Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 24/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Dossier contro Fini, ecco l’autore”. Editoriale di Piero Ostellino dal titolo su cultura politica e dibattito pubblico: “Uno spettacolo desolante”. Al centro i dati Istat: “La disoccupazione sale. Non ha un lavoro più di un giovane su quattro”. Sempre in taglio centrale tre foto che ricordano l’emergenza immondizia a Napoli dal titolo: “A Napoli sono tornati i rifiuti”. In basso: Se la giornata delle donne dura 27 ore”.

 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Dossier su Fini, ecco l’autore”. Editoriale di Giuseppe D’Avanzo:”Quella verità che accisa il Cavaliere”. Al centro in un riquadro: “Pd, passa la linea Bersani. È tregua con Veltroni”. Sempre in taglio centrale: “L’Iran sfida gli Usa. È scontro all’Onu”.

LA STAMPA - In apertura: “Dossier, finiani all’attacco”. Editoriale di Luca Ricolfi: “L’Italia immaginaria della sinistra”. Al centro in una foto: “All’Onu sedie vuote contro Ahmadinejad”. Di spalla l’intervista all’ad Costa: “Chi ha paura della libertà di Mondadori?”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Dieci miliardi per le Pmi”. Editoriale di Stefano Folli dal titolo: “Fermare una contesa assurda e pericolosa”. Al centro: “In caduta il Pil dell’Irlanda. A rischio i bond Anglo Irish”. A fianco: “’Venti anni per Tanzi’. La richiesta al processo per il crack della Parmalat”.

IL GIORNALE - In apertura il caso Montecarlo ed editoriale del direttore Vittorio Feltri dal titolo: “Il documento è vero”. Al centro foto di Michele Santoro dal titolo: “La superpatacca del duo Santoro-Bocchino”. Di spalla in un riquadro: “L’Obama pallido che rinforza l’Iran”.

LIBERO: In apertura: “I servizietti di Fini”. Editoriale di Maurizio Belpietro dal titolo: “Il lapsus che ha tradito Gianfranco”. Al centro: Santoro ci imbavaglia. Poi ci processa”. Di spalla editoriale di Mario Giordano: “Via ai cambi di partito. Il ballo del peone fa gongolare Silvio”.

IL TEMPO - In apertura: “Fini perde i pezzi”. Editoriale di Mario Sechi: “Un gioco di fumo e specchi”. Al centro foto del governatore Nichi Vendola: “Silvio, rispondimi al telefono”. Sempre al centro parla Gaetano Quagliariello: “In Abruzzo i magistrati fanno politica”. In basso: “Arbitri scandalosi e la Roma paga”.


Il MESSAGGERO - In apertura: “Dossier e servizi, è scontro”. Editoriale di Stefano Trincia: “La fine rovinosa del mito di Obama”. Al centro: “Torna l’emergenza rifiuti a Napoli. La polizia scorta i mezzi della raccolta”.

L’UNITÀ – In apertura si parla di Montecarlo, Campania e Abruzzo: “Spazzatura”. Di spalla: “Pd, via libera a Bersani. Veltroni si astiene” e “Rai, la destra diserta il cda: Dandini resta senza contratto”.

 (red)

 

2. Ministro di Santa Lucia:Documento su casa Tulliani è vero

Roma - “Lorenzo Rudolph Francis è in Svizzera. Il ministro della giustizia dell’isola di Saint Lucia, l’uomo più ricercato dalla stampa italiana in questo momento si trova in Europa e non ha nessuna voglia di parlare del documento che sta facendo accapigliare finiani e berlusconiani. (...). Da quando nel pomeriggio del 21 settembre la lettera firmata dal ministro della giustizia di Saint Lucia, Lorenzo Rudolph Francis, e diretta al premier dello staterello delle Antille, King Stephenson, è stata pubblicata dal giornale on line El Nacional di Santo Domingo e poi rilanciata in Italia dal sito internet Dagospia tutti si pongono una domanda: ‘Quel documento è vero o falso?’. Il Fatto Quotidiano è riuscito a porre questa domanda a Fancis e la risposta è stata ‘è vero’”. Lo riporta il FATTO QUOTIDIANO, che prosegue: “Il Fatto raggiunge Francis solo alle otto e mezza di sera. (...) ‘è una patacca’ dicono all’unisono i finiani. ‘c’è dietro la manina dei servizi’. Poi in serata ad Annozero Italo Bocchino sarà più preciso e punterà il dito contro alcuni personaggi vicini a Berlusconi. Bocchino intravede la manina di Walter Lavitola editore del giornale socialista L’Avanti, e imprenditore specializzato nel commercio di pesce in sudamerica, accompagnatore del premier nei suoi viaggi e compagno delle sue serata allegre di belle e giovani ragazze. L’altro nome tirato in ballo da Bocchino è quello di Vittorugo Mangiavillani un giornalista del Velino che avrebbe avuto un ruolo nel far finire la presunta ‘patacca’ dagli uffici di Saint Lucia alla redazione del Giornale di Vittorio Feltro. Gli interessati annunciano querele e smentiscono. (...)”. Prosegue ancora il quotidiano con l’intervista a Francis: “Ma quel documento è vero o falso? ‘è vero’. Quindi ha scritto lei il documento, lei dice che è vero? ‘Sì, sì, faremo un comunicato ufficiale la prossima settimana’ (...)” . (red)

 

 

3. Bocchino: Dossier è opera di un uomo del premier

Roma - “‘II dossier è una patacca. È stato prodotto ad arte da una persona molto vicina a Berlusconi e stasera saprete chi è”. Lo spot clamoroso alla prima puntata di Annozero lo fa nel pomeriggio il finiano Italo Bocchino. L'unico. Visto che la Rai ha ‘bloccato la pubblicità, le produzioni esteme. Ha fatto mancare i mezzi e non ha fatto nemmeno il contratto a Travaglio e a Vauro’, denuncia Michele Santoro nell'anteprima del programma, rivolgendosi ‘a quelli a cui sto più antipatico’”. È quanto riporta il CORRIERE DELLA SERA, che aggiunge: “‘Non credo il presidente del Consiglio. Lui non sopporta chi gli sta davanti. Come Fini’, precisa. Santoro ricostruisce le richieste Rai (inclusa quella di far affiancare Travaglio con Vittorio Sgarbi) e i boicottaggi subiti. E conclude con la risposta di un metaforico imprenditore di bicchieri sottoposto a simili pressioni a fronte di analoghi successi di fatturato: ‘vaffanbicchiere’. ‘Frasi inaccettabili, bugiardi e mistificanti’ secondo il direttore generale Rai, Mauro Masi, che intende affrontare ‘la questione in tutta la sua gravita nel cda al più presto’. Le rivelazioni di Bocchino sui documenti di Santa Lucia che attribuivano a Giancarlo Tulliani le società off shore proprietarie dell'appartamento affittato al cognato di Fini arrivano. D nome è quello di Valter Lavitela: ‘È il direttore dell'Avanti che ha girato con Berlusconi per il Sudamerica, in quel viaggio finito sulla stampa brasiliana per il festino’, spiega il capogruppo di Futuro e Libertà. Accusa: ‘Nel documento c'è stato il lavorio diretto dell'entourage del presidente del Consiglio’. E citando indagini difensive aggiunge: ‘È risultato che il cognato di Fini non è proprietario di questa società. C'è stata un'operazione di dossieraggio. Anche con stanziamenti di denaro’. Versione smentita da Lavitela che valuta querele. Bocchino ricostruisce anche le tappe della pubblicazione della ‘patacca’. Diffusa ‘dall'agenzia Velino, riconducibile al portavoce del pdl Capezzone. E firmata da Vittorugo Mangiavillani ‘noto a chi si occupa di rapporti fra giornalismo, politica e servizi segreti’. In studio il leghista, Roberto Castelli, concede: ‘Ammettiamo che questa sia una patacca. Ne abbiamo viste tante. E questa non sarebbe la più grave. Ma chi l'ha costruita? Qui tutti d'accordo che è stato Berlusconi. Ma non ci sono le prove’. Immediata la replica di Bocchino ‘Eh no, Castelli. È la prima volta che la patacca viene propalata da organi di stampa del presidente del Consiglio. Perché D Giornale è solo in prestito a Paolo Berlusconi, ma è di Silvio’. Occasione ghiotta per il leader idv, Antonio Di Pietro: ‘Allora perché gli date la fiducia? n 28 settembre mandiamo a casa questa persona pericolosa’. Sulla vicenda interviene anche Massimo D'Alema, presidente del Copasir in un'intervista all'Unità dice: ‘Se possa esserci da parte di singoli, di gruppi che operano al di fuori di ambiti istituzionali una collaborazione a queste attività vergognose, deve essere accertato’. Il Dis fa sapere: ‘Non c'è nessuna iniziativa o attività dei servizi di intelligence, ne in Italia, ne all'estero, relativa "all'immobile di Montecarlo"‘. Ma in studio arriva un messaggio dallo staff del primo ministro di Santa Lucia. Santoro riferisce: ‘Dice di non avere da dire niente di ufficiale. Della vicenda parlerà tra un mese. Ma dice che in questo momento il territorio è pieno di agenti di servizi russi, libici e italiani’”.

