - chiede a Giulio Tremonti Fabrizio Forquet per il Sole 24 Ore - che lei punta a fare n presidente del Consiglio? Parliamo di economia. Bersani ieri ha aperto a un governo Tremonti. Io faccio, e con un certo impegno, il ministro dell'Economia e delle Finanze nel governo Berlusconie proprio per questo con il Sole-24 Ore vorrei parlare di economia. L'economia, in questa fase più che mai, è anche politica. Non teme che il deteriorarsi del clima nella maggioranza possa avere conseguenze molto negative per la tenuta dell'Italia?'- Bella domanda:positiva,ottimista, patriottica. Guardi, io leggo il Sole e proprio l'altro giorno ho visto un bel grafico conte varie curve degli' spread paese per paese. La curva dell'Italia è da tempo nella norma e nella media europea. Oggi (ieri per chi legge, ndr) è a un tranquillo 127. Detto per inciso i "sovrani", non i monarchi ma i debiti sovrani, non Con il federalismo mai più tasse sulla prima casa Sul Pii arrivano segnali positivi, non servirà in autunno un'altra manovra sono più tanto di moda per i mercati finanziari. Eppoi vedrà che non ci saranno eventi negativi sul governo in autunno. Molti paventano la necessità di una nuova manovra inautunno. In una vecchia ode il coro cantava: "con agile speme precorre l'evento". In autunno, applicando la riforma della legge di bilancio, avremo solo la Finanziaria tabellare, nel senso che riporterà solo le tabelle del bilancio. E dunque non si aspetti ne una manovra ne una contromanovra. In realtà la manovra che abbiamo fatto è a partire dal 2011 e tutte le indicazioni che abbiamo oggi ci dicono che è sufficiente. E tale è stata valutata tanto in Europa quanto sui mercati finanziali. E se la crescita dovesse rivelarsi più asfittica del previsto? La crisi ha ridotto drasticamente la possibilità di formulare "predizioni" sulla crescita. Obbligato per legge a produrre una stima, il governo ha "previsto" per il 2010 una crescita pari all'1,1. In base ai dati ad oggi disponibili possiamo immaginare che questo risultato sia ormai consolidato. Quanto meno i dati di fine luglio sui consumi energetici dell'industria, sull'export e, fuori dall'Italia, sull'economia tedesca indicano nell'insieme che è in atto una spinta positiva. Fare previsioni soprattutto sul futuro! è un esercizio complesso e incerto, ma ad oggi non abbiamo ragioni per correggere quell'1,1 sul 2010. Per il 2on vedremo. La manovra ha rassicurato l'Europa è i mercati sul fronte del rigore, ma sulla crescita si è rinunciato in partenza a fare di più. Lo dice lei Npn si dice in Europa. Tutti i governi europei hanno insieme deciso di ridurre la dinamica insostenibile della spesa pubblica. E su questo obiettivo primario tutti si sono concentrati. Perché? Perché la crisi ha mar cato una realtà"storica":per l'Europa, conia globalizzazione, è finita l'antica "rendita coloniale". Prima potevamo esportare le nostre merci più o meno dove volevamo e ai ‘ prezzi che volevamo. Prima potevamo emettere e piazzare i nostri titoli pubblici quasi senza limiti. Poi è venuta la globalizzazione, e con la globalizzazione è venuta la crisi. E la crisi ha battuto sul gong della storia. Il nuovo round rischia di vederci dall'altra parte del ring, non colonizzatori ma colonizzati Altri dominano i mercati con le loro merci e con i loro mercati finanziari. L'Europa è un grande continente ed è ancora la prima economia del mondo. Ma è vecchia e vive sopra le sue possibilità: produce più debito che ricchezza, più deficit che prodotto interno lordo. Ecco che sta volando troppo alto. Dicevamo: non si poteva fare di più sulla crescita? Se non si capisce il giro della storia non si capisce quello che sta succedendo e non si capisce la ragione della politica economica che l'Europa deve fare per sopravvivere e per competere. Dobbiamo produrre ricchezza e non debito, e la ricchezza non si produce a mezzo debito: ne a mezzo debito privato, ne a mezzo debito pubblico. Certo, c'è ancora chi, con la testa girata all'indietro, pensa che la crescita economica si faccia con la spesa pubblica e, magari, con la spesa pubblica fatta in deficit. È diverso. La crescita