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Summit Onu hollywoodiano e pecoreccio

Passerella mediatica per 140 capi di stato e di governo: la tre giorni di summit mondiale a New York dell'Onu è giunta quasi a conclusione e, a dire il vero, un primo eclatante risultato è stato già raggiunto. Per di più esattamente nei termini della riduzione: il fatto che rispetto al summit di dieci anni addietro, che ha aperto in pompa magna il millennio, stavolta la passerella è smagrita sensibilmente. Almeno nei numeri. Allora furono 189, oggi, come detto, solo 140. Un ottimo risultato.

Allora si voleva - questo il tema del piano - liberare dalla miseria estrema un miliardo di essere umani entro il 2015. Che per la verità deve ancora arrivare, beninteso, ma a guardare i due terzi del tempo che abbiamo già bruciato alle nostre spalle, un bilancio parziale si può fare. Anzi è forse superfluo farlo.

Il primo decennio del nuovo millennio ci ha portato in dote, a grosse spanne, qualche disastro naturale, alcune guerre di aggressione con centinaia di migliaia di morti, una divaricazione crescente prima tra paesi ricchi e paesi poveri e ora, ancora una volta - come volevasi dimostrare - tra ricchi e poveri (sempre di meno e più ricchi i primi, sempre di più e più poveri i secondi), una crisi economica e finanziaria dalla quale non usciremo - o usciremo con un mondo e una modalità di vita molto differente, che non è affatto la stessa cosa, converrete - e soprattutto con l'incancrenirsi degli scontri tra Nord e Sud del mondo. Dalle Torri Gemelle ai problemi dell'immigrazione che stanno esplodendo, ed esploderanno di qui a breve, e ritorno.

Ritorno perché a chiudere i giochi della kermesse sarà sempre il Presidente degli Stati Uniti, e dalla Grande Mela, per giunta. Grossomodo, insomma, dal centro nevralgico dove, nel secolo scorso, dopo gli anni Trenta e in seguito, in maniera decisiva dopo la Seconda Guerra Mondiale (e Yalta, e Bretton Woods) sono stati partoriti tutti i dettagli che spingono periodicamente alla necessità di grandi riunioni di intenti del genere.

Otto punti, facili facili: sconfiggere la miseria estrema e debellare la fame; accesso alla scuola per tutti i bambini della terra; uguaglianza tra i sessi; ridurre la mortalità infantile; ridurre la percentuale di donne che muoiono di parto; sconfitta delle malattie più mortali; sostenibilità ambientale dello sviluppo; partnership per lo sviluppo, ovvero, tra le altre cose, cancellazione dei debiti dei paesi più poveri e trasferimento di tecnologie cruciali.

Non fosse che, allo stesso tempo: sconfiggere la fame senza danneggiare gli interessi di chi può spostare i prezzi del cibo; offrire scuole a tutti i bambini quando i tagli all'istruzione ci sono in tutti i paesi; promuovere l'uguaglianza tra i sessi quando ci sono ancora poltrone politiche concesse mediante prostituzione; aumentare le spese sanitarie in un momento in cui negli ospedali manca anche la carta igienica; evitare alle multinazionali farmaceutiche di prendere per il culo il mondo intero vendendo tonnellate di vaccini inutili; ridurre l'impatto ecologico quando nessun paese ne vuol sentire di abbassare i propri consumi, è cosa naturalmente impossibile. Con buona pace di capi di stato e governi.

Al di là di semplici - e semplicistici, ammettiamo - paradossi e ironie, il punto è in ogni caso, oltre che di carattere economico, sistemico. È, in altre parole, il nostro stesso sistema di sviluppo, di cui Obama & Co. sono le naturali punte di lancia, a innescare le problematiche stesse che pretendono (meglio, a parole si prefiggono) poi di risolvere. Perché dove a regnare è la logica del profitto - anche in seno stesso, e forse di più, alle sedicenti organizzazioni varie di solidarietà governativa - è impossibile che a dichiarazioni di principio possano seguire, sul piano fattuale, delle realizzazioni efficaci.

Nello stesso documento programmatico statunitense di qualche anno addietro "Project for the New American Century", guarda caso redatto da una organizzazione no-profit - sebbene infiltrata, o più probabilmente messa in piedi da esponenti e lobbisti stessi di questo o quel governo Usa - si legge chiaramente che lo stile di vita e i consumi dei cittadini statunitensi non possono essere messi in discussione. E dunque non saranno accettate riduzioni. Con quel che ne consegue.

Non è con soluzioni economiche - stanziamenti di questo o quel governo, ovvero dei contribuenti - che si possono risolvere problematiche di carattere etico e morale. Tanto meno con red carpet solcati da buoni propositi.

 

Valerio Lo Monaco

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