 

 

 (red)

 

 

4. Le certezze di Fini sulla regia del premier

Roma - “Cominciano a manifestarsi fatti solidi e addirittura qualche nome. La dinamica della "macchina del fango", ingolfata di documenti falsi, s’inceppa e rincula – come sempre: è già accaduto per l’assassinio mediatico del direttore dell’Avvenire, Dino Boffo. Conviene indicare subito i fatti. I "sicari" pubblicano un documento del ministro della Giustizia dell’isola caraibica off-shore Santa Lucia dove sono custodite le società proprietarie della casa monegasca affittata dal cognato di Fini, Giancarlo Tulliani”. Lo riporta Giuseppe D’Avanzo su REPUBBLICA, che aggiunge: “Il documento attribuisce al "parente" la diretta proprietà dell’appartamento. Il foglio ministeriale, pubblicato da due quotidiani di Santo Domingo (El Nacional, Listin Diario), ripreso in Italia dal sito Dagospia, rilanciato con molto rumore e definitive, incaute certezze da il Giornale e Libero appare anche alla luce del solo buon senso una frottola abborracciata alla meglio. Che interesse può avere un paradiso fiscale a svelare alla prima pressione il nome del proprietario di una società nata nei Caraibi proprio per proteggersi con l’anonimato? Chiunque comprende che sarebbe stata una irragionevole leggerezza perché è plausibile il rischio di perdere, in pochi giorni e per quella bocca larga, decine di migliaia di presenze incognite e senza nome che fanno prosperare quell’isola. È stata, mercoledì, la prima delle obiezioni del "cerchio stretto" del presidente della Camera. Oggi quell’intuito si è irrobustito con un’evidenza. La tipografia di Stato di Santa Lucia – la National printing corporation – nega che il documento che avrebbe dovuto affondare Giancarlo Tulliani, e con lui la terza carica della Stato, sia autentico. Il carattere originale della scritta Attorney – General’s Chambers è differente da quello pubblicato dai quotidiani domenicani e italiani. Spiega un funzionario della National printing corporation al ilfattoquotidiano.it: "Non ho memoria che ci abbiamo mai chiesto di cambiare carattere. E noi non riforniamo carte intestate digitali, ma solo stampate". Si può farla breve. Quel documento è stato manipolato. È del tutto artefatto. Nemmeno la carta intestata è autentica e, se non lo è l’intestazione, non può esserlo a maggior ragione il contenuto. A questo punto, è necessario chiedersi chi ha confezionato l’inganno. Da quarant’otto ore, il presidente della Camera e i suoi collaboratori si dicono convinti di aver rintracciato il mandante politico, gli "assassini", le mosse dell’agguato che avrebbe dovuto cancellare il futuro politico di Gianfranco Fini, distruggerne la rispettabilità personale, costringerlo alle dimissioni e all’oblio. Fini è così convinto di essere venuto a capo della "manovra", così persuaso che dietro il "falso" ci siano le "manine" organizzate da Silvio Berlusconi che dispone la fine immediata di ogni trattativa politica per individuare il percorso più rapido e protetto per consegnare al Cavaliere una legge immunitaria per via costituzionale. È una decisione che apre una partita mortale che non prevede il pareggio. Uno dei due antagonisti dovrà soccombere. Non se lo nascondono i più stretti collaboratori di Fini se si decidono a dire, come fa Italo Bocchino, "il dossier è stato prodotto ad arte da una persona molto vicina a Berlusconi che ha girato per il Sudamerica, di cui al momento opportuno saprete il nome". "Comunicheremo nelle forme adeguate chi è la persona che si è premurata di costruire questa patacca", aggiunge Fabio Granata. Ora è necessario ricostruire quel che il presidente della Camera e il suo staff hanno messo insieme per poter accusare il Cavaliere. Dicono i fedelissimi di Gianfranco Fini che bisogna riordinare passo dopo passo, notizia dopo notizia, come è stata montata e da chi la trappola. La prima mossa, 15 settembre, la si scorge nel notiziario dell’agenzia di stampa il Velino, di proprietà di Daniele Capezzone, portavoce del Popolo della Libertà. "Anche la casa di Montecarlo nelle maglie della nostra intelligence e delle Fiamme Gialle?", si chiede Vittorugo Mangiavillano. Questo Mangiavillano – ricordano i finiani – "è da sempre ritenuto pedina giornalistica dei servizi segreti e di manovre oscure e tossiche. Lo si vede tra le quinte della stagione dei veleni che colpì alla fine degli anni ottanta Falcone e il pool di Palermo. Ora scrive – e dà una notizia – ‘Gli 007 italiani e la Guardia di finanza da tempo hanno iniziato a controllare le società che, direttamente o indirettamente, hanno rapporti con la pubblica amministrazione. E la Printemps (proprietaria della casa di Montecarlo) sarebbe stata costruita da italiani o da prestanomi di italiani’". Passano due giorni e, il 17 settembre, la rivelazione di Mangiavillano si trasferisce nelle colonne del Giornale sotto il titolo "I servizi segreti seguono la pista che porta ai Caraibi".

 

 

