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La pace in M.O. resta una chimera

Ancora difficili i negoziati tra Israeliani e Palestinesi 

Nulla di cui stupirsi. I negoziati di pace tra Israeliani e Palestinesi hanno un vizio di origine: la decisione di avviarli non è venuta da loro, ma dagli Stati Uniti. Che sono allo stesso tempo uno dei più grandi finanziatori dell’Alp, l’Autorità Nazionale Palestinese, e l’alleato più importante di Israele. Va da sé, quindi, che “l’invito” americano al dialogo non poteva che essere accettato. 

Più che la pace definitiva tra i due popoli, l’obiettivo di Washington è la stabilizzazione del mondo islamico. Tuttavia, l’aspetto più controverso è che da quando Obama ha dato inizio agli incontri tra Netanyahu e Abu Mazen, le divergenze maggiori sono state proprio quelle tra la Casa Bianca e Tel Aviv. Mentre il Presidente americano chiede di fermare la costruzione di nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, il primo ministro israeliano ignora la richiesta e rincara la dose. Lunedì scorso, durante la Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane, lo stesso Netanyahu ha affermato che la creazione di uno Stato palestinese sarà possibile solo con la presenza militare dell’esercito israeliano. Questo significa che la sovranità palestinese non sarà assicurata, così come si preannuncia che nemmeno stavolta verrà rispettato il diritto dei profughi palestinesi a ritornare nella propria terra d’origine. 

Ciononostante, Obama insiste. Ieri, all’Assemblea Generale dell’Onu, ha detto che «Israele dovrebbe estendere la moratoria» sui nuovi insediamenti e che entro un anno «potremmo avere un accordo che ci porterà un nuovo membro delle Nazioni Unite: uno stato indipendente di Palestina che vive in pace con Israele». Ad ascoltare il discorso, però, non c’era nessuna delegazione israeliana. Motivo, o presunto tale, la festa religiosa del “sukkot”. È probabile, invece, che la motivazione sia tutt’altra, vale a dire l’apertura dell’inchiesta avviata dall’ufficio del segretario generale delle Nazioni Unite sul blitz del maggio scorso alla Flottilla diretta a Gaza con aiuti umanitari. Durante lo scontro, com’è noto, nove persone furono uccise, compreso un cittadino statunitense di 19 anni che, pur essendo disarmato, venne abbattuto con quattro colpi alla testa esplosi da distanza ravvicinata.

Secondo l’Onu l’intervento fu «brutale e sproporzionato». Tel Aviv, come ha fatto fin dall’inizio, respinge ogni addebito. Ma nel frattempo è accaduto qualcosa di nuovo. L’aggressione alla Mavi Marmara ha infatti determinato la nascita di un’organizzazione, la “J Street”, che diffonde le opinioni di molti ebrei americani i quali, pur sostenendo Israele, ne giudicano criticamente le azioni. Questo nuovo dibattito, prima duramente osteggiato e tacciato come “antisemita”, ha un duplice effetto: da una parte indebolisce il governo di Netanyahu, che accarezza l’idea di attaccare l’Iran, dall’altra rafforza la posizione degli Usa. Obama, a sua volta, può nello stesso tempo dichiarare la sua lealtà ad Israele e provare a stabilire una nuova relazione con Teheran. «La porta del dialogo resta aperta – ha detto – ma sono loro a dover fare il primo passo»

I colloqui di pace tra Israele e Palestina, dunque, sembrano un’opportunità non tanto per i due paesi, quanto per l’amministrazione americana che cerca di recuperare consensi nell’opinione pubblica araba, presso la quale le sue posizioni sono in netto ribasso. Il Medio Oriente, per gli Usa, è un’area di interesse vitale, ma le esigenze da far coesistere sono molte e più che mai eterogenee. 

E intanto, a più di sessant’anni dalla creazione dello Stato di Israele, la diaspora palestinese continua. 

 

Pamela Chiodi

Secondo i quotidiani del 24/09/2010

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