Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 21/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Scontro finale, Profumo verso l’uscita”, con i commenti “Tremonti e l’ultima difesa” e “I passi falsi e le spalle voltate”. Editoriale di Maurizio Ferrera: “La sindrome di Stoccolma”. Al centro foto-notizia: “Sarkozy vuole tassare le transazioni finanziarie” e “Richiamo di Napolitano su Roma ‘Unica capitale, basta ombre’ ”. In taglio basso: “Medici divisi sul parto: bimbo in coma”. LA REPUBBLICA – In apertura: “Guerra a Unicredit: ‘Via Profumo’ ”, con l’analisi di Massimo Giannini “L’ultimo dei mohicani”. Editoriale di Giuseppe D’Avanzo: “Cavaliere, ci dica se la legge è uguale per tutti”. Di spalla: “Il mondo senza nome dei nuovi barbari”. Al centro foto-notizia: “Napolitano: Roma unica capitale”, “Un’altra lite tra medici in come un neonato” e “Sarkozy all’Onu: ‘Tassare le transazioni finanziarie’ ”. In taglio basso: “I custodi del museo con la laurea in tasca” e “A Pechino sventola bandiera rosa”. LA STAMPA – In apertura: “Napolitano: solo Roma è capitale”, con i commenti di Marcello Sorgi: “Test in Sicilia per le nuove coalizioni” e Michele Brambilla: “Quel sole che ora agita la Lega”. In taglio alto: “Unicredit, Profumo a un passo dall’addio. Resa dei conti in Cda” e “L’ultimo scontro ‘La fiducia dei soci è finita’ ”. Editoriale di Enzo Bettiza: “L’Europa e il contagio della paura”. Al centro foto-notizia: “Sarkozy: ‘Una tassa mondiale sulle transazioni’ ”. A fondo pagina: “Se Facebook trasforma la festa in un incubo”. IL GIORNALE – In apertura: “Liberateci dai medici pugili”, con l’editoriale di Vittorio Feltri. Al centro foto-notizia “Ecco lo stato di famiglia dei Tulliani. C’è anche Fini”, con “Le carte di Montecarlo arrivano ai pm”, e “Gheddafi ‘licenzia’ Profumo”. A fondo pagina: “Gli stragisti del matrimonio facile”. IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Profumo, è il giorno più lungo”. In taglio alto: “Marcegaglia: sui contratti avanti senza veti”. Editoriale di Orazio Carabini: “Il richiamo della foresta clientelare”. Al centro foto-notizia: “Moda. Da domani le sfilate di Milano” e “Monito di Napolitano: Italia indivisibile, Roma unica capitale”. Di spalla: “Svezia. I populisti vincono ma restano isolati”. A fondo pagina: “Il notaio stavolta conferma: in America recessione finita”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Napolitano: solo Roma è capitale”. Editoriale di Roberto Napoletano: “La capitale è una, insostituibile per sempre”. Al centro foto-notizia: “Alemanno: “Questa città è in credito, altro che ladrona” e “Unicredit, crisi sul caso Libia. Profumo verso le dimissioni”. In un box: “Quei due faccia a faccia decisivi sul nodo della governance”. In taglio basso: “Lite in sala parto, neonato in coma” e “Scuola, sì ai telefonini in classe”. IL TEMPO – In apertura: “Il bluff di Montecarlo”. In taglio alto: “Ci deve essere una sola capitale, Roma”. Editoriale di Mario Sechi: “C’è una Destra che inganna”. Al centro foto-notizia: “Gli animalisti boicottano l’aquila laziale” e “Tramonta in Svezia il sol dell’avvenire”. A fondo pagina: “Profumo verso le dimissioni”. LIBERO – In apertura: “Tira aria di inciucio”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Forse turarsi il naso è il male minore. Ma guai a fidarsi”. Di spalla: “Spegnere il Sole di Adro non riaccenderà quello dell’Avvenire” e l’appunto di Filippo Facci: “Il Miglio verde”. Al centro foto-notizia: “Tulliani sull’auto con targa tarocca”, “Montecarlo ci invia carte inutili. Le Procure fanno scaricabarile” e “Il buonismo chic che crea gli xenofobi”. A fondo pagina: “La stretta sulle banche aiuterà solo i criminali”, “Le liti in sala parto colpa anche della Bindi” e “La maestra nera si leva il burqa. Ma perché lo dice il marito”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Morire di corruzione”. A fondo pagina: “Troppa Libia in Unicredit. Profumo in bilico”. IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Al summit sulla povertà Sarkozy canta più forte degli U2, contro le banche”. In apertura a destra: “Così il Cav. inaugura la strategia dei sostituti contro Fini, Udc e Mpa”. Al centro: “Le ultime sfide di Profumo nel tumulto degli azionisti” e “Lo spauracchio comodo di Obama”. (red)

 

2. Vertice straordinario Unicredit. Profumo in bilico

Roma - “La frattura non è stata sanata. La crisi al vertice di Unicredit – riporta il CORRIERE DELLA SERA – è a un passo dal punto di non ritorno. Dopo che nel fine settimana la tensione tra il presidente Dietr Rampl e l’amministratore delegato Alessandro Profumo si è riacutizzata, presagendo l’avvicinarsi di un redde rationem al vertice della più grande banca italiana, ieri a sorpresa il numero uno di Piazza Cordusio ha convocato un consiglio d’amministrazione straordinario per oggi. E subito sul mercato sono rimbalzate le voci di dimissioni di Profumo. Ma ai cronisti che ieri sera assediavano la sede di Unicredit in cerca di conferme, il manager non ha detto nulla quando a fine giornata è uscito a piedi per fare i cinquecento metri che separano la sede della banca dal Teatro Dal Verme, dove era in programma un concerto in memoria del giudice Guido Galli. Il passo indietro potrebbe essere comunque solo questione di ore. Non è escluso che sulle dimissioni di Profumo si possa arrivare alla conta dei voti in consiglio. Non prima, sostiene qualcuno che conosce bene il banchiere, di un tentativo di ricomposizione del conflitto scoppiato in seguito all’aumento della quota della Libia in Unicredit avvenuto a fine luglio, quando con un blitz la Libyan Investment Authority ha acquistato sul mercato il 2,07 per cento di Unicredit (poi salito al 2,5 per cento), di cui aveva già il 4,99 per cento attraverso la Central Bank of Libya. Profumo era al corrente della manovra che, si è scoperto dopo, è transitata per la stessa Piazza Cordusio la quale ha effettuato gli acquisti in Borsa per conto della Lia. Rampl invece era all’oscuro di tutto. E lo stesso i soci, che lo hanno saputo a cose ormai fatte. Come hanno saputo a cose fatte, pochi giorni fa, che era in corso una trattativa per vendere il Mediocredito Centrale. Quei soci, soprattutto le Fondazioni, che a Profumo avevano assicurato pieno sostegno nel momento peggiore della crisi sottoscrivendo gli aumenti di capitale. E che all’improvviso – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – si sono viste scavalcare dai libici con una serie di acquisti sul mercato, a prezzi inferiori a quelli sostenuti per le ricapitalizzazioni, con l’amministratore delegato che sapeva. E’ vero, come ha spiegato il banchiere ad alcuni azionisti e allo stesso Rampl, che c’è un obbligo di riservatezza imposto dalla normativa europea sul ‘market abuse’. Ma a molti è sembrata solo una giustificazione di maniera. ‘Noi siamo stati storicamente i più fedeli alleati alla linea di Profumo — ha spiegato al CorrierEconomia il presidente della Fondazione Crt, Andrea Comba —, anche a costo di gravi sacrifici. Occorrerà verificare in assemblea, dove parteciperemo, se il suo operare sia stato o meno conforme ai nostri interessi’. Più netto il sindaco di Verona, Flavio Tosi, grande azionista della Fondazione Cariverona: ‘Chi sbaglia, paga’ e Profumo ‘sicuramente un manager di alto profilo’ ha la colpa di aver ‘gestito questa vicenda un po’ in proprio’. Evidentemente anche se il conflitto sembrava si potesse ricomporre, ha continuato a scorrere sottotraccia come un fiume carsico. E nel fine settimana è tornato in superficie rendendo a questo punto improrogabile il confronto in consiglio. Dove Rampl arriva forte del sostegno dei soci. Anche se non tutti, sebbene con il passare delle ore il fronte degli azionisti avrebbe trovato un equilibrio. La svolta, insomma, sembra davvero vicina. Un passo indietro di Profumo, tuttavia, pone una questione importante: la successione. La Banca d’Italia, che ha acceso un faro sui movimenti libici nell’azionariato della banca milanese, a cui ha inviato una richiesta formale di chiarimento sui rapporti tra soci e management che dovrebbe arrivare il 30 settembre, sta seguendo con la massima attenzione l’evoluzione della situazione. Anche Palazzo Chigi sarebbe in allerta. La preoccupazione maggiore è per la stabilità di una banca, l’unica veramente internazionale del Paese, che i mercati hanno sempre identificato con Profumo. Assicurare la continuità è quindi prioritario. Gli attuali quattro vice non possono assicurarla. Le regole di Bankitalia richiedono che il responsabile della gestione sia uno solo. Ieri sera circolavano già i primi nomi, da Enrico Cucchiani a Mario Greco. A Roberto Nicastro, attuale numero due di Profumo. Ma ancora più forti erano le voci di un possibile passaggio delle deleghe operative a Rampl. Una soluzione transitoria in attesa di un individuare un nuovo numero uno in grado di gestire una banca complessa come Unicredit. Dove la presenza dei libici – conclude il CORRIERE DELLA SERA – continua ad essere percepita da molti come un’anomalia. Che non sembra tuttavia destinata a scomparire. Proprio ieri da Tripoli la Banca centrale libica ha fatto sapere con una nota di essere ‘estremamente soddisfatta’ dell’investimento in Unicredit. Una realtà ‘solida finanziariamente’ basata in un Paese con cui ‘i rapporti economici sono ben fondati e in continuo sviluppo’”. (red)

 

3. Il richiamo della foresta clientelare

Roma - “Solo il finale è ancora da scrivere. Alessandro Profumo – scrive Orazio Carabini sul SOLE 24 ORE – potrebbe lasciare UniCredit, la grande banca italiana di cui è amministratore delegato. Se lo farà, non se ne andrà di sua volontà. Molti dei maggiori soci lo hanno ‘sfiduciato’: sulla carta sembra non gli resti che prenderne atto. Ma Profumo non ha deposto le armi pur sotto una campagna di voci che ieri cercava già di freddarlo. È inutile arzigogolare sugli eventi che hanno portato al braccio di ferro. Un solo dato va messo oggi agli atti, prima dello show down che sarà, come spesso nella finanza, senza esclusione di colpi. Profumo sta combattendo una guerra d’indipendenza. Se perde, questo conflitto potrebbe avere un esito preoccupante, con la politica a tentare subito di riconquistare zone franche di potere nel sistema bancario italiano. Profumo si è messo in cerca di soci che lo sostengano contro chi gli vuol suggerire a chi prestare i soldi, non con l’occhio allo sviluppo ma a interessi extraeconomici. Che siano libici, o emiri, o cinesi poco gli interessa, purché badino ai risultati di un gruppo bancario che è leader in Italia e tra i primi in Europa. E che, per inciso, egli stesso ha contribuito a costruire promuovendone la massiccia espansione all’estero e partecipando al consolidamento del sistema italiano tanto lodato da tutti nei giorni neri della crisi. La ‘nouvelle vague’ delle fondazioni interventiste non gli va giù, tanto più che non è troppo ‘nouvelle’ visto che rimette in onda vecchie pratiche degli anni passati. L’opinione pubblica italiana si era abituata al ruolo di azionisti strategici, saggi e lungimiranti, che le fondazioni sembrava si fossero date. Ampi riconoscimenti in questo senso sono arrivati dal governatore della Banca d’Italia Draghi e dall’ex-ministro dell’Economia Padoa-Schioppa. E il ministro Tremonti, a lungo avversario delle fondazioni, ha rinunciato alla guerriglia verbale, apprezzandone responsabilmente la collaborazione. Ora il vento gira. Sarà stata la crisi – prosegue Carabini sul SOLE 24 ORE – con la stretta creditizia che si è portata dietro. Sarà l’impronta ‘decisionista’ dei politici che cercano egemonia al Nord. Fatto sta che le fondazioni cambiano pelle. Il dottor Jekyll, che per vent’anni ha dialogato con il management, in alcune realtà (non tutte per fortuna) lascia il posto a un mister Hyde che pretende d’intromettersi nella gestione, per assecondare i desideri delle solite clientele. Le fondazioni rischiano così di diventare quello che non si voleva: il cavallo di Troia della politica nelle banche. La questione, cruciale, è tutta qui. Profumo è un essere umano, un manager con pregi e difetti. Ha commesso degli errori, di gestione e di personalità. Tuttavia, dopo mesi in cui è stata sfruttata ogni occasione per metterlo in discussione (dalla ricapitalizzazione ai Tremonti bond, dal progetto del ‘bancone’ alla scelta del country manager, fino al pacchetto libico) non è di qualità del management che si sta discutendo. Il talento di Profumo non c’entra: UniCredit deve essere gestita come una ‘qualunque’ popolare o la sua governante deve corrispondere agli standard internazionali che vogliamo ricomporre dopo la grande mareggiata della crisi? Voce interessate, furbi e sempliciotti insieme obiettano: ‘Basta con questi manager autoreferenziali che guadagnano un sacco di soldi, ma non non sono capaci di far arrivare i prestiti a famiglie e imprese, si fanno travolgere dalla crisi finanziaria e non pagano i dividendi ai soci, comprese le fondazioni che di quei dividendi hanno bisogno come del pane per la loro attività di erogazione’. In buona o in cattiva fede, l’obiezione è fuori bersaglio: nessuno contesta agli azionisti il diritto e il dovere di scegliere il miglior capo possibile per la loro banca. E nessuno sottovaluta, di questi tempi, il rischio di una UniCredit public company in balia solo dei fondi sovrani e degli investitori più speculativi. La posta in gioco – conclude Carabini sul SOLE 24 ORE – con le dimissioni di Profumo che in tanti davano già ieri per scontate, però potrebbe essere ancora più delicata: l’indipendenza delle banche dalla politica. Un principio cui non dobbiamo rinunciare”. (red)

 

