Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 10/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Obama ferma il rogo del Corano”. A sinistra editoriale di Sergio Rizzo: “Le riforme fantasma”. A centro pagina: “Bossi: non voteremo la sfiducia”. Intervista a Marina Berlusconi: “Il caso Mondadori? Un gioco politico contro la mia famiglia”. A destra due articoli. Di Umberto Ambrosoli: “Mio padre e la Difesa del pubblico interesse”. Sotto un articolo di Claudio Magris: “Le parole di Andreotti un’offesa per gli onesti”. A fondo pagina: “Scajola: vendo casa e faccio beneficienza”. “La difesa della privacy che fine ha fatto”, di Pierluigi Battista.

REPUBBLICA – In apertura: “Corano, interviene Obama, il pastore rinuncia al rogo”. A sinistra: “Voto, Bossi a Berlusconi: ‘Sì alla fiducia’”. “Il piano per lo scudo al Cavaliere”. “Il calcio-mercato dell’onorevole”. A centro pagina: “‘Pd squadrista’, bufera su Brunetta”. A destra: “Sarkozy il Napoleone rimpicciolito”. A fondo pagina: “Il declino del Tg1 nella guerra degli ascolti”. “La tratta delle trans da 20 milioni al mese”.

LA STAMPA – In apertura: “Bossi: patto con Berlusconi”. A sinistra editoriale di Luca Ricolfi: “Ma la Lega è ancora federalista?”. In alto: “L’appello di Obama: ‘No al rogo del Corano’. E il reverendo si ferma”. A destra di Giorgio La Malfa: “Ambrosoli nuovo sgarbo di Andreotti”. A centro pagina in un box illustrato da una fotografia: “Ora i numeri non sono più soli”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “La crescita perde slancio”. In un box: “In Spagna tutela dei precari e licenziamenti più facili”. A centro pagina un box con fotografia che illustra l’intervista con Tony Blair: “‘Silvio un amico, ma la sinistra rinascerà’”. A sinistra: “I pannicelli di Obama non scaldano la ripresa”. Sotto: “Fiat rivela i debiti dello spin off”. “Tracciabili solo i nuovi appalti”.

IL GIORNALE – In apertura: “Montecarlo, arrivano le carte”. Di spalla editoriale di Alessandro Sallusti: “Bossi, Berlusconi e la tattica della divisione”. A centro pagina in un box illustrato: “I cattivi maestri dei nuovi picchiatori”. Sotto: Se perfino Fidel si pente: ‘Il comunismo non va’”. A fondo pagina: “La mamma è povera. Il giudice: via la figlia”. “Facciamo l’hit parade dell’Unità d’Italia”.

LIBERO – IN apertura: La legge straniera di Silvio”. Di spalla: “In nome di Fini la libera stampa si imbavaglia”. “I picchiatori in seno, il Pd se li è cercati”. A centro pagina: “Bossi e il Cav divisi sul voto”. A destra: “La commedia dell’assurdo del patto di sindacato Rcs”. Sotto, di Filippo Facci: “Andreotti al 91mo”.

IL MESSAGGERO – In apertura: Italia, rallenta la crescita”. Sotto: “Corano al rogo, allarme di Obama e il pastore rinuncia all’iniziativa”. Di spalla: “Quelle classifiche delle assurdità”. A centro pagina: Asta per la Roma, 23 in campo: nella lista il petroliere Taci, Clessidra con Preziosi e i libici”. “Bossi, non faremo mancare i voti”. Intervista a Mariastella Gelmini: “Facciamo l’alleanza del giusto contro il privilegio”. A fondo pagina: “Sistina malata per far cassa”. “P3, accolto il ricorso di Carboni”.

IL TEMPO – In apertura: Così salta il piano di Fini”. Di spalla. “Il Cav stabile garanzia italiana”. “Su Unicredit vola l’aquila tedesca”. A centro pagina illustrato da una grande fotografia: “Tremonti ‘Andiamo avanti’”. In taglio basso: “Un esame al cuore’ ‘Ripassi tra 10 mesi’”.

IL FOGLIO – “Così Tremonti segue con vigile disinteresse le partite di potere”. “Castro autocrate autocritico”. “In Fiom c’è chi alla Camusso chiede una svolta riformista”. “Chi seduce paga”. “Il cubo di Sarkozik, ovvero i tre rimpasti impossibili di Francia”.

L’UNITA’ – In una grande fotografia: “Sotto sviluppo”. A fondo pagina: “Sakuneh, il terrore dei figli: l’esecuzione non è stata sospesa”. L’acqua pubblica piace a Gheddafi: 15 milioni puntati su Antrodoco”. L’Unità in viaggio. Un pullman per salutare Angelo Vassallo”. (red)

 

 

2. Obiettivo del Cav rendere “superflui” i finiani

Roma - “Al secondo giorno di quello che si annuncia essere il ‘mese della responsabilità’ – scrive IL GIORNALE - il copione non cambia. Riunioni e incontri a Palazzo Grazioli, rassicurazioni sul fatto che ‘il governo andrà avanti’ e via a dichiarare che ‘nessuno vuole le elezioni anticipate perché bisogna essere fedeli al patto con gli elettori’. La verità - nonostante il tentativo di Berlusconi che ormai da tre giorni ha dato il via libera alle colombe per cercare una strada alternativa alle urne – è che le somme si potranno tirare solo a fine mese, quando finalmente il Cavaliere interverrà alle Camera. E che al di là delle buone intenzioni difficilmente si potrà risolvere una crisi dove i due principali contendenti hanno interessi diametralmente opposti. Fini mira a tenere in piedi il governo – pur avendone scardinato punto per punto la sua azione durante l’intervento di Mirabello – solo per logorare il Cavaliere e avere iltempo di organizzare il suo partito per la tornata elettorale.Mentre Berlusconi – pur consapevole dei limiti che ha oggi il Pdl e del rischio che le urne gli consegnino un Senato senza la maggioranza – non può accettare di restare sulla graticola due anni".

 

"Per il momento, però, si continuano a muovere le pedine sulla scacchiera. Con il premier che convoca un’altra riunione allargata e spiega nel dettaglio la teoria delle maggioranze variabili. Con i cinque deputati dell’Mpa di Raffaele Lombardo, infatti, Pdl e Lega arrivano a quota 311. Per la fatidica soglia di 316 ne basterebbero solo altri cinque che potrebbero arrivare dai Liberaldemocratici o da Noi Sud. A quel punto il governo avrebbe una maggioranza autonoma dai finiani e di provvedimento in provvedimento potrebbe a seconda dei casi cercare di allargarsi al Fli o all’Udc.Insomma,una sorta di “area cuscinetto”per garantire il sostegno all’esecutivo,che secondo i conti fatti a Palazzo Grazioli avrebbe già toccato quota ventidue. Un ragionamento che fila sotto il profilo numerico ma che non sta in piedi dal punto di vista parlamentare. Basti dire che con una maggioranza schiacciante più volte in questi due anni il governo si è trovato ad andare sotto. Berlusconi lo sa bene, ma evidentemente non vuole lasciare nulla di intentato e così rassicura tutti arrivando a dire che a fine settembre la maggioranza potrebbe essere anche più ampia di quella che ha dato la fiducia al governo. Ribadendo che’il tentativo va fatto’. Il premier cita pure la vicenda Bonanni perché ‘dimostra che la sinistra ha deluso nelle politiche sindacali’ mentre ‘noi ci stiamo comportando bene’. Un patrimonio, dice, che andrebbe disperso. Messaggio recepito dai ministri, in prima fila le colombe di Liberamente : Frattini, Carfagna, Gelmini e Prestigiacomo. Anche se non è un caso che il Cavaliere pretenda l’autosufficienza dai finiani. Per lui quello è un capitolo chiuso".