economica si può fare solo sul presupposto della stabilità finanziaria. L'instabilità finanziaria non produce sviluppo ma crisi. È questa forse la differenza più grande tra Europa e Stati Uniti che ora sta emergendo nella gestione della crisi. La politica europea è per necessità mirata a ridurre la spesa pubblica, quella Usa è ancora, seppure in parte, basata sulla spesa pubblica. Questo non toglie che con la manovra si potesse fare di più sul fronte della crescita. La crescita non si fa on la Gazzetta ufficiale, non la si "decreta" per legge. Vuole un esempio? In questi mesi la spinta più forte sul Pill ha datai! cambio dollaro-euro. Non mi dirà che per crescere dobbiamo confidare solo nella buona sorte dei cambi delle valute? Certo che no. Leggo sul Sole del lunedì dello stimolo all'economia che può venire dal settore edilizio, sbloccato dalla Scia, che sta proprio nella parte sviluppo della manovra. In Italia e in Europa abbiamo accumulato una enorme quantità di regole inutili e dunque di effetti blocco. Un'architettura dominata dall'ideologia della società perfetta, dei diritti perfetti, dei doveri perfetti. Non è così dentro i "giganti economici" con cui comperiamo nel mondo. E certo non possiamo pretendere che il mondo si adegui all'Europa, facendone propria la complessità giuridica. Ancien regime cade quando con i cahier de doléances il popolo produttivo chiede al rè "una" legge, "un" ruolo di imposta, cioè semplicità, e il rè non risponde. E allora che il popolo produttivo fa la sua rivoluzione politica. E dopo viene la rivoluzione industriale, che si basa sulla semplicità dei grandi lineari codici borghesi. Eccola ulla semplicità dei grandi lineari codici borghesi. Eccola la rivoluzione nuova che deve fare l'Europa: una rivoluzione giuridica, una rivoluzione che non ha costi economici, ma ha "costi" mentali, culturali e anche sindacali. Prenda Pomigliano. Già, Pomigliano e la Fiat. La rivoluzione vera, sembrerebbe, ha cominciato a farla Sergio Marchionne. n caso Pomigliano appunto. L'ideale è avere tanto la fabbrica perfetta quanto i diritti perfetti II reale è un po' diverso. Ed è reale il rischio che si conservino i diritti, masi perda la fabbrica, emigrata altrove. Questo è il nostro problema. E la soluzione non può essere massimalista, può essere solo riformista, complessa e oggettivamente difficile da gestire politicamente: quanto dei diritti "perfetti" è compatibile con la globalizzazione? Lei citava l'Ancien regime. In effetti di semplificazioni si parla da molto tempo: ma le imprese e i cittadini sono rimasti sempre delusi. Ci si può muovere su due linee, una costituzionale, una ordinaria. Il principio ideale, l'ho già detto, è: tutto è libero tranne ciò che è vietato dalla legge. Un esempio è proprio quello della Scia, che è la reazione alle vischiosità trovate sul piano casa. Pare appunto che funzioni. E fa più bene all'edilizia, e dunque all'economia, di tante chiacchiere politiche. Altri interventi dopo la Scia? Si potrebbe lavorare su due idee. Perché in Italia le opere pubbliche si fanno con ritardi e costi doppi che altrove? Un motivo è che le imprese, una volta ottenuto l'appalto con tortissimo ribasso, si dimostrano poi più brave in ingegneria giuridica che in ingegneria civile. Conlinciano a tirar fuori riserve e rialzi che raddoppiano tanto i tempi di realizzazione dell'opera quanto i costi. Perché non introdurre una soglia iniziale alle riserve opponibili, escludendo solo i casi di forza maggiore e non ammettendo tutti gli altri cavilli? Una soglia così sarebbe un limite alla concorrenza o l'opposto? La seconda idea? Riguardale cosiddette opere compensative. Oggi quando un'opera pubblica passa su un territorio, i comuni la vedono come un bancomat e subordinano il loro via libera ad elenchi via via crescenti di interventi da fare nel loro territorio a titolo "compensativo": dalle rotonde alle palestre. Come se avere il passaggio di una via di comunicazione equivalesse ad accogliere una discarica nucleare. Perché non porre soglie di voto diverse dalle attuali nelle varie conferenze locali chiamate a dare le autorizzazioni? E perché