4. L’amarezza del banchiere: nostri conti meglio di altre

Roma - “‘Mi mandano via’. Sono le poche parole – riporta Paola Pica sul CORRIERE DELLA SERA – che, già nel pomeriggio di domenica, Alessandro Profumo confida a un amico arrivando sul sagrato di San Simpliciano, la chiesa milanese dove sta per cominciare il funerale di Antonietta Bambi Susini, moglie di Salvatore Ligresti. In quelle ultime ore di un fine settimana di contatti frenetici tra i soci e il vertice, la posizione del capo di Unicredit va facendosi critica. E il lunedì di Profumo, se possibile, è anche peggio. Il due volte ‘banchiere europeo dell’anno’, l’uomo che presta all’estero il volto all’Italia delle banche, potrebbe cadere oggi sulla scia delle polemiche per la mini-scalata della Libia in Unicredit. Ma per un gruppo di azionisti pronti a liberarsi di Profumo, molti di più nella comunità finanziaria e nel mondo politico si fanno vivi in segno di solidarietà, rinnovando stima e fiducia. Qualcuno lo invita a ‘resistere’, come aveva già fatto in passato in momenti assai più difficili di questo e ogni qualvolta gli azionisti avevano tentato di limitarne il margine di manovra. Lo scontro con le fondazioni, e in particolare con la Cariverona di Paolo Biasi, è stato un fenomeno che si è ripetuto più volte nel corso degli anni, anche a causa della forza che il banchiere ha sempre mostrato di avere. In discussione, insomma, c’è sempre stato il ‘modello Profumo’ con la continua istanza di indipendenza. Più di recente, il manager ha superato passaggi a dir poco drammatici, come il ciclone di vendite che, subito dopo il crac Lehman Brother, aveva tenuto i titoli della banca in scacco a Piazza Affari. O l’avvio del controverso riassetto della Banca Unica che ha messo sul piede di guerra anche la Lega Nord. Profumo non cede alla tentazione di rassegnare subito le dimissioni, si limita ad avviare i conteggi per la liquidazione (4,3 milioni la retribuzione 2009) e decide di aspettare il consiglio di amministrazione straordinario convocato d’urgenza per questo pomeriggio. Vuole verificare se davvero non esista più una maggioranza di soci a sostenerlo. E fino a che punto i suoi oppositori sono pronti ad assumersi, sul mercato, la responsabilità di decapitare la banca, una blue chip internazionale, il titolo più scambiato nelle borse europee. Non nasconde, il gran capo di Unicredit – prosegue Pica sul CORRIERE DELLA SERA – ‘la forte amarezza per essere trattato così, dopo quindici anni’ di dedizione assoluta alla ‘sua’ banca, il gruppo che lo ha visto salire quarantenne sulla plancia di comando e che ha finito per identificarsi col suo stesso amministratore delegato. ‘Amarezza’ ripete anche per il ‘rapporto personale con Dieter Rampl’ andato deteriorandosi fino alla rottura. Il tandem professionale con l’attuale presidente di Unicredit ed ex amministratore delegato di Hvb, la banca tedesca acquisita da Piazza Cordusio nel 2005, ha potuto contare almeno nei primi anni su una ‘chimica’ solitamente rara nel mondo degli affari. Un’intesa che ha permesso la trasformazione dell’ex bin nel primo gruppo paneuropeo. Non più tardi di sei mesi fa Rampl si era battuto al fianco di Profumo al quale gli azionisti volevano affiancare un direttore generale con poteri. Fondazioni e soci privati dovettero allora accontentarsi di un country chairman, la soluzione ‘light’, ma a quanto pare non deposero le armi. Resta il fatto che oggi Rampl non perdona a Profumo la mancata informativa sugli acquisti libici, avvenuti per di più attraverso l’investment bank di Piazza Cordusio. Profumo si rammarica con i suoi dell’ ‘incomprensione’ delle Fondazioni che temono di venir scalzate dai fondi del governo di Muammar Gheddafi, ma riconosce di non essere riuscito a comunicare nei tempi e nei modi giusti le scelte fatte ‘solo nel nome della stabilità della banca’. Non è il primo ‘mea culpa’ di Profumo, che a dispetto del nomignolo di ‘Arrogance’ che gli è stato affibbiato è stato forse l’unico banchiere europeo a riconoscere pubblicamente gli errori commessi a ridosso della Grande crisi. Agli azionisti, il capo di Unicredit ha chiesto di metter generosamente mano al portafogli due volte in due anni, tagliando nel frattempo i dividendi che pure, in passato, avevano dato ricche soddisfazioni. Ma ‘non si capisce’, dice adesso alle persone più vicine, perché ‘la polemica sui libici si sia spostata a quella sulla redditività’. Unicredit, sostiene il suo amministratore delegato, fa meglio dei suoi concorrenti e tenuto conto dei tempi difficili ‘c’è di che essere soddisfatti’. Forse un po’ a sorpresa, in mattinata Profumo incassa il sostegno di Giulio Tremonti. In passato i rapporti non sono stati sempre distesi, ma il ministro dell’Economia, al quale poco importa della leggendaria ‘allergia’ del banchiere per la politica, gli riconosce lealtà e coerenza. All’ex boy scout non può che far piacere. Ultimo dei cinque figli di un ingegnere, i cui insegnamenti Profumo ricorda di frequente, anche negli interventi pubblici, l’amministratore delegato oggi 53enne è entrato al Credit nel ’94. Sotto la presidenza di Lucio Rondelli ha guidato la banca sin dal ’97. Sono quasi le 20 quando Profumo lascia l’ufficio di Piazza Cordusio. Scuro in volto – conclude Pica sul CORRIERE DELLA SERA – passo svelto raggiunge la moglie Sabina che lo attende al Teatro Dal Verme. In programma c’è il concerto civile Giorgio Ambrosoli dedicato alla memoria del giudice Guido Galli, ucciso da un commando di Prima linea nel marzo del 1980. Le note di Johann Sebastian Bach e di Giovanni Battista Pergolesi accompagnano i pensieri di Profumo che si prepara alla partita finale. E forse è ancora presto per pensare di ritirarsi nella sua nuova casa sui colli piacentini”. (red)

 

5. Il banchiere si sfoga: “Sono scomodo, fuori dal sistema”

Roma - “‘Sono rientrato sabato scorso dall’America dove ero stato per un road show e nel pomeriggio una parte degli azionisti mi hanno detto che avevano deciso di sostituirmi’. Si sfoga così – riporta Giovanni Pons su LA REPUBBLICA – Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit dall’aprile 1997, con alcuni dei suoi più stretti collaboratori all’interno della banca. Il momento, inutile negarlo, è molto difficile e il banchiere ha passato tutta la giornata in trincea, a parlare con i manager a lui fedeli e con gli azionisti che sembrano voler voltar pagina e metter finalmente il naso nella gestione della quinta banca europea. ‘La verità è che sono un personaggio scomodo, non faccio parte del sistema, ho rifiutato la Telecom quando al governo c’era il centro-sinistra, ho sbattuto la porta dal cda Rcs’, riferiscono fonti interne alla banca che nel weekend hanno potuto parlare con il banchiere. La giornata è lunga, in serata viene convocato il cda straordinario, ma poco prima delle 20 Profumo si presenta al teatro Dal Verme per assistere al Concerto Civile ‘Giorgio Ambrosoli’ in ricordo di Guido Galli. Il viso è sereno, nonostante tutto, e come al solito cerca di evitare i giornalisti schierati con una scusa non certo banale: ‘Vado a salutare Annalori’. Il banchiere genovese ha sempre mostrato un forte senso civile e rispetto per le istituzioni del paese, dunque non sorprende vederlo presente al secondo concerto promosso dalla borghesia milanese in ricordo di un uomo, Ambrosoli, che ha pagato con la vita il suo voler essere fedele fino in fondo ai propri principi etici e al dovere istituzionale. Ma la bufera interna a Unicredit ormai è innescata e oggi bisognerà affilar le unghie per la resa dei conti. Il presidente Dieter Rampl ha cavalcato fino all’estremo l’affare del rafforzamento dei soci libici nell’azionariato Unicredit, cercando di coagulare un fronte anti-Profumo. Poi ha spinto sull’acceleratore pur senza avvertire tutti gli azionisti: il fronte, dunque, c’è ma non è unanime, probabilmente Luigi Maramotti e Carlo Pesenti non sono così convinti che sia giunta l’ora di cambiare ad. Tantopiù che sull’affare Libia i punti oscuri sono ancora molti: ‘Il primo a sapere che i libici volevano prendere una posizione importante nella banca è stato proprio Rampl - rivela un banchiere vicino a Piazza Cordusio - e anche Palenzona sapeva per via governativa o diplomatica’. Basta chiedere all’ambasciatore libico in Italia, Hafed Gaddur. A un certo punto Profumo ha saputo del rastrellamento di azioni dai suoi uffici interni, poiché il fondo sovrano di Muhammar Gheddafi, il Lybian Investment Authority, ha scelto proprio Unicredit come intermediario per l’acquisto delle azioni. Ma a quel punto, ripeterà oggi Profumo a tutti i consiglieri, l’ad era vincolato al segreto dall’art.134 della legge Draghi che prevede risvolti anche penali per chi rivela all’esterno informazioni privilegiate. Certo Rampl non è un ‘esterno’ alla banca ma se il presidente avesse parlato con qualcuno con intenti speculativi a quel punto la responsabilità sarebbe ricaduta anche su Profumo. Questione delicata, dunque – prosegue Pons su LA REPUBBLICA – e dai possibili risvolti legali. Qualcuno prevede che oggi ci sarà baruffa in cda, sicuramente prenderà la parola il rappresentante della Banca Centrale libica Farhat Bengdara, per dimostrare che c’è autonomia di decisioni tra loro e il fondo sovrano Lia e che non c’è alcuna stranezza nel comprare azioni di una banca che valgono 2 euro che in futuro potrebbero raddoppiare. E lo stesso Profumo, stando a chi lo conosce bene, cercherà in extremis di proporre delle regole, un metodo nel cda per sancire una più corretta separazione tra azionisti e management. La sensazione, comunque, è che si sia ormai logorato il rapporto umano tra il manager e i suoi principali azionisti. Non è un mistero che da due anni a questa parte la banca produce molti meno utili rispetto al passato e che nel 2009 ha distribuito il dividendo in azioni invece che in cash come negli anni passati. A ciò si aggiungano le crescenti pressioni della politica sulle Fondazioni, con la Lega che più volte ha minacciato una sorta di spoils system per far sì che i crediti bancari affluiscano in maniera più fluida verso le piccole e medie imprese. È l’eterna contraddizione tra una banca che deve essere legata al ‘territorio’ ma anche alle dinamiche internazionali, quale Unicredit è da tempo. L’acquisto della Hypovereinsbank, nell’estate del 2005, aveva proiettato Profumo tra i principali banchieri europei, poi nel 2007 e 2008 è arrivata la crisi finanziaria innescata dai titoli tossici che Unicredit aveva inglobato proprio con i conti della banca tedesca. Le Fondazioni hanno così cominciato a stringere la morsa, chiedendo assicurazioni sulla distribuzione dei dividendi futuri. La Cariverona con il dominus Paolo Biasi fu la prima a fare lo sgambetto nel marzo 2009 quando si ritirò all’ultimo minuto dalla sottoscrizione del bond legato all’aumento di capitale. E in quell’occasione il soccorso arrivò proprio dai libici e dalla Fondazione Crt, teleguidata dal vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona. Proprio colui che ha difeso Profumo nelle situazioni più delicate ora sembra avergli voltato le spalle, ascoltando sempre più i malumori dei gestori della Crt. Ma anche colui che è molto sensibile al richiamo della politica, soprattutto romana. Se è vero che in questo frangente il principale difensore di Profumo sembra essere Giulio Tremonti, non si può escludere che Palenzona possa compiere un’altra piroetta delle sue nel consiglio di amministrazione di oggi. Se invece tutto andrà nella direzione voluta da Rampl bisognerà mettere una pietra sopra all’era Profumo in Unicredit. Anche se non si può escludere – conclude Pons su LA REPUBBLICA – vista la giovane età e l’impegno civile del personaggio dimostrato in più occasioni, una discesa nell’agone politico in questo momento di grande confusione morale e istituzionale per l’Italia repubblicana”. (red)

 

6. Da Tripoli alla governance. Così l’ad finisce all’angolo

Roma - “‘Sono sereno’. Alle otto meno dieci del suo giorno più lungo – riporta Francesco Manacorda su LA STAMPA – Alessandro Profumo è a teatro. Al Dal Verme di Milano c’è il concerto civile intitolato a Giorgio Ambrosoli e dedicato alla memoria del magistrato Guido Galli, ucciso da Prima Linea. In quelle che sono probabilmente le ultime ore da amministratore delegato dell’Unicredit, Profumo lascia la grande tempesta con i soci e s’infila dritto nel cuore e nella memoria di una Milano capace di mettere sopra tutto le regole dell’etica; forse anche in questa mossa vede un segno. Certo è che l’ammutinamento dei suoi azionisti storici - le fondazioni a partire da quelle di Torino e Verona, le grandi famiglie industriali come i Pesenti e i Maramotti, i soci tedeschi che lo consideravano il salvatore della decotta Hvb e adesso invece sono tutti contro di lui per l’ingresso dei libici - ancora fino a qualche giorno fa l’amministratore delegato di Unicredit non se lo aspettava. Tanto che agli amici confessa di trovare anche adesso ‘incomprensibile’, quello che sta accadendo e annuncia che al consiglio di oggi chiederà di motivare a fondo la sfiducia che ormai gli è stata espressa. Altrimenti sarà battaglia con gli azionisti. Questa volta, però, non si tratta delle solite schermaglie a cui Profumo ha abituato i suoi soci in tredici anni alla guida della banca, ma di uno strappo profondo. Il segnale che le cose si sono messe davvero male l’ad di Unicredit lo coglie in pieno sabato scorso. Appena sbarcato a Milano dal Nord America, dove ha presentato i conti, è convocato dal presidente Dieter Rampl che gli espone un corposo ‘cahier de doleances’. Ormai - gli spiega - non gode più della fiducia dei soci. Ultimo in ordine di tempo, ma primo nella lunga lista delle lamentele, proprio l’ingresso dei libici del fondo sovrano Lia nel capitale della banca. Un ingresso che sancisce assieme lo strappo definitivo tra Profumo e Rampl - tenuto all’oscuro di tutto fino a quando i giochi erano ormai fatti - e la caduta rovinosa del rapporto con le fondazioni azioniste, che vedono adesso concreto il pericolo di essere superate nel peso in assemblea dai soci venuti dal deserto, visto che i libici, assieme agli azionisti degli Emirati Arabi, si avvicinano agevolmente al 13 per cento. Se n’è già parlato nelle settimane scorse in consiglio, e senza diplomazie, anche sull’onda dell’irritazione della Banca d’Italia. Profumo – spiega Manacorda su LA STAMPA – sostiene che non poteva fare parola dell’arrivo dei libici, ‘che non ho chiamato io’, perché avrebbe rischiato le manette divulgando informazioni riservate. I soci lo accusano di aver saputo con largo anticipo delle mosse, addirittura di aver dato ai libici nel marzo 2009 un parere favorevole alla crescita e di aver mancato ai suoi doveri non facendone parola al presidente. ‘Se pensate che abbia sbagliato andiamo in consiglio’, è la replica. Ma nel duro confronto di sabato tra Rampl e Profumo si riaprono altri capitoli di un rapporto ormai alla fine. Ad esempio il lungo braccio di ferro a inizio anno sulla figura del ‘country manager’ per l’Italia. Gli azionisti chiedevano una figura che facesse da contraltare a Profumo; si ritrovano con il manager brianzolo Gabriele Piccini che non rischia certo di far ombra al numero uno. Poi i conti non esaltanti della banca, i dividendi che languono e qualche mossa che a posteriori appare sconsiderata come l’acquisizione in Kazakistan. E ancora indietro, frugando tra errori e rancori, fino a quei giorni convulsi a cavallo tra il settembre e l’ottobre 2008 in cui l’amministratore delegato prima si presentò al Tg1 per spiegare che la bufera finanziaria non avrebbe intaccato Unicredit e poi convocò i soci in tutta fretta per chiedergli 6,6 miliardi di euro. Senza più la fiducia degli azionisti l’unica strada per l'amministratore delegato pare quella di un’uscita onorevole. Anche domenica i contatti tra Profumo, Rampl ed altri esponenti di peso della banca proseguono intensi. Alla fine si arriva a un’ipotesi di che prevede per l’ad una buonuscita di 35 milioni di euro. Un’ipotesi che Profumo non accetta. Secondo le malelingue perché rilancia sulla cifra; lui spiega invece a chi gli è vicino che se deve uscire lo farà su motivi di merito. Questa sera dopo il consiglio straordinario, è comunque il pronostico di chi sa, Profumo sarà l’ex amministratore delegato di Unicredit: o si dimette prima o verrà sfiduciato. Fuori dal Dal Verme – conclude Manacorda su LA STAMPA – c’è già chi lo rimpiange. ‘Non ho avuto il coraggio di chiamarlo - dice il manager di una grande azienda del Made in Italy - ma è assurdo giocarsi così uno dei pochissimi grandi banchieri che abbiamo’”. (red)

 

