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Un tribunale per i veterani. O per la società

USA. Il reinserimento dei reduci è ormai un’emergenza

Veterano yankee depresso? No problem. L’esercito statunitense e la Food and Drug Administration, cioè l’ente governativo che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, hanno la soluzione adatta: psicoterapia ed un trattamento a base di Mdma, ovvero ecstasy. 

Questa terapia “new age” è il risultato di uno studio finanziato dalla Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies, l’Associazione multidisciplinare per gli studi sulla psichedelica. Lo scopo è quello di alleviare lo stress post traumatico di cui soffrono i soldati tornati dal fronte. È evidente, però, che il problema non può essere risolto semplicemente ingoiando qualche pasticca. 

Il Ptsd, cioè il disordine da stress post traumatico, è un disturbo che ha colpito circa trecentomila veterani di Iraq ed Afghanistan. Una volta ritornati in patria, i reduci si affidano o alle cure offerte dalle industrie farmaceutiche, oppure a quelle proposte dall’esercito, cioè dalle warehouses of dispair (magazzini della disperazione), come sono chiamate in gergo. Si tratta di unità speciali nelle quali i veterani sono aiutati a suon di narcotici, morfina ed antidepressivi. «È come avere una fila di persone che sta per morire e nessuno gli presta attenzione», dice Kernan Manion, uno psichiatra che ha lavorato nell’esercito e che ha assistito molti soldati con shock emotivi. 

La malattia, se non curata adeguatamente, porta i militari anche al suicidio. I dati del Dipartimento degli Affari per i Veterani parlano di una media di 950 reduci che ogni mese cercano di togliersi la vita. Una cifra parziale, in quanto considera solo quei veterani che ricevono assistenza dal dipartimento stesso. Tuttavia, per i vertici militari «il suicidio nell’esercito è una malattia del lavoro». I combattenti sono addestrati «all’uso controllato della violenza e dell’aggressività, a reprimere qualsiasi reazione emozionale troppo forte di fronte alle avversità, a sopportare il dolore fisico ed emotivo, a superare le paure delle ferite e della morte», ha affermato Craig Bryan, psicologo ed ex ufficiale dell’aeronautica americana, in un’intervista alla rivista Usa Time. Proprio queste “caratteristiche”, «pensate per preparare i soldati ad uccidere senza rimorso sono parimenti associate ad un elevato rischio di suicidio. Non possono essere rimosse senza avere conseguenze negative sulle capacità dei nostri militari in guerra»

Insomma, il suicidio per i militari è un rischio del mestiere. E se la depressione non è la conseguenza dello shock provocato dalle “normali” azioni di guerra, il reinserimento nella società civile è di sicuro un trauma. 

Una volta abbandonata la divisa, l’ex soldato riprende i suoi vecchi abiti da cittadino, la sua vecchia vita. I suoi vecchi problemi. Non c’è più nessuna medaglia da ricevere per aver compiuto qualche atto eroico. La nuova lotta da affrontare è contro il proprio disagio individuale, spesso acuito dalla mancanza di un nuovo lavoro. È così che questi individui si ritrovano ai margini della società, la stessa che hanno difeso al fronte. Allora l’alcool, la droga e la microcriminalità per molti diventano le uniche vie di fuga, quando non un modo per ricordare a se stessi “i bei tempi andati”. Ed è inutile, se non proprio ridicolo, l’aver istituito un tribunale ad hoc per giudicare i crimini minori commessi dai veterani. A Los Angeles si è deciso, infatti, di aprirne uno. Si riunisce ogni settimana e il veterano Michael Tynan presiede la corte. Il compito è quello di indirizzare i reduci o in associazioni gestite dal Dipartimento per gli Affari dei Veterani, oppure direttamente in alcune cliniche. Ancora medicine. 

Eppure basterebbe rispondere ad una sola domanda, che un reduce stesso si pone mentre racconta la sua esperienza. «Quando sono andato sul luogo dell’azione c’era questa piccola bambinetta pacioccosa di 2 anni con le sue piccole gambine», dice. «E mentre la guardo noto che ha una pallottola che le ha attraversato una gamba. Di colpo un Ied (dispositivo esplosivo improvvisato) era esploso, ed i soldati dal grilletto facile avevano iniziato a sparare dappertutto e la bambina era stata colpita. E questa bambina mi guardava, senza piangere, senza dire niente, mi guardava semplicemente come se dicesse, (…) come se mi chiedesse “perché?” . Perché ho questa pallottola nella mia gamba?»

Pamela Chiodi

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