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Un obolo che lascia intatto il sistema

Assemblea Onu: Sarkozy rilancia la Tobin Tax 

Tassare tutte le transazioni finanziarie che avvengono ogni giorno nel mondo. Applicare un modestissimo prelievo sulle singoli operazioni in modo tale da arrivare comunque, grazie al numero enorme degli scambi effettuati sui mercati planetari, a un gettito cospicuo. Da utilizzare per combattere la povertà nei Paesi meno sviluppati. Il presidente francese Sarkozy ha rilanciato l’ipotesi ieri, nell’ambito dell’Assemblea generale dell’Onu in corso a New York, e lo ha fatto in modo veemente: «La tassazione delle transazioni finanziarie possiamo deciderla adesso. Perché aspettare? La finanza si è mondializzata. In nome di cosa noi non dovremmo chiedere alla finanza di partecipare al riequilibrio del mondo prelevando su ciascuna transazione una tassa?»

L’idea, com’è noto, non è affatto nuova, visto che venne formulata una quarantina di anni fa dallo statunitense James Tobin – successivamente vincitore, nel 1981, del premio Nobel per l’economia in virtù della sua «analisi dei mercati finanziari e delle loro relazioni con le decisioni di spesa, con l’occupazione, con la produzione e con i prezzi» – ed è stata poi ripresa, tra l’altro, dal movimento No Global. Sembra l’uovo di Colombo, del resto: per coloro che subiscono la tassazione l’esborso è minimo, mentre per gli enti che la riscuotono le entrate sono ingentissime. Come ha evidenziato recentemente la Banca Etica, impegnata a sostegno della campagna a favore del provvedimento (http://www.zerozerocinque.it), l’ammontare complessivo è stimato in 655 miliardi di dollari l’anno.

In linea di principio, dunque, è pressoché impossibile non essere d’accordo, a meno che si sia attestati su posizioni iperliberiste e si veda in qualsiasi imposta, a prescindere dalla sua entità e dalla sua destinazione, un intollerabile sopruso esercitato dallo Stato ai danni dei cittadini. O per meglio dire dei cittadini ricchi, o aspiranti tali. Le perplessità sono di due tipi, che d’altronde si intrecciano come fili del medesimo nodo (da recidere, essendo impossibile scioglierlo). La prima è di carattere operativo e riguarda l’utilizzo materiale dei fondi raccolti. La seconda è di natura concettuale, anzi filosofica, e concerne le finalità ultime che si intendono raggiungere. 

La domanda è elementare: che destinazione hanno le somme erogate? Più precisamente: chi le gestisce e a quali scopi? L’assunto è che si vuole combattere la povertà nelle aree più disagiate del pianeta, ma il rischio più che mai concreto, viste le esperienze pregresse, è che in buona o in massima parte i soldi vengano destinati a tutt’altro, dal pagamento dei prestiti internazionali alle spese militari (vedi l’articolo odierno di Pamela Chiodi sul commercio internazionale di armamenti), oppure dispersi nei meandri della burocrazia e della corruzione, tra l’elefantiasi delle grandi organizzazioni in stile Fao e l’impunità dei governi locali di stampo dittatoriale. 

Come dicevamo, due facce della stessa moneta. Che è quella del sistema attuale di produzione e di consumo, già patologico all’origine per la sua pretesa di crescita illimitata ma ulteriormente, e mortalmente, viziato dal dilagare dell’economia finanziaria. Della speculazione finanziaria. Tassare le transazioni in titoli e in valute va benissimo, ma purtroppo non arriva neppure lontanamente alla radice del problema. Al contrario: in cambio di un minuscolo obolo – che per certi versi è quasi una sanatoria per tutti i guasti già prodotti e per quelli che seguiranno – si dà ulteriore e definitiva legittimità a quegli stessi meccanismi che ci hanno portato alla situazione attuale. Con la scusa di mitigare gli effetti, si avallano le cause che li hanno prodotti. 

 

Federico Zamboni

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