7. I passi falsi e le spalle voltate

Roma - “La lunga stagione di Alessandro Profumo alla guida di Unicredit – scrive Massimo Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA – si conclude oggi, alle sei del pomeriggio, con il consiglio di amministrazione, convocato ieri d’urgenza dal presidente Dieter Rampl, o con la presa d’atto in extremis o con la conta. Nell’aria da qualche tempo, la notizia segna una svolta nella storia bancaria italiana e apre un’incognita sul futuro di Unicredit impegnato nel lancio operativo della nuova formula organizzativa, detta del ‘bancone’ ideata proprio da Profumo. Profumo è stato amministratore delegato di Unicredit per 15 anni. E per 15 anni ha governato la banca come se fosse una public company. Nella prima parte del suo regno, questa impostazione ha avuto il conforto della Borsa e della politica. I mercati finanziari consideravano Profumo un good will, un robusto avviamento positivo. Non a caso le fondazioni bancarie di Verona, Torino, Treviso e Bologna conferirono volentieri le loro casse di risparmio all’allora Credito italiano. E la politica, che identificava il progresso con il modello anglosassone, vedeva il futuro in questo giovane che si era fatto da sé e si era irrobustito alla McKinsey, mentre, sospinta dalla cultura liberista, bollava le fondazioni come residui del passato da sterilizzare. Nella seconda fase, invece, i risultati sono stati più altalenanti. La politica ha preso le distanze dal modello anglosassone e i derivati su cui erano state costruite parte delle passate fortune sono stati messi all’indice, ancorché più a parole che nei fatti. Ma soprattutto l’amministratore delegato ha avuto bisogno delle fondazioni per salvare Unicredit dal tracollo del dopo Lehman. I numeri di Unicredit non erano da fallimento, ma quando il panico dilagava non furono i mercati a salvare Profumo, ma le fondazioni e le loro buone relazioni. È in quel momento che il modello degli ‘imperatori delegati’ ha cominciato a venir meno. E con esso, gradualmente, la fiducia dei principali azionisti. Che, avendo pagato, reclamavano rendimenti. Gli equivoci sull’ingresso del fondo sovrano libico sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle incomprensioni e dei dissensi. Certo, negli ultimi tempi, non è mancata a Profumo la simpatia di uomini potenti: esplicita nel caso del presidente delle Generali, Cesare Geronzi, che ha garantito sulla buona qualità dell’investitore libico; riservata nel caso del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, preoccupato per i possibili danni d’immagine internazionali e, giustamente, per le modalità assai brusche con le quali avviene il cambio di gestione. Ma quanto potevano pesare i sostegni esterni in un consiglio di amministrazione chiamato ad assumersi in proprio la responsabilità delle decisioni e certo non immemore dei fieri contrasti che con il ministro erano esplosi sui Tremonti bond e con Geronzi si erano manifestati sulla conduzione di Mediobanca? Nell’arco del quindicennio – prosegue Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA – Profumo ha dato a Unicredit un posizionamento lontano dalla politica. È stato uno dei suoi molti meriti. Per esempio, non ha partecipato alle operazioni Telecom e Alitalia. Non è entrato nell’editoria. E ha dato un’apertura multinazionale rara in un sistema delle imprese spesso molto provinciale. Come tutti quanti esercitano la responsabilità, ha fatto convivere finanza e potere, puntellato anche soggetti in difficoltà assai diversi da lui, come, da ultimo, il gruppo Ligresti. E ha anche commesso errori: l’acquisto di Capitalia, per esempio, del quale si è pubblicamente e coraggiosamente pentito e che lo stesso venditore Geronzi riconobbe essere non così brillante come diceva il suo ex braccio destro, Matteo Arpe. Ma se chi oggi critica Profumo fa leva sui segni meno — inevitabili in tanto tempo — per dimenticare i grandi segni più, quella di oggi potrebbe essere una cattiva giornata. Se invece esercita i suoi poteri in trasparenza e sviluppa il buono che c’è, scegliendo rapidamente un successore all’altezza del predecessore, sarà un cambio della guardia sostenibile. Certo – conclude Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA – la rumorosa ripresa della politica nelle fondazioni autorizza più di un timore e non appare agli occhi dei mercati internazionali, così diffidenti nei nostri confronti, una delle pagine migliori della più recente storia bancaria”. (red)

 

8. I nemici dell’ultimo dei Mohicani

Roma - “A colpire Profumo – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA – è un fuoco amico e trasversale di grandi azionisti della banca. Da mesi questo fronte ha tentato a più riprese di indebolire l’amministratore delegato di Unicredit. Alessandro Profumo è a un passo dalle dimissioni. A Piazza Cordusio, suo quartier generale di Unicredit, non sventola ancora la ‘bandiera bianca della resa’. Nel consiglio straordinario di oggi vuole combattere al meglio l’ultima battaglia, che lo porterà allo scontro frontale o all’uscita di scena ‘con tutti gli onori’. Ma una cosa è certa. Con lui ripone l’ascia di guerra l’Ultimo dei Mohicani. L’ultimo banchiere che, nell’Italietta dei conflitti di interesse e del capitalismo di relazione, ha almeno provato a gestire la sua azienda con le logiche di mercato, compiendo svolte non ortodosse che l’hanno proiettato fuori dai confini asfittici dell’orticello domestico. L’ultimo manager che, nel Piccolo Paese dei ‘furbetti del quartierino’, coperti dalla vigilanza e dei ‘Salotti Buoni’ garantiti dalla politica, ha almeno cercato di difendere l’autonomia della sua banca, facendo scelte che l’hanno messo ai margini di quel che resta del cosiddetto establishment. Chi lo ha sconfitto? ‘L’assalto dei libici’, ripete a sproposito chi si sofferma a guardare il dito, e non vede o finge di non vedere la luna sulla sfondo. La Libia è solo un alibi. Uno specchietto per le allodole. È vero: l’aumento al 7,5 per cento della quota di controllo della Banca centrale di Tripoli e della Lybian Investment Authority suscita qualche dubbio, e magari anche qualche sospetto. Ma a indagare a fondo tra tutti i protagonisti della vicenda - dallo stesso Profumo al ministero del Tesoro, dai rappresentanti dei grandi azionisti di Unicredit a fonti vicine all’Ambasciata libica - emerge una trama completamente diversa. A dispetto delle apparenze, i colpevoli non sono affatto i ‘sicari’ del Colonnello Gheddafi. A colpire l’amministratore delegato, come lui stesso va ripetendo in queste ore, è un ‘fuoco amico’ e trasversale di ‘grandi azionisti’ della banca: le fondazioni delle Casse del Nord, il presidente e i soci tedeschi e italiani che, dentro il cda, seguono il presidente. Dunque, se si vuole dare un nome e una faccia ai ‘congiurati’: il numero uno della Fondazione CariTorino Fabrizio Palenzona, il numero uno della Fondazione CariVerona Paolo Biasi, il presidente di Unicredit Dieter Rampl, i rappresentanti dell’Allianz e, probabilmente, quelli di Mediobanca. Alcuni di questi hanno un ‘mandante’, che è politico. Palenzona è pedina strategica nella filiera Luigi Bisignani-Cesare Geronzi-Gianni Letta, che da mesi si muove per blindare il sistema dei poteri economici e finanziari intorno al presidente del Consiglio. Biasi è il nuovo ‘pivot’ creditizio della Lega, che dalla vittoria del 13 aprile 2008 si è lanciata pubblicamente nella campagna di conquista delle grandi banche del Nord. Rampl e i suoi amici nel cda si muovono per conto dell’establishment tedesco. Gli uomini di Allianz e di Mediobanca, probabilmente, rispondono a Cesare Geronzi, che di Piazzetta Cuccia è stato presidente fino alla primavera scorsa, e che ora continua a menare le danze dei Poteri Forti anche da presidente delle Generali. Ognuno di questi uomini ha anche un ‘movente’. Vogliono ‘mettere le mani sulla banca’, come va ripetendo Profumo da tempo. Oppure, detto più brutalmente: ‘Vogliono scegliersi i manager uno per uno, per trasformarli in cani da riporto...’. Palenzona e Biasi lo fanno per rendere un favore a Berlusconi e a Bossi, garantendo una gestione di Unicredit ‘funzionale’ ai bisogni del governo e del Carroccio. Rampl vuole dare una ‘lezione’ a Profumo: l’establishment tedesco non ha gradito la ‘campagna di Germania’ che l’amministratore avviò nel 2005, conquistando la Hvb e poi altri pezzi pregiati del sistema creditizio dell’Est. Non si spiega altrimenti l’offensiva mediatica partita nel fine settimana sulla ‘Suddeutsche Zeitung’, che ha rispolverato le solite critiche alla gestione di Profumo, rilanciandogli contro il solito nomignolo di ‘Mister Arrogance’. Geronzi, infine: per lui, probabilmente, il movente politico si incrocia con quello personale. È lungo l’elenco degli ‘oltraggi’ – prosegue Giannini su LA REPUBBLICA – che il vecchio Cesare del capitalismo italiano non ha mai perdonato a Profumo: dalla sua estromissione dalla banca dopo la fusione Unicredit-Capitalia alla fuoriuscita della banca dall’azionariato Rcs, dal no ai Tremonti-bond al no al suo trasferimento da Mediobanca a Generali. Ora Geronzi può consumare la sua vendetta. ‘Non so se il regista di questa operazione è proprio lui - diceva ieri sera un banchiere amico di Profumo - ma è sicuro che Geronzi è l’origine di tutti i suoi mali...’. Per mesi i ‘grandi azionisti’ dell’istituto hanno tentato a più riprese di indebolire Profumo, che oggettivamente ha fatto i suoi errori, anche se non merita il brutale ‘benservito’ che oggi i consiglieri vogliono propinargli. Sono almeno tre le armi ‘tecniche’, usate dai nemici interni del manager per tentare di metterlo con le spalle al muro. La prima arma è la redditività dell’azienda. La tempesta perfetta che ha squassato i mercati e le banche negli ultimi due anni e mezzo non ha risparmiato Unicredit. A dispetto delle voci ricorrenti che volevano la superbanca sempre a un passo dal tracollo perché ‘imbottita’ di titoli tossici ingoiati nella massiccia campagna acquisti tedesca, Profumo è riuscito a tenere l’Istituto al riparo dai rischi. Il Core Tier 1 è stabile all’8,41 per cento, tra i più elevati del sistema. Ma questa messa in sicurezza non è stata indolore per i grandi azionisti, costretti a più riprese ad aprire il portafoglio: per rafforzare il capitale, per sottoscrivere i bond cashes del 2009 e per sostenere il titolo in Borsa. Nel frattempo, l’utile si è ridotto: sfiorava i 6 miliardi nel 2007, è sceso a 1,7 miliardi nel 2009. Il dividendo ha subito lo stesso andamento: 26 centesimi per azioni tre anni fa, 0,03 euro lo scorso anno. Il titolo in Borsa quotava 6,5 euro prima della crisi, oggi fatica a mantenersi a quota 2 euro. Il Roe (Return on equity) si è ridotto dal 15 a poco meno del 5 per cento. La seconda arma è l’organizzazione dell’azienda. Dopo un primo braccio di ferro nella primavera scorsa – continua Giannini su LA REPUBBLICA – Profumo aveva raggiunto un compromesso, e varato il modello della Banca unica, re-incorporando sette società-prodotto nella holding quotata. La speranza era quella di assicurare un riavvicinamento tra la presenza dell’istituto e i suoi clienti, e un incremento delle economie di scala pari ad almeno 300 milioni l’anno. Ma l’effetto immediato, inevitabile, è stato l’emersione di 4.100 esuberi, più 600 prepensionamenti. Un focolaio di tensione sindacale pericoloso, per una banca impegnata in una riorganizzazione così profonda del suo modus operandi. La terza arma è il rapporto con i territori. E qui, nell’offensiva contro l’amministratore delegato, pesano soprattutto le fondazioni delle due casse del Nord. Gettando benzina sul fuoco del malcontento leghista, che dal Senatur ai sindaci come Flavio Tosi esigono che ‘le risorse delle banche del Nord vadano al Nord’, Palenzona e Biasi hanno lanciato l’attacco a Profumo già dalla scorsa primavera. Il compromesso trovato allora, la nomina di un ‘country manager’ affidata a Gabriele Piccini, ha sancito solo una tregua, destinata chiaramente a non reggere. Infatti non ha retto. Ed ora siamo alla resa dei conti. Ma il modo in cui ci si è arrivati è inaccettabile. Persino un ministro, da Roma, commenta con indignazione quello che sta avvenendo: ‘Questa mossa contro Profumo ha sorpreso tutti, nel governo e in Banca d’Italia. Unicredit è la più grande banca italiana, ha un proiezione internazionale fortissima, parla in 18 lingue diverse, è una vera e propria istituzione finanziaria europea: se ci sono problemi interni, tra soci e management, non si risolvono certo in questo modo. Se vuoi cambiare l’amministratore delegato prima ne trovi un altro, prepari la successione e poi procedi... ‘. Invece i ‘grandi azionisti’ hanno scelto un’altra strada: quella dello scontro frontale, che ora spinge Profumo a dire: a queste condizioni non resto, gli azionisti fanno gli azionisti, ma l’azienda la gestiscono i manager. Un principio che in Italia non gode di molta fortuna. Per questo l’Ultimo dei Mohicani è destinato alla sconfitta: resistere e insieme gestire una banca globale avendo contro una parte rilevante del cda che ti vuole silurare è un’impresa titanica. ‘Forse l’era Profumo è finita’, ripete il solito banchiere amico dell’amministratore delegato. Anche se Tremonti sta tentando di convincere i soci a ricucire lo strappo. Perché questo attacco a Profumo, come ribadisce un altro ministro, ‘è un’operazione squallida, sgangherata e mal congegnata, che è stata fatta senza neanche informare le istituzioni’. E perché ‘il più grande istituto di credito del Paese non si governa come se fosse una segheria’. Fonti vicine a Geronzi parlano di ‘operazione di sistema’, volta a dare stabilità a Unicredit attraverso l’impegno dei soci tedeschi e libici. È l’esatto contrario. ‘È una manovra di furbastri, quindi tutta italiana, e tutta al di fuori dell’establishment...’, conclude il solito ministro. Se un establishment esiste davvero, in questo sciagurato Paese – conclude Giannini su LA REPUBBLICA – ha solo un modo per dimostrarlo: fermi questa congiura. E una volta tanto agisca in nome del libero mercato, e non per conto della manomorta politica”. (red)

 

9. Tremonti e l’ultima difesa

Roma - “Tensioni, consiglio straordinario. Esito incerto. Ieri però – scrive Sergio Bocconi sul CORRIERE DELLA SERA – il presidente di Unicredit Dieter Rampl, che avrebbe ricevuto da soci internazionali, fondazioni e azionisti imprenditori una lettera nella quale si chiedeva una verifica della situazione, invitava a considerare la partita ancora aperta. Rampl rassicurava sulla capacità della banca di resistere agli choc anche più forti. Parole che probabilmente nascono anche dalle preoccupazioni di Bankitalia e ministero dell’Economia, cioè le autorità che vigilano rispettivamente sulle banche e sulle fondazioni. Preoccupazioni che muovono certo nel rispetto dell’autonomia dei soci e del management. Ma che partono da una considerazione principale: Unicredit è la prima banca italiana con asset per circa mille miliardi di euro, anche se la seconda in termini di mercato domestico visto che è la più multinazionale con 10 mila filiali in 22 paesi e ‘solo’ il 45 per cento dei ricavi realizzati in Italia, fra le prime in Europa per attivo (è l’ottavo istituto dell’area euro) e capitalizzazione di Borsa. Si parla dunque della governance al top di uno dei principali protagonisti economici e finanziari del nostro Paese, di una banca ‘di sistema’ per eccellenza. Che ha visto cambiare in breve tempo l’assetto azionario: ai soci maggiori ‘storici’, le Fondazioni bancarie e il gruppo assicurativo tedesco Allianz, si sono affiancati i soci libici, oggi complessivamente poco sopra il 7,5 per cento del capitale. Una ‘scalata’ che ha visto il fondo sovrano Lybian investment authority entrare con il 2 per cento (al quale ha poi aggiunto un’altra frazione di capitale) senza che ne venisse informato il consiglio ma con acquisti effettuati attraverso Unicredit. Profumo, che è stato il solo o uno dei pochi a venire a conoscenza dell’operazione ha sempre sostenuto di aver rispettato le regole. Bankitalia ha però chiesto per lettera il parere ufficiale della banca e la risposta è attesa dal vertice del 30 settembre. L’iniziativa di Via Nazionale evidentemente ha manifesta preoccupazioni di governance, in relazione alle comunicazioni fra amministratore delegato, consiglio e presidente, il tedesco Dieter Rampl. Ma i fatti – prosegue Bocconi sul CORRIERE DELLA SERA – sembrano anticipare i passi ufficiali. E la preoccupazione prioritaria della banca centrale è rivolta ancora alla governance. Qualsiasi banca, e a maggior ragione Unicredit, non può essere lasciata a soluzioni di governo societario temporanee, a interregni che non definiscano subito e chiaramente deleghe e responsabilità. In poche parole: Bankitalia vuole siano date certezze. La posta in gioco è troppo importante: perché non è solo un problema di stabilità della banca, ma dell’intero sistema bancario italiano. Ieri mattina Profumo ha partecipato alla riunione a porte chiuse organizzata dall’Aspen Institute. C’era il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e molti big della finanza, fra i quali il numero uno di Intesa Sanpaolo Corrado Passera e Giovanni Perissinotto, group ceo di Generali. Il top manager di Unicredit è intervenuto nella seconda sessione con il top manager del Leone e Anna Maria Tarantola, vice direttore generale della Banca d'Italia. Difficile pensare che ieri ci sia stata a una ‘digressione’ sulla situazione dell’istituto di Piazza Cordusio. Ma è anche altrettanto difficile immaginare che il banchiere non abbia letto nella comunicazione di Bankitalia un ‘faro’ sulla governance, un segnale che in Via Nazionale si sia posto il problema degli equilibri di governo societario alla luce di come è stata gestita la comunicazione sugli acquisti dei libici. Tremonti, che vigila sulle Fondazioni, ha evidentemente le stesse preoccupazioni di sistema. Ed è possibile che anch’egli proprio agli enti possa aver espresso la preoccupazione per una situazione obiettivamente difficile che si potrebbe creare con l’uscita improvvisa del top manager. Va tenuto conto anche che di recente fra il ministero dell’Economia e Unicredit i rapporti si erano stretti maggiormente: Tremonti punta sulla vendita da parte di Piazza Cordusio del Mediocredito centrale alle Poste per costruire la Banca del Mezzogiorno, veicolo voluto per sostenere lo sviluppo imprenditoriale. Un’operazione (che il board di Mcc avrebbe appreso dalla stampa) – conclude Bocconi sul CORRIERE DELLA SERA –anch’essa considerata di sistema e avviata con Profumo”. (red)

