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Speculazione “socialmente accettabile”

Entro il 2050, secondo la Fao, per soddisfare la popolazione mondiale in crescita la produzione agricola dovrà aumentare del 70%. E i paesi industrializzati corrono ai ripari per garantirsi la propria sicurezza alimentare. Stati come quelli del Golfo Persico, l’Egitto, la Corea del Nord, hanno ottenuto la concessione di quasi due milioni di ettari dal governo sudanese; l’Egitto è in trattativa anche con l’Uganda per una superficie di 840 mila ettari dove poter coltivare grano e mais; L’Arabia Saudita ne ha ottenuti cinquecentomila dalla Tanzania. E l’elenco potrebbe ancora continuare.

«La domanda di terra è enorme», sottolinea un rapporto della Banca Mondiale reso noto due giorni fa. Quasi venti milioni di ettari di terreni coltivabili sono stati venduti dal 2006 a soggetti stranieri. Questa vera e propria corsa alla “colonizzazione” delle terre è iniziata con la crisi alimentare del 2008, quando sono aumentati i prezzi dei beni di prima necessità come grano, riso e mais. Lo conferma la Bm nella sua relazione riscontrando che «fino al 2008 le acquisizioni di terre coltivabili nel mondo erano in media meno di quattro milioni di ettari all’anno. Prima della fine del 2009, erano già stati annunciati accordi per 45 milioni di ettari, il 70% dei quali in Africa». I paesi “prediletti” dagli investitori sono quelli che «hanno una debole legislatura sulla terra» e spesso i contratti di affitto si concludono in segreto, senza discussioni pubbliche. Di conseguenza, molti contadini sono stati costretti ad abbandonare le loro terre, senza preavviso. Ma non senza lottare. Nel 2009 infatti, in Madagascar il presidente Marc Ravalomana diede in affitto alla ditta coreana Daewoo metà dei terreni coltivabili e la rivolta dei contadini costrinse lo stesso Ravalomana all’esilio. 

La Banca Mondiale, quindi, per prevenire ulteriori disordini ha elaborato un “codice di condotta” sugli investimenti formato da vari principi come: assicurare trasparenza e partecipazione, rispettare il diritto alla terra ed alle risorse; garantire sicurezza alimentare. Tuttavia, il  rispetto di queste “istruzioni” non è vincolante e allora: qual è il senso? Una risposta possibile è nello stesso aumento degli accordi agricoli che iniziano ad interessare anche il settore finanziario, attualmente in crisi. Infatti, anche gli investimenti ad alto rischio come gli hedge fund, sono stati attratti dalla terra come bene rifugio. La conseguenza è stata quella di alimentare la speculazione e determinare l’aumento del prezzo dei beni alimentari. Il rincaro, a sua volta, ha provocato la sommossa dei giorni scorsi in Mozambico. Secondo Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo: «non si può incoraggiare o permettere un mercato per gli speculatori. Gli investimenti servono, ma non a qualunque condizione»

Ma le acquisizioni non si interrompono. Anche se nella relazione della Bm si evidenzia la necessità di un controllo, denunciando che «gli investitori non tengono fede ai loro piani», il documento si guarda bene dallo scoraggiare gli acquisti di terre. In pratica suggerisce un accaparramento delle terre “socialmente accettabile”. Come dice Schutter: la Banca Mondiale è «un anomalo complesso».

 

Pamela Chiodi

Obama e le tasse, demagogia a go-go

Secondo i quotidiani del 10/09/2010