"I problemi insomma restano tutti. Tanto che uno solitamente attento ai dettagli come Osvaldo Napoli non manca di sottolineare che ‘la maggioranza dovrà essere omogenea e non episodica’. Appunto. Così, forse non hanno torto quei ministri convinti che il Cavaliere abbia deciso di prendere tempo. Un voto a novembre, infatti, avrebbe trovato impreparato Fini ma anche il Pdl. Alle prese con grosse beghe in alcune regioni del Sud, con un’organizzazione da rivedere e con una vera e propria guerra tra bande anche tra i ministri più vicini al premier. Così, tornano i rumors su un ribaltone tra i tre coordinatori, magari sostituiti da un coordinatore unico. Perché l’ipotesi del voto a marzo – insieme alle amministrative resta ancora la più gettonata. Cercando nel frattempo di accelerare sul federalismo e sul piano Sud su cui sta lavorando Fitto. E tenendo aperti i canali con l’Udc che nel caso si andasse alle urne sia al livello nazionale che comunale (compresa Bologna, molto cara a Casini) potrebbe anche essere tentata da un accordo. Se ne riparlerà davvero solo fra un mese”. (red)

 

 

3. Che fatica per i futuristi mollare le poltrone del Pdl

Roma - “Era dai tempi del partito Radicale, e subito dopo Transnazionale, che non veniva tanto concupita la ‘doppia tessera’. Che all’epoca, non c’è dubbio, era pura testimonianza di innamoramento pannelliano, scelta modaiola nei primi tempi, poi diventata persino troppo fané. Esibivano ‘doppia tessera’ personaggi politici di spicco, alla Claudio Martelli, e il significato era pressappoco: il cuore lo nutre Marco, la carriera Bettino. Ma di sicuro – scrive il GIORNALE - non serviva a mantenere doppia cadrega e piede caldo in duplice calzare. Davvero storia strana, invece, questa dei ‘futuristi della libertà’ scettici e ribelli, ormai pronti al nuovo partito, eppure saldamente incollati all’incarico nel ‘partito che non c’è più’,del partito’che è morto’, il Pdl appunto. Quando già il dado era tratto, sembravano ancora non fidarsi della nuova via: tanto da resistere ai pressanti inviti a dimettersi dagli incarichi del partito contestato. Una resistenza vissuta con il piglio della naturalezza, come se fosse del tutto normale lavorare per l’uno e anche per l’altro, come se una vita ordinaria potesse prevedere che di giorno si scappa via con Fini e la sera si rientra con un po’ di nostalgia nella ‘galera’ di La Russa, Bondi e Verdini. Vere e proprie ‘Penelopi’, cui piaceva tessere la tela della virtù continuando però a cedere alle voluttà di un ‘esercito di Proci’. Un comportamento davvero inspiegabile. E quando alla fine del tira-e-molla i tre coordinatori del Pdl, previa burocratica riunione, hanno dovuto sancire il principio di un’evidente ‘incompatibilità’ (era fine agosto), il viceministro finiano Adolfo Urso ha preso senz’altro le difese dei renitenti, tuonando: ‘È una procedura poliziesca e intimidatoria che aggrava il clima politico’. Piccole follie di sole un paio di settimane fa, dovute forse all’agitazione del momento, e che ormai dovrebbero risultare fugate dalle ferventi parole di Fini a Mirabello”.

 

Eppure, quasi una settimana dopo, c’è voluto ancora un annuncio ufficiale del luogotenente Italo Bocchino, per prendere atto della situazione e invitare la truppa a lasciare poltrone e strapuntini nel pidielle: ‘Entro oggi i finiani che ancora ricoprono incarichi nel Pdl in tutta Italia si dimetteranno’, ha detto Bocchino dagli schermi di Repubblica tv . Non senza sottolineare che il costituendo partito di Fli, secondo sondaggi commissionati da Fini, avrebbe addirittura varcato la soglia del 7 per cento. Non solo: ‘Fli’ avrebbe oltre 11mila iscritti (via web a pagamento), una struttura già salda sul territorio e la settimana prossima sarebbe pronta a ‘incamerare’ il suo 36esimo deputato. In pratica, un bollettino di vittoria su tutta linea. Se non fosse, purtroppo, che dei cinque-sei ‘incaricati’ del Pdl più in vista, a livello nazionale, a fine serata soltanto Enzo Raisi è sembrato prendere sul serio il proclama di Bocchino, dimettendosi da coordinatore provinciale del Pdl bolognese. Seguito dal coordinatore metropolitano Pdl di Genova, dal vice coordinatore regionale della Campania e dei responsabili provinciali di Fermo e Ancona. Nessun accenno a lasciare, invece, da parte dei ‘big’ Roberto Menia (coordinatore del Friuli), Egidio Digilio (Basilicata), Giulia Cosenza (Avellino), Luca Bellotti ( Rovigo). Poco chiara anche la posizione di Aldo Di Biagio, responsabile per gli italiani all’estero. Resta così il segno evidente che forse non sono per nulla chiari neppure i giochi all’interno del Fli, se a poche ore dall’annuncio di Bocchino le cosiddette ‘colombe’ Moffa, Viespoli e Menia hanno stilato un vibrante ‘contrordine camerati’. ‘Non si comprende la fretta di affrontare problemi inerenti gli assetti interni del Pdl - hanno scritto in una nota - , che certamente esistono ma non sono prioritari e che andrebbero risolti senza reciproche forzature nei tempi e nei modi...’. Bella sconfessione dell’arrembante Bocchino, e ode ad una prudente attesa di tempi migliori. Del tutto in linea, si dirà, con la posizione di altri quattro finiani ‘di ferro’ che siedono nell’Europarlamento sui banchi del Pdl-Ppe. Cristiana Muscardini, una veterana, assieme a Salvatore Tatarella, Crescenzio Rivellino e Potito Salato. Hanno tutti smentito l’intenzione di lasciare l’eurogruppo, in quanto- ha spiegato la Muscardini- è arrivato il momento di passare dalla politica del ‘parlare e fare’ a quella del ‘pensare prima di parlare e fare’.Ecco dunque dov’era l’arcano: lingua batte dove dente duole. Ma tutto troppo veloce”. (red)

 

4. Calderoli: Napolitano sciolga soltanto una Camera

Roma - “L’unico momento in cui il ministro Roberto Calderoli stringe i freni è nella discesa in bicicletta da Pian della Regina. Ai ciclisti padani che sgamberanno fino a Venezia – spiega LA STAMPA -, offre l’acqua del Po. Al mondo della politica, regala il veleno della polemica. A Giorgio Napolitano a cui il ministro consiglia che ‘potrebbe sciogliere almeno una Camera’. A Silvio Berlusconi che fa i conti con la maggioranza ‘ma non mi sembra che sia in grado di moltiplicare pure i pani e i pesci’.

