Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 01/09/2010

1. Le prime pagine

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Processo breve, si accelera”. Editoriale di Giovanni Sartori: “Il potere di chi vota”. Di spalla: “Gli ultimi giorni trascorsi con Oriana”. A centro pagina, in due riquadri: “La Pomigliano delle lavatrici” e “Boeri candidato a Milano”; con fotonotizia: “Ultimo colpo del Milan. Arriva anche Robinho”, “Gheddafi, gelo dei cattolici”, “Nessuna informazione al Quirinale sulla visita” e “Lo strano caso dei nerazzurri”. In basso: “Cinquantamila pagine ancora vuote”, “Obama ai soldati ‘Il compito in Iraq non è finito’” e “Io, insegnante sottopagata sottostimata (e brava)”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Obama: gli Usa via dall’Iraq ma non è stata una vittoria”. A sinistra: “Nuovo stop dei finiani sul processo breve. I vescovi contro Gheddafi”. Di spalla, con fotonotizia: “Sakineh, l’Iran a Carla Bruni ‘Devi morire’” e “Sul corpo delle donne”. A centro pagina, con fotonotizia: “La Nasa apre l’archivio, ecco i segreti dello spazio”, “La disoccupazione c’è ma non fa notizia” e “Dell’Utri e la patacca su Mussolini”. In basso: “I test per l’università si faranno già al liceo” e “Venezia, sul red carpet il cinema senza mercato”.

LA STAMPA – In apertura, con fotonotizia dedicata all’anatema contro Carla Bruni: “Teheran: Carla Bruni devi morire”. Editoriale di Carlo Deaglio: “Ma sul futuro il Colonnello ha ragione”. A sinistra: “I vescovi e Gheddafi ‘Visita boomerang’”. Di spalla: “Università i test inutili di medicina”. A centro pagina: “’La guerra è finita, voltiamo pagina””, “Blair: sono profondamente desolato per tutti quei morti” e, in due riquadri: “Tosi: chi critica pensi alla Cina” e “Un giovane su quattro senza lavoro”. In basso: “Cosa ci lascia l’estate della politica cafona”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Obama, la missione in Iraq non è compiuta”. A sinistra: “Barack rimandato in economia”. Di spalla: “Derivati al Campidoglio, ultimo remake horror”. A centro pagina, con fotonotizia: “New York. Festa per il cibo Eataly” e “La ripresa senza lavoro disoccupazione all’8,4%”. In basso: “Quel dilemma istituzionale dell’antimafia sugli appalti”.

ITALIA OGGI – In apertura: “Superfirma digitale pronta”. A centro pagina: “Ora l’Expo 2015 ha il fiato grosso. E la Turchia propone di subentrare” e, in un riquadro “I leghisti all’attacco dei catto-comunisti incistati da 15 anni nelle fondazioni”. In basso: “Restauratori solo con la laurea” e, in due riquadri: “La pubblicità che insegue il cliente su internet” e “Parenzo vara cinque nuovi canali tv locali”.

MF – In apertura: “Otto miliardi di affari sporchi”. In alto, in due riquadri: “I fondi puntano la Saks di Slim e Della Valle” e “Hermès straccia le stime con 200 milioni di profitti”. A centro pagina: “I tre assi di Finmeccanica in Libia”, “S&P, niente rischi di una ricaduta Ue ma Dublino trema” e “L’India va a razzo e in America torna la fiducia”. In basso: “La cordata Tirrenia perde i pezzi (grossi)” e, “Unicredit compra Borriello ma commissaria la Roma”.

IL TEMPO – In apertura: “Tutti i paperoni di Fini”. Editoriale di Francesco Damato: “Settembre è tempo di governare”. A centro pagina, con fotonotizia: “Il vero nemico dell’Occidente è l’Iran non la Libia di Gheddafi” di Mario Sechi e “Borriello alla Roma”. Di spalla, in due riquadri: “Berlusconi e Putin ricanditati” e “Lavoro senza lacci e frontiere”. In basso, con fotonotizia: “Il regime del terrore ha paura di sa stesso”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Processo breve, si alle modifiche”. Sulla visita di Gheddafi a Roma editoriale di Claudio Rizza “Quel brutto spettacolo”. A centro pagina: “Pd e modello tedesco, come uscire dal bipolarismo forzoso”, “Senza lavoro un giovane su quattro, in aumento chi non lo cerca più”, “Gli studenti alla guerra dei test: centomila richieste, ventimila posti” e, con fotonotizia: “Borriello è della Roma: Ranieri ha il bomber per puntare allo scudetto”. In basso: “Neonato morto, il giallo dell’infezione”, “Venezia nel segno delle donne” e il diario d’estate di Maurizio Costanzo.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Quanti soldi il Libia per le gheddafine”. Editoriale di Marco Pannella: “Verso il baratro”. Di spalla: “La tragedia di un uomo ridicolo”. A centro pagina: “Ibra e canzonette, B. i voti li raccatta anche così”, “Fini tra Mirabello e probiviri”. In basso: “Da Villa Certosa a un impiego in cooperativa”, “Mentana fa il pieno di ascolti a spese di Minzolini” e “Carla difende la condannata Sakineh. L’Iran: deve morire”.

LIBERO – In apertura: “Fini, la lettera salvacricca”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Gianfranco ci querela ma noi gli facciamo soltanto un favore”. A centro pagina, con fotonotizia: “Gli operai della Fiat licenziano la Cgil”, “Il serial killer Stevanin si fa frate”. Di spalla: “Il Pd a due facce su P3 e mr. Tulliani”, “Finiani femministi solo con Elisabetta” e “Meglio Gheddafi dell’Iran di Prodi”. In basso: “Ci tocca pure difendere Carlà l’antipatica dalla condanna a morte degli ayatollah”, “Attenti ai mostri della Laguna. Guida ai film da evitare a Venezia” e “Mercato champagne per Milan e Roma. Agnelli sembra il Moratti di una volta”.

IL GIORNALE – In apertura: “Fini prepara l’assalto finale”. A centro pagina, con fotonotizia: “L’Iran condanna a morte Carlà” e “L’Italia che conta in fila per omaggiare Gheddafi”. Di spalla: “Parlare è un diritto. Soprattutto di chi ha qualcosa da dire” e “’Così al Tg3 sono stato oscurato dalla Berlinguer’”. In basso: “Il festival che premia i film da non vedere”.

L’UNITA’ – Apertura a tutta pagina: “L’esattore di Tripoli”. In basso: “Prof. In sciopero della fame. Ultima frontiera anti Gelmini”, “Disoccupazione da brividi. Un ragazzo su 4 è a spasso” e “Vargas Llosa: ‘Povera Italia governata da un dittatore’”.

 (red)

2. Immigrazione, sul futuro il colonnello ha ragione

 Roma -“La visita del colonnello Gheddafi, con le sue modalità a dir poco insolite, ha presentato elementi di forte sgradevolezza e ha impressionato l’opinione pubblica per quello che è stato percepito come un forte accento antieuropeo e anticristiano, scrive Mario Deaglio nell’editoriale di prima pagina pubblicato dalla STAMPA. Occorre però distinguere gli elementi soggettivi di questa sgradevolezza, legati alla fondamentale incompatibilità del personaggio con l’opinione pubblica italiana ed europea, dagli elementi oggettivi. E qui, purtroppo, occorre prendere atto di un’amara verità: quando parla del futuro dell’Europa e dell’Africa, il colonnello ha sostanzialmente ragione. Dietro al suo discorso ci sono cifre non confutabili. Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa «nera», ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano «nero» per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani ‘neri’ per ogni europeo saranno quasi due. La popolazione africana ‘nera’ cresce infatti di oltre 20 milioni l’anno e per conseguenza raggiungerà il miliardo nel 2017, nel 2020 sarà attorno a un miliardo e 80 milioni, nel 2030, in un’ipotesi media di crescita, circa 1300 milioni. La popolazione europea rimarrà stazionaria fino al 2020 e comincerà a perdere oltre un milione di persone l’anno dopo quella data. Queste cifre già lasciano supporre che la popolazione dell’Africa sub-sahariana sia, dal nostro punto di vista, incredibilmente giovane, e le cose stanno effettivamente così: circa il 60 per cento degli africani «neri» ha meno di 25 anni mentre appena l’8 per cento ne ha più di 65; in Europa i dati corrispondenti sono pari a circa la metà per i giovani - che sono quindi il 30 per cento del totale - e circa il doppio per gli anziani, pari al 16 per cento del totale. Questo divario è destinato a peggiorare in maniera abbastanza sensibile nei prossimi due o tre quinquenni. Questi sono i dati difficili da digerire - specie se vengono raccontati con semplici allusioni da parte di qualcuno che usa un tono che comunque a noi sembra stravagante o addirittura sprezzante, se l’oratore è offensivo con le donne e arrogante con la nostra religione - ma vanno digeriti. In confronto a noi gli africani «neri» sono mediamente poverissimi, vivono in una realtà in cui spesso è presente la guerra, sono assillati dall’Aids, in buona parte soffrono la fame, hanno un reddito per abitante (per quello che può valere questa misura) stimato attorno agli 800 - 1500 dollari contro i 30-40 mila dollari degli europei. Il lettore si ponga nei panni di un capofamiglia africano che ha a cura l’avvenire dei suoi figli: prende i suoi risparmi e a quello che ritiene più in gamba procura un posto su un autobus incredibilmente stipato sul quale le valigie di cartone sono un lusso. L’autobus si incammina per le piste della savana che, per i capricci della geografia, in due casi su tre finiscono in Libia evitando sia le catene montuose sia i deserti più duri. E qui entra in scena il colonnello Gheddafi del quale si può correttamente dire che, dal punto di vista degli africani, detiene le chiavi del Paradiso europeo; e molto sgarbatamente e molto duramente chiede agli europei di pagarlo per tenere chiusa la porta. Gheddafi ha fatto un riferimento alle ‘invasioni barbariche’ che non è troppo scorretto: i barbari che si presentavano alle porte dell’Impero Romano circa 1700 anni fa solo raramente avevano propositi bellicosi, assai più spesso erano affamati. E per tenerli lontani i Romani quanto potevano facevano affidamento su popolazioni-cuscinetto; Gheddafi propone la Libia per questo ruolo. Per dire «no» a Gheddafi non bastano le parole, è necessaria una proposta alternativa. Questo governo non sembra certo averla, come non sembra averla l’intera classe politica europea; e bisogna ricordare che qualsiasi proposta alternativa ha un prezzo. Tale prezzo potrebbe essere inizialmente molto elevato, specie se si prevedono iniziative che comportino forti investimenti in Africa, magari con prospettive di mutuo vantaggio economico futuro dell’Africa e dell’Europa. L’opinione pubblica europea dovrebbe convincersi che, in qualche modo, il prezzo va pagato e che le condizioni di calma alle frontiere meridionali non dureranno in eterno. E potrebbe anche concludere che, tutto sommato, i cinque miliardi chiesti dal colonnello sono ragionevoli: dopotutto si prende lui l’incarico di respingere i possibili migranti mentre noi siamo liberi di guardare dall’altra parte, seguire con grande attenzione le vicende del calcio, uno sport in cui i neri sono guardati con sospetto anche quando hanno un passaporto italiano, e continuare a parlare dei princìpi che hanno fatto grande l’Europa, in nome dei quali il resto del mondo dovrebbe continuare a trattarci con rispetto”.

