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La nuova "scuola" di regime

Non si può far finta di non sapere che le risorse a disposizione di questo governo siano poche - o almeno inferiori a quelle cui poteva accedere fino a qualche decennio fa - come è anche chiaro che, in tempo di ristrettezze, si debba "tirare la cinghia". Ma nessuno dotato di buon senso, dovendo fare delle scelte in questa direzione, toglierebbe, ad esempio, i libri ai suoi figli per far avere una cartella all'ultima moda al vicino di casa. È quello che invece sembra stia accadendo nella gestione delle risorse in questo Paese. Ad esempio, e non a caso, nella scuola pubblica: tagliare fondi indiscriminatamente a una istituzione così importante per la formazione culturale, personale, professionale degli italiani del futuro è come decidere che questo Paese non debba averne uno.

Abbiamo già parlato dei giri truffaldini che spesso fanno i soldi destinati al diritto allo studio andando a finire dritti dritti dalle casse dello Stato alle tasche della scuole private (in questo articolo) e delle motivazioni puramente economiche che sarebbero alla loro base, a discapito dell'uguaglianza, delle pari opportunità tra studenti e dell'articolo 33 della Costituzione, che vieta ogni onere pubblico per le scuole private. Ovviamente non sono le uniche ragioni che trasferiscono le risorse di questo Paese dall'acquisto degli arredi essenziali - non computer, iPad o ritrovati della tecnica: qui si parla di banchi, sedie e lavagne - per le scuole pubbliche (ad esempio per la scuola elementare del quartiere Ponte di Nona di Roma che, a oggi, manca ancora di tutto) alle spese di gestione e ristrutturazione delle scuole private. 

 

Un esempio su tutti, e non per destare sterile polemica, è quello della Scuola Bosina di Varese (anche detta "Libera scuola dei Popoli Padani"), un istituto privato che è balzato all'onore delle cronache per il lauto sostegno riservatogli dallo Stato Italiano. Per l'esattezza 800 mila euro in due anni - quando negli ultimi tre la scuola pubblica di tutta la nazione ha avuto tagli per 8 miliardi di euro - per lavori di "ampliamento e ristrutturazione". 

La società cooperativa proprietaria della Scuola Bosina, tra i cui soci spicca, guarda caso, il nome di Manuela Marrone (moglie di Umberto Bossi) come fondatrice della scuola, ha chiuso il bilancio 2008 in perdita - era sotto di quasi 500 mila euro. Avrebbe dovuto trovare dei finanziamenti andando a chiedere un prestito oppure dichiarare fallimento se il suo bilancio non fosse stato "dopato" da un introito pubblico che, in quanto tale, viene pagato da tutti i cittadini italiani - anche i genitori dei bambini di Roma senza banchi. 

Le motivazioni della generosa elargizione sarebbero legate all'insegnamento delle favole e del dialetto locale - in quella scuola particolarmente presenti - in linea, guarda caso, con la mission della Lega Nord che, evidentemente, nonostante le polemiche degli ultimi giorni sulla scuola di Adro, è diventata mission statale. Non si capisce altrimenti perché una minoranza assoluta di studenti dovrebbe ricevere un finanziamento di questo importo abnorme rispetto ai tagli effettuati agli altri studenti di tutta Italia perché venga loro insegnato il varesino. E questo non solo alla luce dei tagli effettuati alle scuole di Varese, dove si parla addirittura di rischio chiusura di alcuni istituti pubblici per mancanza di fondi, ma in senso lato della scuola pubblica italiana. Insomma anche la gestione delle risorse per l'Istruzione risponde alle solite motivazioni clientelari, parentali e di partito. 

A favore della Lega, però, bisogna dire che Bossi una cosa l'ha capita - e ha deciso di sfruttarla - senz'altro meglio e prima del governo italiano: l'educazione nelle scuole è fondamentale per creare la base culturale e il patrimonio dei valori dei cittadini. Perché se indirizzata bene, forma consenso. Potrebbe non volerci poi molto per scoprire una scuola preposta a diventare fucina di sudditi/elettori.

 

Sara Santolini

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