Allora ministro Calderoli, governo al capolinea?

‘Se ci sono i numeri si va avanti sino al 2013. Se si è rotto il patto elettorale o ne fai un altro sulla base di un qualcosa che non so oppure fai scegliere agli elettori’.

 

La Lega è per fare le elezioni subito...
‘Come abbiamo dimostrato quest’estate, noi siamo stati i pompieri delle polemiche, non i fuochisti. Abbiamo dato il nostro contributo per trovare una composizione ai dissidi. Rispetto a quelle che sono le risposte di entrambe le parti, mi sembra che di spazi a questo punto ce ne siano francamente pochi’.

Tanto per iniziare voi e Berlusconi andrete da Napolitano. Però la Costituzione non prevede che Fini vada a casa così. Quindi?
‘I costituzionalisti hanno scambiato fischi per fiaschi. Noi andiamo dal presidente Napolitano per rappresentargli quello che sta accadendo rispetto al regolamento, alla Costituzione e soprattutto quello che si rischia che accada. Ci sono da rifare le commissioni rispetto ai nuovi gruppi parlamentari. C’è il rischio che la Camera funzioni male. Il presidente Napolitano potrebbe prenderne atto e decidere, in base alla Costituzione, o di sciogliere le Camere oppure anche una sola. E questo non è legato a una maggioranza o a una posizione politica, ma all’oggettiva possibilità di funzionamento della Camera in questa situazione’.

Berlusconi però preferirebbe andare alla conta a fine settembre...
‘Berlusconi ha scelto di fare la verifica in Parlamento. Si dimostra fiducioso rispetto ai numeri. Se ci sono, si va avanti fino al 2013’.

Se no, piuttosto che non votare, sareste pronti a togliere la fiducia al governo?
‘Se ci sono i numeri noi siamo più che interessati a vederli. Personalmente suggerirò a Umberto Bossi di non partecipare alla prima chiamata sulla fiducia. Ma di partecipare solo alla seconda e verificare se questa maggioranza dipende solo dai finiani e quindi a quel punto si potrebbero prendere le decisioni conseguenti’.

Ma i numeri ci sono o no, secondo voi della Lega?
‘Le vie del Signore sono infinite, ma la moltiplicazione dei pani e dei pesci non l’ho ancora vista fare a Berlusconi. Andiamo alla verifica. Guardiamo che maggioranza c’è. Sa come dicono gli arabi: “Prima di dare tappeto, vedere cammello”’.

Però se si sciolgono le Camere e si va al voto, addio federalismo...
‘Possiamo portarlo a casa prima, anche a Camere sciolte grazie alle direttive di Romano Prodi del 2008’.

Sempre che non si trovi un altro leader di governo, un’altra maggioranza, magari un tecnico. Che ne dice?
‘Dico che nel caso scoppia una cosa che non avete nemmeno idea... A quel punto il Nord se ne va. E voglio vedere cosa faranno quelli che dicono che la Padania non esiste e poi dalla Padania si fanno pagare lo stipendio’”.
  (red)

 

5. Tremonti rilancia il governo: “Orgoglioso di esserci”

Roma - “‘Sono convinto di continuare con il governo Berlusconi, è ragione di orgoglio per me esserci e abbiamo qualche idea per andare avanti’. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti – scrive il CORRIERE - chiude con questa frase un’altra giornata di polemiche su un suo presunto ruolo di fiancheggiatore di Umberto Bossi per portare il Paese alle elezioni in autunno. Di più non dice ma alla festa Attreju 2010, davanti ai giovani di destra guidati da Giorgia Meloni, il ministro è rilassato e non risparmia battute. Propone di usare un servizio pubblico come la Rai ‘per diffondere l’inglese nel Paese’ e poi scherzando con i giornalisti suggerisce di mettere i sottotitoli in inglese al telegiornale diretto da Augusto Minzolini. Alla fine dell’incontro con i giovani si apparta a chiacchierare con i ministri Meloni e Mara Carfagna (Pari Opportunità) alle quali probabilmente riferisce gli esiti dell’incontro che ha avuto nel pomeriggio con il premier Silvio Berlusconi e una pattuglia di altri ministri.

 

Si tiene alla larga dal commentare nel dettaglio i dati Ocse, che ieri hanno relegato l’Italia all’ultimo posto per la crescita in Europa, precisando un po’ polemico di ‘guardare solo i dati Istat: vedrete domani, anche se ho enorme rispetto per l’Ocse’ . Sollecitato dal moderatore e dalle domande dei ragazzi – continua il quotidiano milanese - Tremonti spiega che la ‘costruzione del patto di stabilità e crescita europeo si concluderà in autunno quando i capi di Stato e di governo firmeranno la conclusione del processo’. Il ministro è ottimista. Poi se la prende con ‘qualche pirla che parla di insuccesso dell’Ecofin ma questo solo perché il processo non è stato fato di colpo’. Non risparmia una delle sue frasi apocalittiche: ‘Per l’Europa è suonato il gong della storia, con la crisi abbiamo capito che non possiamo continuare così’. Oppure: ‘Siamo passati dal mondo della certezza a quello dell’incertezza’. Sollecitato a mandare un messaggio ai giovani li invita a ‘guardare oltre i confini e pensare più all’essere che all’avere’. E, a una domanda sulla sostenibilità del sistema previdenziale per i giovani di oggi, il responsabile del Tesoro trova il modo di prendersela con il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini (pur senza nominarlo). ‘Il governo Berlusconi, senza un’ora di sciopero, ha fatto la riforma più importante delle pensioni introducendo l’automatismo tra età di uscita e indice demografico, poi c’è un tizio in Parlamento che continua a dire che c’è bisogno di una riforma delle pensioni, allora gli abbiamo detto di presentare la proposta di legge ma ancora non l’ha fatto’. Entra in sintonia con il popolo dei giovani seguaci della Meloni, che lo applaude più volte. Risponde che il suo cantautore preferito è Lucio Battisti e ai ragazzi consiglia di leggere più libri e di chattare meno. Per rendere meglio l’idea usa una battuta, non nuovissima per la verità ma lì è piaciuta molto: ‘Less Internet, more Cabernet’. A chi chiede consigli per trovare un impiego, Tremonti dice con franchezza che ‘oggi è finito il binomio laurea-posto fisso, la laurea prima era un ascensore sociale oggi porta verso il vuoto, ciò che occorre è una istruzione tecnica’”.

Il ministro tocca anche il federalismo e il Mezzogiorno. Spiegando che per rimettere in sesto i conti sballati del Sud ‘prima ci vuole lo Stato che manda la Guardia di Finanza a rifare la contabilità nella sanità e poi il federalismo’. Alla giovane Adele Coiele, di Crotone, che lamenta scarsi investimenti in infrastrutture in Calabria, Tremonti chiede di riflettere sul perché il passante di Mestre è stato costruito in 4 anni e l’autostrada Salerno-Reggio Calabria non è ancora terminata dopo vent’anni di cantieri. ‘Non certo per mancanza di soldi’, dice e torna a sostenere la sua idea di una nuova Cassa per il Mezzogiorno. Poi, dopo aver schivato il gioco della torre (‘Giù Draghi o Brunetta? Butto la torre’), si ferma a sorseggiare una paio di frizzantini tra gli stand di Atreju. Oggi parlerà a Frascati ospite della fondazione Magna Carta e domani sarà a Gubbio per il Pdl”.

