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Marchionne, il Lancillotto della nobile e generosa Fiat

Andrebbe letto con attenzione e da cima a fondo, l’ampio intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini. Andrebbe quasi commentato frase per frase, e parola per parola. E dopo averlo letto e analizzato andrebbe tenuto sotto mano, come qualcosa che è a suo modo esemplare e che, perciò, non deve essere dimenticato con la solita rapidità con cui si accantonano le notizie del giorno prima per fare posto a quelle “nuove” scodellate a getto continuo dai media. 

Il discorso svolto il 26 agosto dall’amministratore delegato di Fiat, infatti, delinea compiutamente la strategia di comunicazione con cui il mondo della grande industria tenta di rinnovare e di migliorare la propria immagine sociale. Riclassificando i propri interessi egoistici come interessi e benefici collettivi. E facendo passare il peggioramento delle condizioni di lavoro, sul doppio binario dell’ammontare degli stipendi e delle salvaguardie di legge, come una scelta obbligata al fine di affrontare con successo la competizione planetaria imposta dalla globalizzazione. Per dirla con Marchionne, «L’unica vera sfida è quella che ci vede di fronte al resto del mondo. Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici e per dare al Paese la possibilità di andare avanti».

In altre parole, bisogna fare di necessità virtù. Alla stregua di una città sotto assedio, che in nome della sopravvivenza impone ai suoi abitanti le più drastiche limitazioni, l’Occidente deve accantonare le precedenti conquiste retributive e sindacali, riconoscendo che esse sono divenute insostenibili e che, con ogni probabilità, resteranno tali per sempre: «Non siamo più negli Anni Sessanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra “capitale” e “lavoro”, tra “padroni” e “operai”. Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero, non risolveremo mai niente. Erigere barricate all’interno del nostro sistema alimenta solo una guerra in famiglia».

Il messaggio è tanto netto quanto capzioso. Rispetto al cambiamento, ormai sopravvenuto e non più aggirabile, l’unica reazione consentita è quella di prenderne atto e di adeguarsi. Chi non lo fa è uno sciocco, o peggio, che è rimasto prigioniero del passato. Chi si allinea al nuovo corso, al contrario, dimostra non soltanto di essere più intelligente ma persino di possedere una fibra morale superiore. Schierarsi è obbligatorio. Farlo dalla parte “giusta” è doveroso. Di là la parte peggiore della società e della nazione, vale a dire i lavoratori e i sindacati che si ribellano ai diktat a senso unico in stile Pomigliano; di qua l’onda rinnovatrice, vitalissima e quasi nobile, di coloro i quali si lanciano nelle sfide, tutte economiche, del Terzo Millennio. In primis la Fiat, giustappunto. 

La mistificazione è tanto insinuante quanto odiosa. Che Marchionne & Co. perseguano i loro interessi è ovvio e quasi naturale, visto l’assetto liberista in cui siamo sprofondati. Non lo è, invece, che cerchino di accreditarsi come le Forze del Bene che incarnano il meglio della nazione e che ci guideranno vittoriosamente verso il futuro. Marchionne parla di patto sociale. Ma in ogni patto che si rispetti ciascuna delle parti deve essere disposta a sacrificare qualcosa a vantaggio dell’altra. La versione di Marchionne è che la Fiat lo faccia, ad abundantiam, decidendo di mantenere alcuni dei suoi stabilimenti in Italia, invece di trasferirsi completamente all’estero. La versione di Marchionne è che i dipendenti devono rendersene conto e farsi carico di tutto il resto. La versione di Marchionne è che non vi possa e non vi debba essere alcuna contrapposizione tra imprenditori e operai perché entrambi sono uniti dallo stesso destino. Le ragioni della Fiat, e più in generale dell’industria, sono l’architrave del presente e del futuro. Tutti in fila dietro ai padroni e ai super manager. Obbedienti e baldanzosi come soldatini disciplinati e addirittura felici. Come si fa a non capirlo, adesso che «non siamo più negli Anni Sessanta»?

Lo si capisce benissimo proprio per questo. Perché allora ci si poteva illudere che il sistema produttivo potesse espandersi indefinitamente e che la chiave di volta dell’armonia sociale fosse, simmetricamente, una crescita generale dei reddito. Oggi sappiamo che non è così. Il cuore del problema è ripensare il modello di produzione e di consumo. Questo, e solo questo, è l’unico possibile punto di incontro tra economia ed etica. 

Federico Zamboni

Salvare Sakineh. Per condannare Ahmadinejad

Secondo i quotidiani del 01/09/2010