 

10. Le ultime sfide di Profumo nel tumulto degli azionisti

Roma - “Redde rationem in casa Unicredit. Oggi – scrive IL FOGLIO – cda straordinario della banca guidata da Alessandro Profumo. La convocazione del consiglio chiesta dal presidente Dieter Rampl è di fatto un atto ostile per il capo azienda. Secondo la ricostruzione del Foglio, il tedesco Rampl è giunto alla conclusione di non essere stato volutamente aggiornato sulla crescita dei soci libici – giunti ieri al 7,6 per cento – nell’azionariato di Piazza Cordusio. Non solo un difetto di comunicazione, secondo Rampl, ma una vera e propria violazione delle prerogative del presidente. Ma la decisione di Rampl, che anticipa sia il cda previsto per il 30 settembre sia le riunioni dei comitati interni di dopodomani, è giudicata dagli osservatori come un’implicita richiesta di stato d’accusa per Profumo. Per questo motivo ieri sera trapelavano indiscrezioni non confermate di possibili dimissioni da parte dell’ad. Al di là dell’esito della riunione del consiglio di oggi, di certo si va saldando da giorni una sorta di asse del Brennero tra Germania e Veneto. In verità la crescita dei soci libici ha fatto da detonatore a malumori che covavano da tempo. Tutti i grandi soci, non solo le fondazioni bancarie, erano perplessi per una gestione operativa di Profumo sempre più autocratica e meno concertata. Su questo fondo di critiche si sono saldate le rimostranze formali del presidente Rampl, che si è sentito escluso da informazioni fondamentali per volontà di Profumo, e le critiche montanti in Veneto sulla conduzione del gruppo. Le critiche maggiori sono arrivate da Cariverona, il principale azionista italiano di Unicredit. E’ stato il sindaco Tosi da un lato a gridare alla scalata ostile sulla banca e dall’altro ad accusare di fatto l’ad di eccessiva internazionalizzazione della banca a scapito dei prestiti alle piccole e medie imprese del territorio. Il più fiero critico di Profumo all’interno della banca – prosegue IL FOGLIO – è stato fin da aprile, quando è stato approvato il progetto Banca Unica che accorpava sette controllate di Unicredit, il vicepresidente indicato da Cariverona, Luigi Castelletti, che si astenne sulla delibera della Banca Unica auspicando modifiche e integrazioni non realizzate. Anche se all’epoca fu solo Castelletti a non votare a favore, si dice che già in quel momento Profumo era considerato isolato. Ai rilievi che accomunano i soci sulla perdita di valore in Borsa del titolo di Piazza Cordusio si sono aggiunte di recente anche le perplessità di fondazioni che non erano ritenute antiprofumiane, come ad esempio la torinese Crt. Ieri sul Corriere Economia il presidente Andrea Comba ha detto che valuterà in assemblea la gestione della banca. D’altronde negli ultimi giorni anche un vicepresidente di peso come Fabrizio Palenzona, che nei mesi scorsi aveva sostenuto l’ad in momenti e passaggi delicati per il gruppo, è più defilato. Gli esiti del cda di oggi possono essere due. Innanzitutto le dimissioni di Profumo, considerata la convocazione ostile del cda da parte del presidente, soprattutto se le ostilità finora mai dichiarate apertamente dai grandi soci dovessero palesarsi nel corso del consiglio. Oppure una soluzione di compromesso che comunque prevederà una limatura ai poteri e alle competenze dell’amministratore delegato rispetto a quelli del presidente. C’è chi scommette, per la storia professionale di Profumo, che l’amministratore delegato possa non accettare di divenire un capoazienda sotto tutela. In questo caso potrebbe fare balenare le dimissioni, come fece lo scorso 13 aprile. Ma questa volta, a differenza di allora – conclude IL FOGLIO – in molti avranno trovato un’alternativa: Giovanni Auletta Armenise?” (red)

 

11. Dal Quirinale altolà agli eccessi del Carroccio

Roma - “Sarebbe riduttivo, quasi caricaturale – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA – considerare le parole di Giorgio Napolitano come quelle di un capo dello Stato ‘romano’. Il discorso pronunciato ieri dopo il conferimento della cittadinanza onoraria della capitale gli è servito per riaffermare l’unità d’Italia. Il presidente della Repubblica ha approfittato dell’occasione per scansare le ‘ombre’ proiettate sul Paese da chi tenta di intaccare un ‘patrimonio vitale e indivisibile’, di cui è ‘parte integrante il ruolo di Roma’. Quel ruolo non può essere ‘negato, contestato o sfilacciato ora che si va verso uno Stato federalista. Anzi, si tratta di una deriva che Napolitano vuole contrastare con forza. La lettura del suo intervento non può non far pensare agli eccessi dei quali si è resa protagonista recentemente la Lega. L’idea di trasferire alcuni ministeri; il ‘sì’ polemico del Carroccio ai fondi per Roma Capitale; la storia della scuola pubblica di Adro, nel Bresciano, ‘padanizzata’ con simboli leghisti: sono tutti frammenti di una strategia che l’incertezza sulla durata della legislatura rafforza. Mai come in questa fase convulsa il partito di Umberto Bossi si ripropone come forza ‘di lotta e di governo’; e si prepara ad un eventuale sbocco elettorale rispolverando argomenti che marcano la sua identità. Quello di Napolitano ha tutta l’aria di un altolà e di un richiamo alla misura. Finora il Quirinale è stato l’interlocutore istituzionale dei lumbard nel sottolineare i lati positivi di una riforma federalista; e nel porsi come garante di questa evoluzione. Con un principio fondamentale da salvaguardare, però: l’unità nazionale. Nel momento in cui la Lega sembra accentuare il suo profilo anti-unitario, però – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA – il presidente della Repubblica sottolinea quasi di rimbalzo i centocinquant’anni di storia unitaria. Vuole far capire quanto sia provinciale la sottovalutazione di una capitale che, unica fra le città italiane, non ha ‘memorie esclusivamente municipali’, precisa citando il piemontese Camillo Benso di Cavour. E addita l’atteggiamento del segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, che ha confermato la fine della ‘questione romana’ fra Italia e Santa Sede. Ma indirettamente, l’altolà di Napolitano finisce per andare in più direzioni. Intercetta fenomeni di potenziale disgregazione presenti anche in altre realtà: a cominciare dal Mezzogiorno. L’agonia e le spaccature nel centrodestra in Sicilia per il momento sono soltanto il sintomo di una classe dirigente trasformista; e di un’isola nella quale il primato berlusconiano, ma anche la tenuta dell’Udc di Casini vengono messi a dura prova dagli intrecci di potere locali. Nella tentazione di una parte del Pdl di creare un ‘partito del Sud’ plasmato sugli schemi leghisti si indovina un’altra minaccia all’unità nazionale: anche se gli scissionisti giurano di vedere in Silvio Berlusconi il possibile mediatore di un’alleanza con Bossi”, conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

12. Zaia: su ministeri e “altre” capitali la Lega va avanti

Roma - Intervista al governatore del Veneto, Luca Zaia, sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Il capo dello Stato aveva il dovere di dire ciò che ha detto: è il garante della Costituzione. Da qui a dire che abbia parlato contro la Lega, ce ne corre’. Il governatore veneto Luca Zaia, l’altro giorno, non aveva esitato a sbuffare per l’approvazione del provvedimento su Roma Capitale: ‘Spero sia l’ultima volta’. Ma ieri le dichiarazioni di Napolitano — a partire dalla citazione di Cavour (‘Roma, Roma sola deve essere la capitale d’Italia’) — non lo hanno turbato. I leghisti hanno ‘riscoperto’ Cavour come federalista tradito dai Savoia. Eppure quella citazione è inequivoca: non parla di ‘capitali reticolari’. ‘Cavour aveva un problema: il Papa re. Lo Stato pontificio. Quella dichiarazione parla del fatto che Roma debba diventare italiana’. Eppure, il presidente l’ha scelta ieri. Le pare casuale? ‘Il Napolitano che conosco io è quello che parla di federalismo non come scelta ma come necessità. Di federalismo come leva per creare una classe dirigente adeguata soprattutto al sud’. E come si concilia il sostegno a Napolitano con le ‘capitali decentrate’ della Lega? ‘Napolitano ha il dovere di difendere la Costituzione, ma il Parlamento ha il diritto di modificarla. E di mettere il Paese al passo degli Stati più avanzati come Regno Unito, Germania e Olanda, che il processo di decentramento hanno già iniziato’. Decentramento che costerebbe un mucchio di soldi. Ritiene avveduto spenderli in un momento così difficile? ‘Noi pensiamo a un soft landing, un atterraggio morbido. Non pensiamo possa avvenire dalla sera alla mattina. Ma neppure si può ingessare tutto per sempre: se si fosse pensato solo ai costi, non so se l’Italia sarebbe stata unificata. Il punto è che ministeri significa anche alta formazione per i nostri giovani, significa un Paese che non è ridotto a un solo modello ma è innervato da tutte le culture che lo compongono’. Il trasferimento dei ministeri, tuttavia, non era nei programmi. ‘Non è che si debba fare solo quel che c’è nel programma. Sul federalismo, abbiamo visto governatori come Polverini o Caldoro accettare la sfida. Sui ministeri, credo che troveremo molti alleati. Ma bene ha fatto Roberto Calderoli a immaginare un percorso di iniziativa popolare. Il potere tutto concentrato in un solo chilometro quadrato, la bulimia senza fine, ormai vanno stretti a molti, non soltanto alla Lega’. L’Inno, il Tricolore, le ‘capitali reticolari’. Non ci sono problemi più urgenti? ‘A noi non interessa la provocazione. Siamo gli interpreti di una volontà del popolo che chiede decentramento, catene decisionali più corte, rispetto delle comunità. Non mi scandalizza che per ricordare questi temi fondamentali, si individui anche qualche tema, è il caso di dirlo, di bandiera’”. (red)

 

13. Galan: “Un torto personale lo scippo dell’Agricoltura”

Roma - Intervista al ministro dell’Agricoltura, Giancarlo Galan, su LA REPUBBLICA: “Nel nuovo patto Berlusconi-Bossi ci sarebbe l’allontanamento dello ‘scomodo’ Galan, inviso ai leghisti per la sua fermezza sulle quote latte. Ministro Galan, si dice che la Lega abbia chiesto la sua testa. Come reagisce? ‘Facciamo una dichiarazione preventiva: se verrò sostituito nell’incarico di ministro dell’Agricoltura si sappia fin da ora che non l’ho chiesto io. Se qualcuno dirà che questo avviene per farmi un favore, ecco, non credetegli’. Lei pensa di resistere fino a fine legislatura? ‘Mi auguro proprio di sì. Ho impostato un lavoro e intendo portarlo a termine. Stiamo discutendo con i colleghi europei e americani il nuovo piano dell’agricoltura che dovrebbe partire nel 2013. Un progetto importante, a livello mondiale’. Sono note le sue divergenze con la Lega sul tema delle quote latte. Ci sono altri capitoli di scontro? ‘No. Con molti leghisti, come Giancarlo Giorgetti, ho un buon rapporto’. Con altri meno? ‘Qualcuno si è arrabbiato perché ho criticato qualche spesa fatta dal mio predecessore (il leghista Zaia-ndr). Pagare 6 milioni di sponsorizzazione all’Alitalia perché sui voli intercontinentali distribuisca un menù italiano, è un po’ esagerato, non trova? Quanti sono i voli intercontinentali dell’Alitalia? E che cosa avrebbe dovuto utilizzare in cucina? Roquefort al posto del Gorgonzola? Sauterne in luogo del Muffato di Antinori?’. Si dice che non le siano piaciuti i tappeti verdi con cui il suo predecessore aveva arredato i corridoi del ministero. È’ così? ‘Ho fatto rimettere quelli rossi, anche se certamente nessuno mi può accusare di essere un comunista’. Questioni di colore? ‘Sulla sostanza con molti leghisti vado d’accordo. Proprio ieri con Giorgetti abbiamo trovato facilmente l’intesa su due nomine’. E le liti con Bossi durante il Consiglio dei ministri? ‘Non è vero che mi ha tolto la parola’. Quando ha avuto l’ultimo faccia a faccia con lui? ‘Alcuni mesi fa, durante una delle rare cene del lunedì con Berlusconi cui ho partecipato’. Non la invitano spesso? ‘I leghisti mai, nemmeno per un aperitivo’. Un problema di latte? ‘Chi ha sbagliato deve pagare. Le multe delle quote latte vanno versate’. Il direttore dell’Agea, l’agenzia che dovrebbe farle pagare, ha chiesto ieri un atto di clemenza per i morosi. Come risponde? ‘È una dichiarazione stravagante. Gli allevatori morosi sono fuori dalla legge. Se il dottor Fruscio è già stanco di dirigere Agea, lo dica. Può mettersi in politica e farsi eleggere. In caso contrario gli ricordo che il suo compito è quello di attuare gli indirizzi politici decisi dal ministro’. Lei non sembra usare toni concilianti. O è un’impressione sbagliata? ‘Vuole che facciamo l’elenco degli improperi che mi sono piovuti sulla testa durante l’estate da una parte dei leghisti?’. Resistere, resistere... ‘Se mi togliessero da qui lo considererei un torto. E mi chiederei il perché di tanto accanimento su un ministero che in fondo si occupa degli allevamenti, delle galline, delle mucche... Qui metta i puntini. Per il momento preferisco non andare più in là’”. (red)

 