3. Aiuti anti-immigrati, Frattini chiama l'Ue

“’Misera speculazione politica ai danni dell’Italia’. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, respinge le critiche del mondo politico, avanzate soprattutto dall’opposizione (ma anche dalla Lega) sulla visita a Roma del rais libico Muammar Gheddafi, scrive Antonella Baccaro a pagina 5 del CORRIERE DELLA SERA. ‘Abbiamo visto sulla stampa internazionale grande enfasi sugli affari, sull’aumento dei rapporti economici italo-libici — ha osservato il titolare della Farnesina — e questo viene fatto legittimamente dai nostri competitor, cioè quelli che gli affari vorrebbero farli al posto dell’Italia’. Diverso è invece, secondo Frattini, ‘se lo fa l’opposizione politica italiana, perché lo fa contro l’Italia’. Il riferimento è in particolare alle osservazioni del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, assai duro sulla visita del Colonnello: ‘Siamo interessati a buoni rapporti con la Libia — è stato il suo commento — ci abbiamo lavorato, ma questi buoni rapporti devono avvenire nel rispetto e nella misura, noi qui abbiamo perso sia il rispetto che la misura’. Bersani è arrivato a dire che la visita di Gheddafi ha avuto ‘momenti di umiliazione’. Ma Frattini non ci sta e si mostra possibilista anche sulla richiesta del leader libico, rivolta all’Europa, di contribuire con 5 miliardi all’anno al controllo delle migrazioni africane verso il nostro continente. ‘Gheddafi — ha detto il ministro — ha fatto un ragionamento che hanno fatto tutti gli altri leader arabi del Nord Africa e cioè che non vogliono né possono essere i gendarmi dell’Europa’. E ancora: ‘La questione dei 5 miliardi non è stata finora mai esaminata. La affronteremo in sede europea e immagino che sarà trattata al vertice euro-africano di novembre, proprio in Libia’. Frattini ha sottolineato come la richiesta di Gheddafi faccia emergere la necessità di una politica migratoria comune nell’Ue. ‘Gheddafi chiede all’Europa 5 miliardi per fermare l’immigrazione? Non è un fesso» dichiara da parte sua il ministro delle Politiche Agricole, Giancarlo Galan. ‘Credo che la visita di Gheddafi abbia avuto molta sostanza, e porterà notevoli vantaggi alle imprese italiane — ha aggiunto —. La Libia era un fattore destabilizzante, oggi invece con loro abbiamo una relazione importante e sono un fattore di sicurezza nel Mediterraneo’. Anche per l’ex ministro socialista Gianni De Michelis se l’Europa vuole controllare e gestire l’immigrazione dall’Africa, deve raccogliere l’invito del rais: ‘In fondo i cinque miliardi chiesti da Gheddafi sono un costo abbastanza contenuto per il risultato che si vuole ottenere’. In bilico il «governatore» leghista del Veneto, Luca Zaia: ‘Gheddafi, i suoi inviti all’islamizzazione li vada a fare a casa sua» afferma ma poi riserva parole di elogio per l’accordo economico tra i due Paesi. D’altra parte anche a sinistra c’è chi si distingue: è il senatore pd, dalemiano, Nicola Latorre, secondo cui ‘è sciocco non considerare che questo trattato aiuta le relazioni economiche con il nostro Paese e risolve una serie di problemi risalenti all’epoca coloniale. Ma si potevano evitare alcuni eccessi. Il governo in questo ha sbagliato’”.

4. Visita Gheddafi, Allianz e Fondazioni in pressing

 Roma -“Saranno di sicuro quei migliori investitori possibili descritti da Cesare Geronzi alla vigilia della kermesse di Muammar Gheddafi in Italia, scrive Paola Pica a pagina 6 del CORRIERE DELLA SERA. Gli azionisti di Tripoli non hanno mai interferito con la lunga carriera al vertice di Banca di Roma-Capitalia dell’attuale presidente delle Generali . C’è da credere a Tarak Ben Ammar, ‘ambasciatore’ in Italia della finanza araba, socio in affari della Fininvest e amico di Silvio Berlusconi, partner nella produzione televisiva di un gruppo libico, nonché consigliere di amministrazione di Mediobanca dove, insieme a Vincent Bolloré, rappresenta la componente francese della prima banca d’affari italiana, crocevia di interessi economici primari, a partire dalle Generali. Con grande puntualità, anche l’imprenditore franco-tunisino ha voluto assicurare che non ci sarebbe stata alcuna ‘scalata’ ostile a Unicredit che è non soltanto un grande gruppo del credito italiano, o meglio italo-tedesco avendo assorbito la seconda banca tedesca (Hvb), ma è il principale azionista della stessa Mediobanca. ‘Non si capisce perché i soldi non arabi non siano sospetti e invece quelli arabi lo siano’, aveva osservato Ben Ammar. Le pur autorevoli rassicurazioni poco hanno potuto tra soci e stakeholder della banca guidata da Alessandro Profumo e presieduta da Dieter Rampl. La tensione già alta al Nord, con la Lega sul piede di guerra contro l’intraprendenza libica, è salita ai livelli di guardia dopo lo show di Gheddafi. Un cocktail, quello offerto dal governo di Tripoli, difficile da mandar giù anche per il più compassato tra gli azionisti. Cavalli berberi, richieste di denaro all’Europa e dottrina islamica hanno finito per allarmare i più. Nella compagine di Unicredit figurano soci extraeuropei, arabi e americani, ma pure le Fondazioni ex bancarie, Cariverona e la torinese Crt sono le principali, oltre ai soci privati e agli alleati tedeschi, con Allianz in prima fila. E sull’asse Verona-Torino-Monaco di Baviera il mondo cattolico è largamente rappresentato e la preoccupazione tangibile. Tanto che ieri è toccato al ministro degli Esteri, Franco Frattini, assicurare che il governo intende ‘garantire la massima trasparenza in tutte le partecipazioni e le procedure’. ‘Lo abbiamo sempre fatto, con il Qatar, con il Kuwait e lo faremo anche con la Libia’, ha aggiunto Frattini ricordando il comitato strategico di monitoraggio dei fondi sovrani istituito alla Farnesina.Fin qui, i fondi di Gheddafi hanno messo insieme un 7% di Unicredit, una quota da primo socio costata tra i 2,3 e i 2,5 miliardi di euro e spalmata tra il 4,98% in capo alla Banca Centrale della Libia (azionista "ereditato" da Capitalia, incorporata nel gruppo di Piazza Cordusio) e il 2% circa di acquistato a sorpresa a fine luglio dal fondo sovrano di Tripoli (la Libyan investment authority). Un blitz che potrebbe essere seguito da nuovi arrotondamenti (l’obiettivo è il 9%) e che ha spiazzato un po’ tutti. La Banca d’Italia, che non sarebbe stata avvisata dell’operazione, avrebbe chiesto conto delle possibili ricadute sulla governance a Rampl. Il presidente di Unicredit starebbe a sua volta ricostruendo le dinamiche di un’operazione a forte impatto: lo Statuto della banca prevede un tetto del 5% al voto di ogni socio in assemblea. Ma il limite, formalmente rispettato dalla Libia, è in realtà anche troppo facilmente aggirabile con la distribuzione delle azioni a soggetti diversi. A differenza dell’amministratore delegato Profumo, Rampl non ha presenziato alle celebrazioni nella caserma di Tor di Quinto, né alla cena offerta in serata. Non va dimenticata l’appartenenza all’aerea cattolica del bavarese Rampl, ma anche il fatto che la Germania di Angela Merkel è attraversata da molte riflessioni sull’integrazione degli islamici, compreso il no alla Turchia nell’Ue. Più di una domanda sulla questione libica sarà posta nei prossimi giorni ai vertici della banca dagli azionisti, mentre nelle ultime ore incontri informali si sono già svolti su più livelli. Tra i soci e con gli amministratori, tenuto conto che uno dei quattro vicepresidenti della banca è proprio il governatore della Banca centrale di Tripoli, Farhat Omar Bengdara. È vero che Bengdara ha concesso l’autorizzazione a Unicredit di aprire una banca nel Paese che non vede al momento altre istituzioni finanziarie straniere. Ma cosa accadrà adesso, si chiedono i soci. Si può accettare uno schieramento di voto del 7%? Saranno chiesti altri posti in consiglio? Se sì, con quale effetto? Se anche il fondo sovrano di Abu Dhabi dovesse avanzare richieste, peraltro legittime in virtù del suo 4,99%, il consiglio di amministrazione andrebbe incontro a un rimpasto e a un fronte mediorientale che pesa per il 12%. Con buona pace del sindaco di Verona, Flavio Tosi, che dopo aver gridato all’assalto alla banca, ha lanciato l’allarme sul rischio di «strategie più ciniche» con i libici sulla plancia di comando”.

