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Somewhere, di Sofia Coppola: il film che ha vinto il Leone del festival di Venezia fra polemiche e contestazioni, tutte, però, ampiamente motivate, alla faccia delle piccate reazioni di Tarantino, espresse nella tipica, signorile, maniera che è consona a chi è soprattutto personaggio. C’è da sperare che la volontà da lui, pare, imposta alla giuria sia stata dettata da interessi e non per reale convincimento sul valore effettivo del film, perché se fosse vera la seconda ipotesi questa andrebbe a ulteriore sostegno di quei suoi detrattori che lo considerano uno dei registi più sopravvalutati del momento.

Sul film c’è da dire poco, è soprattutto autoreferenziale: il protagonista è un attore, nel senso che abbiamo un attore che interpreta il vuoto esistenziale di un attore, il quale, poverino, passa la vita fra la sua Ferrari e i migliori hotel del globo dovendosi, qua e là, scopare senza sforzo tutta la figa che gli si offre. C’è chi ha definito il film pedagogico, ma meglio sarebbe dire moralistico nella più pura tradizione sessuofobica puritana o, a rischio di sembrare moralisti anche noi, insultante nei confronti di chi la vita la soffre davvero. Va detto, però, che il vuoto esistenziale, fra inquadrature (neppure sequenze) leziose e troppo lunghe, che confondono lentezza con profondità, noia con simbolismo, è rappresentato benissimo, ma più che il vuoto dell’attore è il vuoto della regia e della sceneggiatura ad emergere.

Sono film come questi che fanno male ai Festival quando li vincono, perché convincono lo spettatore, e parliamo di quello colto amante del cinema non del target Vanzina, che i Festival siano creature per solipsimi, ma chiamiamole pure seghe mentali ad alto budget, per pochi, sedicenti, eletti addetti ai lavori o spettatori convinti che meno capiscono e più bello e profondo è il film. A voler pensar male verrebbe da dire che questo Leone è frutto di scambio di favori all’interno di una certa cinematografia di figli di papà off Hollywood, che cerca all’estero legittimazioni che, in patria, non avrebbe neppure al Sundance, contro favori Accademy Award: noi, però, ci rifiutiamo di pensarla così, soprattutto perché non potremmo mai permetterci le spese legali di una causa intentata dagli ex fidanzatini Coppola/Tarantino.

Salvatores ha detto che il nostro cinema non ha suscitato emozioni all’interno della giuria, viene da domandarsi che film abbia visto la giuria, a noi è bastato “20 sigarette” (del quale abbiamo scritto qui) per sentirci scossi nel profondo, quel film da solo basterebbe per dichiarare ingiustificato il Leone alla Coppola. Che sia invidia? Oppure che siano vere le voci delle malelingue che sostengono che la giuria non ha neppure visto i film perché tutto era deciso in anticipo?

Vero è che Venezia è sempre più Red Carpet e sempre meno cinema, almeno sempre meno cinema di qualità, nonostante gli interessanti film italiani, e a questo punto ci si ritrova incredibilmente a ringraziare Veltroni che, nonostante le (adesso comprensibili) rimostranze di Venezia, ha voluto il Festival di Roma, Festival di serie B che però, nonostante o grazie il suo scarso Red Carpet, negli ultimi anni grazie a film come “Juno” e “Brotherhood” ha saputo premiare la qualità più di Venezia. Speriamo che il Festival prossimo venturo non ci smentisca.

 

Ferdinando Menconi

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