 (red)

 

6. Tg1: Indecenti le richieste di rimozione di Minzolini

Roma - “‘Su Augusto Minzolini, reo di aver esposto la sua opinione sulla situazione politica, si è scatenata la solita bufera di critiche, il che è accettabile, e di richieste di rimozione, il che invece è indecente. A orchestrare la campagna – si legge in un articolo del FOGLIO oggi in edicola - sono state soprattutto le testate che hanno condotto una recente battaglia volta a impedire condizionamenti alla libertà di espressione. La quale, par di capire, è un valore assoluto con l’unica eccezione del direttore del Tg1 al quale invece questo diritto universalissimo può non essere riconosciuto. L’idea che sottostà a questo assurdo logico è che il servizio pubblico non abbia un editore, e un cda, ma che debba rispondere a una sorta di ‘editore morale’, impersonato da settori intellettuali e giornalistici esterni. Violare i desideri di questa consorteria, ovviamente antiberlusconiana, viene considerato un atto eversivo, meritevole di punizione e di ostracismo. È evidente la pericolosità di un pensiero simile, che conferisce a gruppi di pressione privati, e comunque non delegati democraticamente a esercitare alcun potere ‘morale’, a esercitare la censura. Minzolini fa bene a non curarsene, a dire ciò che pensa com’è ovvio faccia il direttore di una testata che risponde al suo editore e al suo pubblico, e non a un comitato di salute pubblica autonominato. Le sue opinioni sono libere. Minzolini ha preso posizione in base a una sua convinzione, come ogni direttore di giornale che si rispetti, a parte quelli che riconoscono l’autorità dell’occulto ‘editore morale’”. (red)

 

7. Lodo Alfano, i paletti dei finiani

Roma - “Vorrebbero tanto ripartire dal lodo Alfano in versione di legge costituzionale, i consiglieri legali del Cavaliere. Senza per questo rinunciare del tutto al processo breve, considerando che Niccolò Ghedini si è incontrato pochi giorni fa con Pierluigi Mantini, Udc, per verificare le possibili convergenze sui ddl legati alla giustizia (e Mantini gli ha subito detto che l’amnistia mascherata dietro le norme transitorie non la voteranno). Ma il nuovo lodo – spiega LA STAMPA – resta l’obiettivo principale dei berlusconiani. Senza il quale, il Cavaliere rischia di rimanere con il fianco scoperto specialmente se la corte costituzionale a metà dicembre bocciasse la legge sul legittimo impedimento. L’incastro di ddl e udienze della Corte costituzionale (‘Rispetto alla quale nutriamo una grande fiducia perché il Parlamento ha approvato la legge in ossequio ai dettati della Costituzione’, dice comunque il ministro Angelino Alfano) fa sì che l’attenzione dell’inner circle attorno al premier sia puntata tutta sulla Prima commissione del Senato, là dove si discute del Lodo. ‘Ma noi siamo pronti’, avverte Carlo Vizzini, il presidente. ‘Se c’è un accordo, il testo entro due settimane potrebbe arrivare in Aula; e dopo un’altra settimana di votazioni potrebbe incassare il primo voto a favore dei quattro previsti dalla procedura’. Tanto più che, se il Senato arrivasse al voto prima della sentenza della Consulta (il giudizio è sul legittimo impedimento, ma la norma è concatenata al lodo), la prassi prevede che la stessa Corte si asterrebbe dal decidere per non condizionare i lavori parlamentari.

 

A dirla così, sembra un percorso facile. Ma lo stesso Vizzini appende tutto il suo ragionamento a un ‘se’. ‘Se c’è l’accordo’. E questo accordo, secondo quanto si apprende, non c’è affatto. Gli stessi capigruppo del Pdl di Senato e Camera devono ancora incontrarsi per esaminare congiuntamente il testo e decidere se va bene così com’è a ognuno dei gruppi Pdl nei due rami del Parlamento. Dice perciò Vizzini: ‘Ci mancherebbe solo che per fare in fretta io mandassi avanti un testo che poi alla Camera mi modificano di una virgola. Ricomincerebbe la navetta: per fare troppo presto, farei solo più tardi’. È però dai finiani che potrebbero giungere i distinguo più insidiosi. Gianfranco Fini si è espresso molto nettamente su questa legge: ‘Siamo pronti a votarla’. L’ha detto dal palco di Mirabello; l’avrebbe ripetuto al telefono a Gianni Letta che lo sondava due giorni fa. Anche Italo Bocchino ieri ripeteva che ‘Berlusconi è vittima di un’aggressione giudiziaria e siccome deve essere sereno nell’azione di governo credo sia giusto sospendere i processi e farlo governare’. Ma poi si scopre che i finiani non sono affatto entusiasti di sdoganare quella legge così com’è. Giulia Bongiorno nutre alcune perplessità e dovrebbe presto incontrarsi con Vizzini. Il senatore Giuseppe Valditara, finiano doc, scandisce: ‘Siamo favorevoli a una legge che consenta il sereno esercizio della funzione di presidente del Consiglio. Non a impunità generalizzate, tantomeno a furbate. Non ci staremo mai a regalare a un signor Rossi, magari indagato da tempo, un salvacondotto dalla giustizia perché di colpo nominato ministro’. E ogni riferimento al caso-Brancher non sembra casuale. Scontato il no di Pd e Idv, l’Udc è invece possibilista sul lodo Alfano. Ma non ha ancora scoperto le carte. ‘Apprezziamo la posizione espressa dal presidente Fini’, dichiara ancora Mantini. ‘L’Unione di centro sostiene da tempo la norma di garanzia costituzionale ed è contraria all’insostenibile fibrillazione di leggine ad personam’”.

 (red)

 

 

8. Scajola:Vendo casa e parte dei soldi andranno beneficienza

Roma - Intervista del Corriere della Sera all’ex ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che, sottolinea il quotidiano di via Solferino, nelle ultime settimane Claudio Scajola si è fatto rivedere a Roma.

 

“Ma onorevole, ha deciso di tornare all’ombra del Colosseo? ‘No. No’. Silvio Berlusconi, nell’incontro che avete avuto giovedì scorso, non le ha affidato la guida della macchina elettorale, come molti hanno pensato?
‘Tutte chiacchiere. Mi ha fatto piacere di essere stato accolto con calore. Felice di aver visto Berlusconi. Ma è troppo presto. Ogni volta che vengo non vedo l’ora di tornare a casa’.

Naturalmente non si riferisce a quella di via del Fagutale.
‘No, dico quella in riviera. Con la mia famiglia. Da quella di Roma sono uscito il giorno della conferenza stampa e non ci rientrerò più’. L’ha venduta? ‘Non ancora. Ho dato mandato di venderla’.

Al prezzo che ha versato lei o a quello complessivo: con i 900mila euro pagati da Angelo Zampolini per conto del faccendiere della cricca Diego Anemone?
‘ Mi riprendo il mio prezzo e la differenza rispetto a quello che avevo versato so già a quali organizzazioni di beneficenza darla. Come ho già detto nella famosa conferenza stampa’.