5. Processo breve, meno procedimenti coinvolti

Roma -“Il provvedimento sul processo breve è condizione indispensabile per proseguire l’azione di governo. Quindi, ‘avanti con il processo breve’. Silvio Berlusconi l’ha ripetuto ieri in un vertice a Palazzo Grazioli, scrive Maria Antonietta Calabrò a pagina 10 del CORRIERE DELLA SERA. L’incontro è avvenuto in due tempi. La prima parte, durata circa due ore, cui hanno partecipato oltre al premier, il sottosegretario Letta, il ministro della Giustizia Alfano, l’onorevole Ghedini. Una seconda parte, nel pomeriggio, quando hanno raggiunto Palazzo Grazioli il ministro dell’Economia Tremonti, il sottosegretario Bonaiuti, e il ministro degli Esteri Frattini. In tutto: otto ore. Naturalmente il nodo politico al centro della discussione è stato come superare le perplessità dei finiani e ottenere l’approvazione definitiva della norma anche alla Camera, ma è chiaro che non saranno ammessi boicottaggi da parte di ‘Futuro e Libertà’. Per questo si sta studiando un’ipotesi di ‘rimodulazione’ — così viene definita — della norma transitoria che ‘salvando la sostanza’, e cioè lo scudo per il premier nei processi Mills e Mediatrade, ridurrebbe ulteriormente il numero dei procedimenti in corso che finirebbero su un binario morto. Mentre il ministro dell’Economia dovrà trovare i fondi, promessi dal Guardasigilli Alfano, per finanziare quella che, con il processo breve a regime, sarà una radicale trasformazione della macchina giudiziaria italiana per adeguarla agli standard europei. Proprio a questo proposito, durante il vertice, il ministro degli Esteri ha consegnato una lettera in cui Frattini spiega ai suoi colleghi europei le ragioni che rendono necessario il varo in Italia di un provvedimento che introduca norme sulla «giusta durata del processo», in ossequio a ripetuti richiami e sanzioni in sede europea. Il premier, tuttavia, non ha ancora deciso se inviare o meno la missiva o se ne utilizzerà il testo per un suo discorso alle Camere o eventualmente in tv. In ogni caso, il numero ‘reale’ e ‘non immaginario’ dei processi coinvolti dalla norma transitoria, è stato detto a Palazzo Grazioli, è ben lontano — secondo i conteggi dell’ufficio statistico di Via Arenula — dalle cifre riferite dai finiani (‘quattro-cinquecentomila’, ha dichiarato il capogruppo di Fli Bocchino, parlando di ‘un’amnistia mascherata’): meno di 40 mila, pari cioè all’1% di tutti i processi pendenti (tre milioni e trecentomila). Mentre il 40% di processi al macero di cui parlò l’anno scorso il Csm riferendosi alla prima versione del ‘processo breve’ e non al testo approvato dal Senato — per cui queste cifre devono essere riviste comunque al ribasso — si riferiva ai processi a dibattimento (in tutto sono 400 mila), ed era pari quindi a ‘soli’ 160 mila. Tutte queste cifre in ogni caso non tengono conto del fatto che ogni anno in media si prescrivono nel nostro Paese circa 170 mila processi (così è avvenuto per ciascuno degli ultimi 5 anni). Un fenomeno che di per sè circoscrive ulteriormente l’applicabilità della nuova legge su cui arriva un nuovo attacco al governo da Famiglia Cristiana che la definisce ‘falsa priorità’”.

6. Processo breve, il Cav manda Alfano sul Colle

Roma -“’Se bisogna trattare sul processo breve, allora meglio rivolgersi direttamente a Napolitano. La parola di Fini non vale più nulla, non ha rispettato nessuno degli accordi che abbiamo fatto’. Diviso fra Scilla e Cariddi, tra chi gli consiglia di indossare l'elmo e chi lo sospinge verso la pace con Fini, Silvio Berlusconi (dopo una notte trascorsa al castello di Tor Crescenza) ha passato la giornata con i suoi esperti di giustizia per capire dove andare a parare, scrive Francesco Bei a pagina 9 di REPUBBLICA. E la linea scelta è quella di provare a capire se, magari in una versione depotenziata, il processo breve abbia qualche chance di guadagnarsi la firma del capo dello Stato. Allo scopo è stato incaricato Angelino Alfano, che dovrà salire presto sul Colle per sondare i consiglieri giuridici del presidente. Una missione che dovrà restare riservata, visto che Napolitano ha più volte ribadito di non aver alcuna intenzione di infilare la mano in quell'alveare e di aspettare che l'iter si compia in Parlamento. ‘Se i finiani si nascondono dietro Napolitano - è stato il ragionamento del Cavaliere - tanto vale rivolgersi direttamente al presidente della Repubblica per capire che intenzioni abbia’.Nel frattempo Berlusconi continua a muoversi su più tavoli. Alle colombe finiane appare vestito da chierichetto: li blandisce e lascia intendere che se "Gianfranco" a Mirabello gli verrà incontro sulla giustizia, anche lui, be', non rimarrebbe insensibile di fronte a questa disponibilità: ‘Potremmo magari congelare il procedimento davanti ai probiviri, ripensare l'espulsione’. E tuttavia il premier coltiva contemporaneamente anche i progetti più bellicosi. Prova a sedurre alcuni finiani e, soprattutto, ha iniziato a fare i suoi carotaggi nelle parti molli dell'Udc: oggetto d'attenzione particolare sono quei parlamentari siciliani vicini a Totò Cuffaro, l'ex governatore su cui il premier ha sempre mantenuto un ascendente, come anche settori dell'Mpa di Lombardo. C'è poi il progetto di allettare l'Udc con le giunte cittadine, visto che in primavera si voterà in più di 1050 comuni. ‘Casini - suggerisce Osvaldo Napoli - bisogna coinvolgerlo a partire dalle amministrative’.L'altro corno della vicenda è rappresentato dai giornali d'area. I finiani hanno provato ad abbassare per qualche giorno i toni dello scontro, salvo constatare che la campagna contro il presidente della Camera è andata avanti senza requie. A questo punto gli uomini di Fini sono pronti a tutto. Anche a rispolverare il conflitto di interessi di Berlusconi, visto l'uso che fa dei suoi mezzi d'informazione. ‘Se cerca di distruggere Fini con la sua stampa - spiegano - non possiamo non porre il problema del conflitto d'interessi’. Allo stato è solo una minaccia, ma se davvero il premier puntasse al voto anticipato in primavera, il conflitto d'interessi finirebbe - insieme a una nuova legge elettorale - nell'agenda di una maggioranza di "responsabilità nazionale" allargata a Casini e Fini. Il dialogo sulla legge elettorale è infatti molto più avanti di quanto non appaia all'esterno e ne è consapevole Ignazio La Russa (che proprio a Repubblica ha confidato i suoi timori). Quanto al presidente della Camera, sebbene alcuni suoi consiglieri lo spingano a rispondere colpo su colpo alle accuse del Giornale, intende ancora aspettare convinto che il tempo giochi a suo favore. Meglio attendere l'archiviazione giudiziaria, convinto che arriverà. Meglio puntare su una pronuncia dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia contro Feltri. A quel punto, con due timbri giudiziari a suo favore, Fini parlerà. Ma non è detto che nel frattempo Vittorio Feltri non cessi di sua sponte la campagna, se sono vere le indiscrezioni di un pressing dell'editore per mettere una pietra sopra all'inchiesta giornalistica in nome della realpolitik. A spingere Berlusconi all'armistizio sono anche le colombe di Liberamente. Ieri la questione del processo breve è stata discussa in un pranzo segreto di Liberamente alla Farnesina, presenti (oltre a Franco Frattini), le ministre Prestigiacomo, Carfagna, Gelmini, e poi Paolo Romani e Mario Valducci, oltre a una decina di parlamentari”.

