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Pierluigi Battista e la strage del congiuntivo

Perle, da parte di uno dei maggiori opinionisti di uno degli acclamati... quotidiani nazionali. Battista non si lascia sedurre dalla logica, in merito ad Afghanistan, e a quanto pare neanche dal fascino della grammatica...

 

La strage da lui perpetrata è di sicuro incomparabilmente meno grave di quella che, con assoluto merito, denuncia spesso nei propri articoli (ovvero la strage di cristiani innocenti in tanti luoghi del mondo ove domina l’islam più radicale) e tuttavia quella compiuta da Pierluigi Battista con il suo editoriale apparso lo scorso 9 agosto sul “Corriere della Sera” è, sebbene di carattere esclusivamente grammaticale, una strage a tutti gli effetti. Vittima dell’inopinata furia di Pigi, valente interprete di quel particolare modo di concepire il giornalismo che va sotto il nome di “terzismo mielista”, è il più raffinato ma anche il più frequentemente vilipeso dei modi verbali: il congiuntivo. Anziché attivarsi, come ha fatto in numerose occasioni a favore di altre nobili cause, per mettere in guardia circa i rischi di estinzione del congiuntivo e per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo ai maltrattamenti da quest’ultimo subiti, Battista ha inesplicabilmente deciso di maramaldeggiare scegliendo come bersaglio proprio l’amabile e indifeso modo verbale noto anche come soggiuntivo. 

Nel pezzo dal titolo “L’odio dei talebani e il nostro silenzio”, pubblicato in prima pagina, il feroce astio di Battista nei confronti del congiuntivo si è manifestato in maniera eclatante in almeno tre occasioni. Subito una prima randellata, all’inizio dell’articolo: «Consideriamo “normale” che portare una Bibbia con sé espone l’incauto alle più efferate rappresaglie». Non pago di una botta di tale violenza, Battista ha ritenuto di tramortire il congiuntivo con un secco uno-due ed ecco quindi, in rapida sequenza, il secondo colpo da ko: «Consideriamo del tutto ovvio che non solo nelle grotte di guerriglieri talebani ma nella “moderata” Arabia Saudita conservare una croce e un rosario nel cassetto è bollato come “apostasia” e l’apostasia porta alla condanna a morte». Ridotto ormai il proprio avversario ai minimi termini, l’implacabile Pigi lo ha finito a poche righe dalla conclusione dell’editoriale con la seguente mazzata: «La rabbia feroce contro il “proselitismo” consiste proprio in questo: nell’idea che qualcuno viene ad attentare alla purezza religiosa, all’esclusivismo di un’unica fede».

È molto difficile dire quali siano le ragioni, magari di natura psicologica, che hanno ingenerato in Battista un’idiosincrasia tanto accesa verso il congiuntivo, un’insofferenza così pronunciata, un odio a tal punto efferato. Né intendiamo avventurarci in spiegazioni che, obiettivamente, sono al di fuori della nostra portata. Ci limitiamo qui a denunciare una persecuzione che occorre trovare il modo, se non di interrompere, quantomeno di arginare e limitare. Siamo persuasi che è un dovere di ogni cittadino italiano non voltare la testa dall’altra parte. Anzi, che sia.

 

Giuseppe Pollicelli

Un obolo che lascia intatto il sistema

Secondo i quotidiani del 21/09/2010