Prosegue LA REPUBBLICA: "Quello stesso giorno i tre direttori del servizi segreti (Dis, Aise, Aisi) smentiscono che l’intelligence italiana si stia occupando di quell’affare. "Naturalmente, dicono gli uomini di Fini, nessuno ha mai pensato che i Servizi mettessero le mani in questo pozzo nero. Ma quelle notizie, la loro provenienza, la credibilità che ricevevano da redazioni molto prossime al governo sono suonate alle nostre orecchie come un campanello d’allarme. Ci siamo chiesti: ci sono agenti segreti che si sono messi al lavoro privatamente su input non istituzionali, anche se molto autorevoli? Per trovare una risposta accettabile a questa domanda abbiamo interrogato fonti nazionali e internazionali". Anche internazionali perché, come ha argomentato Italo Bocchino ad Annozero, "ciò che accade in Italia, in un’Italia schiacciata alquanto supinamente sugli interessi e l’amicizia di Putin e Gheddafi non lascia indifferenti i nostri alleati in Occidente". Da qui, da nostri alleati impensieriti per la nostra politica internazionale – lasciano capire gli uomini di Fini – è venuta la prima indicazione del nome di chi si è mosso nei Caraibi per confezionare e diffondere il falso documento del ministro di Santa Lucia. Lo stesso nome – aggiungono fonti di Futuro e Libertà – è saltato fuori da un autorevole fonte interna. È ora di farlo, questo nome: Valter Lavitola. Difficile definire Lavitola. Imprenditore del pesce in Brasile (Empresa Pesqueira de barra de Sao Joao Lida, Rio de Janeiro). Editore e direttore dell’Avanti!. Politico ambizioso ma di piccolo cabotaggio che si muove frenetico da un partito ad un altro per approdare infine prima nell’Italia dei Valori e infine nel Popolo della Libertà, dove Berlusconi chiede di candidarlo "perché ci ha dato una mano ad acquisire qualche senatore utile a far cadere il governo Prodi". Lavitola deve aver fatto proprio un buon lavoro perché sarà candidato alle Europee 2004. Gli va male, ma – come oggi ricordano i finiani – "Berlusconi gli compra l’Avanti! e soprattutto ne fa il rappresentante del presidente del Consiglio per il Centro e Sud America". Un incarico ad personam che l’inner circle del Cavaliere digerisce male e che comunque gli consente di essere sull’aereo presidenziale quando Berlusconi visita in luglio Brasile e Panama. Lavitola avrà il suo momento di gloria quando si scopre che – per il piacere del Sultano –organizza a San Paolo, nella suite presidenziale dell’hotel Tivoli, una festicciola notturna con cinque ragazze e una celebre ballerina di lap dance. Questo è Valter Lavitola. Vediamo ora qual è – secondo i collaboratori del presidente della Camera – il suo ruolo nella trappola. "È Lavitola – ti raccontano – che briga ai Caraibi per confezionare il documento falso che accusa il cognato di Fini. Per quel che ci viene riferito è Lavitola che si procaccia la sua pubblicazione non nei giornali di Santa Lucia, che ancora oggi ignorano la storia, ma in quelli di Santo Domingo dove i due giornali concorrenti pubblicano lo stesso testo, parola per parola". "È Lavitola – continuano i finiani – che una volta rientrato in Italia consegna il falso direttamente nella mani di Berlusconi che lo gira, attraverso Daniela Santanché, alla direzione de il Giornale che, il giorno prima della pubblicazione del titolo "Ecco la prova" incontra il presidente del Consiglio per riceverne l’ultimo, definitivo placet". Questa è la ricostruzione messa insieme da Gianfranco Fini e dai suoi collaboratori. Una prima approssimata conclusione si può trarre. Se hanno ragione gli amici di Fini – e certo hanno ragione se il documento pubblicato dai giornali controllati dal presidente del Consiglio è farlocco –, il capo del governo muove una campagna ossessiva di calunnia e degradazione per condizionare la volontà e le decisioni della terza carica dello Stato. È la riproposizione dei sintomi di una democrazia malata. È, con i colpi che ancora lancerà il Cavaliere, il tema che terrà banco nei prossimi giorni”.

 (red)

 

5. Mangiavillani: Non mi sono quasi occupato della vicenda

Roma - “Vittorugo Mangiavillani, inviato del “Velino”, l’agenzia di stampa diretta da Lino Jannuzzi (fu proprio Jannuzzi nel 1970 a fare uno scoop travolgente sul presunto tentativo di golpe del generale De Lorenzo), secondo Italo Bocchino è il giornalista esperto in questioni di sicurezza che ha la “colpa” di avere scritto per primo dei coinvolgimento dei servizi segreti nella vicenda Fini-Tulliani-casa di Montecarlo”. L’intervista è de LA STAMPA: “Stupito? È vero che si è occupato molto dell’affaire della casa di Montecarlo? ‘Sbalordito. Non me sono quasi occupato. Ricordo di avere scritto per primo piuttosto, sulla base di quanto detto dal senatore Antonino Caruso, Pdl, ex An, che la casa di Montecarlo risultava avere, nelle carte del partito, un valore di 380mila euro. Mi sembrava un piccolo scoop. Di più, non ricordo’. E si forse occupato della vicenda caraibica, del documento misterioso che verrebbe dal ministro della Giustizia di Santa Lucia? ‘Mai occupato di questa vicenda. Anzi, a dirla tutta, io sul primo momento ho pensato che fosse un falso. Mi ero collegato con il sito del governo di quel Paese e avevo visto, come tanti altri, che il ministro della Giustizia risulta essere un altro. Pensavo di avere fatto una scoperta interessante e stavo per scriverlo sul “Velino”, ma per fortuna, a un ulteriore controllo, ho verificato che tra luglio e agosto hanno cambiato ministro. Una gaffe risparmiata. Di più, di quel documento, non so’. Mai occupato direttamente di null’altro? ‘Mai. Cado dalle nuvole’. Intanto Bocchino parla in tv di lei. Una botta di celebrità. ‘Beh, diciamola tutta, non è una cosa che mi faccia piacere a prescindere’”. (red)

 

6. Montecarlo, l'editoriale di Feltri: Il documento è vero

Roma - “A tarda sera, anzi, in piena notte, arriva la conferma da Santa Lucia. Il ministro della Giustizia - intervistato dal quotidiano II Fatto - dice di essere l'autore della lettera in cui si afferma che Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, è il proprietario della società a cui è intestato l'appartamento di Montecarlo. Fine della storia. Altro che farlocco: il documento è autentico. I tentativi meschini di accusare il Giornale di falso sono miseramente falliti. Abbiamo ragione noi. La nostra inchiesta era ed è fondata. I finiani vadano a nascondersi e Fini si dimetta subito. Prima però spieghi”. È la penna del direttore del GIORNALE Vittorio Feltri a firmare l’articolo. Continua Feltri: “I due più importanti quotidiani di Santo Domingo pubblicano una lettera del ministro della Giustizia di Santa Lucia nella quale si afferma: la società offshore che acquistò l'appartamento di Montecario, rilevandolo da An (che lo aveva ricevuto in eredità da una nobildonna), è di proprietà di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini. Quella lettera compare anche su un sito internet, quindi visibile in tutto il mondo. Sicché la vediamo anche noi del Giornale, i colleghi di Libero, del Corriere della Sera, della Stampa e Dagospia, il primo a rilanciarla. Il Giornale, Libero e il Corriere della Sera riprendono la notizia in prima pagina; La Stampa nelle pagine interne. Siamo tutti stupidi o carogne o spargitori di fango? È prassi consolidata che i quotidiani italiani rilancino cronache dall'estero riguardanti il nostro Paese (e non soltanto). Nel caso della lettera in cui il ministro caraibico attribuisce il famoso pied-à-terre monegasco a Tulliani non c'erano dubbi: bisognava divulgarla. Ovvio, da due mesi non si parla che dell'alloggio svenduto da Fini a 300mila euro (un quinto del suo valore di mercato) e occupato dal fratello della sua compagna, volevate che non prendessimo in considerazione un documento di quella portata e, per giunta, già pubblicato da due testate internazionali?”.

 