 7. Processo breve: nel Fli vincono le colombe

Roma -“Partito sì o no, il nodo del processo breve. Le vacanze di Gianfranco Fini ad Ansedonia non sono ancora finite, ma nel gruppo di «Futuro e Libertà» alla Camera il dibattito — in vista dell’appuntamento di Mirabello — si accende, scrive Ernesto Menicucci a pagina 11 del CORRIERE DELLA SERA. Il Corriere ha rintracciato 22 dei 33 deputati di Fli: anime (e sensibilità politiche) diverse a confronto. Anche se in questo momento le colombe sembrano prevalere: tra gli interpellati, la maggioranza frena sull’ipotesi traumatica di un nuovo partito che rompa definitivamente con il Pdl. Il capogruppo Italo Bocchino è cauto: «Fare un partito non dipende da noi, ma da Berlusconi. Se permane l’incompatibilità di Fini col Pdl la nascita di un nuovo soggetto sarà un dato di fatto. E sul processo breve va bene lo scudo al premier, ma il testo così com’è non può essere votato». Più netto Fabio Granata, ritenuto uno dei «falchi» finiani: «Un nuovo partito è la soluzione più auspicabile. Potremmo fare un grande movimento, che guarda anche ai delusi del centrosinistra. E il processo breve non è nel programma: le priorità sulla giustizia sono altre». Secco Carmelo Briguglio: ‘Sì al partito, ma l’ultima parola spetta a Fini. No a questo processo breve: così è un’amnistia mascherata’. Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo Economico, è chiaro: ‘Noi stiamo con Fini: se sta dentro il Pdl stiamo dentro, se sta fuori andiamo fuori’. E l’altro nodo? ‘Tuteliamo la vittima politica Berlusconi, senza mandare al macero i processi’. Qualcuno tace, come Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia, e come il ministro alle Politiche comunitarie Andrea Ronchi, impegnato in una difficile opera di mediazione tra Fini e Berlusconi. Gli altri si sbilanciano. Angela Napoli si dice ‘favorevolissima al nuovo partito: non mi sento più parte integrante del Pdl, meglio identificarci in un nuovo soggetto’. E il processo breve? ‘Sono contraria sui tempi e sulla norma transitoria. Non lo voterei’. Dello stesso avviso Antonino Lo Presti: ‘Rientrando nel Pdl, quali garanzie avremmo di non subire rappresaglie politiche? Va bene invece il processo breve: non sono contrario alle leggi ad personam’. Ma intorno a Fini, si fanno sentire sempre di più le colombe. Una di queste è Giuseppe Consolo: ‘Sono finiano ma non mi sono bevuto il cervello: fare un nostro partito è una solenne sciocchezza. Sono coerente: al Senato abbiamo votato il processo breve e nessuno era contro, lo faremo anche alla Camera. Che il centrosinistra attacchi Berlusconi è fisiologico, che lo faccia una parte del centrodestra no’. Va giù duro Donato Lamorte, fedelissimo di Fini: ‘Sono nel Pdl e ci voglio restare. Briguglio e Granata, per me, parlano a titolo personale. Sul processo breve ragioniamo seriamente, e non in base al fatto che favorisca mio fratello o mio cugino’. Sulla stessa linea Catia Polidori: ‘La nostra casa è il Pdl, siamo ancora tutti iscritti lì. Lavoriamo per rafforzare il centrodestra, non per indebolirlo. La norma sul processo breve va migliorata, ma io la voterei’. Souad Sbai, appena tornata dalle vacanze, insiste: ‘Uscire dal Pdl è un errore: non era questo il nostro intento. Appoggiamo un governo che ha vinto le elezioni, voterò le proposte di questo governo’. Luca Barbareschi è il più deciso, sui temi della giustizia: ‘Il processo breve? La legge è uguale per tutti, soprattutto per il premier. Se non ha fatto nulla, cosa ha da temere? E sul partito dico una cosa: prima dovrebbe nascere il Pdl che ancora non ha fatto un congresso...’. Enzo Raisi, coordinatore provinciale di Bologna, sembra possibilista: ‘Pronto a rientrare, se c’è una retromarcia nel Pdl. E sulla giustizia, partirei prima dal processo civile’. Per Claudio Barbaro, invece, «un nuovo partito la soluzione migliore, se la congiuntura lo consente. Sulla giustizia, no alle amnistie mascherate». Battagliera Flavia Perina, direttrice de Il Secolo: ‘Il nuovo partito? Beh, ci hanno cacciato... E niente prove di forza sulla giustizia». Parere opposto da Aldo Di Biagio: ‘Un nostro partito è prematuro. Ma se vogliono imporci la norma sul processo breve così com’è diremo no’. Toni diversi da Benedetto Della Vedova: «Non siamo nati per fare il circolo degli amici di Fini e credo che la ricomposizione nel Pdl sia molto difficile. Abbiamo votato il lodo Alfano e il legittimo impedimento, ma lo scudo al premier non può passare ad ogni costo». Gianfranco Paglia aggiunge: ‘Siamo partiti nel Pdl, non è corretto buttare tutto a mare: troppa gente ha lavorato per portare lo scontro a livelli bassi. Sul processo breve mettiamo da parte le idee controverse su chi lo propone ed entriamo nel merito’. Silvano Moffa è sul fronte dei moderati: «Fare un partito adesso non ha senso. E serve una riforma della giustizia: con qualche aggiustamento, il processo breve può andare’. Giorgio Conte dice ‘sì alla norma sulla giustizia, ma evitiamo che passi come una legge ad personam’ e ‘sì al nuovo partito, se fallissero i tentativi di ricomposizione’. Chiude Luca Bellotti, coordinatore provinciale di Rovigo: ‘Avanti per la nostra strada, se non ci riconoscono pari dignità politica. Sulla giustizia Berlusconi parla bene, ma come si dice il diavolo è nei dettagli...’”.

 8. Fini, il cofondatore prepara l'ultimo appello

Roma -“A Mirabello i finiani serrano i ranghi. Il loro leader Gianfranco Fini doveva vederli, 33 deputati e 10 senatori, il giorno prima a Farefuturo, invece tutto avverrà in quel luogo decisivo per la destra italiana, a due passi da Ferrara, scrive Andrea Garibaldi a pagina 10 del CORRIERE DELLA SERA. Domenica, ore 12, riunione plenaria, il capo darà la linea e infonderà fiducia. Domenica, ore 19, il capo comunicherà la linea all’esterno, dal palco. Non sarà il momento delle scelte definitive, sarà il disvelamento dell’armamentario: Futuro e libertà non diventa partito, ma è pronto, basta dare il via. ‘Ho ancora diritto a parlare come cofondatore del Pdl? Milioni di elettori hanno votato Pdl grazie anche al mio nome, che ne facciamo di questo patrimonio?’: Fini rivendicherà anche questo, lancerà un ultimo appello a Berlusconi, perché ricordi che il Popolo della libertà senza Fini è un’altra cosa. Sostiene Adolfo Urso, uno dei consiglieri più pacati e ascoltati del presidente della Camera: ‘Devono cessare gli attacchi a Fini. Deve essere annullata la riunione dei probiviri sui casi Granata, Bocchino, Briguglio, vero e proprio processo alle idee, che devono invece circolare liberamente nel centrodestra. Se la ricomposizione che auspichiamo non si realizza, chi si riconosce in Fini ha il diritto di essere rappresentato’. La durezza degli offesi, e uno spiraglio di porta aperta. Ieri il portavoce di Fini ha annunciato una querela contro il direttore di Libero per le paginate dell’estate. E Generazione Italia, la fondazione che potrebbe essere il primo nucleo del nuovo partito, guidata da Italo Bocchino, ha chiesto al ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, perché non sia mai intervenuta per difendere la compagna di Fini, Elisabetta Tulliani. Fini a Mirabello parlerà davanti alla grande scritta ‘Per l’Italia Futuro e Libertà’, sottolineata da un nastro tricolore svolazzante. Come dire: il simbolo, all’occorrenza, è pronto. L’ala avanzata dei finiani non vede reali alternative. ‘Mirabello è un tassello — dice Fabio Granata —. Il nuovo partito è una scelta obbligata’. E aggiunge: ‘Nell ’ ambito del sost e gno alla maggioranza di centrodestra’. E Carmelo Briguglio: ‘Possiamo essere la terza gamba nell’alleanza di centrodestra, con Pdl e Lega’. Al di là dei proclami, i timori sono molti. Ricorda Andrea Augello, ex An rimasto nel Pdl, professionista di campagne elettorali vincenti (vedi Alemanno a Roma): ‘Un partito ha bisogno di presenza diffusa sul territorio e gruppi sociali precisi da rappresentare’”.