14. Tira aria di inciucio

Roma - “Il conteggio è arrivato sul tavolo dei principali dirigenti del Pdl. Gruppo di responsabilità nazionale o meno – riporta Franco Bechis su LIBERO – se anche la prossima settimana Silvio Berlusconi dovesse conquistare i sospirati 316 voti di fiducia a prescindere da Futuro e Libertà, i finiani sarebbero in grado di fare vedere alla maggioranza i sorci verdi in gran parte delle commissioni parlamentari sia a Montecitorio che a palazzo Madama. Qualche cifra balla ancora, soprattutto alla Camera dei deputati. Ma tutte le simulazioni possibili indicano che sicuramente in un ramo del Parlamento (il Senato), forse in tutte e due, non sarebbe più in grado di passare un provvedimento che non abbia il visto si stampi dei finiani. Le proiezioni hanno fatto correre un brivido ghiacciato sulla schiena di molti falchi, e soprattutto hanno rimesso le ali alle numerose colombe presenti nel Popolo della Libertà. Che si stanno preparando ad andare dal premier e mostrargli cifre alla mano come è divenuto necessario quello che per loro era un semplice auspicio: trattare con quell’avversario-alleato che ha messo in crisi il centrodestra. Insomma, quell’inciucio divenuto famoso in altri tempi per cercare architetture istituzionali comuni fra una parte del centro destra e una parte della sinistra, sta facendo capolino in queste ore nei due fronti che hanno spaccato il Pdl. Con il rischio di la sciare di stucco non solo i falchi (questo è naturale), ma gran parte degli elettori e dell’opinione pubblica che questa estate ha assistito alla battaglia senza esclusione di colpi fra Fini e Berlusconi. Al momento i due leader non si sono pronunciati ufficialmente sulle ipotesi di trattativa, ma non sono pochi i segnali arrivati dall’uno e dall’altro fronte ad indicare un freno tirato. Le sabbie mobili al momento sono una realtà, e offrono anche amare sorprese che era no sfuggite nelle scorse settimane. Al Senato, ad esempio, i finiani sono riusciti a costituire un loro gruppo solo in extremis e grazie a Barbara Contini, incasellata nel Pdl da Forza Italia e poi passata armi e bagagli con il nemico interno. Quei dieci non sono determinanti per il voto dell’aula: la maggioranza di governo può fare a meno di loro, sia pure stando attenta a limitare le missioni istituzionali e la svogliatezza dei suoi. Quel gruppetto però – prosegue Bechis su LIBERO – è così ben distribuito da diventare l’ago della bilancia in almeno cinque commissioni parlamentari: Difesa, Bilancio, Finanze, Istruzione e Lavori Pubblici. In quest’ultima per neutralizzare i finiani il governo ha bisogno del sostegno di Riccardo Villari, uno dei senatori che potrebbe votare per la prima volta la fiducia al governo. Ma nelle altre commissioni la questione è più delicata. Nella Bilancio, che è la più importante, Pd] e Lega oggi contano su 10 voti sui 25 presenti. I finiani hanno ben tre voti, e sono fondamentali. Nove ne ha il Pd e uno l’Italia dei Valori. Restano fuori dallo scontro un membro dell’Udc (Totò Cuffaro) e uno del Mpa, Vincenzo Oliva. Anche passassero insieme al Pdl entrambi, opposizioni più finiani avrebbero la maggioranza della commissio- ne più importante di palazzo Madama. Un imbuto in cui potrebbe non passare più nessun provvedimento di Giulio Tremonti e non solo (qualsiasi legge che comporti spesa). Altrettanto delicata la questione in commissione finanze: Pdl e Lega sono 10 su 25. Tre i finiani, 9 vengono dal Pd, uno dalla Svp e uno dal gruppo misto, Carlo Azeglio Ciampi (forse non sempre presente, ma certo non arruolabile). La maggioranza non ha autosufficienza senza Fini. Alla Camera senza Fini in questo momento il governo non ha autosufficienza nelle commissioni Affari costituzionali, Giustizia, Bilancio, Finanze, Attività produttive, Lavoro e Affari sociali. Con il varo del gruppo parlamentare di responsabilità probabilmente qualcuna di queste verrà riconquistata. Sicuramente la Bilancio, dove basta un voto per fare a meno di Fini. Meno determinante la situazione della commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale, dove come ha minacciato pubblicamente Fini nel comizio di Mirabello, l’ago della bilancia è Mario Baldassarre. La commissione è solo consultiva, e il suo potere di veto non è così ampio. Ma in altre la via dell’inciucio rischia di diventare la strada maestra per la maggioranza di governo. A meno che Berlusconi non spiazzi ancora una volta i suoi, rifiutando l’inciucio e puntando sui 316 voti di fiducia senza Fini. Perché secondo il premier – conclude Bechis su LIBERO – in quel caso si sfalderà ogni progetto di Futuro e Libertà con la conseguente frantumazione del gruppo”. (red)

 

15. Cav. inaugura strategia sostituti contro Fini, Udc, Mpa

Roma - “Mentre i suoi legati – riporta Salvatore Merlo su IL FOGLIO – negoziano un accordo sul lodo Alfano costituzionalizzato con i diplomatici finiani, Silvio Berlusconi tiene aperta l’ipotesi elettorale costruendo attorno a sé – anche come arma deterrente – un sistema di satelliti capace, all’occorrenza, di sostituire sia Gianfranco Fini sia Pier Ferdinando Casini sia Raffaele Lombardo all’interno della galassia di centrodestra. Il partito di Francesco Storace è già allertato per raccogliere voti a destra, così come il partito sudista di Gianfranco Micciché ambisce a essere il sostituto di Lombardo in caso di urne. Manca il partito centrista, ma nascerà anche questo, dalla costola sicula dell’Udc, come ha lasciato intendere il feudatario siciliano Calogero Mannino; uomo cauto, d’esperienza, uno che preferisce sempre non dire, ma che ieri, proprio in virtù della sua proverbiale ritrosia nell’esporsi, ha fatto squillare un sonoro campanello d’allarme per le orecchie di Casini: ‘Un partito? Non lo escludo’. Con una formazione a destra, una al centro e una autonomista, il Cavaliere carica un’arma utile a negoziare. Un deterrente, sì, ma spendibile anche nell’ipotesi che si apra la crisi di governo. I democristiani siculi Totò Cuffaro, Saverio Romano e Mannino sono in grado di provocare una scissione nell’Udc. Dipende tutto dal leader centrista, se Casini non dovesse orientare la barra verso un voto favorevole al governo perderebbe – secondo i calcoli del Pdl – almeno otto deputati, due in più del gruppo dei sei onorevoli che fanno riferimento a Romano. Ma anche al Senato, dove siede Cuffaro, l’Udc perde almeno due senatori. D’altra parte i calcoli rassicurano il premier sui numeri in Parlamento. Alla Camera il Cavaliere ritiene raggiunta quota 316, la soglia dell’autosufficienza. Mercoledì un test periglioso: il voto (segreto) sulle intercettazioni di Nicola Cosentino. I calcoli sono semplici. La maggioranza conta su 308 eletti nelle proprie file, al netto dei trentacinque finiani, (237 del Pdl, 59 della Lega, 5 di Noi sud, 3 dei Lib dem, più Nucara e Pionati). Il gruppo scissionista dell’Udc, otto deputati in tutto, consegna a Berlusconi i 316 necessari all’autosufficienza. Il premier ha anche rafforzato la tenuta del Senato, la sua polizza antiribaltone, dove ritiene di poter contare su 168 voti (grazie ai ribelli dell’Udc e a due della Svp). Adesso, completata o quasi l’operazione ‘autosufficienza da Fini’, mentre i suoi diplomatici negoziano con l’ex leader di An, il Cavaliere carica l’arma dei ‘sostituti’: Storace, Micciché e la nuova Udc. Operazioni – prosegue Merlo su IL FOGLIO – che si affiancano alla tessitura di una trama pre elettorale; mosse tattiche per premere su Fini e Casini, i cui voti servono al lodo Alfano costituzionale, ma anche opzioni strategiche da coltivare nel caso in cui i negoziati aperti sulla giustizia dovessero all’improvviso saltare. Il lavorìo politico del Guardasigilli Alfano, in contatto con il capogruppo finiano Italo Bocchino, e quello tecnico di Niccolò Ghedini con Giulia Bongiorno, sembrano andare avanti con profitto: il nascente partito finiano voterà il lodo costituzionalizzato, è favorevole a ripresentare il legittimo impedimento e giudica positivamente persino il processo breve (purché non sia retroattivo). Salvo sorprese imprevedibili l’accordo è già chiuso. Berlusconi rischia però con Casini, talmente irritato dalle mosse del Pdl sui suoi deputati siciliani (e su altri onorevoli meridionali della Campania) da aver minacciato ritorsioni sulla giustizia e persino sul conflitto di interessi. ‘Nel nostro paese abbiamo un clamoroso conflitto di interessi insoluto, mentre persiste il duopolio Rai- Mediaset. Ci auguriamo che l’Italia possa rientrare in un contesto di norme rigide’, ha detto ieri Roberto Rao, rappresentante dell’Udc in commissione di Vigilanza e deputato vicinissimo a Casini. Parole fin troppo chiare. La prima occasione che si offre al leader centrista per sparare un colpo di avvertimento è domani: alla Camera si vota l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni di conversazioni che riguardano la posizione processuale di Nicola Cosentino a Napoli. Il voto sul coordinatore del Pdl in Campania sarà a scrutinio segreto. Benché Cosentino non appaia preoccupato, il voto assume una valenza politica: un’occasione per fare calcoli sulla maggioranza, un’opportunità che il leader dell’Udc potrebbe sfruttare per ammonire il Cavaliere. Chissà che non sia Cosentino, oggi – conclude Merlo su IL FOGLIO – a risolvere la questione chiedendo lui che si voti ‘sì’ alla richiesta dei magistrati”. (red)

 

16. Turarsi il naso il male minore. Ma guai a fidarsi

Roma - “Tira una brutta aria dalle parti di Montecitorio. E non, come qualcuno potrebbe immaginare, per qualche nuova marachella di Gianfranco Fini – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO – ma più semplicemente per via dell’inciucio che si sta preparando nei dintorni. In breve, la storia è la seguente. Come è noto il governo ha bisogno di almeno 316 voti, senza i quali sarebbe nelle mani di Futuro e Libertà, e per raggiungere l’obiettivo si sta cercando di convincere un certo numero di parlamentari dell’opposizione. Del gruppo dovrebbero far parte l’ala siciliana dell’Udc, i campani e pugliesi di Noi Sud, gli altoatesini della Svp, più altri deputati di varia provenienza. In tutto una ventina di persone, disposte a sostenere la maggioranza con le motivazioni (e le promesse) più eterogenee. Con questa legione straniera però poi bisognerà fare i conti e non è detto che sia più facile con loro che con i fedelissimi di Fini. Per cui, alcuni trai più stretti collaboratori di Berlusconi hanno cominciato a chiedersi se ne vale davvero la pena. Passare dai ricatti di Fini ai capricci dei nuovi alleati è una prospettiva che non li consola affatto e già pensano alle complicate trattative che ogni anno si impongono con l’approvazione della Finanziaria, portando a stanziamenti per le più improbabili feste di paese. Inoltre, c’è il dubbio che la quota 316 sia sufficiente per ottenere la fiducia in Parlamento, ma non per garantirne i lavori, che nelle commissioni risulterebbero comunque a rischio. Così alcuni esponenti del Pdl hanno preso a interrogarsi se non fosse meglio ripensare la strategia e al posto di fare accordi con la legione straniera trangugiare l’amaro calice di un’intesa con il cofondatore. In fondo – prosegue Belpietro su LIBERO – è preferibile essere ricattati da uno che da venti. I favorevoli a una trattativa con Fini pensano in pratica che raggiungere una tregua con il presidente della Camera rappresenterebbe il male minore e comunque richiederebbe meno energie rispetto a quelle che costerebbero i patti da stringere con tutti gli altri. Per ora l’inciucio è solo un’idea appena abbozzata e non ha ancora superato lo scoglio della diffidenza che Berlusconi conserva nei confronti dell’ex alleato. Ma se la strada dovesse rivelarsi l’unica in grado di consentire la prosecuzione della legislatura, non è detto che alla fine il Cavaliere non si rassegni a percorrerla. Magari anche solo per prendere tempo e cercare un’alternativa. Del resto, non sarebbe la prima volta e forse nemmeno l’ultima che un dramma finisce in farsa egli eterni duellanti diventano alleati. Tutto ciò naturalmente non ci rallegra affatto. Non perché Libero voglia a tutti i costi una resa dei conti, anche se questo volesse dire la caduta del governo. Piuttosto perché pensiamo – conclude Belpietro su LIBERO – che esista solo una cosa peggiore che tirare le cuoia. Ed è tirare a campare”. (red)

 

17. Voto sui nastri di Cosentino, strappo dei finiani

Roma - “Le antenne della politica – riporta Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – sono puntate sulla seduta del 28 settembre, quando il premier chiederà all’aula di Montecitorio di esprimersi sui 5 punti programmatici del suo governo, ma già domani la Camera sarà lo scenario di un voto altamente insidioso per la maggioranza. È un test anticipato che potrebbe riservare sorprese: i deputati, infatti, sono chiamati a dire sì o no all’utilizzo di 46 intercettazioni telefoniche tra l’ex sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, e alcuni imprenditori accusati di essere legati alla camorra. E così, dopo il precedente del 14 luglio — quando le dimissioni di Cosentino evitarono il voto sulla mozione di sfiducia individuale sostenuta anche dai finiani — ora si ripropone l’allarme rosso per il Pdl. Il diretto interessato confida ai colleghi che, in realtà, sarà proprio lui a chiedere all’Aula di votare a favore dell’utilizzo delle bobine: ‘Una settimana fa, Cosentino mi ha anticipato in Transatlantico che parlerà in Aula e solleciterà l’utilizzo delle intercettazioni perché in quelle conversazioni non c’è alcunché di rilevante ai fini delle indagini’, spiega l’avvocato finiano Nino Lo Presti, relatore in giunta delle autorizzazioni. Il barometro dell’Aula segnala da giorni questa grossa perturbazione sulla rotta di Cosentino, che già il 10 dicembre 2009 ha evitato l’arresto perché 360 deputati (contro 226) negarono l’autorizzazione alla misura cautelare. Oggi, però, i calcoli potrebbero essere molto diversi: nel frattempo, infatti, è venuto alla luce il caso Caldoro (il dossieraggio nei confronti del candidato governatore del Pdl in Campania, rivale di Cosentino), il gruppo dei finiani si è costituito formalmente e la linea del rigore e della legalità alimentata da Casini fa prevedere un voto dell’Udc sfavorevole a Cosentino sebbene i 5 dissidenti ‘centristi’ capeggiati da Saverio Romano non gli volteranno le spalle. E stavolta anche i 34 finiani sono divisi. Lo Presti, il relatore, in Aula voterà contro l’utilizzazione delle intercettazioni e lo stesso farà Giuseppe Consolo, che spiega: ‘Non è una questione politica, noi in giunta badiamo solo agli aspetti tecnico giuridici’. Carmelo Briguglio – prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – non si sbilancia ma lascia intendere che l’orientamento del gruppo è sfavorevole a Cosentino. Parla invece Angela Napoli, capogruppo in commissione giustizia: ‘Io voterò a favore affinché le indagini vadano avanti perché, non dobbiamo dimenticarlo, per Cosentino era stato chiesto addirittura l’arresto’. E su questa linea converge Fabio Granata: ‘Coerentemente con la nostra battaglia noi voteremo sì, anche assieme agli esponenti dell’opposizione’. I distinguo costringono Italo Bocchino e Silvano Moffa a non sbottonarsi prima del tempo, sperando magari che sia l’opposizione a chiedere il voto segreto: solo così, infatti — come successe a dicembre con la richiesta d’arresto, quando fu Michele Vietti dell’Udc a chiedere il voto segreto — sarà difficile individuare uno per uno gli ‘amici’ e i ‘nemici’ dell’ex sottosegretario. Angela Napoli conferma: ‘A dicembre i conti non tornarono; ci fu infatti il soccorso per Cosentino tra i banchi dell’Udc e del Pd’. Però, assicura Pierluigi Mantini (Udc) – conclude Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – che in giunta ha già votato per usare le intercettazioni, ora Casini punta molto sul tema della legalità: ‘E questa è un’occasione per liberare il partito da quella polvere che gli viene dall’essere associata a volte a qualche vicenda giudiziaria di troppo’”. (red)

 