Prosegue ancora Feltri sul GIORNALE: “Lo abbiamo fatto suscitando scalpore e molte polemiche che non ci stupiscono, perché la vicenda immobiliare si intreccia conia politica e con la persona in questo momento al vertice di Montecitorio. Ci aspettavamo reazioni forti, però non così sgangherate. I commenti che abbiamo udito e letto sono surreali e la mia redazione e quella di Maurizio Belpietro sarebbero - secondo alcuni editorialisti col cervello inzuppato di àlcol - terminali dei servizi segreti che avrebbero complottato, costruendo un falso o corrompendo chissà chi a Santa Lucia, allo scopo di azzerare la reputazione di Fini e costringerlo a dimettersi. La fantasia di parecchia gente è una prateria disseminata di idiozie che vengono coltivate con cura, raccolte e offerte a buon prezzo ai beoti, convinti di essere più intelligenti e colti degli apoti. Noi non abbiamo elementi per certificare che la carta recante la firma del ministro sia autentica o apocrifa, se contengalaverità, una semiverità o ima filza di balle. Ma ne abbiamo a iosa per garantire che II Giornale ha svolto un'inchiesta, nell'ambito della quale è stato usato esclusivamente materiale recuperato da noi, anche su giornali esteri (come il documento del governo di Santa Lucia), e che nessuno, tantomeno gli 007, ci ha mai rifilato niente. In ltalia, trai'altro, quando qualcuno è in difficoltà, perché preso in castagna, tira subito in ballo i servizi deviati, si inventa disegni oscuri di fantomatici nemici, congiure e dossieraggi (come se per scrivere di un trilocale fosse indispensabile mettere le mani su dossier e non bastasse invece avere un cronista sveglio). Il Giornale fabbrica di fango?È ridicolo. Noi abbiamo raccontato ima vicenda problematica e, siccome è piena di buchi neri, abbiamo rivolto delle domande a Fini affinché facesse chiarezza. Ma lui, anziché rispondere, ci ha insultato chiamando a proprio sostegno il coro sguaiato dei fédelissimi. Anche mercoledì, davanti alle novità caraibiche, non ha trovato di meglio da dire che abbiamo fatto l'ennesima porcata ai suoi danni. se c'è qualcuno che fa delle porcate, questo è lui con la complicità della sua corte, dove spicca Italo Bocchino che ripete ossessivamente, come una prefica, frasi sconnesse in linguaggio di dubbio ceppo indoeuropeo che forse comprende solo Carmelo Briguglio. Ci fosse un finiano disposto a esercitarsi in un ragionamento, ad argomentare. Le ex camicie nere strepitario e urlano: servi di Berlusconi, siete dei killer. E avanti con la filastrocca imparata a memoria: servizi segreti, pataccari, sarete sbugiardati, una pernacchia vi seppellirà; e ancora: dossieraggio, falsificazione. Ma quale falsificazione se il governa di Santa Lucia, dopo giorni dalla pubblicazione della lettera ministeriale, non ha ancora smentito mezzariga di quanto messo nero su bianco? L'articolo poi di Giuseppe D'Avanzo sulla Repubblica è un capolavoro. Si vede cheèiiparto diunsignore appena uscito dal letargo, ma che non ha perso il vizio di fabbricare fumo e insensatezze. Arriva a dire che Dagospia (colpevole come noi. Libero e il Corriere della Sera di aver dato spazio alla missiva galeotta) è finanziato da Eni ed Enel. Buste sottobanco? No, questo no. I due enti in questione pagano a Dago le inserzioni pubblicitarie, esattamente comelepagano alla Repubblica e persino al Giornale e a Parefuturo. Inoltre Dagospia - stando a D'Avanzo zero - è insufflato da Luigi Bisignani, il piduista, braccio destro operativo di Gianni Letta. Significa che il capo della cupola dei complottisti è Letta? E che Letta è la controfigura di Berlusconi? C'èdeIT altro, abbastanza esilarante. Dice la superpenna della Repubblica: Feltri ha incontrato il premier martedì. Confesso: èvero.Sonostato ad Arcore. Indossavo una minigonna blu. Molto sexy. Calze a rete e tacchi a spillo, mi sono presentato in salotto ancheggiando. Nel tempo libero faccio la escort. Ho registrato tutto col telefonino. Ti mando il filmato, caro D'Avanzo, così Repubblica può ricominciare col tormentone delle mignotte. La tua specialità. Giornalismo libero e impegnativo. Noi poveracci seguiteremo ad occuparci di rogiti e di società offshore. E di Gianfranco Fini. Robetta”.

 (red)

 

7. Montecarlo, colpo di scena che sbugiarda i complottisti

Roma - “Quella che sembrava una patacca, spacciata per balla costruita ad arte e amplificata da qualche giornalista gonzo di Santo Domingo, è una notizia. Vera e verificata. E a spiegarlo non è solo qualche cronista caraibico, ma il ministro della Giustizia di Saint Lucia, Lorenzo Rudolph Francis. Lo spiega - come se non bastasse - al più antiberlusconiano tra i quotidiani italiani, II Fatto quotidiano di Travaglio, che forse per questo ieri ad Anno zero ha accuratamente evitato di parlare dell'affaire Fini. Nell'intervista in edicola oggi, il ministro sostiene quel che II Giomale ripete da giorni: la lettera da lui inviata al primo ministro dello Stato caraibico, Stephenson King, in cui si conferma che la Timara ltdè di proprietà di Giancarlo Tulliani, è autentica. E pensare che per tutta la giornata di ieri quella lettera era sembrata solo una montatura e che proprio l'edizione on line del Fatto lo sosteneva con forza nel pomeriggio: la carta di quel documento non è ufficiale”. Lo riporta IL GIORNALE, che prosegue: “Già. Almeno fino a sera, quando il ministro Francis non ha a sua volta smentito la stamperia di Stato di Saint Lucia. Eppure la verità era lì, e i giornalisti di Santo Domingo la sostenevano a gran voce: ‘Non originale? Che vuoi dire? Quel documento è ufficiale. È su carta intestata dell'esecutivo di Saint Lucia, se fosse falso immagino che uno Stato Sovrano avrebbe smentito nel giro di un quarto d'ora, no? D'altra parte a fugare ogni dubbio dovrebbe essere, presto, proprio il ministero della giustizia di Saint Lucia, che nel fine settimana, a quanto si diceva nell'ambiente, dovrebbe organizzare una conferenza stampa. Proprio per illustrare questa indagine, e per rispondere a domande sulla vicenda di cui si parla in questo documento’. A parlare è José Antonio Torres, redattore del quotidiano Et Nadonaldi Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana, che martedì ha pubblicato sul sito web la missiva ‘privata e confidenziale’ spedita al primo ministro dal ministro della Giustizia. Una lettera, come noto, in cui viene detto che in seguito a un'indagine della direziono dei servizi finanziari dell'isola, ‘è stato anche possibile dimostrare che flbeneficiario effettivo della compagnia (Timara Ltd, proprietaria dell'immobile di Montecarlo donato dalla contessa Colleoni ad An, ndr) è il signor Giancarlo Tulliani’”.

 

Prosegue IL GIORNALE: “E a ricevere quel documento, martedì poco dopo mezzogiorno, è stato proprio Torres. La genesi dello ‘scoop caraibico’ la racconta così il vicedirettore del quotidiano EINacional, Bolivar Diaz Gomez, stupito del clamore che la notizia ha sollevato in Italia. Al primo piano del palazzone azzurro (che ospita anche il quotidiano Hoy) sulla avenida San Martin, nella capitale della Repubblica Dominicana, in camicia bianca a righe blu, Diaz Gomez legge incuriosito la prima pagina del Giornale di mercoledì. Sorride: ‘II nostro documento ha fatto questo?’, esclama, indicando il titolo di prima pagina (‘Ecco la prova’). Poi ci spiega come è andata, tré giorni fa. ‘Noi chiudiamo l'edizione cartacea alle 12, lavoriamo solo la mattina. Martedì ilnostro giornalista Torres ha ricevuto quel documento via e-mail da un collega, Mario Sanchez, responsabile delle comunicazioni del Parlacen, il parlamento Centroamericano, un'organismo transnazionale senza poteri decisionali. Ma l'edizione di martedì era già andata in stampa. Quindi era tardi per pubblicare la notizia sul giornale. Però di quel documento aveva già parlato, pur senza averlo, il quotidiano Listìn Diario il giorno precedente, e credo anche Diario Libre,unquotidiano gratuito. Insomma, la notizia era calda. E così abbiamo deciso di pubblicarlo subito, anche se solo sul sito web’. Ma c'è di più. ‘Onestamente, ne io ne il vicedirettore conoscevamo nei dettagli questa storia di Montecarlo interviene il caporedattore del Nacional, Hector Minava - ma Torres ne sapeva di più, e ha detto che questo era un documento importante. Non potendo mandarlo in stampa, vista l'ora, abbiamo scelto dimetterlo comunque sull'edizione ordine, tutto qui’. Fin qui la cronistoria della ‘pubblicazione’ della lettera. Qualche dettaglio in più lo aggiunge proprio Torres. ‘Non ho avuto motivo di ritenere che la carta non fosse autentica. Mario Sanchez, guatemalteco, fa parte di un'associazione di giornalisti caraibici alla quale sono iscritto anche io. È frequente lo scambio di documenti tra di noi. Io conoscevo un po' la storia di questa casa contesa a Montecarlo, di questa vendita poco chiara, e sapevo che c'erano dietro delle società di Saint Lucia e che era coinvolto il presidente del parlamento italiano’. Il giornalista della Repubblica Dominicana none troppo stupito che un ‘paradiso fiscale’ dove di solito regna incontrastato il segreto su conti correnti e fiduciari abbia lasciato aprire una breccia. Non è il caso di scomodare scenari misteriosi, 007 o complotti intemazionali? ‘Direi di no - risponde José allargando le braccia - almeno per quello che posso dire io. Per quanto ne so, l'indagine finanziaria sarebbe partita proprio perché c'erano di mezzo queste società off-shore di Saint Lucia coinvolte nello scandalo sollevato dal vostro giornale. D'altra parte nel documento si fa accenno esplicito al timore di cattiva pubblicità”.

