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I manager, strapagati, del dissesto sociale

Redditi 2009. Marchionne guadagna come 400 operai

Secondo dati forniti dal Sole 24 Ore e ampiamente dibattuti da Gad Lerner ne l’Infedele del 20 settembre, l’a.d. della Fiat, Sergio Marchionne ha goduto nel 2009 di un reddito circa 400 volte superiore ai suoi operai. Richiesto se non la reputasse una disuguaglianza eccessiva, Marchionne replicava stizzito di invitare qualcuno di questi operai a fare cambio con lui, che, povero, non si è nemmeno concesso le ferie. Senza star qui a rimarcare una risposta che si commenta da sola, preme invece sottolineare come quello di Marchionne non sia certo un caso isolato.

Sono migliaia quelli che Riccardo Ruggeri definisce “rambo manager” e che, dopo avere incassato laute stock options sulle ristrutturazioni delle azienda, abbandonano la nave col malloppo al primo scricchiolio. Nel settore bancario, qui in Italia, le differenze di reddito tra manager e dipendenti si misurano in un rapporto medio di 120 a 1. È un trend che ha condotto una classe, quella dei supermanager, a dettare legge non solo in campo economico, ma anche in quello politico e della stessa evoluzione sociale, condizionando lo sviluppo di interi Paesi.

I dirigenti delle multinazionali di ogni dove hanno lentamente e con diabolica metodicità fatto passare la realtà di un doppio binario di valutazione del lavoro. Nel settore produttivo (operai, impiegati, artigiani, mano d’opera in generale …) si effettua una quantificazione del rapporto costo/lavoro legata, per dir così, all’economia tradizionale: detto brutalmente, un tanto all’ora. Quando invece si sale alla classe dirigente e manageriale il metro di valutazione non viene più ancorato alla produzione bensì al profitto. Ovvero: il mio compenso non è legato a quel che faccio, bensì al profitto che permetto all’azienda di realizzare, con un criterio a volte completamente slegato dalla “missione” aziendale, ma collegato piuttosto a proventi di tipo finanziario.

Questo approccio – e questa lobby – ha portato di conseguenza ad una progressiva svalutazione della classe lavorativa, tanto sul piano economico che su quello della dignità, avallando le progressive riduzioni del personale nei contesti più svariati e autorizzando la delocalizzazione in nome non tanto dei minori costi di produzione, ma dei maggiori guadagni riservati ai dirigenti.

Quello che scandalizza e sconvolge, nell’autoassoluzione dei vari manager sulla iniquità assoluta dei propri compensi, non è tanto la difesa della propria ricchezza, quanto il disinteresse per questa “macelleria sociale” che loro stessi hanno portato avanti con la connivenza dello Stato. Quest’ultimo, infatti, ha mutuato tale condotta nel riconoscere anche a dirigenti pubblici compensi che esorbitano da qualsivoglia logica (basti pensare ad Alitalia, Rai, Ferrovie, dirigenti sanitari, aziende a partecipazione statale o comunque pronte ad invocare l’aiuto dell’erario), soprattutto considerando i risultati gestionali spesso fallimentari. 

La crisi del mondo del lavoro odierno passa quindi in maniera profonda anche da questo tipo di squilibrio. Non è solo un problema di impasse finanziaria e produttiva, ma di disuguaglianza sociale insostenibile: in un’azienda in difficoltà i lavoratori vanno in cassa integrazione mentre il manager accumula buonuscite milionarie. Il trasferimento di reddito, dalle buste paga ai profitti personali di una esigua classe dirigente, ammonta a ben l’otto per cento in dieci anni: una cifra pari a oltre 120 miliardi di euro. E sapete qual è la ciliegina sulla torta? Che quelli che adesso sono al timone, e pretendono di traghettarci fuori dalla crisi, sono quegli stessi che l’hanno provocata.

 

Massimo Frattin

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