18. Ai pm arrivano le (nostre) carte. Ma mancano accertamenti

Roma - “Era ora, carta canta. Fra stecche rogatoriali e stonature procedurali – scrivono Gian Marco Chiocci Massimo Malpica su IL GIORNALE – con gran fatica è finalmente arrivata in procura a Roma una parte dei documenti, richiesti senza eccessi d’entusiasmo dagli inquirenti capitolini alle autorità monegasche, che dovrebbero aiutare a fare luce sugli eventuali illeciti commessi nella compravendita della famosa casa di Montecarlo. Quella lasciata in eredità ad An da Anna Maria Colleoni, svenduta a una fiduciaria offshore, da questa ceduta a una gemella e, a oggi, ancora abitata dal cognato del presidente della Camera, Giancarlo Tulliani. Il plico giunto dal Principato di Monaco conta una sessantina di pagine in tutto - in grandissima parte si tratta di materiale già scovato e pubblicato in cinquanta giorni dal Giornale - che dunque diventano ora ufficialmente materia di indagine per quei pubblici ministeri della Capitale sempre più restii a convocare colui che sembra invece ricoprire un ruolo chiave nell’operazione immobiliare fra Roma, i Caraibi e Montecarlo: Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta. Testimone preziosissimo, perché fu lui a segnalare al ‘cognato’ l’interesse per l’immobile monegasco da parte di una società che poi effettivamente acquistò, a un quinto del valore di mercato, l’appartamento da An, e perché alla fine della strana, doppia compravendita tra il partito di via della Scrofa e le società offshore gemelle fu, casualmente, sempre lui a ritrovarsi come inquilino nel medesimo immobile. A Roma gli atti ricevuti ieri sono stati definiti ‘incompleti’. Ma a quanto negli ultimi giorni facevano sapere nel Principato, a essere carente e vaga sarebbe stata la rogatoria inviata all’estero dalle toghe romane, inoltrata quando buona parte degli atti e delle testimonianze raccolte dal Giornale non erano ancora state pubblicate, ampliando i confini di un affaire politico immobiliare che sempre più imbarazza Fini e i suoi familiari. Per questo motivo il procuratore capo, Giovanni Ferrara, ha inviato a Montecarlo un supplemento di rogatoria, chiedendo carte che possano meglio inquadrare il reale valore dell’immobile, oltre agli accertamenti fiscali collegati alla dichiarazione di successione sul testamento della contessa Colleoni che donò il suo appartamento ad An. Il valore dato all’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, a Montecarlo, in sede di successione e poi nei diversi passaggi di proprietà. Addirittura il carteggio riservatissimo è stato inviato, per rogatoria, all’indirizzo sbagliato: a piazza Cavour, presso la Cassazione, anziché a piazzale Clodio, sede della procura della Repubblica. Ma cosa contiene il plico monegasco che da oggi dà un po’ di spessore al fascicolo d’indagine, tenendo compagnia ai verbali del tesoriere e dell’amministratore di An, Francesco Pontone e Donato Lamorte, del senatore ex An Antonino Caruso e della segretaria di Fini, Rita Marino? Tra le altre carte, c’è anche il documento del contratto di affitto tra Timara e Tulliani, pubblicato nei giorni scorsi dal Giornale , quello in cui le firme di locatario e affittuario sono identiche. La procura lo ha definito ‘nota di trascrizione sul pubblico registro del contratto’, ma in realtà è qualcosa di più: un ‘avenant’, ossia un accordo che modifica un elemento del contratto di locazione originario. È l’atto ufficiale a disposizione delle preposte sedi monegasche ( Ufficio del registro, il comando di polizia della Sûreté Publique, l’associazione delle agenzie immobiliari). Detto questo – proseguono Chiocci e Malpica su IL GIORNALE – in Procura è arrivato anche il contratto iniziale al quale l’avenant fa riferimento. E anche se ovviamente non c’è stato il tempo per procedere con perizie calligrafiche, sulla prima scrittura le firme dei contraenti (che dovrebbero essere Tulliani e la Timara) sarebbero diverse. Sarà necessario capire il motivo di questa vistosa discrepanza tra i due documenti, ma d’altra parte gli elementi di ‘confusione’ tra affittuario e locatario, in questa storia, sono molteplici. C’è anche la bolletta della luce, intestata a Tulliani, pagata da Tulliani ma domiciliata a casa di James Walfenzao, l’intermediario e consulente fiscale che ricopriva incarichi di rappresentanza nelle fiduciarie che controllavano le due offshore, Printemps e Timara. E c’è la richiesta di pagamento di spese condominiali spedita dal Syndic Michel Dotta a casa Tulliani, ma intestata curiosamente ‘Timara ltd-(Mr Tulliani)’. Comunque, se le firme sul contratto primigenio ora in possesso dei pm romani sono leggibili, sarà molto interessante sapere chi firma l’atto per conto della Timara. Le altre carte giunte oggi in procura i lettori del Giornale le conoscono bene. Si tratta degli atti di compravendita dell’appartamento tra An e Printemps prima (l’11 luglio del 2008) e Printemps e Timara poi (15 ottobre dello stesso anno). Accompagnate da allegati, certificati, procure. Carte che raccontano il doppio rimbalzo della casa della contessa Colleoni dal partito a cui la donna l’aveva donata alla fiduciaria che l’ha affittata al ‘cognato’ di Fini. Sul primo di quei contratti c’è scritto nero su bianco il prezzo di vendita della casa: 300mila euro. Il dettaglio che finora più ha appassionato la procura di Roma. E, in fondo, l’elemento più sconcertante dell’intera storia, visto che l’immobile che avrebbe dovuto e potuto finanziare la ‘buona battaglia ‘ con un considerevole afflusso di denaro nelle casse del partito è stato invece ceduto a un quinto almeno del suo valore di mercato. E se gli investigatori si dovessero appassionare anche ai risvolti fiscali della vicenda, quei due contratti spiegano molto bene quanto il sistema di società sia stato architettato per non far risalire al reale acquirente della casa. Due fiduciarie off-shore ‘coperte’, il cui proprietario resta misterioso, ma a loro volta controllate da altre fiduciarie. Un gioco che lo specialista Tony Izelaar ha spiegato qualche giorno fa a un cronista di Libero accennando a una società utilizzata come ‘azionista visibile’, parlando di Janum. Probabilmente il riferimento è alla Janom Partners ltd, ossia a una delle altre due fiduciarie che appaiono nei contratti (l’altra è la Jaman Directors). In pratica Walfenzao e Izelaar controllavano Printemps e Timara in qualità di “ad” di Janom e Jaman. Scatole vuote, ma ‘trasparenti’. Il cui nome – concludono Chiocci e Malpica su IL GIORNALE – può essere speso con le autorità straniere, italiane per esempio, che potrebbero voler chiedere chi c’è dietro alla offshore che ha fatto affari col partito di Fini. E allora, come dice candidamente Izelaar, ‘noi indichiamo Janum o qualche altra società, non il vero cliente’. Già, chi è il vero cliente?” (red)

 

 

19. Cavaliere: io il più forte. Nell’Udc tanti insoddisfatti

Roma - “Ottimista. Combattivo. Meglio ancora: ‘Il più forte di tutti’. A giudicare da diversi resoconti – riporta Marco Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA – il presidente del Consiglio sembra tutt’altro che scoraggiato dal momento complicato che stanno attraversando il governo e il suo partito. Lo scorso 16 settembre, per esempio, il premier era a Bruxelles per l’ormai famosa colazione in cui il presidente francese Sarkozy si è scontrato con il numero uno della Commissione Ue Barroso sui rom. Il quotidiano Le Monde ne fornisce dettagliato resoconto, con più di un filo d’ironia. Scrive il giornale francese: ‘Al momento di attaccare le coquilles Saint-Jacques, Silvio Berlusconi non attende che Barroso gli dia la parola. Ed espone una serie di numeri sulla nuova ripartizione delle forze politiche in Italia. C’è chi non capisce. La funzionaria finlandese, al suo primo consiglio, prende nota freneticamente. ‘Sono il più forte, il più forte resto io’, trionfa Berlusconi. Salvo poi irritare Angela Merkel con la sua richiesta di ridurre al silenzio i commissari che lo attaccano senza posa: ‘Bisogna vietare la parola ai commissari e ai loro portavoce’ proclama Berlusconi. Merkel s’inquieta per il tono della conversazione: ‘Bisogna evitare di utilizzare certi aggettivi. Ci sono dei termini che qui non si possono usare’. Ma, appunto, il premier sembra ormai convinto del fatto suo. Certamente, parte delle speranze sono riposte nei deputati dell’Udc siciliano guidati dal segretario Saverio Romano. La riserva ancora non è ufficialmente sciolta, ma l’orientamento sembra ormai essere quello di sostenere i cinque punti programmatici che Berlusconi annuncerà ufficialmente il 28 settembre. Ma c’è qualcosa di nuovo – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA – e ne parla lo stesso Romano: ‘Noi portiamo comunque avanti la convinzione che bisogna reintrodurre le preferenze — almeno una o due — nella legge elettorale. È peraltro, questa, una battaglia che l’Udc ha fatto propria da sempre’. E dunque, ‘di questo noi parleremo con il presidente Berlusconi se riusciremo a incontrarlo prima del 28’. Se non è uno scambio a viso aperto, poco ci manca. Così come quell’accenno al ‘riuscire ad incontrarlo’ ha tutta l’aria di una richiesta semiufficiale di archiviare la stagione degli sherpa e trattare a faccia a faccia con il premier. L’ottimismo del presidente del Consiglio si è manifestato anche ieri sera, durante una delle ricorrenti cene con gli imprenditori. In questo caso, a Villa Gernetto, il palazzo di Lesmo (Monza) che sempre più spesso viene utilizzato per gli appuntamenti di rappresentanza. Il premier ha rassicurato gli imprenditori appartenenti all’associazione Alta gamma, circa 200 persone tra cui i ‘padroni di casa’ Santo Versace e Paolo Zegna, vicepresidente di Confindustria. ‘Non si va a elezioni’ ha promesso il premier, che ha anche spiegato cosa sta accadendo: ‘Non siamo a caccia di voti. Ma ci sono persone, per esempio nell’Udc, che non si riconoscono nella posizione presa dal loro partito’. Non son mancate le battute su Gianfranco Fini, protagonista anche di alcune canzoni ironiche: ‘Se ci lasci facciamo un affare’ sulla falsariga di Julio Iglesias. ‘Noi — avrebbe aggiunto il premier — , a differenza sua, siam fedeli al mandato degli elettori. Per questo non andremo a elezioni’”. (red)

 

20. Drago: “Politicamente morto, ma pendo a destra”

Roma - Intervista a Giuseppe Drago, deputato siciliano dell’Udc, su LA REPUBBLICA: “‘Io devo liberarmi di un macigno che mi pesa e dare sfogo alla rabbia che mi prende alla pancia’. Sfogarsi rasserena e agevola un percorso di riconquista della propria identità. ‘Mi viene voglia di urlare a squarciagola, o anche prendere un mitra. Sto subendo... non so bene come dirlo’. Faccia fare a me. Giuseppe Drago, deputato di Ragusa, era un uomo felice e un politico in carriera. D’un tratto il buio di una sentenza giudiziaria. ‘Ma guarda tu che mi doveva capitare!’ Peculato. Tre anni e mezzo purtroppo definitivi. E con l’aggiunta di una bella interdizione dai pubblici uffici. ‘Premettiamo che non è perpetua’. Lei sarebbe attualmente interdetto. ‘Sì’. Però siede in Parlamento, un pubblico ufficio ‘Per dicembre decidono se sospendermi. Stanno chiedendo a molti costituzionalisti’. Il consulto è largo e si procede pianissimo. ‘Decadrò. E resterò pure senza stipendio. Ma non è tanto questo (anche se sono sposato due volte e ho quattro figli, di cui due piccoli) a preoccuparmi. E’ il dazio che pago per un comportamento corretto’. Ha distratto fondi riservati al tempo in cui era presidente della Regione. ‘Ma erano fondi riservati al presidente! Lo dice la parola stessa’. Se è riservato è riservato. Ineccepibile. ‘Con quei soldi ho anche aiutato una comunità di tossicodipendenti, una ragazza cieca, un bambino handicappato’. Il rigore della legge a volte è veramente crudele. ‘Pensi che da sottosegretario alla Difesa (ero già stato condannato) mi vidi arrivare qualche migliaio di euro. E questi soldi di chi sono? chiesi. Mi dissero: te li manda il ministro, per le tue spese riservate’. Era uno scherzo di Antonio Martino, il suo ministro. ‘Macché scherzo, tutto vero’. Al peso di questa situazione personale si aggiunge il peso della scelta politica che si troverà a dover compiere. ‘Non voglio fare danni, sono politicamente un morto che cammina, Casini è un amico. Ma io pendo verso il centrodestra’. Lei pende e Berlusconi lo sa. ‘Le idee sono quelle, ma non è detto’. Socialista liberale. ‘Di centro’. Drago, la sua scelta è nella sua storia. ‘Ascolterò le parole del premier, e deciderò’. Prudente ed equilibrato. Peccato che non possa godersi il prosieguo dell’azione di governo. ‘Però non sono nelle condizioni di Previti. Nel 2012 scade l’interdizione. E rientro nel Palazzo’. Sincero, pulito. ‘Senza politica non ce la faccio, mi conosco’”. (red)

 

 

21. Nasce il “Lombardo 4”, Miccichè attacca

Roma - “Il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo aggiusta, corregge, rifila – riporta Andrea Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA – la lista degli assessori del suo quarto governo in due anni. Governo ‘rivoluzionario’, questo, con una maggioranza che dovrebbe comprendere il Pd accanto ai finiani, alla minoranza Udc fedele a Casini, all’Api di Rutelli. Oggi pomeriggio Lombardo va a Palazzo dei Normanni e davanti all’assemblea regionale legge la lista e annuncia il programma. Lombardo si attrezza anche a evitare gli ultimi ostacoli. Gli imbarazzi più evidenti emergono nel Pd siciliano, che accelera e poi frena. Domenica la maggioranza dei dirigenti del partito aveva dato il via libera, ieri il segretario regionale, Giuseppe Lupo, ha lasciato una fessura aperta per il ripensamento. Ha parlato di ‘valutare la possibilità di dare vita a una nuova alleanza’, di verificare se ci sono ‘le condizioni per mandare a casa Berlusconi a cominciare dalla Sicilia’, ma ha detto pure che il Pd non è disponibile per un governo con ‘tecnici politici fin troppo navigati’. Un uomo di lungo corso Dc come Calogero Mannino, che ora fa parte dell’Udc contraria a Lombardo e alla sua strana nuova alleanza, dice: ‘Dopo aver guidato tante maggioranze diverse, questo per Lombardo è l’ultimo forno dal quale rifornirsi. E il pane stavolta l’ha preparato D’Alema’. A Palermo si ricorda la cena con spigola del marzo scorso fra D’Alema e il presidente regionale. Quindici giorni fa Lombardo è stato ospite a Roma, alla Fondazione dalemiana Italianieuropei. Ci sono anche tre Pd siciliani, ex Dc, ex popolari, favorevoli al nuovo governo Lombardo, che hanno firmato il documento di Veltroni sulle difficoltà del partito: l’ex ministro Cardinale, Genovese e Papania. Veto assoluto, invece, da Nichi Vendola, che ha bollato il tentativo così: ‘Un’alleanza di corpi politici andati in frantumi’. E ha invitato a riaprire le urne, nell’isola. Bordate violente da chi resta fuori. Micciché parla di ‘ribaltone’, di ‘governo folle, disgrazia per la Sicilia che muore di fame’. E invita gli uomini del Pd – prosegue Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA – a non fare ‘gli utili idioti’. Micciché viaggia verso la creazione del suo Partito del popolo siciliano, afferma di avere già contatti per realizzare qualcosa del genere in Campania e in Puglia: ‘Sogno Berlusconi premier appoggiato da Lega Nord e Lega Sud’. Micciché, che fu tra le prime file di Forza Italia, è pronto a candidarsi alla presidenza della Regione. Mannino, uno dei leader degli Udc siciliani ribelli a Casini, allarga il campo al possibile sostegno che l’Udc anti-Casini potrà dare al governo Berlusconi: ‘Non ho mai parlato con Berlusconi, non ci sono trattative, ma se le sue dichiarazioni di fine settembre ci convinceranno, lo voteremo’. Lombardo lavora sui nomi degli assessori: quattro del suo Mpa, quattro di area pd, due finiani, un rutelliano, un casiniano. Un governo ‘neutro, di tecnici e politici senza incarichi’. Farà l’equilibrista: maggioranza innovativa senza berlusconiani a Palermo, dialogo con Berlusconi — con la dote dei nove parlamentari Mpa — a Roma”. (red)

 

 