Quella in cui disse che i soldi in nero erano stati versati da Zampolini a sua insaputa?
‘Lo so che ho fatto la figura del... deficiente, ma era la pura verità. E intanto l’avviso di garanzia, che secondo i giornali mi doveva arrivare da un momento all’altro per riciclaggio, non mi è mai arrivato’.

E gli interessi del Pdl, nel caso Bossi dia seguito alle minacce di sfiduciare il governo per ottenere le elezioni quali sono? Avete parlato di obiettivi e strategie per i prossimi mesi?
‘Non me ne sono occupato. Anche perché credo che sia il caso di occuparci dei problemi della gente. Delle imprese in difficoltà, per esempio’.

Ci vorrebbe un ministero dello Sviluppo economico, ma la sua poltrona è ancora vuota, dopo 128 giorni. Ne avete parlato? ‘No. No. Io ormai sono fuori’. Il ministro Brunetta ieri ha detto che si ‘sente la sua mancanza (anche se Berlusconi è il migliore)’.
‘Mi ha fatto piacere. Come mi ha fatto piacere leggere che gli operai di Termini Imerese avevano uno striscione con su scritto: "Ridateci Scajola". E che quelli di Melfi hanno detto: "Quando c’era Scajola qualcuno ci guardava". Mi accontento di poco’. Ma è sicuro che non torna? ‘Ci vuole tempo. Cerco di ritrovare il mio equilibrio. Io ho sentito la morte dentro. Ho preso un pugno fortissimo nello stomaco, non capendo da dove arrivava’. E ora l’ha capito? ‘ Qualche sospetto c’è. Sto qui che penso. Metto ordine nel mio archivio. Nelle carte. Leggo. Metto da parte’. Prepara un libro? ‘No, no’. Sarà mica un dossier? ‘Cerco di capire. Ma sono più sereno’”.
 (red)

 

 

9. I cattivi maestri dei nuovi picchiatori

Roma -

“Niente ipocrisie, stavolta. La ragazza che avrebbe lanciato il fumogeno si chiama Rubina Affronte. È di Firenze, ha 24 anni, studia psicologia e il padre è un pm. Non è una pazza. Non è disperata. Non la si può liquidare con una camicia nera. Rubina Affronte – scrive IL GIORNALE - è la logica conseguenza di quello che le hanno raccontato. Quelli che ora tutti chiamano squadristi non sono figli di nessuno. Non sono sedicenti ‘no global’. Non sono piombati qui da un pianeta straniero. Non sono fascisti. Non sono rozzi. Non sono qualunquisti. Non sono barbari. Non sono compagni che sbagliano. Quelli che a Torino hanno messo al rogo il giubbotto di Raffaele Bonanni, leader della Cisl, hanno padri e madri, maestri e confessori, filosofi, moralisti e protettori. Non facciamo finta di non sapere cosa leggono, cosa scrivono, in quale cultura sono cresciuti, come guardano il mondo e come vogliono purificarlo. Quello che sostengono non è roba clandestina. Nelle loro parole trovi qualcosa di Travaglio, di Grillo e di Di Pietro. È merce che sfogli tutti i giorni sui giornali. È luogo comune. È chiacchiera da salotto buono. È satira. È pulpito. È l’indignazione dei soliti intellettuali orfani di un certo Novecento. È l’antico anatema di chi odia il capitalismo e dai tempi di Savonarola bestemmia contro il denaro, contro mammona, contro quel demonio chiamato mercato, contro il profitto. Loro, i no global, no Tav, no ogm, no atomo, no tutto, ci mettono petardi, rabbia e nichilismo. Chi sono questi ragazzi? Resistenti. Reazionari. Giacobini. Sono cresciuti con l’idea che il mondo sia un brutto posto in cui vivere. Sono convinti che l’umanità, tranne pochi eletti, cioè loro stessi, sia solo carne per vermi. Leggono tutti gli apocalittici in commercio e aspettano la fine del mondo. Non hanno avversari ma nemici. Marchionne per esempio. Ha detto alla Cgil: o si lavora o Pomigliano chiude. Ha minacciato di andare a costruire auto da un’altra parte. È perfetto”.

 

“Marchionne è il nemico. Bonanni pure. La Cisl è il sindacato che ha firmato. È il sindacato giallo. È il sindacato dei padroni. Sono accuse da secolo scorso? Vero. Ma queste parole i ragazzi con il petardo in tasca non le hanno acquistate sulle bancarelle dei libri usati. È roba di oggi, riciclata nelle dottrine dell’antiberlusconismo militante. La Gelmini affama i precari della scuola. Brunetta brutalizza gli statali. McDonald’s è un clone di Darth Vader in Guerre Stellari . In Italia non c’è libertà di stampa. Berlusconi è il grande dittatore. La democrazia è uno spot pubblicitario. Il consumismo ha inquinato il mondo e i martiri del cavaliere nero sono costretti a predicare il loro destino dalle carceri virtuali della tv di Stato. Chi predica non fa reato, ma gli ‘squadristi’ si abbeverano a questa visione del mondo. Ecco perché disprezzano Bersani e la sinistra. Non li capiscono. Non capiscono neppure giornalisti, intellettuali e comici arringanti. Come, si chiedono, voi descrivete la miseria del mondo e poi non fate nulla? Dite che Berlusconi è il male assoluto e Marchionne un bastardo e poi andate a pranzo con loro? Vigliacchi. La violenza dei ‘buoni’ non è mai cattiva. È resistenza. Gli squadristi rispondono a un mondo che qualcuno sta raccontando male. Non sono alieni. Se Di Pietro dice che Berlusconi è un tiranno, il rischio è che qualcuno lo prenda sul serio. E se poi spara non dite che vi ha capito male. Questi qui sono i rampolli degli ‘illuminati’. Sono i figli di quelli che ti chiamano pennivendolo. Un termine che trovi solo sui loro blog e su certi giornali. Non si nascondono. Il terrorismo non gli fa paura. Il loro centro sociale è una firma. Askatasuna. Euskadi Ta Askatasuna. Eta. Terrorismo basco. Ma anche l’integralismo islamico non devono trovarlo più di tanto indigesto. Non chiamateli squadristi. Parlano come voi. Sono sicuri di avere gli operai, i precari, gli insegnanti e i magistrati dallo loro parte. E odiano i vostri stessi nemici. Resistere, resistere, resistere”.