Aggiunge ancora IL GIORNALE: “Questa lettera peraltro sarebbe stata fatta filtrare già qualche giorno fa a giornali e media di Saint Lucia. Poiché molti colleghi di lì fanno parte della nostra associazione contìnua - evidentemente Sanchez ne è entrato in possesso e me l'ha girata. A titolo personale, come collega, non come direttore delle comunicazioni del Parlacen. Ma, come ho detto, non è più un segreto. Penso che il governo di Saint Lucia presto vorrà chiarire tutto, rispetto a quel documento’. Qualche chilometro più in là, neltrafflco impazzito della Capitale, ci ritroviamo nella redazione del giornale Diario el Diario. Nella stanza del direttore Ruddy Gonzales, celebre corrispondente dell'Associated Press per 22 anni, aggiungiamo un altro tassello al mosaico del documento che - se confermato dalle autorità di Saint Lucia - chiuderebbe definitivamente uno scandalo che già di per sé dovrebbe far riflettere i cultori dei servizi deviati. ‘Le cose stanno così. Per quanto ne sappia su questo pezzo di carta non c'è alcun dubbio anche perché la fonte che ce l'ha passato è di altissima affidabilità. Dirò di più: la nostra fonte non ha alcun legame di tipo politico ne con l'Italia ne con lo stato di Saint Lucia, e si è sempre dimostrata attendibile’. Ok, certo. Attendibile. Ma si può sapere chi è? Ci si può parlare? ‘Capisco il vostro interesse e l'importanza che in Italia può ricoprire questa notizia però sapete bene che le fonti sono sacre, non posso riferire nulla al riguardo’. È importante in Italia, non dovrebbe esserlo a Santa Lucia. ‘No, non è così. Per noi - insiste Gonzales - quel documento è di una certa rilevanza perché coinvolge l'attività di alcune società di Saint Lucia. Concordo che forse non era una notizia da prima pagina ma non potevamo nasconderla, per questo l'abbiamo messa dentro’”.

 (red)

 

 

8. Tensioni premier-Fini lambiscono gli apparati dello Stato

Roma - “È difficile prevedere quando si fermeranno i veleni; e in che modo il centrodestra riuscirà a ricomporre la rissa fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Il risultato positivo ottenuto dal governo alla Camera mercoledì scorso rende il Pdl più spavaldo e meno preoccupato, almeno a parole, del sostegno della corrente di minoranza. E i cambi di casacca che continuano a verificarsi da una sponda all’altra della maggioranza certificano un equilibrio ancora incerto ed esasperato dai contrasti. Ieri le tensioni hanno superato la soglia già alta degli ultimi giorni. Prima ha lambito spezzoni di servizi segreti, evocati dai finiani per spiegare il ‘dossieraggio’ contro il loro leader; e ora, a sentire il Fli, chiamerebbe in causa persone vicine a Palazzo Chigi”. Lo scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA. Prosegue: “Le notizie sulla casa di Montecarlo abitata dal cognato, Giancarlo Tulliani, non hanno dunque soltanto interrotto le trattative sullo scudo giudiziario che il premier vuole per proteggersi dai processi. Rischiano di scaricare i loro effetti mefitici dovunque: perfino sui gangli più delicati dello Stato. Gli uomini del presidente della Camera accusano Berlusconi di ‘propalare patacche e dossier’ attraverso i giornali a lui vicini. E Farefuturo, la fondazione finiana, drammatizza quanto sta avvenendo: ormai, scrive, si porrebbe un problema di ‘emergenza democratica’. Sono espressioni che i berlusconiani accolgono con fastidio e che, ricordano, riecheggiano quelle usate nel passato dalla sinistra”. 

Ancora Franco sul CORRIERE DELLA SERA: “Ma Palazzo Chigi va oltre. Con una nota della presidenza del Consiglio, bolla la ‘totale irresponsabilità’ di chi parla di ‘una presunta attività di dossieraggio’. Si tratterebbe di voci e congetture ‘false, diffamatorie e destituite di fondamento’. Il timore è che i servizi segreti e la Guardia di finanza vengano coinvolti, anche solo indirettamente, in una vicenda dai contorni tuttora oscuri e sulla quale si scarica il conflitto politico e personale tra Fini e Berlusconi. Massimo D’Alema, presidente del Copasir, il Comitato di controllo sui servizi segreti, promette ‘vigilanza sull’operato degli apparati di intelligence affinché sia eliminato anche il sospetto di attività fuori dalla legge’. Il Pdl apprezza la sua presa di posizione. Ma dalla piega che sta prendendo la polemica nella coalizione governativa, e dagli accenni all’’emergenza democratica’, si dovrebbe dedurre che la situazione è destinata a peggiorare: fino a legittimare, in caso di rottura e di elezioni, alleanze trasversali. Il campo berlusconiano continua a ripetere che non succederà nulla perché il 29 settembre il governo avrà i voti di cui ha bisogno per andare avanti. Si confida nelle defezioni dalla corrente di Fini, con un’altalena di cifre che sa anche di guerra dei nervi. Si tratta di vedere se, al di là dei numeri, il centrodestra riuscirà a governare rapporti che si sono deteriorati in modo irrimediabile anche sul piano umano. Umberto Bossi fa i complimenti a Berlusconi. Gli dà atto di ‘averci visto bene’ sulle votazioni che hanno negato l’uso delle intercettazioni sul discusso ex sottosegretario Nicola Cosentino, del quale la magistratura ha chiesto l’arresto. Anche il ministro e capo della Lega, però, non può negare che ‘si vive alla giornata’, nel senso che il centrodestra è costretto a una conta quotidiana in Parlamento. La verità di Bossi è che ‘nessuno è pronto per le elezioni’. A parte il Carroccio: anche se si guarda bene dal dirlo”.

 

 (red)

 

 

9. Ribaltone nel Pd, Franceschini con Bersani

Roma - “Finisce con una discussione aperta, qualche segnale di distensione, la conta finale e un litigio sulla conta. Sei ore di dibattito nella sede del Pd approdano a un voto sulla relazione del segretario Pierluigi Bersani con un solo dato certo: l’astensione di 32 membri, componenti dell’area che fa capo a Walter Veltroni, Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni, ma anche alla mozione di Ignazio Marino. La giornata segna anche il passaggio sostanziale di Dario Franceschini nell’area di sostegno alla maggioranza”. Lo riporta il CORRIERE DELLA SERA, che aggiunge: “Non c’è unanimismo, neanche di facciata, ma c’è una gran voglia ostentata di lasciarsi alle spalle le polemiche dei giorni scorsi. Tanto che, dopo l’intervento iniziale del segretario, gli uomini di Veltroni fanno segno di cogliere aperture. Bersani ribadisce che il documento critico dei 75 (nel frattempo diventati 76 con Cinzia Capano) ha prodotto ‘un effetto oggettivo di sbandamento e di sgomento tra gli elettori’. Ma concede che le difficoltà ci sono: ‘Non trasmettiamo un’idea di rinnovamento, bisogna che riflettiamo con più generosità come gruppo dirigente’. Detto questo, ‘rispetto al discorso di Torino non ho niente di sostanziale da correggere e lì c’è la bussola: non possiamo fare il gioco dell’oca, ricominciare da capo’. Segue Dario Franceschini, che sottolinea come esista davvero ‘il disagio’, chiede ‘una gestione collegiale’, ma dà anche un appoggio convinto al suo ex sfidante”.