9. Pdl, Scopelliti: Lascio Gianfranco per Silvio

 Roma -“’II sistema bipolare è fatto così: o si sta da una parte o dall'altra, senza commistioni. Chi ha vinto sposando un progetto deve rispondere a quel progetto’. È il cartellino giallo di Giuseppe Scopelliti a Gianfranco Fini, scrive Andrea Cuomo nell’intervista al governatore a pagina 3 del GIORNALE. Scopelliti, 44 anni da compiere, da qualche mese presidente della disastrata Regione Calabria, al presidente della Camera è da sempre molto vicino, e come Fini è stato anche presidente nazionale del Fronte della Gioventù. Ma al momento di scegliere non ha avuto dub bi: è rimasto nel Pdl. E senza nemmeno tanta sofferenza. ‘Perché nonostante tutta la mia storia, credo che oggi chi possa rappresentare fino in fondo le mie idee, il mio sogno di Paese, è Berlusconi, è il Pdl’. Scopelliti, partiamo da quella parola: nonostante. È più importante il futuro del passato? ‘Il passato ce lo portiamo dentro. Nessuno nega niente alla mia storia, come a quella dei Gasparri, dei La Russa, degli Alemanno, dei Fini. Una storia che è da raccontare perché ha un percorso politico che viene da lontano. Eravamo gente che non aveva il diritto alla parola, non aveva il diritto di esistere. Dobbiamo essere orgogliosi. Ma la battaglia è di prospettiva. La partita oggi è la capacità di individuare i bisogni e di essere tempestivi rispetto a essi. Chi è in grado di fare ciò diventa un punto di riferimento importante. In particolare nel Mezzogiorno con Berlusconi si è passati dalla logica delle parole alla cultura dei fatti’. È stata un'estate molto difficile per Fini, lei lo ha sentito? ‘No, non l'ho sentito’. Sulla vicenda della casa di Montecarlo che idea si è fatto? ‘Non ho avuto la possibilità di documentarmi sulla vicenda. Io conoscevo Fini come persona rigorosa, attenta, lineare. Ma certo, questa storia mi ha colpito’. Oltre ISOmila italiani però vorrebbero che lasciasse la presidenza della Camera dei deputati. Lo hanno scritto a noi. ‘Se aveste fatto un appello per dire: caro Fini, metti da parte i rancori personali e incontra Berlusconi, ne avreste raccolte un milione di adesioni’. Torniamo a lei. Quando ha deciso di restare con Berlusconi? ‘Non è una decisione presa adesso. La mia decisione risale a quando ho aderito al Pdl, anche perché oltre a essere governatore della Calabria, sono anche coordinatore regionale. La scelta di restare in un partito in cui credo profondamente è stata automatica nel momento in cui si è creato questo momento di conflitto. Il Pdl è la mia casa’. Tra strappatori e ricucitori lei da che parte sta? ‘C'è chi la spaccatura la vuole accentuare, e' è chi fa finta di voler ricucire, io faccio una riflessione: nel centrodestra c'è un grande leader che si chiama Silvio Berlusconi, dopo di lui Fini è un altro importante leader. Perché questo non dovrebbe costituire una ricchezza per il centrodestra proprio mentre invece nel centrosinistra c'è una carenza enorme di progetti, di programmi e di leadership?’. Forse perché il secondo leader rema contro al primo? ‘E i giochini non vanno bene. Non è giusto logorare questo governo che ha dato risposte. Se dobbiamo andare avanti coi "sul processo breve vediamo", "su quell'altra questione ti aspetto al Senato, ti aspetto alla Camera", beh, questa non può essere la scelta su cui fondare i prossimi tré anni. Del resto il presidente Berlusconi è stato chiaro: o si ricrea una maggioranza pur nella distinzione dei ruoli oppure si va al voto, anche se la prospettiva delle urne si è allontanata negli ultimi giorni. Lo sa che cosa mi chiedo?’. Dica pure. ‘Mi chiedo: ma perché noi del Pdl non dovremmo governare per quindici anni? Lo dico non per sete di potere ma perché credo che il Pdl abbia gli uomini, le idee, le risorse per governare a lungo questo Paese. I cittadini vogliono solo essere governati da un esecutivo stabile, forte, autorevole come sono stati sempre i governi Berlusconi’. Che sfida è governare una Regione non virtuosa come la Calabria? ‘Guardi, due anni fa ogni volta che Berlusconi mi incontrava mi diceva: "Noi due dobbiamo parlare, tu hai un compito importante". E io rispondevo: "Presidente, lasciami stare, la Calabria è troppo complessa". E ora eccomi qua. A cercare di fare rivoluzioni come chiudere 18 ospedali. La sanità rappresentava la Fiat del Mezzogiorno, se avevi un amico da sistemare lo mettevi nella sanità, capisce che interessi ci sono dietro? Sein Calabria c'è una classedirigente forte, che agisce come un caterpillar, per le lobby affaristiche e per la 'nrangheta diventa un problema. E quindi lo so che cercheranno di indebolirmi’”.

10. Milano, Boeri pronto a correre con il centrosinistra

Roma -“Rompe gli indugi. ‘È vero’. Stefano Boeri, 53 anni, milanesissimo architetto e urbanista, risponde al cellulare da Boston: è appena atterrato e sta correndo ad Harvard, dove terrà uno dei seminari che ciclicamente organizza per la Graduate School dell’ateneo statunitense. Per la prima volta ammette la sua disponibilità a candidarsi a sindaco e partecipare alle primarie che il centrosinistra indirà in autunno, scrive Elisabetta Soglio a pagina 13 del CORRIERE DELLA SERA. Un passaggio da cui uscirà il nome del futuro antagonista di Letizia Moratti. Architetto Boeri, perché alla fine ha detto sì? ‘In questi ultimi mesi ho avuto moltissime sollecitazioni da più parti della città, mondi anche molto diversi fra loro, e questo mi ha allo stesso tempo sorpreso ed entusiasmato. Sento la responsabilità di dare voce a queste sollecitazioni e impegnarmi in un modo diverso per la mia città’. Perché diverso? ‘Nel senso che il mio modo di fare architettura è sempre stato attento alle questioni politiche, sociali e urbanistiche della città. Il mio amore per Milano dà a questa decisione una forza ancora maggiore’. Intanto, però, si porrà qualche problema di incompatibilità: lei ha firmato il masterplan di Expo e lavora su altri progetti a Milano. ‘Ci sono ovviamente delle incompatibilità di cui terrò conto’. E non le dispiace l’eventualità di non potersi più occupare di Expo? ‘Certo che mi spiace: ma se dovessi fare il sindaco, potrei contribuire con ancora maggior forza ad un progetto in cui credo moltissimo’. Candidato indipendente? ‘Assolutamente sì. Non ho legami con i partiti. Non posso che essere un candidato espresso dalla società civile e, se dovessi definire una lista che mi sostenga, parlerei a chi ha sollecitato la mia discesa in campo’. Prima, però, le primarie? ‘Non vivo questo passaggio come un problema, perché è un’opportunità. E poi credo che se uno si mette in gioco debba essere disposto a farsi giudicare da tutti e senza paure’. Non la mette a disagio la prospettiva di doversi contrapporre al sindaco Letizia Moratti, che pure si è affidata a lei per progettare Expo? ‘Voglio chiarire subito che la mia non è una candidatura "contro". Nei confronti di Letizia Moratti ho anche riconoscenza per lo spazio e la fiducia che mi ha dato’. Ma? ‘Ma mi sono reso conto della necessità assoluta di governare in modo diverso la città, non solo per non perdere l’Expo, ma per dare a Milano l’accelerata di cui ha bisogno’. Da cosa parte? ‘Dalla mia esperienza e dai miei rapporti. Dobbiamo mettere in rete tutte le energie che Milano oggi esprime e che spesso non si parlano tra loro: penso al terzo settore, al mondo dell’imprenditoria, della cultura, della sanità, della finanza, dei giovani, della moda e del design, dell’università’. Non la spaventa il fatto che dovrà rapportarsi con i partiti? ‘No, ma intendo occuparmi di questioni di politica nazionale solo nella misura in cui riguarderanno il futuro di Milano’. A chi chiederà il consenso? ‘Credo si debba andare oltre gli stretti confini in cui sono oggi relegate maggioranza e opposizione. Esistono grandi questioni su cui si può creare un’alleanza molto più vasta ed esistono settori che oggi non hanno voce e rappresentanza. Per fare un esempio, il richiamo del cardinale al grande buco nero della solitudine urbana ci aiuta a capire che oggi a Milano esiste una nuova povertà che va ascoltata e a cui va data risposta. Dobbiamo liberare le energie imprenditoriali e di generosità sociale che fanno di Milano una capitale del mondo’. Di cosa ha bisogno oggi Milano? ‘Anzitutto, di un’amministrazione molto più vicina ai cittadini e meno condizionabile dalle contorte e sterili vicende politiche romane. Vorrei una rete di municipi di quartiere dove ascoltare i bisogni e promuovere soluzioni e imprese sociali. Penso a una camera permanente per i consigli di zona e alla sfida di una città davvero internazionale: che vuole dire prima di tutto una città aperta ai giovani del mondo. Attirare la passione dei giovani è la prima grande sfida che ci attende’. Come sarà la sua campagna elettorale? ‘Sarà molto innovativa. Voglio creare un grande laboratorio di ascolto e nasceranno in tutta la città punti di ascolto e progetto’. Se non dovesse essere eletto, resterà in consiglio comunale? ‘Sì. Sarebbe un modo diverso di continuare a occuparmi delle politiche sociali e urbanistiche di Milano: cosa che, per la mia professione, faccio già da molti anni’. Alle primarie si è già candidato l’avvocato Giuliano Pisapia. ‘Non lo conosco personalmente, ma mi sembra persona stimabile e di grande correttezza’. Ha già in mente un’eventuale squadra di governo? ‘Ho in mente il fatto che dobbiamo pensare al rinnovamento della classe amministrativa: una squadra di nuove energie e competenze da mettere alla prova. Cambiare aria a Palazzo Marino può solo fare bene’. Architetto Boeri, Milano è la città di Berlusconi. Si può battere il centrodestra? ‘Penso e spero in una sfida sui progetti, non sui nomi o le appartenenze. Milano merita una campagna elettorale che raccolga idee per il futuro, non rancori sul presente. Sono qui per questo. E possiamo farcela’”.

