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Come farà la Destra Mulino Bianco senza Balotelli?

Il campionato è ricominciato e per fortuna senza Balotelli che vedremo, pare, solo in nazionale. Con tutta probabilità, quindi, ci risparmieremo gli indignati articoli scodellati dai vari organi di stampa della Destra Mulino Bianco sul razzismo degli italiani ogni volta che lui era oggetto dell’ira delle curve, rifiutandosi questi fini intellettuali di considerare, anche per solo un attimo, che per lo più gli insulti e i fischi erano dovuti al fatto che il giocatore non brillava certo per simpatia, tanto per usare un eufemismo e non rischiare querele.

Come farà adesso la destra da salotti buoni e terrazze del potere, che aveva talmente preso a cuore il pietoso caso del giovane, tanto da definire “generazione Balotelli” quella dei figli degli immigrati, ora che lui è diventato un altro italiano emigrato, che speriamo non verrà trattato come le antiche ondate migratorie del nostro passato? Per fortuna, però, pare tornerà saltuariamente in patria per giocare in nazionale; peccato solo non gli si sia potuto pagare un viaggio in Africa, non certo per un “torna al paese tuo”, sia chiaro, ma piuttosto per limitare l’indegna figura degli azzurri all’ultimo mondiale.

 Nulla contro Balotelli, salvo quando se ne va in giro a sparare con la scacciacani dall’auto in pieno centro, ma contro chi lo ha eletto a simbolo dei figli degli immigrati divenuti italiani sì. Essere definito “generazione Balotelli”  per un “nuovo italiano”, o per un figlio di immigrati in generale, dovrebbe essere fonte di indignazione. Non tanto, ma anche, perché Balotelli, per la sua storia familiare, non facile va detto, non è propriamente parte di quella generazione di figli di immigrati che hanno dovuto faticare per la loro integrazione. E che sono italiani, al contrario dei loro genitori,  nonostante non lo sia il loro cognome.

Il problema è nel fatto che abbiano innalzato a modello un personaggio che appartiene a quel mondo di calciatori e veline di cui questo paese dovrebbe aver vergogna, invece di idolatrarlo. Un personaggio cui viene anche conferita una nobiltà antirazzista, invece di pescare fra i figli di qualche muratore Rumeno, di un Sikh che munge il latte per il nostro Parmigiano o di un pizzaiolo egiziano.

Sarà forse perché quest’ultima non è gente che assicura una risonanza sui media e poi ce li vedreste negli ambienti bene questi ragazzi che magari studiano, con grande sacrificio della famiglia, e che un domani potranno dare a questo paese qualcosa di più sostanziale che qualche gol di Balotelli? No, non sono decisamente presentabili in società. E poi sono anche inutili ai Fini della propaganda. Al posto di questi ragazzi, però, ci sarebbe da indignarsi nel vedersi paragonati al giocatore. A vedere tutta la propria generazione liquidata con tale pelosa, strumentale superficialità.

La “generazione Balotelli” non ha nulla a che vedere con Balotelli. Etichettandola così se ne dà un’immagine completamente falsata e che non le rende giustizia, ma che dà solo lustro a chi vuole farsi bello con un nuovo e acquisito progressismo: quella che potremmo definire la “generazione Balottelli del progressismo da salotto”.  Ora, però, che Balotelli è diventato l’ennesimo emigrante italiano come sì farà a definire la generazione di quelli che sono diventati, o nati, italiani e che resteranno nel nostro Paese? Si riuscirà a coniare una nuova, e in fondo ghettizzante, definizione, o ci si limiterà a chiamarli italiani e nient’altro, come sarebbe il caso? Se sono divenuti italiani – benché non basti un timbro burocratico per esserlo davvero – sono italiani e basta, senza bisogno di aggiungere altro.

Ora che il campionato è ricominciato, ma Balotelli gioca altrove, i nuovi giovani italiani di ascendenza straniera riusciranno forse a liberarsi del suo irritante marchio; ma questa volta non è lui quello da fischiare: sono quelli che quel marchio lo hanno inventato e “registrato” a meritare gli improperi della curva e di tutta la “generazione Balotelli”. 

Ferdinando Menconi

Prima pagina 01 settembre 2010

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