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Mediazione Usa, diktat israeliani

Palestina? Terra nullius. È con questa nozione che ha inizio la diaspora palestinese. In pieno periodo coloniale, infatti, per giustificare il loro imperialismo le potenze europee inventarono il concetto delle “terre di nessuno”, ovvero i territori che erano popolati da barbari e che perciò era giusto colonizzare. La stessa ottica venne adottata, alla fine dell’Ottocento, dagli ebrei sionisti che per sfuggire all’antisemitismo cercavano una zona dove potersi insediare. Theodor Herzl, fautore e promotore del movimento, scelse la Palestina. E così fu. 

Da allora è passato più di un secolo durante il quale il popolo sionista è riuscito a cacciare dalla propria terra molti, troppi palestinesi. Nel 1947, un anno prima dell’istituzione dello Stato di Israele, in 250 mila furono costretti ad abbandonare la Palestina e le zone finalmente “liberate” vennero considerate di proprietà ebraica. Nonostante l’Assemblea delle Nazioni Unite abbia decretato con la risoluzione n. 194 del 1948 il legittimo ritorno dei Palestinesi in Patria, questa decisione non si è mai tradotta in pratica. Affermata in linea di principio, l’autodeterminazione del popolo palestinese è stata di fatto negata. 

Oggi, ancora una volta, gli Stati Uniti rilanciano il dialogo di pace tra Israele e Palestina. L’obiettivo dichiarato è raggiungere un accordo entro l’anno. Ma il fatto che Washington non abbia preteso in via preliminare un consenso certo da parte del governo israeliano su questioni delicate come quelle riguardanti i profughi palestinesi e i confini esatti dello Stato palestinese fa pensare sui reali rapporti di forza tra la Casa Bianca ed il governo di Benjamin Netanyahu. Non è la prima volta che gli Usa si propongono in questo ruolo. Quando nel 1998 l’allora presidente Bill Clinton propose al premier israeliano la restituzione dei territori conquistati nel 1967, la risposta fu un secco no. Poi ci fu il caso Lewinsky. 

Ora è il turno di Obama, che decide di optare per una strategia diversa: mediare senza interferire nella politica interna israeliana. Infatti i gruppi di coloni che occupano illegalmente i territori palestinesi hanno dichiarato che continueranno a farlo non appena scadrà la moratoria sulla sospensione degli insediamenti prevista per il 26 settembre prossimo. E nessuno si è opposto. Anzi, in seguito all’atto terroristico del 31 agosto in Cisgiordania, dove sono stati uccisi quattro coloni, i cittadini israeliani hanno già dichiarato che violeranno il congelamento degli insediamenti. 

Protesta o pretesto? Le Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas che ha rivendicato l’attentato, non potevano fare una mossa peggiore. Naftali Bennett, direttore del Consiglio Regionale degli Insediamenti in Giordani, lo Yesha Council, ha subito generalizzato affermando che «i palestinesi non hanno nessuna intenzione di creare uno Stato pacifico per loro stessi, ma sono completamente concentrati sul distruggere il nostro stato e la nostra gente». Parole che gettano benzina sul fuoco, presentando come insolubile la questione israelo-palestinese, e che richiamano alla mente una vecchia tattica israeliana. Ben illustrata, già nel 1955, dall’allora Primo ministro Moshe Sharett: «Le azioni di rappresaglia sono la nostra linfa vitale. Con esse possiamo mantenere un alto livello di tensione fra la nostra popolazione e nell’esercito. Israele si deve inventare i pericoli e per farlo deve adottare il metodo della provocazione e della ritorsione». 

Con questo sistema, con l’appoggio degli Usa e quindi dei grandi media, l’opinione pubblica internazionale viene oggi indotta, o incitata, a considerare Hamas nulla di più di un gruppo terroristico, per poi riverberare quel giudizio negativo sull’intero popolo palestinese. È perciò indispensabile non dimenticare che per quanto Hamas agisca in modo violento, e per quanto i suoi atti di terrorismo siano comunque condannabili, le sue sono reazioni (non azioni), nate in seguito ai continui soprusi perpetrati da parte degli ebrei sionisti. Che hanno capziosamente occupato una terra, la Palestina, e cacciato i suoi legittimi abitanti. Privandoli tuttora, a oltre sessant’anni di distanza, di quello Stato pienamente riconosciuto, di quel territorio dai confini certi e inviolabili, e di quella piena sovranità politica, cui avrebbero diritto.

 Pamela Chiodi

Secondo i quotidiani del 02/09/2010

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