11. Pd, Bindi: Stop al duello D'Alema-Veltroni

Roma -“Sulla legge elettorale con chi sta lei, presidente Bindi, con D'Alema o con Veltroni? Chiede Giovanna Casadio a pagina 12 di REPUBBLICA al presidente del Pd Rosy Bindi ‘Io sto con il Pd, con la sua assemblea e con il buon senso del popolo democratico. Una nuova legge elettorale è necessaria, è in gioco la qualità della democrazia. Perciò chiediamo a tutti in Parlamento di lavorare a una nuova legge. A Berlusconi per primo offriamo lapossibilitàdi cambiare insieme la legge elettorale’. Ma al premier non interessa affatto. ‘Sia il Pdl che la Lega dicono di essere indisponibili. Eppure sono a loro volta vittime della legge "porcata". Gli si sta sfasciando tra le mani la maggioranza perché questa legge costringe ad alleanze e coalizioni disomogenee. Il Pd ha il dovere di costruire una maggioranza per modificare questa legge, presentando una sua proposta’. I Democratici sono un po' confusi sulla proposta, non crede? ‘Il Pd deve essere pronto a mediare sulla riforma possibile. Però è necessario un mandato preciso sul punto di caduta della mediazione. Quindi ha ragióne Bersani quando dice che non ci presentiamo con un modello, ne il tedesco, ne il francese, ne lo spagnolo ma con alcuni principi peraltro discussi e approvati dal "parlamentino" del partito. I principi sono: restituire agli elettori la possibilità di scegliere i singoli parlamentari; non espropriare i cittadini del diritto di scegliere la coalizione di governo nel rispetto della democrazia parlamentare e delle prerogative del presidente della Repubblica. L'assemblea del Pd ha dato l'ok a un sistema maggioritario uninominale possibilmente a doppio turno. Siamo tutti vincolati a quel mandato. Il Pd, che giustamente riscopre e rilancia l'Ulivo - ovvero un progetto che tiene insieme compiutezza del partito e coalizione- deve puntare a un sistema elettorale in cui le alleanze non servono a completare il progetto del nostro partito ma a costruire unacoalizione di governo’. In pratica è un no a D'Alema, il suo? ‘D'Alema deve portare la sua discussione nel partito e non può ignorare quello che l'assemblea ha deciso’. Da ragione a Veltroni, benché lei sia stata molto dura stoppando l'ipotesi di una candidatura a premier dell'ex segretario? ‘Anche Veltroni è vincolato all'assemblea e allo statuto. Questo partito non è riducibile aVeltroni D'Alema, è ora di uscire da questa strettoia. Siamo tutti stufi. Il Pd non ha neanche una contrapposizione "nativa", cioè democratica, sono tutte ereditate dal passato. Vuole sapere con chi sto? Con Bersani e poi con me stessa,con la Bindi. Sulla premiership, il candidato è il segretario Bersani e, comunque, il pallino è nelle sue mani e non è possibile che ogni giorni sia insidiato da una autocandidatura’. No però alle coalizioni post-voto? ‘Sono gli elettori a scegliere. Anche nell'ipotesi del terzo polo, dovranno prima dire con chi stanno’. Partono gli appelli: uno è promosso da Emma Benino e dal Pr per l'uninominale, un altro da "Giustizia e Libertà": lei aderisce? ‘È vero che noi siamo un bipolarismo malato, ma perché abbiamo ereditato le malattie del sistema precedente. Non è solo con gli appelli o i referendum che si risolvono le questioni elettorali’. Il Nuovo Ulivo avrà gambe o tutt'al più sarà un semplice cartello elettorale? Parisi lo boccia. ‘La forza del Nuovo Ulivo sarà quella di ridare speranza all'Italia. Un'idea nuova di sé, di ritrovare il senso del futuro. La cosa più preziosa dell'Ulivo nel 1996 fu appassionarsi alla sfida per l'Europa. Sei giovani all'anagrafe, mi riferisco a Renzi, sbadigliano davanti a un progetto nuovo per il paese, mi preoccupano. È ovvio che il nostro popolo e i delusi da Berlusconi ci ascolteranno se parleremo di lavoro, di giustizia, di scuola, di legalità, di Costituzione, di un'Italia che ritrova se stessa dopo le sceneggiate di Gheddafi, le leggi ad personam. Poi discuteremo di alleanze con Di Pietro, Vendola, Casini’. Anche con Fini? ‘Con tutti coloro che hanno a cuore la democrazia nel nostro paese’”

 12. Mentana: Sparo un Tg pesante contro le corazzate

Roma -“ L’altra sera, alla sua prima conduzione del TgLa7, l’ha seguita un milione e mezzo di spettatori... chiede a Enrico Mentana Maurizio Caverzan a pagian 11 del GIORNALE ‘Abbiamo fatto un ottimo risultato, quello che speravo e forse anche di più. Siamo molto contenti di questo esordio ma sarebbe come giudicare una partita dal primo minuto di gioco. Anche se hai già fatto un bel gol...’. Cappuccetto rosso ha sconfitto il lupo in bocca al quale tutti la spingevano... ‘Dopo il duecentesimo in bocca al lupo mi è venuta spontanea quell’immagine. In realtà pur senza esser lupo, negli anni un po’ di pelo mi è cresciuto’. Un altro paragone di giornata potrebbe essere Mentana come Ibrahimovic: dove va vince... ‘Da interista rispondo: abbiamo vinto senza di lui e anche contro di lui. Mi piacerebbe essere paragonato a un calciatore che fa giocare bene la squadra e che si allena tutti i giorni’. Quando un direttore di giornale appena arrivato aumenta le copie si dice che si è portato i suoi lettori. Per un direttore di tg vale lo stesso? ‘Sicuramente non c’è un travaso così meccanico come avviene nella carta stampata e com’è avvenuto per Feltri e, sull’altra sponda, per Travaglio. Ma avendo gestito un tg per 12 anni è comprensibile che io sia conosciuto come un buon artigiano di tg’. Contribuirà anche una diffusa voglia d’informazione? ‘Certamente. Direi che c’è molta voglia di essere al corrente di ciò che sta succedendo davvero’. L’informazione dei tg si è infrivolita? ‘Questa domanda comporta un giudizio sul lavoro dei direttori di Tg1 e Tg5 che non mi spetta. So che per Minzolini le soft news danno polpa al tg e molti quotidiani le annunciano spesso in prima pagina. In questo momento ho scelto di fare un tg centrato sulle hard news’. A questo punto Mentana chiede di stare in linea perché deve collegarsi con una radio privata per un intervento in «centosecondi». Parla del caso di Daniele Franceschi, l’italiano morto in un carcere francese. Alla fine saluta i radioascoltatori e torna all’intervista. Gli altri tg le stanno facilitando il compito? ‘Anche l’altro ieri i due principali tg hanno totalizzato il 48 per cento di share. Non siamo di fronte alla crisi delle cosiddette corazzate dell’informazione. Bisogna fare sempre un tg competitivo, concorrenziale e con i bioritmi alti. Se gli altri perderanno qualche punto faranno crescere la nostra voglia di tentare l’impresa. Credo ci sia tanta gente che ha voglia di essere informata e di conoscere anche il sapore aspro della politica. E di sapere quando questo sapore aspro viene da Berlusconi, quando da Fini, da Di Pietro o da Bersani...’. Cosa significa che il TgLa7 sarà concorrenziale? ‘Che non sarà alternativo. Fino a qualche tempo fa il tg di La7 era fatto per sparigliare le testate istituzionali. Ora non sarà più corsaro, ma generalista e fatto per concorrere con gli altri, forse un po’ paludati’. La7 rifugio terzista? ‘Al terzismo non ho mai creduto. Non mi sembra interessante dare un colpo al cerchio e uno alla botte o scegliere l’equidistanza. M’interessa stare fuori dalle parti, raccontare i fatti senza fare il tifo. Essere spassionati non significa essere freddi’. Che effetto le ha fatto tornare in video a dare le notizie? ‘Non ho fatto neanche un minuto di prova. Quando impari ad andare in bicicletta, anche se non la usi a lungo, una volta sul sellino cominci a pedalare’.I titoli e i servizi più lunghi sono una scelta? ‘Voglio raccontare i fatti, non fare un tg povero o schematico’. Si è ritagliato un ruolo da esegeta delle notizie: le commenta, le spiega... ‘Un tg che vuole essere prezioso e curato deve dare notizie che siano comprensibili e spiegabili. Chi non conosce la frustrazione di ascoltare un servizio senza riuscire a capire bene cos’è accaduto?’. Farà campagna acquisti? Qualcuno si è offerto... ‘Niente campagna acquisti. Sono arrivato scommettendo sulla redazione che già c’è e sulla chiarezza della linea di navigazione’. Che cosa pensa della Rai che vuol convincere Vespa a condurre Sanremo? ‘Vespa è legato alla Rai da un contratto non giornalistico. Quindi teoricamente può fare tutto quello che vuole’. In qualche tg il direttore sembra non essere più padrone della sua redazione. Minzolini è stato contestato dalla Busi e dalla Ferrario, la Berlinguer da Beha... ‘La casistica è vasta e controversa. Un direttore deve fare il direttore. Non dev’essere il capo di un’assemblea. Quello che fa un grande direttore è la capacità decisionale. Anche il giornalismo, come il sistema politico, è sempre più personalizzato’”.