 

Aggiunge il quotidiano milanese: “L’ i nt e r vento piùatteso è quello di Walter Veltroni, da mesi in sonno, ritornato sulla breccia. L’ex segretario ha negato di essere stato scorretto, citando altri esempi di quando guidava lui il partito: la fondazione di Red da parte di Massimo D’Alema (che ieri era a New York), un’intervista di Bersani che annunciava la sua candidatura a pochi giorni dalle elezioni in Sardegna e il recente documento di quattro dirigenti contro di lui. Veltroni minimizza lo scontro, riprendendo le parole di Bersani: ‘Quando moglie e marito litigano, poi vanno dai ragazzi e dicono: tranquilli, non è successo nulla, stavamo solo discutendo’. Discussione necessaria, che avrebbe già portato a qualche risultato: ‘Il partito ne esce più forte. Bersani accoglie problemi e ansie nostre’. Ora però ‘bisognerà che ci sia una maggiore convocazione degli organismi dirigenti e più discussione lì dentro’. Resta, come ricorda Giorgio Tonini, ‘un’inquietudine aperta’. E resta la determinazione di Beppe Fioroni, che non ha intenzione di farsi ‘sterminare come gli armeni dai turchi’. Distante anche l’area Marino: ‘Non ci iscriviamo d’ufficio alla maggioranza’, spiega Michele Meta. Tra gli assenti, Claudio Burlando, restato alla Fincantieri: ‘Preferisco andare nelle fabbriche a rischio’. Sullo sfondo, anche le voci su nuove nomine, come quella di Sergio D’Antoni all’organizzazione. E quella sul nuovo assetto della minoranza. La lite sulla conta è significativa. I bersaniani sottolineano il numero esiguo degli astenuti, 32, che corrisponderebbe solo al 12 per cento. Tesi contestata dai veltroniani, che spiegano come né votanti né sì siano stati contati e che la nuova minoranza in Direzione conti 33 membri che fanno riferimento a Veltroni, Fioroni e Gentiloni e 22 all’area Marino. Aggiungendo qualche ‘cane sciolto’, la minoranza arriverebbe a una sessantina di membri su 200 circa, ovvero il 29 per cento”.

 (red)

 

10. Parmalat, il Pm: Condannate Tanzi a 20 anni di carcere

Roma - “Venti anni di carcere per Calisto Tanzi, accusato di associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta. Dodici per suo fratello Giovanni, nove anni e sei mesi per Fausto Tonna, cui i pm hanno riconosciuto le attenuanti generiche per la sua collaborazione all’inchiesta. A quasi sette anni dal crac di Parmalat, Gerardo Laguardia – procuratore generale del capoluogo emiliano – ha presentato ieri le sue richieste di pena per la "cupola" di manager, sindaci e revisori che, secondo l’accusa, avrebbe aperto a colpi di falsi in bilancio un buco da 14 miliardi nei conti di Collecchio, travolgendo nel crac oltre 100mila risparmiatori italiani”. Lo riporta LA REPUBBLICA, che aggiunge: “I pm hanno chiesto pure sette anni e sei mesi per Domenico Barili, direttore marketing, sei per Luciano Silingardi, membro del cda Parmalat finanziaria, sei anni per Paolo Sciumè, sei anni per Camillo Florini, manager del settore turistico, quattro anni per Giuliano Panizzi, Mario Mutti, Enrico Barachini e Davide Fratta, tre per Paolo Compiani, cinque per Rosario Lucio Calogero, Fabio Branchi, Giovanni Bonici, ex Parmalat Venezuela ed ex amministratore di Bonlat, due per Alfredo Gaetani e Sergio Erede. Consiglieri, sindaci e revisori accusati dai pm Paola Reggiani, Lucia Russo e Vincenzo Picciotti di aver chiuso un occhio sull’evidente stato di decozione del gruppo. La parola, dopo l’intervento delle parti civili, passerà poi alle difese degli imputati e verso fine anno dovrebbe arrivare la sentenza”.

 

Ancora il quotidiano romano: “La maxi richiesta di condanna (definita ‘non equilibrata’ dai legali dell’ex numero uno di Collecchio) non cambierà di molto la vita di Tanzi. L’ormai ex Cavaliere è già stato condannato a 10 anni in secondo grado per aggiotaggio e false informazioni al mercato a Milano ma per via dell’età, dopo i quasi quattro mesi di carcerazione preventiva del 2004, non finirà più dietro le sbarre. Il tribunale di Parma guidato da Eleonora Fiengo, dopo 31 mesi di processo, dovrà ora tirare le fila di un dibattimento fondato su tre milioni di pagine di documenti che raccontano come in un film (tra breve uscirà tra l’altro "Il gioiellino", pellicola liberamente tratta dalle vicende di Collecchio dal regista Andrea Molaioli) i 15 anni che hanno trasformato un produttore di latte di provincia nella ‘più grande fabbrica di debiti d’Europa’, come l’hanno etichettata i pm. Tra le parti civili sono iscritti anche 34mila risparmiatori, in parte rimborsati delle loro perdite dallo straordinario lavoro di salvataggio di Enrico Bondi. Difficile, però, che riescano a recuperare qualcosa dagli ex manager, cui la Procura ha già sequestrato i beni malgrado Tanzi sia stato condannato a Milano a restituire 100 milioni. Lo loro speranza è concentrata sui processi contro le banche – destinati a partire nei prossimi mesi – soggetti la cui disponibilità finanziaria è decisamente maggiore”.

 (red)

 

11. Napoli, torna il caos rifiuti: camion sotto scorta

Roma - “La violenza era nell’aria da giorni. Si respirava insieme ai miasmi tornati in strada con i cumuli, banchi di rifiuti accatastati per venti metri, sia in provincia, sia nel cuore della Napoli turistica e nelle vie dello shopping. Si sentiva a Terzigno, lungo le contrade del Vesuvio dove i sindaci si ribellano all’apertura di una nuova discarica già progettata da Bertolaso. E anche nella metropoli, dov’è in corso un devastante braccio di ferro tra l’amministrazione comunale e un branco di lavoratori pronti a tutto pur di non perdere la gestione di una fetta di territorio. Un clima cupo, da vecchia emergenza. Che riesplode in un raid inaudito, alle 18, nella luce del pieno pomeriggio”. Lo riporta LA REPUBBLICA, che aggiunge: “Sessanta uomini armati di spranghe e bastoni. L’azione squadrista scatta alla periferia orientale, via De Roberto, nell’autoparco dell’azienda Enerambiente, che cura la raccolta in quasi tutta la città. E serve a sabotare, ancora per una notte, il servizio di rimozione a Napoli, contro il nuovo appalto che vedrà estromessi alcune centinaia di lavoratori stagionali, legati persino da vincoli di parentela ai dipendenti di Enerambiente. È un esercito compatto quello che sfonda le porte e terrorizza i dipendenti, uno dei quali, già cardiopatico, Angelo D., sarà soccorso in ambulanza fino all’ospedale Cardarelli. Gli aggressori sono a volto scoperto e non temono nulla. Entrano, spaccano, devastano gli uffici, infrangono i vetri, rovesciano i camion e distruggono i furgoni.In tutto, la polizia conterà 46 mezzi danneggiati più o meno gravemente. È uno schiaffo alle istituzioni e alla città intera. Che spinge il sindaco Rosa Russo Iervolino a trovare immediati ‘mezzi alternativi’ per poter assicurare il servizio, anche con il noleggio di compattatori con autisti esterni. È emergenza di ordine pubblico che si somma a quella, tecnicamente ricorrente, dei rifiuti. La Iervolino lancia un sos al procuratore capo di Napoli Giandomenco Lepore, parla con i vertici del Viminale. ‘Chiedo immediate indagini per individuare i responsabili di un gesto così grave’. Qualche ora più tardi, ecco le pattuglie di polizia che scortano gli operai al lavoro sui cumuli arretrati. Ma oltre 600 tonnellate restano a terra. E la città, come nei tempi bui in cui era la camorra a dettare tempi e modi della raccolta, deve blindarsi per poter sperare in un’ordinaria pulizia della strade”.