non prevedere ex ante una percentuale invalicabile in modo da contenere dentro questo limite il gioco domanda-offerta delle compensative? Anche così l'opera si farebbe prima e a costi inferiori. E anche questa è crescita. Farete un disegno di legge su questi due punti? ' Abbiamo avviato una vasta riflessione sulla semplificazione, sulla politica legislativa. Se hai una macchina ferma perché bloccata da un macigno davanti, puoi anche metterci più benzina ma la macchina non va lo stesso. Io credo che nelle imprese italiane un po' di benzina ci sia, noi che nel bilancio pubblico di benzinane abbiamo poca dobbiamo almeno togliere il macigno. Per fare sviluppo, forse, converrebbe anche cominciare a fare il ministro dello Sviluppo. E magari un presidente della Consob. Sulla Consob oggi vedrà che c'è la nomina. Verrà anche il ministro dello Sviluppo, ma sarei contraddittorio se non le dicessi che per me un ministro dello Sviluppo c'è già ed è quello della Semplificazione. Ne sarà contento Calderoli. Ma non possiamo ridurre il problema del rilancio dell'economia solo a rigore e semplificazioni, per quanto importantissimi. Sulla spesa pubblica c'è una sola voce su cui si deve davvero fare uno sforzo-m più, ed è la voce ricerca. È su questa che stiamo lavorando- Poi c'è il Sud. Qui la questione è diversa: non investire di più ma, paradossalmente, riuscire a spendere i fondi disponibili. E su questo, con Palazzo Chigi e il ministro Fitto, abbiamo cominciato a inventariare i fondi non spesi per concentrarli su progetti strategici senza disperderli in mille rivoli. L'opposizione vi critica perché con la manovra avete colpito i ceti più deboli e non chi ha e spende di più. Come tutti in Europa abbiamo fatto rigóre riducendo la spesa pubblica. Non avevamo alternative. E comunque la giustizia W nova dal lato delle misure di contrasto all'evasione fiscale. Misure che sono molto più serie di quelle finora adottate. Il problema, in Europa, non era e non è aumentare le tasse, ma tout court ridurre la spesa pubblica. Aumentare le tasse per conservare una spesa insostenibile sarebbe economicamente suicida. Lei mi dirà che in Inghilterra hanno aumentato l'Iva al 20 per cento. Le dirò due cose: che il caso dell'Inghilterra è più critico del nostro e soprattutto che noi con Piva siamo già al 20 per cento. Per la verità la pressione fiscale in Italia è aumentata. La crisi ha fatto cadere il Pii e con questo il gettito fiscale. Più o meno di tutte le imposte. Dire che la tassazione è salita è dunque un errore. La pressione fiscale io non l'ho mai incontrata per strada ed è un rapporto che dipende dal Pii, che sta al denominatore. Se il denominatore scende il rapporto sale. Non puoi dire a un pensionato o un ammalato che gli riduci pensione o medicine perché è sceso il Pii. Noi comunque non abbiamo inventato nuove tasse o alzato le aliquote delle vecchie tasse. E mi pare già qualcosa. Piuttosto abbiamo cominciato a ridurre il perimetro dello Stato, abbiamo cominciato a tagliare i costi della politica, delle sponsorizzazioni, delle consulenze. E continueremo su questa strada. I tagli lineari ai ministeri non rischiano di fare di tutt'erba un fascio? Entrare in ogni programma e sottoprogramma del bilancio italiano è impossibile. Eppoi si fa finta di ignorare che la manovra porta a regime la flessibilità tra le singole voci dentro ciascun ministero. Così ogni ministro può farsi la sua finanziaria. Abbiamo poi fatto la più seria riforma delle pensioni in Europa, senza scioperi e senza contestazioni. Ecco la manovra. E mi pare che all'estero venga valutata molto meglio di quanto non si faccia in certi settori in Italia. La via delle riforme non passa da salotti e talk-show. Sulle riforme c'è ancora molto da fare, ma è sbagliato negare l'esistente. Va fatto innanzitutto il federalismo fiscale. Non pensa che le fibrillazioni della maggioranza possano bloccare l'attuazione della delega? Le deleghe sopravvivono alle legislature e ai governi. Quindi non c'è un rischio "politico" esterno sulla delega sul federalismo fìscale. Se anche cambiasse il governo o si andasse alle elezioni la delega