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Turchia: prove (inutili) di democratizzazione

Al referendum in Turchia a modifica della Costituzione figlia del golpe militare del 1980, nel quale erano inseriti ben 26 emendamenti alla Carta costituzionale proposti dal partito islamico, l'affluenza è stata altissima (il 77%) e il 58% dei votanti ha detto "sì".

Così, tra le altre cose, verranno rinnovati i rapporti tra giustizia civile e militare (i civili non potranno essere processati dai tribunali militari mentre i militari dovranno essere giudicati da tribunali civili in caso di reati contro la sicurezza nazionale), il Consiglio superiore della magistratura (che l'opposizione ritiene ora sarà sottoposta all'esecutivo avendone aumentato il numero da 7 a 22 e sottoposta la nomina al presidente della Repubblica e all'Assemblea Nazionale), la Corte suprema (che passerà da 11 a 17 membri e limiterà il suo mandato, finora considerato "a vita", a 12 anni) e saranno sanciti il diritto allo sciopero e la possibilità di ricorso individuale alla Corte Costituzionale. 

Il tutto soprattutto al fine, nemmeno tanto velato, di adeguare la Turchia agli standard dell'Unione Europea, le cui trattative per l'adesione si trascinano dal 2005. Ma sarà difficile sbloccare le trattative senza affrontare a Bruxelles davanti ai membri dell'Unione Europea, che finora non ha voluto sapere di accettarla tra i suoi membri ufficialmente per motivazioni legate alla sua politica poco "democratica", la questione di Cipro, divisa in due parti (una turca e una greca) e quella del genocidio armeno, che la Turchia si ostina ancora a non riconoscere. O forse no.

Recep Tayyip Erdogan, primo ministro turco e leader dell'Akp, il partito si ispirazione islamica al momento al governo dal 2002 - ha vinto le elezioni nel 2002, nel 2007 e il prossimo anno ci saranno nuove elezioni per le quali è già favorito - alla fine ha avuto la meglio. La sua è la politica della coesistenza tra kemalismo (l'ideologia legata al nome di Ataturk) e Islam, della possibilità di aderire all'Unione Europea e far parte contemporaneamente della comunità dei Paesi musulmani. Compito piuttosto difficile, soprattutto se si vuole limitare il potere dei militari a suon di riforme costituzionali, ma dettato da motivazioni, ovviamente, di interesse: la Turchia ha bisogno di destreggiarsi tra  il medio oriente e l'Asia per il commercio (che in Europa è in stallo a causa della crisi dell'Euro), i Balcani per l'avvio di scambi commerciali, l'Iran, con il quale ha stipulato un accordo per lo scambio di uranio, e l'Europa, sempre per motivi economici. Ed è per gli stessi motivi (commerciali ed economici), al di là della "democratizzazione" di un Paese che è, oltretutto, difficilmente verificabile, che gli Stati Europei decideranno quando ammettere la Turchia al proprio tavolo come membro alla pari.

L'opportunità o meno di far entrare la Turchia in Europa è cosa diversa, e ne parleremo presto.

 

Sara Santolini

Soldati Usa. Homeless, psicotici, dopati

Rivoluzionari figli di papà