 

Ancora LA REPUBBLICA: “Un altro fronte di tensioni resta aperto: coinvolge i comuni del vesuviano dove è previsto da tempo un vasto raddoppio della discarica di Terzigno, l’apertura di Cava Vitiello. Un nodo che ricade su Napoli e provincia, e tira in ballo la mancata soluzione dell’emergenza, provocando uno scontro tutto interno al centrodestra: da un lato il capo della Protezione civile, dall’altra Regione e Provincia di Napoli guidate dal Pdl. ‘A Napoli c’è qualcosa che non torna. Vedo segnali strani e imbarazzanti’, ragiona l’ex sottosegretario ai rifiuti Guido Bertolaso. Sono parole che non aveva mai usato, e che per una volta coincidono con il sentire diffuso delle popolazioni. Aggiunge Bertolaso: ‘Conosco il problema e so come è fatta la politica, soprattutto quella locale. Spesso non si vuole che si risolvano i problemi che loro stessi non sono stati in grado di risolvere. C’è un’incapacità di fondo, dovuta a problemi organizzativi e strutturali che scontano difficoltà economiche e finanziarie’. Guai quindi - avverte Bertolaso - a chi pensa di imputare le responsabilità della crisi di oggi a chi ha lavorato e ha sudato sangue per risolvere l’emergenza’. Di chi è allora la colpa? ‘Evidentemente - riflette - manca chi raccoglie la spazzatura e la porta nelle discariche e nel termovalorizzatore’. Una risposta che sembra ignorare almeno due dettagli. Il termovalorizzatore di Acerra non funziona da settimane. E i camion che arrivano in discarica restano bloccati da amministratori e cittadini che si ribellano al nuovo impianto”.

 (red)

 

12. Bankitalia, 2 lettere sullo Ior:segnalate le irregolarità

Roma - “Due lettere a tutte le banche italiane, di cui l’ultima inviata solo pochi giorni fa, e la definizione di un codice di comportamento in 8 punti: il pressing della Banca d’Italia sul Vaticano per far rispettare allo Ior le regole sull’antiriciclaggio si è fatto via via più intenso. Ed è da questa azione che ha preso l’avvio l’inchiesta della Procura di Roma sulla banca vaticana ed i suoi dirigenti. Non è la prima volta che accade: se oggi sotto i riflettori della giustizia sono finiti i 23 milioni di euro di finanziamenti transitati presso il Credito artigiano, lo scorso anno capitò ai conti correnti intestati allo Ior della filiale di Unicredit di via della Conciliazione, ad un passo da San Pietro. Allora come ora sono state le segnalazioni di via Nazionale e della Uif (Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia) a far scattare le indagini”. Lo riporta il CORRIERE DELLA SERA, che aggiunge: “Allora come ora si è trattato dell’applicazione, quasi d’ufficio, delle norme esistenti. Che non prefigura di per sé la presenza di fenomeni di riciclaggio, tutti da verificare da parte della magistratura, ma solo il mancato rispetto delle regole. Al fondo di tutto c’è la resistenza del Vaticano a considerare lo Ior una banca mentre Bankitalia non ha dubbi. Insomma lo Ior sostiene di non svolgere attività bancaria in Italia in quanto fa capo alla Santa Sede e gode quindi dello speciale regime previsto dai Patti Lateranensi. Via Nazionale sostiene il contrario. In questo quadro si inseriscono le norme per la lotta al riciclaggio che obbligano le banche a verificare operazioni e clienti e l’esclusione sia della Santa Sede sia del Vaticano dall’elenco degli stati ‘cosiddetti equivalenti’, cioè che hanno adottato uguali regole, decisa dal decreto del ministero dell’Economia dell’agosto 2008. In conseguenza lo Ior non può contare sulla semplificazione delle procedure, ma anzi essendo considerata una banca extracomunitaria è soggetta agli ‘obblighi rafforzati di adeguata verifica della clientela’”.

 

 

Aggiunge il quotidiano milanese: “Da qui la messa a punto dal parte della Vigilanza di via Nazionale e della Uif di uno schema operativo su 8 punti inviato agli istituti di credito italiani per disciplinare le modalità di comunicazione dell’identità della clientela dello Ior. Che pur avendo accettato di cooperare non lo ha fatto. Senza contare che sta andando molto a rilento, coi tempi della curia vaticana, il recepimento della Convenzione monetaria tra l’Unione europea e il Vaticano previsto per fine 2010. Ed è così che la Banca d’Italia ha deciso di dare un giro di vite. Da Palazzo Koch sono dunque partite due lettere, indirizzate ai capi delle filiali, con istruzioni sempre più stringenti. La prima in gennaio e la seconda il 9 settembre e firmata dal capo della Vigilanza Stefano Mieli nella quale si segnalano ‘le difficoltà’ emerse nei rapporti con lo Ior. E si sollecitano le banche a segnalare alla Uif l’inosservanza delle ‘condizioni base di rispetto della normativa antiriciclaggio’. Insomma non ci dovranno essere concessioni o trattamenti di favore per l’istituto della Santa sede. Altrimenti potrebbero essere le stesse banche italiane a pagare. Perché la Vigilanza farà controlli ad hoc per verificare ‘la scrupolosa osservanza’ delle sue indicazioni”.

 (red)

 

13. Istat: I senza lavoro all’8,5%, male i giovani

Roma - “In Italia la disoccupazione torna a crescere. L’aumento è molto piccolo, e in altre circostanze verrebbe derubricato a trascurabile variazione statistica (ma non da chi vive sulla sua pelle il dramma della mancanza di lavoro, ovviamente); però stavolta non ci si può limitare a scuotere la testa e tirare oltre nemmeno dal punto di vista freddamente statistico, perché in una fase di presunta ripresa economica ci si aspetterebbe che la disoccupazione scendesse, anziché salire. E invece: nel secondo trimestre del 2010 il tasso di disoccupazione è cresciuto all’8,5%, con un aumento di 0,1 decimi di punto sia rispetto al primo trimestre 2010 sia rispetto al secondo trimestre 2009. A sottolineare la gravità dell’allarme l’Istat aggiunge che questo 8,5% è il livello più alto dal terzo trimestre del 2003, cioè da circa sette anni. Va ancora peggio riguardo ai giovani fra i 15 e i 24 anni, per i quali il tasso di disoccupazione è del 27,9%, il dato più pesante dal 1999. L’Italia, è giusto rilevare, col suo 8,5% non se la cava male dal punto di vista del tasso di disoccupazione a paragone della maggior parte dei Paesi europei e in confronto all’America, eppure il trend appena rilevato sorprende e preoccupa”. Lo riporta LA STAMPA, che prosegue:”L’8,5% è la media ponderata di un tasso di disoccupazione maschile che cresce dal 6,3% del secondo trimestre 2009 al 7,6% del 2010 e di un tasso femminile che passa dal 8,8% al 9,4%. Quanto alla ripartizione geografica, nel Nord la quota dei senza lavoro cresce in un anno dal 5 al 5,9%, al Centro dal 6,7 al 7,1% e al Sud dall’11,9% al 13,4%, con una punta del 16,4% per le donne. Da notare pure che il tasso di disoccupazione degli stranieri aumenta per la sesta volta consecutiva, portandosi all’11,6% (dal 10,9% che era nel secondo trimestre 2009)”.

