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Se si voterà, che il voto sia palese

Andremo alle elezioni anticipate? Chissenefrega. Come insegnavano a scuola (alle elementari!) cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Che Berlusconi e il suo codazzo siano particolarmente odiosi non c’è dubbio, ma sul piano sostanziale le differenze col resto dei partiti sono secondarie. E il fatto stesso che si parli di un governo tecnico sta lì a dimostrarlo: quando la politica si riduce ad amministrazione dell’esistente, in una sequela di atti più o meno obbligati in ossequio alla congiuntura economica e ai condizionamenti internazionali, significa che la sua capacità di ripensare la realtà è venuta meno. 

Per dirla con le parole scritte proprio ieri da Alessio Mannino, nella sua ineccepibile risposta a un lettore che ci accusava di polemizzare sterilmente con “Il fatto quotidiano”, il nostro è «un sistema basato sul denaro come religione che produce da una parte i Berlusconi e dall’altra i Prodi o i Bersani che da Berlusconi differiscono solo negli interessi di cui sono portatori e terminali». Eliminato Silvio, arriverebbe fatalmente un altro personaggio che ci manterrebbe all’interno del modello attuale: un tipo che magari sarebbe meno tracotante all’apparenza ma non meno funzionale al mantenimento dello statu quo. Non solo quello italiano, che è nulla di più che una tessera periferica del mosaico complessivo. Quello occidentale, di impronta iperliberista e di marca statunitense. 

Premesso tutto questo, però, una proposta per le prossime elezioni vale la pena di farla. Non sui contendenti e sui loro possibili intrecci in un sodalizio occasionale o in un altro. E nemmeno sulla modifica della legge elettorale vigente, con la sua rivoltante imposizione dei candidati prescelti dalle segreterie. Niente affatto. La proposta, da estendere a ogni altro genere di consultazione, è che la si faccia finita con una delle norme, e delle usanze, più ipocrite, capziose e anacronistiche: quella della segretezza del voto. Quando venne sancita, col secondo comma dell’articolo 48 della Costituzione che recita  «il voto è personale ed eguale, libero e segreto», si era ad appena tre anni dal 25 aprile e, considerati gli odi e i rancori disseminati dalla guerra civile, appariva una misura opportuna o addirittura necessaria. Oggi, al contrario, è solo l’ennesimo paravento dietro cui nascondere la vigliaccheria e l’opportunismo individuali. Si votano i peggiori figli di puttana o le più matricolate nullità – poco importa se per bieca convenienza o per mero conformismo – ma non si è tenuti in alcun modo a riconoscerlo pubblicamente. E, quindi, ad assumersene la responsabilità. Chi ha votato Dell’Utri? Chissà. Il voto è segreto. Chi votava Craxi-Forlani-Andreotti? Chissà. Il voto è segreto.

Ecco: d’ora in poi sarebbe bello saperlo. Si istituisce un bel registro pubblico, accessibile on-line e aggiornato in tempo reale a ogni nuova tornata, e chi ne ha voglia può consultarlo liberamente. Vediamo un po’. Com’è che ti chiami? Fammi controllare. Così, tanto per sapere con chi ho a che fare. Tanto per verificare se quello che dici corrisponde a quello che fai, nel chiuso della cabina e nel segreto dell’urna. Giusto per capire chi hai aiutato a piazzarsi in Parlamento, o addirittura al governo, a danno di noialtri. 

 

Federico Zamboni

Il criterio del nuovo (nuovo?) parlamentarismo

Prima pagina 4 agosto 2010