22. Test in Sicilia per le nuove coalizioni

Roma - “Se davvero tra oggi e domani – scrive Marcello Sorgi su LA STAMPA – il siciliano Lombardo, eletto due anni fa dal centrodestra, darà vita al suo quarto governo regionale con l’appoggio determinante del Pd e il Pdl all’opposizione, e se Berlusconi negli stessi giorni riuscirà a salvare la sua maggioranza con l’aiuto di quei partiti, o frammenti di partiti, che Lombardo ha messo alla porta, non avremo solo assistito a un ennesimo caso di trasformismo, condannato - ancorché condiviso – da tutte le parti. Ma a qualcosa di più. Siamo infatti alle prove generali dei due nuovi, si fa per dire, schieramenti, che tra poco si affronteranno nelle prossime elezioni anticipate. Poco importa che i due test avvengano, uno su scala locale, in Sicilia, e l’altro sul piano nazionale. Tanto ormai nessuno si illude che la legislatura possa durare oltre la primavera. La novità sta nel fatto, incredibile fino a qualche tempo fa, che nella coalizione tenuta a battesimo dal governatore siciliano marciano insieme il partito autonomista Mpa, finora alleato del centrodestra, dello stesso Lombardo, Casini con solo una parte degli esponenti locali dell’Udc, la neonata sezione isolana dell’Api di Rutelli, il Pd tutto o quasi tutto, e i finiani ieri alleati, e da domani separati, dall’ala dissidente del Pdl che fa capo al sottosegretario Miccichè. Formula: centro-sinistra-destra. Invece nella maggioranza allargata che dovrebbe salvare Berlusconi il prossimo 29 settembre, liberandolo dall’ipoteca della scomoda alleanza con Fini, accanto all’asse Pdl-Lega su cui ha ruotato il governo in questi due anni si schiereranno i centristi dissidenti dell’Udc che non hanno condiviso la svolta siciliana del loro leader, capeggiati dall’ex-ministro Mannino, gli autonomisti parallelamente dissidenti Mpa contrari al ribaltone del governatore, guidati dal sottosegretario (anche lui democristiano d’annata) Scotti, altri post-Dc sparsi per fare numero, e udite udite, par di capire, anche se non subito o non tutti insieme, parte dei dissidenti veltroniani (ma in realtà anche loro democristiani e legati all’ex ministro Fioroni) che hanno firmato il documento dei 75 di contestazione del leader del Pd Bersani. Formula: centrosinistra-centrodestra. Non scherziamo. E’ esattamente quel che sta accadendo. A vent’anni circa dalla crisi della Prima Repubblica, quando la nascita di alleanze trasversali (per gli storici, il ‘Caf’ e il ‘Dosd’, dalle iniziali, rispettivamente, di Craxi Andreotti e Forlani, e di De Mita, Occhetto, Spadolini e De Benedetti) segnò la fine dei partiti e delle formule di governo tradizionali, la Seconda Repubblica si prepara a morire dello stesso male. Con una differenza, però, da non trascurare. Nel passaggio esiziale a cavallo tra gli Anni Ottanta e i Novanta – ricorda Sorgi su LA STAMPA – c’era almeno una logica e due diverse ipotesi di uscita dalla crisi: la Dc era chiaramente divisa tra filosocialisti e filocomunisti, e allo stesso modo il Pci tra filosocialisti e filodemocristiani. L’alternativa era tra mantenere l’equilibrio consociativo dei due grandi partiti di massa, un compromesso più o meno esplicito fondato sulla comune natura anticapitalistica dei due giganti, o trainare il partitone cattolico in un’alleanza con moderati, laici e socialisti, e in un progetto riformatore costruito sulle esigenze dell’economia di mercato. Di fatto nessuna delle due ipotesi prevalse e la paralisi che ne derivò diede la stura all’epoca della corruzione generalizzata. Ma tracce dei due progetti – uno più solidarista e sociale, l’altro più liberista e per così dire turbo-capitalista – sopravvissero anche dopo, nelle due coalizioni, centrosinistra e centrodestra, che si sono alternate al governo negli ultimi sedici anni. Nulla di tutto ciò, va detto, ma anche nient’altro, è purtroppo ravvisabile nei due prossimi schieramenti che si preparano alle elezioni. Il cemento che le consolida è lo spirito individuale di sopravvivenza: Berlusconi che non si rassegna a passare la mano; Casini, Fini e Bersani (nonché Lombardo, che intanto a Roma continua a votare per il premier) pronti a mettere insieme il diavolo con l’acqua santa pur di liberarsi del Cavaliere. Gli uni e gli altri si muovono in aperta violazione del principio fondamentale, il pilastro su cui è stata costruita la Seconda Repubblica: la scelta della coalizione, del governo e del premier tolta ai capi-partito e messa nelle mani degli elettori. Non c’è infatti alcuna prova (anzi, è più probabile il contrario) che gli italiani vogliano mandare a casa a qualsiasi costo Berlusconi, e men che meno che vogliano sostituire il governo con un’alleanza di postfascisti e postcomunisti. Mentre al contrario è sicuro che gli elettori non sapranno più come raccapezzarsi quando due schieramenti come quelli che si annunciano si presenteranno davanti a loro. Berlusconi infatti non potrà più ricorrere al suo decisivo cavallo di battaglia anticomunista contro una coalizione in cui accanto agli eredi dell’ex-Pci militano i seguaci di Fini, che di recente a Mirabello hanno preso a rimpiangere apertamente Almirante e il vecchio Msi. E Casini, Fini e Bersani (nonché Lombardo) non potranno usare la pregiudiziale antiberlusconiana quando almeno due terzi della loro alleanza proviene da un’esperienza di governo a fianco del Cavaliere e una buona metà dei loro partiti, in testa i Dc, è rimasta dall’altra parte. Così, anche per gli italiani più esperti di politica – conclude Sorgi su LA STAMPA – sarà molto difficile capire per chi si vota e per cosa. E sarà sempre più forte la voglia di disertare le urne, nella notte della Repubblica in cui tutte le vacche diventano nere”. (red)

 

23. I tre forni del Sud

Roma - “‘I dirigenti nazionali guardano la Sicilia con le lenti di Roma e soprattutto non conoscono Raffaele Lombardo’, dice al Foglio Enzo Bianco, ex sindaco di Catania, ex ministro dell’Interno, senatore e notabile del Pd siciliano da sempre ostile a qualsiasi appoggio del centrosinistra al leader del Movimento per le autonomie. Se la prende con i leader nazionali da Pier Luigi Bersani a Massimo D’Alema, da Walter Veltroni a Dario Franceschini che sul governo dell’isola che Lombardo varerà ufficialmente oggi – il quarto in due anni e mezzo – hanno un’inedita sintonia: via libera del Pd al Lombardo quater; visto che, per la prima volta, il Pdl, compresa l’ala Micciché, è fuori e la nuova maggioranza è composta da finiani, Api di Rutelli e l’Udc rimasta fedele a Casini al netto dell’uscita dei dissidenti Totò Cuffaro, Calogero Mannino, Giuseppe Drago e dei loro uomini. ‘Non ci si può fidare di Lombardo, è uno che gioca con tre o quattro mazzi di carte: a Roma appoggia Berlusconi, lo incontra no? In Sicilia ha eliminato tutti gli alleati. E’ lo stesso personaggio che invitò D’Alema a Bari al convegno dell’Mpa, fece finta di amoreggiare con lui e passò all’incasso con Berlusconi – si sfoga Enzo Bianco – tratta con tutti, con Fini, con Casini, con il Pd, uno così è inaffidabile. Senza contare che, io sono garantista, ma non ha ancora risolto le sue vicende giudiziarie’. Vista dal lato sinistro – prosegue IL FOGLIO – la partita siciliana, laboratorio nazionale di alleanze di una certa importanza, data per quasi chiusa dopo un’estate di stop and go, è ancora aggrovigliata se non a Roma almeno in loco dove Rita Borsellino (e anche il capofila della corrente che fa capo a Rosy Bindi, Bernardo Mattarella) lamentano un’eccessiva subordinazione a Lombardo: ‘Abbiamo 27 deputati regionali su 90, dovremmo dettare noi le condizioni al governatore, non il contrario’. Bianco e gli altri sottolineano che i giochi non sono ancora fatti perché, dicono, ci sono parlamentari nazionali ostili come Marilena Samperi, Tonino Russo, Vladimiro Crisafulli in quanto da sempre vicino a Cuffaro. E per niente contenta ancorché silenziosa sarebbe Anna Finocchiaro, spedita da Veltroni a sfidare Lombardo (con risultati non eccezionali) proprio alle ultime regionali. Certo non arrivano a chiedere le primarie come tenta di fare Bianco (ricordando che il segretario regionale, il franceschiniano Giuseppe Lupo, ebbe il 75 per cento al congresso sul ‘giammai con Lombardo’). O a pretendere – è ancora Bianco a dirlo – che Lombardo si dissoci dalla linea Fini a Roma non votando la fiducia al premier il 29 settembre. Eppure, a sentire i grandi fautori dell’accordo, bersaniani come Migliavacca, dalemiani, ex Margherita vicini a Fioroni come l’ex ministro delle Comunicazioni del governo D’Alema, Salvatore Cardinale e Francantonio Genovese nonché l’ex segretario della Cisl Sergio D’Antoni, si tratta degli ultimi colpi di coda di chi aveva avuto una posizione intransigente contro Lombardo, ma che difficilmente potrebbe prendersi la responsabilità di far perdere al partito un’occasione: ‘Abbiamo ottenuto un risultato straordinario, siamo riusciti a far uscire dal governo della regione l’intero Pdl. Sarebbe una follia tornare indietro’, dice Sergio D’Antoni. Cardinale sottolinea la convergenza con l’Udc: ‘E’ un successo aver chiuso l’accordo con D’Alia, l’uomo più vicino a Casini in Sicilia’. Sono dati politici incontrovertibili e pesanti nelle ore in cui a Roma il premier fa la conta, corteggia i centristi siciliani e il Pd almanacca sulle regioni del sud come forse l’unica vera chance di contrastare Berlusconi in caso di elezioni anticipate. Ma il negoziato ha le sue asperità e tempi stretti: oggi Lombardo presenterà la nuova giunta e mercoledì è previsto il voto. Il Pd ha chiesto garanzie programmatiche (Lombardo propone abolizione delle province, taglio dei parlamentari e risparmi sul fronte della formazione, giro d’affari di notevolissima entità in Sicilia) e nessun nome compromesso, ma si è già spaccato sulla composizione. Una parte del Pd vuole una giunta di tecnici e l’azzeramento di quella attuale. Un’altra vorrebbe nomine politiche. La scelta, tecnico o politico, è naturalmente legata al profilo degli aspiranti assessori e alle ambizioni dei loro sponsor. Lombardo – conclude IL FOGLIO – vorrebbe conservarne una parte e introdurre il criterio, piuttosto lasco, dei politici sì ‘ma non in carriera’”. (red)

 

 

24. Franceschini-Veltroni dall’alleanza alla rottura

Roma - “Non ha in mente alcun ‘diabolico disegno’, non lavora per spodestare Bersani, non sarà lui il ‘papa straniero’ da più parti invocato per salvare il Pd... Walter Veltroni – scrive Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA – prova a placare le inquietissime acque del Pd, ma la tempesta non accenna a sgonfiarsi. Dario Franceschini rompe pubblicamente il rapporto politico (e anche umano) con l’ex segretario che gli passò il testimone alla guida del partito e i cattolici sono alla resa dei conti: da una parte gli uomini di Beppe Fioroni che hanno firmato il documento dei 75 e, dall’altra, quelli di Franco Marini e Pierluigi Castagnetti. Pier Luigi Bersani ha ancora due giorni per studiare la spinosa pratica, ma giovedì, in direzione, dovrà riprendere in mano il timone e mettere in salvo la barca. Per ora il segretario prende tempo e glissa sulla missiva di Veltroni a Repubblica: ‘Alle lettere preferisco le discussioni nelle sedi appropriate’. Davanti al ‘parlamentino’, con le porte ben chiuse, il leader dirà ‘chiaramente’ come intende ritrovare l’unità perduta del Pd e spronerà a ‘concentrarsi sui problemi che ha l’Italia’. Ma lo scontro infuria. Franceschini parla del documento come di una ‘vicenda dolorosa’, anche dal punto di vista personale. Sostiene che l’aver raccolto 75 firme equivale a ‘fare una corrente’. Aggiunge di non poterne più di un partito che divora i suoi leader. Ironizza sull’idea di Parisi e Veltroni di portare in Parlamento una mozione di sfiducia contro il governo: ‘Una tafazzata’. Chiede ai 75 di ‘accantonare’ il documento e infine, statuto del Pd alla mano, avverte che il segretario è anche il candidato premier. E c’è una frase di Franceschini, ‘io lavoro per rafforzare Bersani’, che conferma i sospetti del fronte veltroniano. Il presidente dei deputati sarebbe passato in maggioranza, quindi Area democratica non ha più motivo di esistere. Anche di questo hanno ragionato ieri i deputati vicini all’ex sindaco di Roma, riuniti con lui alla Camera. Franceschini – prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA – ha convocato per domani il ‘summit’ della minoranza e i dissidenti di Veltroni, Fioroni e Gentiloni hanno una gran voglia di disertarlo. ‘Se la pregiudiziale è che noi ritiriamo il documento, alla riunion enonciandiamo’ , avrebbe detto Veltroni ai suoi e in mano, raccontano, aveva il testo dell’intervento di Franceschini a Cortona, che l’ex sindaco ritiene ‘assai più duro con Bersani del nostro documento’. E oggi Gentiloni e Marco Minniti vedranno Franceschini per verificare se ci sono le condizioni per l’incontro. Assai agitata si annuncia stasera anche la riunione degli ex popolari fedeli a Bersani. ‘Non sarà un processo — assicura Pierluigi Castagnetti —. Ma dobbiamo capire fino a che punto intendono spingersi’. Fioroni è tentato di non andare, convinto com’è che Castagnetti e Marini proveranno a riportare all’ovile qualche pecorella ex popolare. Ha chiesto che dal raduno restino fuori esponenti vicini a Enrico Letta e Rosy Bindi e attacca Franceschini: ‘Il nostro documento contiene cose che Dario condivide da sempre, se dissente sul metodo è solo per creare spigoli’. E un altro fronte polemico si apre alla notizia che domenica, a Orvieto, ci sarà un’adunata di parlamentari e quadri vicini a Fioroni. ‘Avevano promesso che non sarebbero stati una corrente — ironizza il franceschiniano Francesco Saverio Garofani —. Invece siamo alla manifestazione di esordio’. Dal quartier generale dei dissidenti – conclude Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA – sono state inviate 15 mila mail per far conoscere il documento alla base. ‘La macchina organizzativa — conferma l’onorevole Gero Grassi, vicino a Fioroni — è partita’”. (red)

 

25. Vendola: “Pd puzzle senza futuro, Berlusconi brinda”

Roma - Intervista al governatore della Puglia, Nichi Vendola, su LA REPUBBLICA: “‘Il centrosinistra puzza di naftalina, ha bisogno di prendere aria. E’ questo, alla fin fine, il mio programma, ciò che mi propongo. Perciò, chiedo scusa ai sofisti e ai sapienti della politica se non mi capiscono: la colpa è senz’ altro mia’. Falsa modestia, governatore Nichi Vendola? ‘Non sono un grande esperto di politica, come è noto... Sarà per questo che non riesco proprio a capire la natura dello scontro tra Bersani e Veltroni, è preoccupante la disputa fra le persone quando non è chiara la sostanza politica del contendere’. Sta dicendo che lo scontro fra segretario ed ex segretario del Pd è tutto personale? ‘Il riverbero di antiche contese di certo c’è. Ma, ripeto, io non ho strumenti, non lo capisco. Tutte le posizioni in campo ‘alludono’ alla realtà e non ai problemi reali’. Ma la polemica fra Bersani e Veltroni sulle alleanze riguarda proprio il rapporto con la sinistra. ‘Alleiamoci con i precari della scuola, allora. O parliamo della casa, del lavoro, della scuola. Delle donne. Lancio una proposta riformista: nel prossimo governo di centrosinistra assoluta parità di genere, ministri uomini e donne in egual misura’. Vendola non dovrebbe ritrovarsi può vicino al Nuovo Ulivo del segretario pd che al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, che taglia fuori la sinistra radicale? ‘Sono schemi artificiali. Io voglio poter discutere delle cose vere, entrare nel merito. Il centrosinistra non ha capito quanto profonda sia la crisi della società, la sua offerta di cambiamento è apparsa agli italiani confusa e non percepibile. Una cultura conservativa, subalterna spesso al berlusconismo, con l’autoriproduzione dei propri ceti dirigenti’. Intanto Berlusconi brinda alle spaccature in casa pd. ‘Se Berlusconi brinda è perché il Pd appare come un puzzle in cui ogni pezzo va per conto suo. C’è perfino qualcuno che flirta con Tremonti, scambiandolo per la medicina anziché per la malattia. Io lavoro perchè in quel puzzle entri il pezzo che manca, la visione dell’Italia del futuro. Nel mosaico di quest’Italia del frammento è il tassello del cambiamento che risulta assente. E a me, di politica, allora piuttosto piace discutere con Carlo Petrini, Gino Strada, la Boldrini e don Ciotti, Lorella Zanardo’. Vendola punta a fare a pezzi il Pd per ricostruire la sinistra, senza alcun interesse per il governo e la sconfitta di Berlusconi? ‘Io, e lo dico rispondendo alle dure critiche che mi ha rivolto Eugenio Scalfari, ho sempre puntato a vincere la corsa per il governo regionale. E ho sempre vinto in Puglia. Sia con la destra unita nel 2005, sia nel 2010 con la destra divisa. Anche se mi è toccato sconfiggere il centrosinistra, alle primarie, prima ancora che il centrodestra. La sinistra non è impedimento per la vittoria del centrosinistra. Non è vero che si vince al centro. Al contrario, la sinistra è decisiva per la vittoria, a condizione che la smetta di aver paura del proprio popolo’. Punta quindi a rimettere in piedi la sinistra? ‘Certo, ma io ormai faccio fatica ad appassionarmi alla contesa fra riformisti e radicali, a ragionare ancora in termini di massimalisti e moderati. Sono etichette che non contano più’. Ma alle primarie si presenterà sottoscrivendo prima un programma comune con Pd e alleati, come le chiedono la Bindi e Di Pietro? ‘Di programma io ricordo quello in trecento pagine, nel 2008, partorito da un gruppo di superesperti chiuso in una stanza. Un’esperienza fallimentare. Il programma può essere l’affannosa ricerca di un minimo comune denominatore in un’alleanza. Oppure un grande processo democratico, alla ricerca del vocabolario, delle parole-chiave del popolo del centrosinistra. E’ dentro le primarie stesse che si costruisce il programma. E poi prima ci hanno spiegato che bisognava partire dalle alleanze, per primarie veramente democratiche. Ora che l’obiezione è smontata, ecco che si sposta il tiro: serve il programma, se no i gazebo non valgono. Mi aspetto presto il dietrofront. Ma non sarà che si sta cercando di affossare la candidatura di qualcuno?’”. (red)