13. Cgil, il sindacato cinese gela Epifani

Roma -“La delegazione non poteva essere di livello più alto. Il segretario, Guglielmo Epifani. Il segretario che verrà, Susanna Camusso. Il dipartimento esteri. La Cgil esplora la Cina, 10 giorni per intercettarne le coordinate, scrive Marco Del Corona a pagina 21 del CORRIERE DELLA SERA. ‘È una missione conoscitiva, necessaria’, spiega Epifani. Programma fitto, voglia di capire. Doveva essere anche un viaggio per ristabilire un contatto col sindacato unico, la Acftu (Federazione cinese dei sindacati). Qui, invece, niente di fatto. I rapporti tra la Cgil e la Acftu sono interrotti dal 1989, in seguito alla violenta repressione degli studenti (e dei lavoratori) della Tienanmen. Anche la Cisl ha troncato il filo col sindacato ‘di Stato’, organico al Partito comunista cinese. Non la Uil. ‘Avremmo voluto incontrare il vertice dell’Acftu e, se si fossero presentate le condizioni, si sarebbe potuto anche riavviare il dialogo’, dice al Corriere Epifani. L’incontro, che secondo i piani della Cgil doveva avvenire ieri, non si è concretizzato. ‘Ci hanno detto che avevano altri impegni…’.Accademici, centri studi, l’agenzia cinese per l’ambiente, operatori economici, le visite al porto di Tianjin, allo stabilimento Ariston-Merloni di Wuxi, all’Expo di Shanghai, e altro ancora: ‘Il viaggio ce lo siamo organizzato noi’, ammette Epifani, e qui potrebbe nascondersi la chiave dell’indisponibilità dei cinesi. Cgil e Acftu avevano avuto già contatti in seno all’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro), tuttavia l’attenzione cinese per i formalismi e il protocollo avrebbe forse suggerito che fosse l’Acftu a invitare i colleghi italiani. Il viaggio di Epifani e compagni potrebbe invece apparire un autoinvito. Probabilmente indigesto ai cinesi anche l’interesse della Cgil per le voci di attivisti non allineati, estranei alle dinamiche di un sindacato finora preoccupato di mantenere l’armonia fra aziende e lavoratori e fra mondo del lavoro e Partito. E al diniego magari contribuisce il disagio del sind a cato cinese, in crisi di rappresentatività (col vistoso paradosso di tafferugli in cui erano i sindacalisti a picchiare gli scioperanti nel Guangdong), al punto che è stata varata una norma per imporre che dal 2011 i rappresentanti sindacali nelle aziende siano pagati dal sindacato e non dalle aziende stesse. Un altro mondo. Il sindacato-armonizzatore di Pechino resta lontano dall’Italia (e forse anche dalla Cina)”.

14. Università, La Sapienza dimezzata dalle pensioni illustri

Roma -“Per toccare con mano la difficile situazione delle università italiane, basta entrare in una delle sue facoltà più prestigiose, giurisprudenza, la Sapienza, Roma, scrive Lorenzo Salvia a pagina 9 del CORRIERE DELLA SERA. Da qui è passata buona parte della classe dirigente del Paese. Ma l’anno (accademico) che sta arrivando non porta buone notizie. Su 68 professori ordinari in organico, 27 andranno in pensione. Quasi la metà. Tra gli addii ci sono nomi illustri come Franco Coppi, l’avvocato che ha difeso Giulio Andreotti, Augusto Fantozzi, ministro e da ultimo commissario per Alitalia, e poi il costituzionalista Alessandro Pace, il teorico del diritto Natalino Irti, il privatista Gianni Bessone. Ma il problema non è il livello di quelli che se ne vanno. Il guaio vero è che nessuno di loro sarà rimpiazzato: 27 a zero, alla faccia del turn over. Con i pochi soldi rimasti in cassa, la Sapienza si può permettere 4 assunzioni di ordinari. Ma nessuno di questi fantastici quattro atterrerà nelle aule di giurisprudenza. Il risultato è che alcune cattedre rischiano di rimanere scoperte, come quelle di diritto tributario o di di ritto canonico. Mentre per altre, come privato che perde due docenti su quattro, il sovraffollamento è garantito. «Prima la legge Mussi ha abbassato l’età pensionabile da 75 a 72 anni — dice il preside Mario Caravale —, poi con la Gelmini questo tetto è sceso di fatto a 70». Scelte non strampalate: ancora adesso i professori italiani sono quelli che vanno in pensione più tardi contro una media europea di 65 anni. Ma senza la possibilità di nuove assunzioni il ricambio generazionale diventa paralisi. Il preside sta provando a cucire una toppa. ‘Ad alcuni dei professori che dovrebbero andare via proporremo un contratto di un anno, continueranno a fare lezioni ed esami’. Compenso simbolico, 200 euro l’anno, tra i 27 una decina ha già detto sì. Ma non è detto che la misura passi davvero, e c’è chi pensa che aggirerebbe le norme sull’età pensionabile. ‘Una soluzione la troveremo’, assicura il preside. Ma oltre che della mancanza di soldi, il rischio blocco è figlio di scelte storiche e forse ormai antistoriche. Questa è l’unica facoltà italiana, insieme a giurisprudenza di Torino, a non avere professori associati. O si è ricercatori — che adesso sono 120 —, o professori ordinari. Tra questi corridoi non è mai arrivata la riforma che nel 1980 creò il «docente di mezzo» come allora venne chiamato l’associato. Perché? La facoltà si è sempre considerata un centro d’eccellenza, un punto d’arrivo nella carriera dei professori di tutta Italia. E per questo, quando le assunzioni erano ancora possibili, ha sempre pescato tra i professori già affermati nelle altre università: ordinari e ben al di sopra dei 50 anni. Una scelta che forse negli anni ha pagato ma che adesso ha tutto l’aspetto di un boomerang. L’età avanzata dei professori, sono quasi tutti sopra i 60, è la causa principale di questo esodo di massa. E la mancanza di associati rende impossibile assunzioni low cost. In soldoni: per prendere un professore ordinario che è già associato bisognerebbe mettere sul piatto solo la differenza di stipendio, 40 mila euro lordi l’anno. Ma in mancanza di associati e dovendo pescare un ordinario da un’altra università, la voce in bilancio sarebbe pari all’intero stipendio, 120 mila euro lordi l’anno. Di questi tempi non se ne parla proprio. Il preside Caravale dice che il problema è a monte: ‘Quarantamila o 120 mila euro non fa differenza, i soldi non ci sono proprio’. Sarà, ma forse potrebbe cadere un tabù. E nella facoltà che non li ha mai voluti potrebbe arrivare un associato. O di più. A differenza di quello che avviene in tutte le altre facoltà, qui i ricercatori non fanno lezione. Seminari, esami ma in cattedra no perché sono sempre stati considerati come i vecchi assistenti. Una decina di ricercatori ha scritto al preside, ha offerto la propria disponibilità a tenere i corsi rimasti scoperti. Una protesta al contrario visto che in tutta Italia, contro la riforma dell’università approvata al Senato, i ricercatori sono pronti a non fare più lezione, paralizzando la didattica. Dalla facoltà i dieci non hanno ricevuto risposta. D’accordo i pensionamenti e la crisi, ma la tradizione è sempre tradizione”.