resterebbe in piedi. I Mette le mani avanti nel caso di una cri1 si in autunno? ^ Non mi riferisco a questo governo e questa legislatura. Comunque la delega sul federalismo fiscale resta in ogni caso m piedi. C'è attesa per l'approvazione del decreto sul fisco municipale. Sarà oggi in Consiglio dei ministri. Prevede un percorso in due fasi: nella prima si sposta il gettito dei tributi, nella seconda c'è il trasferimento dei poteri fiscali veri e propri. Il meccanismo si sviluppa su una prudente progressione temporale in modo da evitare squilibri sociali e territoriali. C'è l'ok dei comuni? Il testo è stato a lungo discusso con l'Anci e fa parte degli impegni politici sottoscritti con isindaci due settimane fa. La mia opinione è che si tratti di un testo condiviso ed equilibrato. Ed è questo il modo giusto per fare il federalismo fiscale. Il dialogo ovviamente continuerà, sia in Parlamento sia con i comuni in tutta la fase dell'attuazione. Il patto con i comuni prevede anche l’introduzione di una sorta di condono immobiliare? Prevede che sarà esclusa permanentemente la tassa sulla prima casa e l'introduzione da I subito della cedolare secca sugli affìtti. Le ali quote sugli immobili calano e i comuni avranno un ruolo importante nella lotta all'evasione fiscale. Un forte recupero di imposta arri1 vera attraverso l'emersione dei 2 milioni di immobili oggi sconosciuti al catasto. ; Non è un condono? Non c'è nessun condono, all'opposto c'è il recupero dell'evasione fiscale. Piani urbanistici e abusivismo sono di competenza dei comuni. Con le regioni per ora è rottura. È possibile immaginare alla ripresa un patto analogo a quello sottoscritto con i comuni? I sfaldaci hanno fatto una scelta pragmatica di dialettica con il governo e alla fine si sono trovate soluzioni di comune interesse. Le regioni hanno fatto scélte diverse, ma molto fa credere che dopo le ferie si siedano anche loro al tavolo del federalismo fiscale regionale e che a quel tavolo si possano trovare le soluzioni giuste. Sul credito le imprese continuano a trovare problemi. La moratoria sembra aver funzionato. Ma c'è molta preoccupazione per la riforma cosiddetta di Basilea 3. Quando facevo il ministro all'inizio di questo decennio non ero favorevole a Basilea 2 e dicevo che sarebbe bastata Basilea uno e mezzo. Resto di questa idea. Non mi pare il tempo per sperimentazioni asimmetriche per cui Basilea 3 si fa in Europa e su tutta l'industria europea, mentre da altre parti del mondo si fa solo su limitati segmenti industriali. In ogni caso la situazione economica non è ancora consolidata nel mondo e la varia dimensione della nostra industria bancaria e produttiva indicherebbe l'opportunità di una tempistica più lunga e perciò più saggia. Gli esiti degli stress test sulle banche sono stati buoni. Lei ha comunque riaperto la possibilità di accedere ai Tremonti bond. Fa parte della strategia europea: in tutti gli Stati europei si è deciso di comune accordo di introdurre strumenti di ricapitalizzazione. Strumenti da usare in caso di necessità. Allo stato sembra che in Italia non ci siano rischi e che quindi non ci sarà domanda per i bond. Meglio, molto meglio così. Di certo il fatto che l'anno scorso fossero disponibili è stato un importante fattore anti-stress. All'inizio dell'anno lei aveva annunciato imminente apertura del tavolo sulla grande riforma fiscale. Poi non se ne è più sentito parlare. B progetto è rinviato? Il libro bianco sulla riforma fiscale, presentato nel '94 dal primo governo Beriusconi, era basato su tré direttrici: dal centro alla periferia, dal complesso al semplice, dalle persone alle cose. Il federalismo fiscale, dal centro alla periferia, è già in atto. Le dirò onestamente che la crisi dei debiti sovrani in Europa, iniziata con la Grecia, ha concentrato in questi mesi tutta la nostra attenzione e le nostre azioni sul bilancio pubblico. Il tempo che è passato non è passato inutilmente. Mi pare che l'emergenza sia stata gestita. Ora la speranza è quella di avere il tempo giusto per seguire le altre due direttrice. B tempo è ancora quello del triennio? Direi proprio di sì”.