 (red)

 

10. No di Veltroni al patto Bersani con la sinistra radicale

Roma -

“Nel Pd si riaccendono i fuochi interni – scrive LA STAMPA -. Nei giorni in cui la crisi della maggioranza sembrava potesse volgere al peggio, il principale partito di opposizione si era formalmente ricompattato, ma ora che lo scenario elettorale sta sfumando, la minoranza interna, guidata da Walter Veltroni, chiede la convocazione a breve della Direzione del Pd. Il casus belli dal quale parte la richiesta - avanzata da Walter Verini, Marco Minniti e Giorgio Tonini - è l’ipotesi di accordo raggiunto informalmente tra il Pd e i partiti comunisti, Prc e Pdci, attualmente fuori dal Parlamento. Scrivono i tre “veltroniani”: ‘”La Stampa” ha pubblicato la notizia di un accordo che prevederebbe - in caso di elezioni - una intesa elettorale collegata ad un preventivo non ingresso di queste forze in un eventuale governo. Dopo aver atteso una smentita che non è arrivata, crediamo debbano riunirsi al più presto gli organismi dirigenti per discutere collegialmente’ di questo caso, oltreché di una ‘crisi delicatissima’. L’iniziativa segnala due novità. Una di scenario: dopo la rottura con la sinistra radicale consumata alla vigilia delle Politiche 2008, Bersani ha proposto ai segretari dei due partiti comunisti una intesa che li rimetta in gioco, sia pure “soltanto” in un cartello elettorale. La seconda novità è interna al Pd: la minoranza si è divisa in almeno due spezzoni. Da una parte - più vicini a Bersani - gli ex Ppi di Franceschini e Castagnetti e gli ex Ds di Fassino; dall’altra Veltroni e Gentiloni. E nella minoranza c’è anche una “terza posizione”, quella che fa capo a Beppe Fioroni, capofila di un drappello non sparuto di parlamentari e quadri periferici”.

 (red)

 

11. Mondadori, M. Berlusconi: Ma quale fisco "ad personam"

Roma -

“II Corriere l’aveva chiamata sabato 21 agosto, per sapere che cosa pensasse di uno scrittore (Vito Mancuso) che apriva una polemica contro una casa editrice (la Mondadori) di cui Marina Berlusconi è presidente. Ma allora la figlia del presidente del Consiglio aveva preferito non commentare. In tre settimane – scrive il quotidiano di via Solferino introducendo l’intervista alla figlia del premier - però qualcosa è cambiato. Non solo politicamente. ‘In questi giorni sono state dette cose su di noi come azionisti e come editori alle quali non posso non rispondere. È un film già visto, vengono attaccate in modo strumentale le nostre aziende con obiettivi politici’.

Attacco o non attacco, tutto è partito dal fatto che la Mondadori ha usato, e velocemente, una legge che le ha permesso di chiudere un contenzioso fiscale di centinaia di ó milioni con pochi milioni. E per di più in una vicenda g che durava da vent’anni.
‘Appunto: chiudiamo un contenzioso fiscale che ci trasciniamo dietro da vent’ anni. Ma le pare normale? E questo nonostante ben due sentenze, di primo e secondo grado, ci abbiano dato ragione sancendo la totale correttezza dei nostri comportamenti. Sa che cosa significano tempi così lunghi e incognite così grandi per un’azienda?’.

Fatto sta che quella leggina è arrivata al momento giusto. Non a caso si è parlato di provvedimento ad aziendam.
‘Macché. D latinismo è orribile, ma visto che lo usano tutti lo faccio anche io: non legge ad aziendam, ma ad aziendas, perché è una norma che restituisce certezze a tutto il sistema delle imprese. Se le leggi, come in questo caso, sono sacrosante, che cosa si vorrebbe, che le nostre aziende non le utilizzassero solo perché fanno capo alla famiglia Berlusconi? Questo sì che è il vero conflitto di interesse, quello ali’ incontrario. Ma lo sanno che il nostro gruppo negli ultimi 15 anni ha pagato 2,2 milioni di euro al giorno, dico al giorno, tra imposte e contributi?’.

Ci mancherebbe non pagaste le tasse. Ma la polemica si è allargata molto, intrecciando questioni etiche, morali, politiche.
‘Fatto sta che tutti si sono trovati d’accordo su un punto: Mondadori è un gruppo editoriale libero, fatto di grandi professionisti, che ha il rispetto più assoluto della libertà di espressione dei suoi autori, che non-ha mai censurato una parola a nessuno’.

Appunto, lo hanno riconosciuto tutti.
‘Sì, ma non per arrivare a riconoscere che la famiglia Berlusconi è un editore liberale. Quanto per sostenere l’esatto contrariò: che la Mondadori è così "nonostante" il suo editore. "Buoni" e "cattivi", insomma. E quando la realtà viene ribaltata in questo modo, io non posso stare zitta’.

Sta dicendo insomma che dobbiamo ringraziarvi?
‘Sto dicendo che controlliamo la principale casa editrice italiana da vent’anni. E davvero qualcuno può credere che in questi vent’anni, scendendo ogni mattina in trincea, elmetto in testa, in Mondadori abbiano dovuto difendere giorno dopo giorno la propria autonomia, i propri principi contro l’invadenza del padrone-censore? Ma andiamo! Basta conoscere un poco le cose di Segrate per sapere che questa è una barzelletta, per non dire di peggio’.

Barzellette, strumentalizzazioni: adesso è a noi che sembra di vedere un fimi visto tante volte.
‘La pensi come vuole, resta il fatto che tra noi come azionisti e la Mondadori ci sono ben due decenni di costruttivo e proficuo rapporto. Vent’anni di buoni risultati non si costruiscono senza un legame franco e profondo’.

E senza una Mondadori che era così ben prima del vostro arrivo...
‘Certo, e sa che cosa ci unisce? La stessa concezione del mestiere dell’ editore: una concezione secondo cui ciascuno ha le proprie idee, però le scelte si fanno basandosi esclusivamente su valutazioni editoriali, qualitative e professionali’.

Sa, a volte è molto conveniente essere liberali. Tanto più quando si producono un bei po’ di profitti.
‘No, guardi, anche prima della crisi che l’editoria sta attraversando, ci sarebbero statf settori ben più redditizi in cui investire. O magari qualche bella speculazione finanziaria sulla pelle dei piccoli azionisti, che tanto ha arricchito alcuni di coloro che ora ci fanno la morale. No, non è roba per noi. Questo è il mestiere che ci piace: essere imprenditori della cultura, partecipare alla circolazione delle idee, naturalmente stando sempre attenti ai conti, perché non esistono imprese in perdita che alla lunga siano effettivamente libere’.

La metta come vuole, ma proprio l’altro ieri il premio Campiello Michela Murgia, che pubblica per Einaudi, ha accusato suo padre di coltivare un sogno segreto: epurare tutti gli scrittori di sinistra.
‘Se è per questo, Michela Murgia, alla quale vanno i miei complimenti per la vittoria, di cose dalle quali dissento totalmente ne ha dette tante altre. Comunque, l’unico sogno che abbiamo sempre coltivato e realizziamo ogni giorno è quello di pubblicare buoni autori. Se altri sogni in vent’anni non sono diventati realtà è solo perché non sono mai esistiti. Ma secondo lei, quando abbiamo rilevato un’Einaudi in gravi difficoltà, non conoscevamo quello che ha sempre rappresentato per la sinistra italiana? E qualcuno può dire che abbiamo mai cercato di snaturare quelle che sono la storia e la tradizione dell’Einaudi?’.

Il discorso dei ‘buoni’ e ‘cattivi’ l’ha proprio punta sul vivo.
‘Qui si tratta solo di rispettare la realtà. Me lo faccia dire ben chiaro: se la Mondadori è oggi, come mi pare tutti riconoscano, quella grande azienda libera e pluralista che è, lo è anche perché noi abbiamo voluto e vogliamo che sia così. Altro che "nonostante" noi! È così "anche grazie" a noi. E se non si fosse condizionati da un antiberlusconismo accecante, che finisce per impedire di vedere le cose come stanno, di notare contraddizioni e ipocrisie, io credo che questo non potrebbe non esserci riconosciuto’.

