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Salvare Sakineh. Per condannare Ahmadinejad

Non solo in Iran. La pena di morte per lapidazione è prevista e applicata anche in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Nigeria, Pakistan, Sudan, Yemen, Indonesia, Afghanistan, Somalia. Ogni tanto i media e l’opinione pubblica si concentrano su casi “particolari”. Il 15 agosto scorso in Afghanistan, una coppia è stata uccisa a colpi di pietre, ma nessuno si è mobilitato in loro difesa. Stessa cosa accade il giorno dopo in Iran: una ragazza incinta rischia la lapidazione, ma nessuna petizione fa il giro del mondo per lei. Ha più fortuna Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana che rischia la lapidazione per adulterio e concorso nell’omicidio del marito. 

Qualcosa è cambiato. Ma cosa? L’Iran il 21 agosto ha attivato la sua prima centrale nucleare, in barba alle pressioni degli Usa contrari allo sviluppo del programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti considerano un pericolo Teheran e decidono di aumentare la loro capacità offensiva nell’isola di Diego Garcia, territorio della Gran Bretagna che si trova nell’Oceano indiano, dove hanno una base militare costruita proprio per poter attaccare il Medio Oriente e l’Asia centrale. Quindi, mentre la Casa Bianca corre ai ripari dotandosi di un imponente armamento composto da 387 bunker busters, cioè potenti ordigni nucleari in grado di distruggere le più resistenti strutture sotterranee, la Repubblica islamica è stata sanzionata dal Consiglio di Sicurezza «per il suo controverso programma nucleare». 

Ma Teheran, in realtà, non può rappresentare una minaccia militare in quanto il suo apparato bellico è limitato e concentrato nel difendere il territorio nazionale dall’invasione americana. Non sarebbe in grado di uscire dai suoi confini. Secondo l’International Institute of Strategic Studies  «il programma nucleare dell’Iran e la sua intenzione di tenere aperta la possibilità di sviluppare armi nucleari, sono una parte centrale della sua strategia di deterrenza». Di deterrenza, non di aggressione. Ciononostante, Washington continua ad accanirsi contro un Paese che non vuole nient’altro se non rivendicare il diritto all’autodeterminazione, sancito anche dal Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, firmato ma non ratificato dagli Usa. 

Il problema è che gli Stati Uniti temono l’indomabile fermezza con la quale l’Iràn si oppone all’imperialismo americano. In seguito alle sanzioni del Consiglio di Sicurezza, infatti, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha avuto l’audacia di affermare che il provvedimento è «illogico e viola i diritti inalienabili della nazione iraniana». Gli Usa ovviamente non si lasciano intimorire e continuano a minacciare l’Iran strumentalizzando il caso di Sakineh per creare risentimento nell’opinione pubblica e giustificare l’aumento del contingente militare. Poco importa se così facendo viola la risoluzione 1887 del settembre 2009 del Consiglio di Sicurezza, di cui peraltro fa parte, nella quale, oltre a proibire l’uso o la minaccia della forza, si stabilisce la risoluzione pacifica delle controversie su questioni riguardanti il nucleare. 

È vero: la sentenza di esecuzione della lapidazione per adulterio viola l’adesione dell’Iran all’articolo 6 (2) del Patto Internazionale sui diritti civili e politici in quanto «nei paesi in cui la pena di morte non è stata abolita, una sentenza capitale può essere pronunciata soltanto per i delitti più gravi». Ma è vero anche che la civiltà islamica considera l’adulterio un reato grave, anche se ritenuto inaccettabile dalla cultura occidentale che ha plasmato la stessa Carta dei diritti umani (composta dal Patto Internazionale dei diritti civili e politici e dal Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali). 

Eppure, in termini etici, uccidere con un’iniezione letale come avviene negli Usa, dove vige ancora la pena capitale, non è poi così diverso dal farlo attraverso il lancio di pietre. Entrambe sono condanne a morte, brutali e spietate. La differenza è nella tecnica: l’una più “sofisticata”, l’altra più “rozza”. L’incoerenza è dovuta proprio alla Dichiarazione dei diritti umani secondo la quale «ogni individuo ha diritto alla vita», ma allo stesso tempo «può essere pronunciata una sentenza capitale». 

Le affermazioni di principio si concedono uno spiraglio. Che si allarga o si restringe, fino a chiudersi del tutto, a seconda che il Paese coinvolto siano i democraticissimi Usa o il teocratico Iran. 

Pamela Chiodi

 

 

 

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