 

26. Svezia. Populisti vincenti e isolati

Roma - “Promettono di non creare problemi – riporta Christian Rocca sul SOLE 24 ORE – e aspettano una telefonata dai partiti tradizionali. Vogliono contare nella formazione del nuovo governo svedese. Temono l’avvento della rivoluzione musulmana e considerano l’Islam la maggiore minaccia perla Svezia dai tempi della Seconda guerra mondiale. Sono i democratici svedesi, dietro il cui nome rassicurante si nasconde il partito nazionalista, populista e anti immigrazione di Svezia. La telefonata non arriva. I partiti di destra e sinistra pensano a una conventio ad excludendum nei confronti dei populisti di estrema destra. Il trentunenne leader Jimmie Akesson, intanto, si gode lo straordinario successo ottenuto alle elezioni di domenica. Cinque virgola sette per cento, più degli ex comunisti, più dei cristiano democratici. Il partito nazionalista ce l’ha fatta a entrare nel Riksdag, il parlamento svedese. I deputati saranno venti. Anche la tollerante Svezia è stata colpita dal germe populista che gira per il mondo libero. Il premier Fredrik Reinsfeldt ha detto che non li vuole toccare nemmeno con una pinza. Una posizione definita ‘imbarazzante’ dalla leader anti immigrazione danese Pia Kjaersgaard, considerata il modello di riferimento dei nazionalisti svedesi. Il premier svedese vuole che i partiti trovino una soluzione ordinata, responsabile e senza caos entro il 5 ottobre, la data dell’avvio della legislatura. La leader socialdemocratica Mona Sahlin non vuole nemmeno sentir parlare dell’estrema destra. Così come i verdi, i più attivi nel chiedere un accordo per escludere ogni influenza nazionalista sugli affari di stato. Non sarà facilissimo. Finché i democratici non erano in parlamento, l’establishment politico poteva permettersi di ignorarli. La tv di stato rifiutava di invitarli ai dibattiti televisivi e Akesson rispondeva come Martin Lutero appendendo le sue 99 proposte sul portone del parlamento. Una volta dentro il Riksdag, dovranno tutti fare i conti con i populisti. Ieri c’è stato il primo incontro formale tra Akesson e il presidente del parlamento. Il ciclone democraterna è uno dei tre argomenti di prima pagina sui giornali svedesi all’indomani delle elezioni. Il primo è la vittoria dell’Alleanza di centrodestra guidata dai moderaterna, i moderati, di Reinfeldt. Il partito del premier è il secondo di Svezia, a soli 0,9 per cento dai socialdemocratici. È il miglior risultato – prosegue Rocca sul SOLE 24 ORE – da quando è stato introdotto il diritto dì voto, ha detto Reinfeldt. Due elezioni fa, i moderati erano al 15 per cento contro il 40 per cento dei socialdemocratici. Inoltre non era mai successo che un governo conservatore, di per sé già un evento raro in Svezia, rivincesse le elezioni. È un fatto epocale, hanno scritto i giornali. Una notizia della stessa portata della caduta del muro di Berlino, ha detto qualche commentatore. I socialdemocratici non sono più i proprietari della Svezia, hanno aggiunto altri. I giornali hanno insistito molto sulla pesante sconfitta del polo rosso verde formato dai socialdemocratici, dai verdi e dagli ex comunisti. La sinistra si è fermata al 43,7 per cento contro il 49,3 del centrodestra. È il risultato peggiore dei socialdemocratici dai tempi della Prima guerra mondiale. E la fine di un’era, simbolicamente chiusa dalla bizzarra decisione di aspettare i risultati elettorali dentro un museo, un luogo dove solitamente si conservano le reliquie del passato. I dati non sono ancora definitivi, ma sembra che il premier di centrodestra potrà contare su 172 seggi, tre in meno rispetto alla maggioranza assoluta. I rosso verdi ne avranno 157. Nessuno dei due schieramenti cercherà di allearsi con i venti deputati del partito anti immigrazione. La via d’uscita è un accordo tra l’Alleanza di centrodestra e i Verdi. Se ne era parlato anche prima del voto, ma i Verdi hanno detto di no, anche per le nette differenze di programma sull’energia nucleare. Un no che però non è considerato definitivo. Il premier ha fatto sapere che non confermerà due ministri, lasciando intendere che i posti per i Verdi ci sono già. L’alternativa – conclude Rocca sul SOLE 24 ORE – è un governo di minoranza del centrodestra, non una novità nella storia politica svedese, che confidi sul senso di responsabilità dell’opposizione e sul fatto che nessuno ricorrerà al partito di Akesson per farlo cadere. Non sono escluse nuove elezioni”. (red)

 

27. Sarrazini e saraceni

Roma - “Con le elezioni di domenica – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – la Svezia ha completato il percorso di ‘europeizzazione’. A Stoccolma hanno vinto il premier di centrodestra, Fredrik Reinfeldt, e la voglia di liberalismo, ma il dato che più avvicina il paese al resto del continente passa per un partito anti immigrazione. Grazie ai 20 seggi conquistati alle urne, i Democratici svedesi fanno un ingresso molto rumoroso al Riksdag, privando Reinfeldt della maggioranza assoluta. Come altrove, un movimento della destra populista è diventato decisivo per la vita di un governo. In Olanda, Geert Wilders negozia l’appoggio esterno all’esecutivo. In Danimarca, la stabilità è garantita dai partiti anti islam. L’Austria è condannata a grandi coalizioni per tenere lontano dal potere l’estrema destra, che continua a crescere. Comunque andranno le trattative, anche a Stoccolma ci sarà una coalizione inedita. Gli establishment europei, accecati dall’ideologia del politicamente corretto, prima fingono di non vedere, poi si dicono scioccati da questa avanzata. E’ accaduto con i Democratici svedesi, che hanno trasmesso in televisione uno spot nel quale un anziano è superato da un gruppo di donne in burqa nella corsa ai sussidi statali. E’ capitato con l’espulsione di Thilo Sarrazin dal board della Bundesbank per aver scritto un libro in cui preconizza una Germania a maggioranza musulmana, con arabi e turchi che ‘producono in continuazione ragazze con il foulard in testa’. E’ successo di nuovo con le procedure di infrazione della Commissione europea contro la Francia e la politica di Nicolas Sarkozy sui rom. Due questioni problematiche come islam e immigrazione non si risolvono escludendo chi le affronta, ma riformando le politiche inefficaci. Molti leader europei – conclude IL FOGLIO – dovrebbero chiedersi se il modo migliore per combattere l’estrema destra sia demonizzare i suoi leader, o fare sì che una parte crescente della popolazione debba integrarsi secondo leggi e regole”. (red)

 

28. La sindrome di Stoccolma

Roma - “Dopo aver investito molti Paesi dell’Europa continentale – scrive Maurizio Ferrera sul CORRIERE DELLA SERA – l’onda xenofoba ha raggiunto il cuore della Scandinavia. Nelle elezioni di domenica, i ‘democratici svedesi’ (formazione di estrema destra) hanno ottenuto quasi il 6 per cento dei voti. Una doccia fredda per il leader moderato Frederick Reinfeldt, una sconfitta di proporzioni storiche per i socialdemocratici. La portata di queste elezioni oltrepassa i confini svedesi. Non si tratta solo di un piccolo terremoto politico, ma della crisi di un intero ‘modello sociale’, per molti aspetti unico al mondo. Un modello capace di combinare in modo virtuoso crescita economica e welfare, difesa delle tradizioni nazionali e apertura verso l’esterno. L’economia svedese è fra le più prospere del pianeta. Mercato e capitalismo non sono mai stati nemici da abbattere, ma strumenti da addomesticare per produrre ricchezza, senza eccessive sperequazioni. Lo Stato sociale è generoso e inclusivo. Costa caro, ma funziona bene. Impregnato sin dai suoi esordi di etica protestante, il welfare è diventato un elemento centrale dell’identità svedese: è considerato la ‘casa di tutto il popolo’, la parola ‘imposte’ vuol dire anche ‘tesoro comune’. Il principale artefice del modello è stato il partito socialdemocratico, pioniere di un riformismo ambizioso ma pragmatico e conciliante. Nei cortei del Primo maggio, i militanti del partito hanno sempre sfilato con la bandiera rossa in una mano e quella del Regno di Svezia nell’altra: solidarietà fra i lavoratori di tutto il mondo ma anche rispetto della comunità e identità nazionale. Che cosa è andato storto? La crisi non è di natura economica: il circolo virtuoso fra crescita e welfare funziona ancora, la Svezia resta la prima della classe in Europa. A scardinare il modello è stata soprattutto l’immigrazione. A torto o a ragione – continua Ferrera sul CORRIERE DELLA SERA – nell’ultimo decennio si è diffusa la paura di un assalto alla casa e al tesoro comuni da parte di persone ‘diverse’ in termini di cultura, costumi, etica civica. Oggi un terzo della popolazione svedese è costituito da immigrati di prima o seconda generazione. Molti elettori accusano i socialdemocratici di aver spalancato le porte agli stranieri e il partito non è riuscito ad aggiornare il proprio programma al nuovo clima. Il cittadino medio crede ancora al binomio ‘crescita e welfare’, ma non si fida più della combinazione ‘comunità e apertura’. Se deve scegliere, opta per la chiusura, per la difesa del territorio e dei diritti dei nativi. Il nuovo partito dei ‘democratici svedesi’ ha sobillato e cavalcato questi umori ed è ora l’ago della bilancia nel Parlamento di Stoccolma. I governi e i partiti politici europei (soprattutto quelli di ispirazione socialdemocratica) farebbero bene a riflettere seriamente sui fattori che hanno prodotto la sindrome di Stoccolma: flussi immigratori troppo intensi e senza filtri, la mancata integrazione degli stranieri (in particolare quelli di seconda generazione), la formazione di enormi ghetti islamici alla periferia delle metropoli, i problemi di sicurezza pubblica. Un progetto sistematico e coerente di rilancio del binomio ‘comunità e apertura’ in chiave liberaldemocratica ed europeista non è stato ancora elaborato, da nessuna delle principali famiglie politiche del continente. Ma sarebbe lo strumento più efficace – conclude Ferrera sul CORRIERE DELLA SERA – per rispondere in modo ragionevole alla grande sfida dell’immigrazione, evitando di farci travolgere dall’ondata xenofoba e nazional-protezionista”. (red)

 

29. Sarkozy canta più forte degli U2, contro le banche

Roma - “La grande messa globale sulla povertà che si è aperta ieri a New York al summit delle Nazioni Unite – riporta IL FOGLIO – è accompagnata dalle solite litanie di dirigenti onusiani, leader mondiali, ong e cantanti sulla necessità di mantenere e rilanciare le promesse di aiuti allo sviluppo. ‘Il tempo scorre, abbiamo molto da fare, la crisi economica non deve significare il ritorno alle politiche fallaci e ingiuste del passato’, ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Kimoon, chiedendo di rispettare i Millennium Development Goals (Mdg), gli obiettivi che la comunità mondiale si è data dieci anni fa per ridurre la povertà della metà entro il 2015. Repubblica denunciava lo ‘scandalo Millennio’, perché il piano è stato ‘continuamente disatteso dai paesi ricchi’. Oxfam ha accusato l’Italia di aver tagliato il suo contributo e di ‘mettere a rischio milioni di vite con il suo comportamento irresponsabile’. Il leader degli U2, Bono Vox, ha ammesso che ‘in molte zone le cose vanno meglio di quanto si pensi’, salvo chiedere di ‘passare all’azione per far cantare le promesse’. Ieri è stato il presidente francese, Nicolas Sarkozy, a scuotere il summit con la proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie (incassando l’apprezzamento del premier spagnolo José Zapatero): ‘Perché non dovremmo chiedere alla finanza di partecipare alla stabilizzazione del mondo? – ha detto Sarkozy – Bisogna trovare delle nuove fonti di finanziamento per la lotta contro la povertà’. Spulciando la marea di dati pubblicati alla vigilia del summit, si scopre che almeno su un punto Bono ha ragione: si continua a morire di fame, ma le cose vanno decisamente meglio. Nell’ultimo decennio la povertà estrema si è ridotta significativamente, mentre nei paesi che un tempo erano ‘terzo mondo’ emerge una classe media di centinaia di milioni di consumatori. Secondo il Fondo monetario internazionale, il tasso di povertà globale è calato del 40 per cento dal 1990 a oggi e ‘continuerà a scendere dopo la crisi’. ‘Grazie alla rapida crescita, soprattutto in Cina, l’Asia orientale ha già dimezzato la povertà estrema’, spiega il Fmi. Le stesse Nazioni Unite, nel loro rapporto pre summit, hanno ammesso che il primo e più importante obiettivo degli Mdg – ridurre della metà la popolazione mondiale il cui reddito è inferiore a 1 dollaro al giorno – dovrebbe essere centrato: nonostante che la soglia del reddito pro capite sia stata alzata da 1 a 1,25 dollari, le persone che vivono in estrema povertà passeranno da 1,8 miliardi nel 1990 a 920 milioni nel 2015. E se, anziché guardare alla ricchezza di un paese, si analizza quella delle persone, i risultati sono ancor più sorprendenti. Uno studio del gruppo assicurativo Allianz sui depositi bancari e gli investimenti degli individui a livello globale – spiega IL FOGLIO – rivela che, se la ricchezza privata si concentra ancora nei paesi industrializzati, nell’ultimo decennio c’è stato un boom nei paesi emergenti. In meno di dieci anni, la ricchezza privata pro capite nei paesi poveri è progredita sette volte di più che in quelli ricchi. Nel 2000 le attività finanziarie personali nei paesi più ricchi erano 145 volte superiori a quelle nei paesi poveri. ‘Nel 2009 il fattore è crollato a 45’, dice lo studio. Così, la classe media mondiale è passata da 200 milioni a 565 milioni di individui. ‘Questo riequilibrio – ha spiegato al Monde l’economista dell’Ocse Johannes Jutting – è cominciato negli anni Novanta, ma la vera accelerazione è iniziata dopo il 2000’, con la globalizzazione. In Cina la classe media ha raggiunto i 130 milioni, in Brasile i 40 milioni, in Russia i 14. ‘Nel 2050, il 50 per cento del consumo globale del mondo sarà opera di cinesi e indiani, contro il 10 attuale’, avverte Jutting. Anche in Africa, il continente più in difficoltà, i paesi che hanno abbracciato la globalizzazione hanno fatto passi significativi. Secondo un rapporto dell’Overseas Development Institute, grazie alle esportazioni agricole, l’Etiopia ha ridotto la povertà estrema dal 60 al 16 per cento. Per contro, ‘la povertà in Nigeria è cresciuta dal 49 al 77 per cento’. Secondo l’economista dello Zambia Dambisa Moyo, ‘negli ultimi 50 anni sono stati trasferiti più di un trilione di dollari in aiuti allo sviluppo dai paesi ricchi all’Africa’. Questa assistenza non ha migliorato la vita degli africani: ‘Gli aiuti creano dipendenza e incentivano la corruzione’. Voce fuori dal coro – conclude IL FOGLIO – Moyo calcola che nel 1970 ‘il 10 per cento della popolazione africana viveva con meno di un dollaro al giorno. Oggi, il 70 per cento degli africani è in questa situazione’”. (red)

Pierluigi Battista e la strage del congiuntivo

Commercio armato “made in Italy”