Vada a spiegarlo al professor Mancuso.
‘Sui turbamenti inferiori del professor Mancuso mi pare che la Mondadori abbia già detto quello che c’era da dire. E non solo la Mondadori. Certe sue affermazioni, devo confessarlo senza offesa per nessuno, mi hanno comunque ricordato di quando, io ero una bambina, c’era chi non voleva più bere la Coca Cola per boicottare quei guerrafondai degli americani’.

Fu un modo di porre il problema come ha fatto lo scrittore-teologo.
‘Lasciamo perdere... E mi ha anche molto colpito il suo eroismo a tassametro: sono runico che ha il coraggio della coerenza, ma non c’è fretta, anche la coerenza può attendere, prima di scendere voglio finire la corsa, consegnare l’ultimo libro a Mondadori’.

Non sarà mica tutta colpa di Mancuso, i giornali hanno dato ampio spazio alla polemica, segno che il tema c’era.
‘Veramente a dare il là è stata, come al solito, Repubblica. Molti le sono andati dietro. Ma sarebbe da ingenui non vedere che il tutto è stato utilizzato per l’ennesimo attacco politico, e da un quotidiano che in fatto di editoria pluralista e liberale, secondo me, ha ben poco da insegnare’.

Ora però è lei che accusa di illiberalità un grande e riconosciuto quotidiano...
‘Mi faccia dire. L’ingegner De Benedetti predica bene ma razzola male, anzi malissimo. Vuole un esempio concreto? Si presenta come il paladino dell’informazione senza bavaglio, e poi abbiamo visto tutti come Repubblica, pochi giorni fa, ha dato la notizia delle sanzioni Consob per l’insider trading in famiglia: ricordava la Pravda dei tempi d’oro. Sfido chiunque a capire dalla titolazione che tra i personaggi coinvolti c’erano parenti stretti dell’Ingegnere. Sarà perché a Repubblica non piace il tema "guai e cognati"?’.

Su ‘guai e cognati’ lei è azionista del ‘Giornale’ e almeno per quanto riguarda Gianfranco Fini, il tema è piaciuto molto.
‘Io non faccio il tifo .per un certo modo di fare informazione, a prescindere dai protagonisti. Ma qualcuno mi deve spiegare perché quando i giornali mettevano sotto processo, in modo davvero vergognoso, la vita privata di mio padre, sentivo solo grandi applausi alla libera stampa che non si ferma davanti a nessuno e che è il sale della democrazia. Quando invece si chiedono, legittimamente, dei chiarimenti su vicende che private non sono, perché ci sono di mezzo i beni di un partito, ecco che si grida al complotto, addirittura alla "lapidazione islamica"‘.

Se è per questo, riferendosi a suo padre, Fini ha anche parlato di metodi stalinisti.
‘Mi sembra davvero paradossale. Fini, che è un oratore molto abile, in questo caso forse avrebbe dovuto scegliere i termini con maggior cura: fra i due, quello che in fatto di ideologie assolutiste può vantare innegabili frequentazioni è di sicuro lui. Mio padre, con la sua discesa in campo, ha portato in questo Paese una vera e propria ventata di libertà e ha giustamente inserito nel gioco democratico proprio Fini e i suoi compagni’. Una storia però che pare finita. Ne ha parlato con suo padre? ‘Mio padre ha subito molte ingiustizie, e molto grandi. Ma si è sempre comportato nello stesso modo: reagire, andare oltre, costruire e guardare avanti’.

La crisi però non sembra chiusa.
‘Senta, di politica mi ha già fatto parlare fin troppo. Quello che a me in- teressava era rispondere alle tante falsità chtTanche in questo caso sono state dette su di noi e sulle nostre aziende’. E vorrebbe che gli autori Mondadori le dessero ragione, vero? È questo che chiede loro? ‘Non chiedo proprio niente. Mi piacerebbe solo che avessero per le mie idee e le mie opinioni, anche se la pensano in modo totalmente diverso, lo stesso rispetto che io ho sempre avuto e ho per le loro’”.

 (red)

 

12. Il pastore americano rinuncia a bruciare il Corano

Roma - “Dopo oltre una settimana di braccio di ferro col mondo intero – scrive il CORRIERE -, alla fine Terry Jones ha gettato la spugna. ‘Rinuncio a bruciare le copie del Corano domani, nel nono anniversario dell’11 settembre’, ha dichiarato ieri sera ai giornalisti il controverso pastore battista al centro della più grave crisi nei rapporti Occidente-Islam dai tempi delle vignette satiriche contro il profeta Maometto. Si è smorzata coa New York per discutere con l’imam Feisal Abdul Rauf lo spostamento della moschea in località più lontana dal luogo dell’attentato dell’11 settembre’. Ma nel giro di qualche minuto i responsabili del centro culturale islamico di New York hanno negato di avere raggiunto un accordo con Jones. E lo stesso Musri, che sabato accompagnerà Jones a New York, ha confermato di aver semplicemente ‘preso contatto con l’imam di New York per discutere il caso’. A complicare una situazione già molto contraddittoria e confusa è l’annuncio che l’imprenditore immobiliare newyorchese Donald Trump avrebbe offerto di riacquistare per 6 milioni di dollari il palazzo destinato a ospitare i l centro culturale islamico, cioè il 25% in più del valore dell’edificio.

 

‘Adesso siamo contrari a qualsiasi iniziativa di bruciare il Corano’, ha tenuto a sottolineare Jones. ‘E chiediamo a tutti, senza mezzi termini, di astenersi dal farlo’. Poco prima, secondo quanto ha reso noto il Pentagono – continua il quotidiano di via Solferino -, il ministro della Difesa Robert Gates gli aveva telefonato invitandolo a desistere dal proprio intento. E in un’intervista al canale Abc il presidente Obama aveva detto che il suo rogo sarebbe stato ‘una manna per la campagna di reclutamento di Al Qaeda’. ‘Potrebbe generare violenze gravi in Afghanistan e in Pakistan — aveva messo in guardia il presidente — e alimentare il reclutamento di individui desiderosi di farsi esplodere nelle città americane ed europee’. Sia l’Interpol sia il Dipartimento di Stato avevano lanciato un allarme terrorismo legato a possibili ritorsioni contro la provocazione”.