15. Iraq, Obama: La guerra è finita

Roma -“’La guerra in Iraq è finita, è arrivato il momento di voltare pagina’. Il presidente americano Barack Obama parla alla nazione dallo Studio Ovale in coincidenza con la conclusione del ritiro delle truppe combattenti, mostrando il duplice intento di rendere omaggio ai soldati e guardare alle nuove sfide che incombono sulla nazione, a cominciare dall’economia, scrive Maurizio Molinari a pagina 5 della STAMPA. ‘Questa sera annuncio che la missione di combattimento delle truppe americane in Iraq si è conclusa, l’Operazione Iraqi Freedom è finita - esordisce Obama, quando in Italia sono le 2 del mattino di oggi - e il popolo iracheno ha ora la responsabilità della sicurezza della loro nazione. Lo avevo promesso al popolo americano da candidato e mantengo quanto detto’. Si chiude un intervento militare durato oltre sette anni: ‘Abbiamo fatto uscire dall’Iraq circa centomila uomini e milioni di parti di armamenti, abbiamo chiuso o trasferito agli iracheni centinaia di basi’. Il saluto ai soldati è caloroso: ‘In ogni momento gli uomini e le donne in uniforme hanno servito la nazione con coraggio e determinazione, come comandante in capo sono orgoglioso di quanto hanno fatto, come tutti gli americani sono in debito per i sacrifici fatti da loro e dalle loro famiglie’. Obama ha anticipato i contenuti del discorsi al predecessore George W. Bush, che il 19 marzo 2003 ordinò l’attacco teso a rovesciare il regime di Saddam Hussein, e ora dice che il ritiro è una ‘pietra miliare’ per gli Stati Uniti perché ‘ricorda a tutti gli americani che il nostro futuro ci appartiene e dobbiamo modellarlo con fiducia e impegno’. Il ritiro contiene anche un messaggio al mondo: ‘L’America intende sostenere e rafforzare la sua leadership in questo secolo giovane’. Insomma, la fine di Iraqi Freedom è un momento di forza, e non di debolezza, della superpotenza. Da qui le conclusioni. ‘Porre termine alla guerra non è solo nell’interesse dell’Iraq ma anche nel nostro, abbiamo pagato un alto prezzo per poter porre il futuro dell’Iraq nelle mani degli iracheni, lo abbiamo fatto perché condividiamo con gli iracheni la convinzione che dalle ceneri della guerra può nascere un nuovo inizio in questa culla della civiltà’. È un linguaggio con cui Obama fa propria l’eredità del conflitto, ne rivendica i risultati e guarda avanti: ‘Attraverso questo rimarchevole capitolo della Storia gli Stati Uniti e l’Iraq hanno fatto fronte alle proprie responsabilità, ora è arrivato il momento di voltare pagina’. Da qui l’agenda che l’amministrazione ha davanti. Obama cita la guerra in Afghanistan ancora da vincere e la sfida per la pace in Medio Oriente che lo vede da oggi impegnato nei colloqui alla Casa Bianca con i leader di Israele e Autorità palestinese, ma ciò che gli preme di più è il fronte economico. ‘Il nostro compito più urgente è risollevare l’economia e ridare il lavoro ai milioni di cittadini che lo hanno perduto’ afferma, puntando a rassicurare un elettorato che secondo l’ultimo sondaggio Gallup si appresta a premiare i repubblicani nelle elezioni di Midterm per il rinnovo del Congresso. ‘Dobbiamo rafforzare la classe media, dare ai nostri figli l’educazione che meritano e ai lavoratori le competenze per competere nel mercato globale - conclude in un crescendo di toni - aiutare le imprese ad assumere e porre fine alla dipendenza dal greggio straniero. Sarà difficile ma nei giorni che verranno questa sarà la mia principale missione’. Ma ad incalzare il presidente americano è l’opposizione repubblicana che, con il capo dei deputati John Boehner, gli rimprovera di ‘essere fra quei leader che in passato di opposero alla strategia di mandare i rinforzi in Iraq e ora si vantano del successo che ne è conseguito’. Anche John McCain attacca la Casa Bianca: ‘Senza riconoscere l’errore compiuto nell’opporsi all’invio dei rinforzi in Iraq, questo presidente non riuscirà a gestire nella maniera migliore l’invio dei rinforzi in Afghanistan’. Per il capo dei senatori repubblicani Mitch McConnell ‘il merito del successo che oggi celebriamo va al presidente Bush che volle i rinforzi e al generale David Petraeus che seppe gestirli per riuscire a migliorare la situazione della sicurezza in Iraq, nonostante la dura opposizione fatta dai democratici’”.

16. Parigi contro l'Iran: Inaccetabili gli insulti a Carlà

Roma -“Il farsi è lingua di rara melodia, perfino ‘fahisha’, fruscia, come se avesse lo strascico. Anche se è un insulto, e grosso: ‘fahisha’, ovvero ‘puttana’. Il giornale iraniano ‘Kayhan’ l’ha utilizzato per catalogare la moglie del presidente francese, Carla Bruni, scrive Domenico Quirico a pagina 2 della STAMPA. Innescando non un problema di cattiva educazione ma un caso diplomatico. I redattori che si battono morbosamente dietro le loro scrivanie per fare in briciole un universo di peccatori, interni e esterni, avevano notato, furibondi, la firma della signora Sarkozy tra i mobilitati per evitare la lapidazione di Sakineh, adultera e quindi anche lei ovviamente ‘puttana’. Parigi ha replicato subito con vivacità, innescando il bisticcio. ‘Facciamo sapere alle autorità iraniane che gli insulti pronunciati dal quotidiano e ripresi da alcuni siti iraniani sono inaccettabili’, ha scandito il portavoce del Quai d’Orsay, Bernard Valero, con tono da burrasca. ‘Inaccettabile’ è, nel vocabolario diplomatico, parola pesante. Almeno quanto ‘puttana’. Con l’Iran Sarkozy è davvero ai ferri corti. Tra i più decisi sul dossier dell’atomica concupita smodatamente dagli ayatollah, ha sguinzagliato il ministro degli Esteri Kouchner per pretendere dalla timidissima Ue posizioni più oltranziste in difesa appunto di Sakineh. La lettera aperta scritta da Madame Sarkozy non era certo una iniziativa isolata. «Libération» e «Elle» l’hanno pubblicata, e ripubblicata, in eccellente compagnia: l’ex presidente Valéry Giscard d’Estaing, il filosofo Savater, il sindaco di Parigi Delanoë. Ma agli ultraconservatori e tenaci antifemministi del «Kayhan» ha fatto dispetto soprattutto la prosa della Bruni: «Perché vogliono spargere il vostro sangue? Privare i figli della loro madre? Perché avete vissuto, perché avete amato, perché siete una donna? Non capisco come gli eredi di una così grande civiltà fatta di tolleranza e raffinatezza possano essere infedeli a questa eredità millenaria». Apriti cielo! Puro veleno, per le penne del «Kayhan», che dell’eredità millenaria e delle raffinatezze farebbe volentieri un rogo, considerandole pura spazzatura che precede l’avvento dell’Iran santificato e khomeinista. Il titolo dell’articolo era già una significativa ouverture: ‘Le prostitute francesi fanno cagnara intorno ai diritti dell’uomo’. Il resto travasava le stesse note: ‘attrice, cantante depravata, è riuscita a mandare in pezzi la famiglia di Sarkozy e a sposare il presidente’. Intrigante e forse involontaria rivelazione: anche in Iran sono attenti alle svolte amorose di questa creatura così demoniaca, forse più di quanto dovrebbero. L’articolo ricordava infatti che ‘ha avuto un legame con un cantante’. Immaginiamo questi santi e malmostosi uomini di Teheran divorare golosi i pettegolezzi sul (presunto) e recente amore con Benjamin Biolay. Una volta azzannata con le loro pinze sguaiate Carla Bruni, gli ultras di Teheran non l’hanno più mollata, trattamento che si riserva solo a qualche Grande Satana. Sono ritornati sul soggetto anche ieri, ripetendo gli insulti e associandola a Sakineh anche nella punizione: ‘Merita la morte per la sua vita immorale’. Di pietre assassine a Teheran hanno davvero riserve infinite. ‘Rigettiamo l’indignazione di questa puttana italiana’. Dopo la nota francese, l’Iran ufficiale ha fatto un piccolo sforzo per distinguersi dal giornale, ma con molta degnazione: ‘La Repubblica islamica non approva l’insulto contro i responsabili di altri Paesi’ ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri. Sfumatura deliziosa: non approva, che è assai meno di disapprova: ‘Spero che tutti gli organi d’informazione facciano attenzione, si può criticare la politica ostile di certi Paesi e il comportamento dei loro responsabili ma non bisogna usare parole insultanti. Non è corretto’. Più una lezioncina di stile giornalistico, che una riprovazione”.

Marchionne, il Lancillotto della nobile e generosa Fiat

Dell’Utri contestato. Per ottimi motivi