 (red)

 

 

12. I partiti approvano insieme il piano antimafia

Roma -

“Il piano straordinario antimafia diventa legge e viene votato all'unanimità (un solo astenuto), cosa che da al testo la forza politica della firma bipartisan. Il Senato ieri ha approvato definitivamente - scrive il Corriere della Sera - il ddl con la delega al governo che già la Camera a fine maggio aveva licenziato con 367 voti favorevoli su 367 presenti. ‘Una vittoria dell'antimafia dei fatti’, ha commentato il premier Silvio Berlusconi. Maggioranza e opposizione hanno votato insieme, anche se Pd, Udc e Idv chiedono adesso di proseguire, andando avanti nelle misure per rendere lo strumento normativo più efficace. n provvedimento delega il governo ad adottare ‘entro un anno’ un decreto legislativo con il codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione; la confisca dei beni dei mafiosi potrà essere disposta sempre, anche se i beni sono all'estero o sono stati trasferiti ad altri; è prevista la tracciabilità dei flussi finanziari ‘finalizzata a prevenire infiltrazioni criminali’ negli appalti; ci saranno più controlli fiscali e patrimoniali sui condannati per mafia e saranno istituite nelle Regioni una o più ‘stazioni uniche appaltanti’ per garantire la trasparenza e la regolarità dei contratti pubblici e prevenire il rischio di infiltrazioni. Accanto alle parole di soddisfazione della maggioranza per quello che il ministro Angelino Alfano ha definito ‘un grande giorno per la lotta alla mafia’, è serpeggiata, parallela, una polemica dopo che il deputato finiano Fabio Granata, vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, aveva parlato di ‘infiltrazioni e zone d'ombra’ sulle ‘candidature ma anche tra gli eletti’. Granata ha denunciato il fatto che all'Antimafia risulta che alle elezioni regionali ci sono stati candidati ed eletti che ‘non rispondono ai requisiti del codice etico sottoscritto dai partiti per vigilare’. ‘C'è stata una colpa della vigilanza sia da parte dei partiti sia dei candidati, e c'è stato un ritardo da parte delle prefetture nel raccogliere i dati. I nomi non possiamo farli adesso, la Commissione riferirà al Parlamento’, ha detto il deputato di Futuro e Libertà. Gli ha subito dato una stoccata il presidente del Senato Renato Schifarli che, ringraziando l'opposizione ‘per il senso di responsabilità’ dimostrato con il voto, ha sottolineato come questa unanimità significhi che ‘la legalità non è esclusiva di qualcuno ma patrimonio di tutti’. Il sasso lanciato da Granata ha agitato le acque nel giorno dell'approvazione del piano e le sue accuse hanno fatto reagire indispettiti molti esponenti del Pdl. ‘Cambia casacca ma parla sempre a vanvera, faccia i nomi o altrimenti la smetta di cercare pubblicità a buon mercato’, ha ribattuto il senatore Francesco Casoli. ‘Intervenga il presidente dell'Antimafia Pisanu con una riunione straordinaria’, attacca il deputato Amedeo Laboccetta. Anche il sottosegretario se la prende con Granata, rammaricandosi del fatto che sono ‘sufficienti poche battute tra il detto e il non detto di qualche professionista dell'antimafia per far passare in secondo piano il varo di una legge così importante’. L'opposizione plaude alle parole di Granata (‘fa piacere che il deputato finiano denunci quanto il Pd va dicendo da mesi’, dice il capogruppo in commissione Antimafia Laura Garavini) e spiega il sì al ddl, anche se con riserva. ‘Abbiamo contribuito in maniera consistente - ha detto la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro -. Ma ci sono questioni che restano aperte, per esempio la durata del tempo entro il quale i collaboratori debbono fare le loro dichiarazioni e le questioni dell'introduzione del reato di autoriciclaggio e del voto di scambio mafia-politica. Ora il ministro Maroni deve mantenere le sue promesse’.