 (red)

 

13. Ocse: la crescita economica rallenterà dappertutto

Roma - “Rallenterà dappertutto la crescita economica nei prossimi mesi; l’Italia, che va più piano degli altri, quasi si fermerà, e anche negli anni successivi rischia di restare ‘vicino allo zero’. L’Ocse – scrive LA STAMPA -, da Parigi, ha fatto uscire ieri le sue previsioni a breve termine, che non si discostano molto da quelle del Fmi e da altre che circolano sui mercati. L’eredità della crisi continueremo a sentirla per molto tempo. Fa impressione che per il terzo trimestre del 2010, ossia quello che terminerà a fine settembre, nel quadro tracciato dall’Ocse l’Italia sia l’unico paese del G-7 dove si prevede un risultato negativo per il prodotto lordo, -0,3% (a fronte di +0,7% sia in Francia sia in Germania). Pier Carlo Padoan, l’italiano che dell’Ocse è capo economista oltre che vicesegretario generale, invita a non dare troppo peso a questo pronostico, che potrebbe anche rivelarsi errato, e a riflettere invece su problemi di maggiore respiro. In prospettiva, ‘l’Italia cresce meno degli altri paesi, per ragioni di fondo’; il suo potenziale di crescita è molto basso (già prima della crisi, il Pil tendeva a ristagnare; il 2010 ci riporterà al livello del 2003 o poco più). Ritornare al livello di benessere pre-crisi non sembra facile per nessuno dei paesi avanzati; ma nell’Ocse, che da poco si è allargata a comprenderne 33 tra i principali, l’Italia è tra quelli messi peggio (e non vale ribattere che c’è l’economia sommersa, perché ‘le stime ne tengono conto, per quanto è possibile’).

 

Non per questo si può evitare di rimettere a posto i conti dello Stato. Le misure di austerità che tutti i paesi hanno preso per il 2011 secondo l’Ocse vanno mantenute anche di fronte al rallentamento della ripresa, se sarà breve. Nel caso si prolungasse, solo i paesi ‘dove le finanze pubbliche lo permettono’, cioè non l’Italia, potrebbero ‘ritardare’ il risanamento dei bilanci. La bassa crescita italiana non si supera con gli ‘stimoli’, fa capire Padoan, ma con riforme strutturali che guardino al futuro: liberalizzazioni, riforme del mercato e del lavoro e così via. Frattanto, l’indice di competitività elaborato dal ‘World economic forum’ anche grazie a interviste con business people di tutto il mondo conferma l’Italia molto indietro nella lista, al 48° posto, ultima del G-7, nell’area euro dietro anche a Slovenia, Portogallo e Cipro. Da Francoforte la Bce come rimedio ai paesi in difficoltà dell’area euro raccomanda di ‘assicurare che il processo di contrattazione dei salari ne consenta il flessibile e appropriato adeguamento alle condizioni di disoccupazione e di perdita di competitività’ (insomma, non è escluso che i salari debbano essere ridotti).

Nell’analisi dell’Ocse, all’interno dell’area euro non vanno sopravvalutate le tensioni fra i paesi deboli e i paesi forti, sulle quali molto si è scritto e dibattuto nei giorni scorsi: questo perché anche la Germania sta rallentando. ‘Non credo - dice Padoan - che ci siano due velocità di crescita. Tutta l’Europa ha un problema di crescita strutturale, che è troppo debole, e questo riguarda anche la Germania’. Nell’insieme del mondo, l’Ocse valuta che fra l’autunno e l’inverno il rallentamento sarà ‘superiore a quanto anticipato’; la fiducia degli imprenditori è calata, benché dagli investimenti venga qualche segnale positivo. La disoccupazione non dovrebbe aumentare, però rischia di restare stabile sugli attuali livelli che sono molto alti”. (red)

 

14. Unicredit: per i soci sì a alla Libia ma sotto il 5%

Roma - “I soci storici di Unicredit, azionisti con quasi il 20 per cento, non sono contrari per principio all’investimento dei libici – scrive REPUBBLICA -. Tuttavia Cariverona, Caritorino, Carimonte, Allianz, Maramotti, Pesenti ritengono, contrariamente al parere di Tripoli, che la Banca centrale libica (che dal 2008 ha il 5 per cento del gruppo) e il fondo sovrano Lia (neo socio con il 2 per cento) siano di fatto un investitore unico. Quindi tenuto al rispetto delle restrizioni statutarie al diritto di voto (al 5 per cento). La posizione, emersa nel comitato governance della banca mercoledì, allinea compatte le Fondazioni Cariverona, Caritorino, Carimonte, e i soci privati Allianz, Maramotti, Pesenti. Gli investitori esteri, già oggi al 60 per cento del capitale, sono valutati positivamente in quella che da anni è una multinazionale. ‘Nessuna preclusione per gli investitori stranieri – dicono ambienti vicini a Fondazione Caritorino, che della banca possiede il 3,3 per cento - ma nel caso libico, che riteniamo riconducibile a un solo azionista, si profila la richiesta ferma di osservare prassi e regole in vigore nell’istituto e nel sistema nazionale’. Come accadde, a fine 2005, dopo la fusione con Hvb. Gli enti italiani, quasi il 30 per cento del vecchio capitale Unicredit e in diluizione, temevano una "scalata dall’interno" dei tedeschi. Cariverona, anche in ottica difensiva, si rafforzò salendo fino al 7 per cento della banca, e subì il relativo congelamento di voto al 5 per cento in assemblea. ‘Per i libici deve valere lo stesso’, si dice ora”.

“Ora il presidente Dieter Rampl ha tre settimane per dare forma a queste convinzioni, e tutto fa intendere che si armerà di importanti pareri legali per sostanziare l’idea che il denaro libico proviene da una sola tasca. Anche Tripoli ha un parere legale, opposto. Il cda Unicredit del 30 settembre esaminerà i progressi e preparerà la risposta a Bankitalia, che un mese fa ha chiesto di sapere se si preparano modifiche alla governance dell’istituto. Se banca e istituzioni stabiliranno che i libici sono collegati, scatteranno per loro le sanzioni Consob e la limitazione di vigilanza e statuto al 5 per cento dei voti; e a quel punto la vicenda potrebbe anche rientrare. Se invece i libici saranno riconosciuti azionisti distinti, c’è il rischio che salgano al 9,9 per cento senza dover chiedere nulla a nessuno, e modificando di fatto la prassi e i pesi nella banca. ‘A quel punto potrebbe scattare la controffensiva – dice un altro grande socio – non finanziaria, ma politica’. Sì perché un cambio di governance può far cambiare l’area di influenza su cui concentrare gli investimenti, e la cosa spaventa molto la Lega Nord, specie quella veneta. A Verona gli occhi erano però puntati sulla tegola finita su Paolo Biasi, presidente della Fondazione Cariverona indagato a Teramo per bancarotta preferenziale. La sua azienda ha replicato così: ‘L’ipotesi si materializzerebbe nell’acquisto di un immobile dell’ex controllata Bluterma, poi fallita. Acquisto che la Biasi tuttora considera pienamente lecito: avvenne mediante accollo dell’imponente debito residuo verso banche che vantavano un rilevante credito garantito da ipoteca. Si aggiunga che il curatore raggiunse un’intesa definitiva approvata dal giudice’. Biasi, che si dice ‘estremamente tranquillo’ sull’inchiesta, ha convocato oggi un cda dell’ente per informarlo a riguardo. Lo ha subito difeso il sindaco di Verona Flavio Tosi (Lega), che si appresta a sostenerne la conferma in Fondazione: ‘Alla luce dei chiarimenti forniti sembra che l’inchiesta riguardi aspetti di gestione ed economia aziendale di Bluterma nel periodo in cui non era più controllata dalla Biasi spa. Colpisce e insospettisce la tempistica con cui un’indagine in corso da due anni esce a pochi giorni dal rinnovo dei vertici Cariverona’”. (red)

Speculazione “socialmente accettabile”

Onorevoli disonorate. Come la politica