 (red)

 

 

13. La prima volta di Spatuzza da "pentito attendibile"

Roma -

“La politica su di lui continua a litigare con furiose polemiche. La Procura di Firenze - scrive Riccardo Arena su La Stampa - proroga le indagini sulle stragi del '93 sulla base delle sue dichiarazioni. E per Gaspare Spatuzza, detto ‘Asparino 'u Tignusu’, il calvo, arriva la prima promozione sul campo: il Gup di Palermo Daniela Troja assegna al pentito che sta rivoluzionando le verità acquisite sulle bombe del '92-'93 una patente di ‘attendibilità intrinseca’ e di ‘credibilità soggettiva’. Il giudice ritiene le sue dichiarazioni ‘sicuramente spontanee e sostanzialmente coerenti’, non legate a ‘coercizioni e condizionamenti’ e, anche se sono arrivate otto anni dopo quelle di un altro pentito. Salvatore Grigoli, che diceva le stesse cose, questo non pregiudica l'affidabilità dell'ex boss. È la prima valutazione ed è assolutamente positiva che arriva da un giudice, da quando (era il 26 giugno del. 2008) l'ex reggente del mandamento di Brancaccio ha deciso di collaborare con la giustizia. Il Gup Troja ha inserito le proprie considerazioni nella motivazione della sentenza con cui, il 30 marzo scorso, condannò a 30 anni ciascuno .Benedetto Capizzi, Cosimo Lo Nigro e Cristofaro ‘Fifetto’ Cannella, imputati del sequestro e dell'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, rapito all'età di 13 anni, il28 novembre del 1993, e ucciso l'il gennaio del 1996. Giovanni Brusca avrebbe voluto tappare la bocca al padre del piccolo ostaggio, Santino Di Matteo: non ci riuscì e l'attuale pentito fece uccidere il ragazzine e sciogliere il suo corpo nell'acido. Il giudice Troja ha depositato i motivi della decisione pochi giorni dopo la bocciatura di Spatuzza da parte della commissione ministeriale che assegna i programmi di protezione agli aspiranti pentiti. ‘Asparino’ era stato escluso dal novero dei collaboranti affidabili, perché aveva fatto, oltre i 180 giorni previsti dalla legge, alcune rivelazioni sulle stragi del '93 e sui presunti rapporti dei boss di Brancaccio, Filippo e Giuseppe Graviano, con il presidente del Consiglio Silvio Bermseoni e con Marcello Dell'Utri. Cosa che ha provocato polemiche da parte dell'opposizione ma anche gli attacchi del vicepresidente finiano della commissione Antimafia, Fabio Granata al presidente della commissione del Viminale, Alfredo Mantovano, ex di An, oggi ‘lealista’ del Pdl. D giudice Troja ha invece valutato il contributo di Spatuzza in sé e per sé. ‘Le sue dichiarazioni si legge nella sentenza hanno trovato da un lato riscontro nell'attività investigativa e dall'altro nelle dichiarazioni rese da numerosi collaboranti’. E prosegue; ‘La valutazione è positiva, sia in punto di credibilità soggettiva sia in punto di attendibilità intrinseca. Le dichiarazioni rese da Spatuzza appaiono dotate del requisito dell'attendibilità, essendo sicuramente spontanee e sostanzialmente coerenti. Esse inoltre non appaiono ricollegarsi ad alcuna situazione di coercizione e di condizionamento, attengono a fatti specifici, hanno spesso a oggetto circostanze omogenee tra di loro e presentano un contenuto ricco di particolari e di riferimenti descrittivi’. Spatuzza è stato determinante, agli occhi del Gup, per rafforzare le tesi del pm Fernando Asaro, che aveva affermato che sin dall'inizio era chiaro, a tutti i partecipanti al sequestro, che la fine dell'ostaggio era segnata: cosa che ha portato il Gup a infliggere la massima pena, l'ergastolo, che grazie allo sconto di pena previsto per il rito abbreviato è stato ridotto a trent'anni. Lo stesso ‘Tignusu’ è imputato, ma, assieme al suo ex capo, Giuseppe Graviano, ha scelto il rito ordinario ed è sotto processo in Corte d'Assise”.

 (red)

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