 

Aggiunge il quotidiano torinese: “È significativo anche guardare ai numeri assoluti. L’Istat rileva che in cerca di lavoro sono 2,13 milioni di persone e che il totale degli occupati in Italia nel secondo trimestre del 2010 è diminuito di 195 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2009 (-0,8%). Fra aprile e giugno gli occupati in Italia sono risultati 22.915.000 (dato destagionalizzato), però qui va sottolineata un’evoluzione positiva, perché c’è un aumento dello 0,1% rispetto al primo trimestre 2010. La contrazione tendenziale (cioè nell’arco di un anno) deriva da una forte riduzione della componente italiana (-366 mila unità) e di una significativa crescita di quella straniera (+171 mila unità). Il tasso di occupazione nel secondo trimestre 2010 è risultato pari al 57,2%, cioè basso nel confronto internazionale con i Paesi paragonabili al nostro, con una flessione di 7 decimi di punto percentuale rispetto al secondo trimestre 2009. C’è una forte riduzione tendenziale del numero di occupati nell’industria (-274 mila unità, pari al -5,7 per cento) soprattutto al Nord. Inoltre, sempre nel secondo trimestre, il numero degli occupati a tempo pieno registra una riduzione tendenziale dell’1,6% (-316 mila unità). Invece dopo una discesa nel 2009 gli occupati a tempo parziale continuano a segnalare valori di crescita significativi (+3,6%, pari a 121 mila unità in più nel secondo semestre del 2010 rispetto al corrispondente periodo del 2009). L’incremento, segnala l’Istat, ‘è dovuto esclusivamente al part-time di tipo involontario’, ossia ai lavori accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno”. (red)

 

14. Tv, Authority spaccata sulla gara per le frequenze

Roma - “È più vicina l’assegnazione di 6 reti nazionali di frequenze in Italia. Ma l’Autorità per le Comunicazioni, che ieri ha deciso le regole generali di questa partita, non trova l’unità al suo interno. Votano a favore della delibera il presidente Calabrò, i componenti vicini al centrodestra (Mannoni, Martusciello e Savarese), infine Napoli. Si astengono invece Magri (area Casini) e Lauria, mentre Sortino e D’Angelo abbassano il pollice e votano no. La delibera passerà ora all’esame della Commissione Ue che ne valuterà la compatibilità con le norme sulla concorrenza”. Lo riporta LA REPUBBLICA, che prosegue: “Cinque delle reti in palio serviranno a trasmettere programmi televisivi in digitale terrestre, mentre una sesta sarà destinata alla tv in mobilità. All’assegnazione delle reti per il digitale terrestre concorrerà anche Sky. Così ha voluto la Commissione Ue e l’Autorità italiana ieri si è adeguata. Ma il problema è il "girone" in cui Sky potrà giocare. Nella sua delibera di ieri, l’Autorità considera Sky un "nuovo entrante" nella tv digitale terrestre. Dunque potrà gareggiare solo nel girone A (che mette in palio le prime tre reti). Nel girone B - che mette in palio altre due reti - ci sono in corsa gli editori storici: Rai, Mediaset e Telecom. Questa suddivisione in gironi (A e B) evita tutta una serie di scontri diretti che sarebbe stato difficile gestire sul piano politico: Mediaset, Rai, Telecom e Sky, insomma, non giocheranno nello stesso girone e non si contenderanno le stesse reti. Qual è il pronostico, alla fine, per queste sfide indirette? Sky è certa di prendere una delle tre reti in palio nel girone A. Anche Rai e Mediaset sognano di prendere una rete a testa (quelle del girone B) mentre Telecom dovrà accontentarsi – si pensa - di una rete "di consolazione" (quella per la tv in mobilità). Tutti vincitori, dunque? Mediaset può vincere più degli altri. Per come è congegnata questa partita, nessun ostacolo si frappone tra il gruppo milanese e la più ambita delle reti in palio: è la numero 58 (davvero perfetta per qualità) che Mediaset peraltro già occupa con una sperimentazione provvisoria (come rivelato da Repubblica). Fissate le regole generali, l’assegnazione materiale delle reti verrà fatta da una commissione ministeriale. In altre parole, l’ultima tappa di questo percorso entrerà nella sfera di influenza del ministro ad interim per lo Sviluppo (Berlusconi) e del vice ministro Romani”.

 

 (red)

 

 

15. Faro Consob sulle manovre Unicredit

Roma - “Il dopo-Profumo potrebbe portare a un significativo cambio di strategie e di governance in Unicredit, con un nuovo assetto del vertice operativo che a fianco dell’amministratore delegato potrebbe prevedere l’introduzione di un direttore generale. Una richiesta avanzata, e anzi rilanciata, dalle Fondazioni che già in sede di approvazione del riassetto nella Banca Unica, la scorsa primavera, avevano posto la questione della concentrazione di poteri nelle mani del Ceo”. Lo riporta il CORRIERE DELLA SERA, che prosegue: “Il modello ‘imperiale’ del capo azienda, per usare un’espressione del presidente della Compagnia di San Paolo, Angelo Benessia, potrebbe dunque essere definitivamente superato anche in Unicredit, dove pure esistono ben quattro vice amministratori delegati più un country chairman. La nuova leadership sarebbe finalizzata al riposizionamento strategico, con una maggiore focalizzazione in Italia. Ieri, nelle quattro ore di riunione dei comitati preparatori del consiglio che si riunisce il 30 settembre a Varsavia si è discusso anche di ‘profili’ del top management. L’attenzione è stata catturata da un incontro, rivelato dall’Ansa, tra Andrea Orcel, il banchiere di Bofa-Merrill Lynch, Fabrizio Palenzona, l’influente vicepresidente di Unicredit per conto della Fondazione Crt, e Paolo Biasi, il presidente della Fondazione Cariverona. Orcel, a capo dell’investment bank del gruppo Usa, potrebbe essere stato contattato per un incarico analogo in Piazza Cordusio, se come si dice in queste ore dovesse essere in uscita il deputy a capo del settore, Sergio Ermotti. E sebbene lo screening dei sia rivolto anche all’esterno, si starebbero rafforzando in queste ore, e proprio in considerazione di un cambio di passo nelle strategia, le ipotesi di una scelta interna. Se la direzione fosse questa, il candidato naturale sarebbe il trentino Roberto Nicastro, 45 anni, una carriera tutta in Unicredit dove oggi ricopre il ruolo di vice amministratore delegato con delega alle famiglie e alle pmi. E mentre la traumatica uscita di Alessandro Profumo ha compattato per una volta persino i sindacati che hanno definito ‘irresponsabile’ la scelta del consiglio di amministrazione, si allarga il fronte in pressing per una ‘soluzione rapida’ della vicenda. Dopo il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, anche il titolare del Welfare Maurizio Sacconi chiede di fare presto. La Banca d’Italia, da parte sua, si è raccomandata di considerare a tempo e come ‘un caso eccezionale’ l’attribuzione dei pieni poteri al presidente Dieter Rampl, riservandosi di valutare se la liquidazione di 40 milioni accordata a Profumo risponda alle regole internazionali sul contenimento dei superbonus. La Consob sta monitorando il titolo in Borsa (ieri +0,44% tra scambi record per il 4% del capitale) da molti giorni in testa alla classifica europea degli scambi, tanto da riaccendere i timori di un rastrellamento. La Commissione incontra difficoltà ad accertare la posizione degli azionisti della Libia: ‘È Paese non europeo — ha spiegato il presidente vicario Vittorio Conti — che non possiede un'Autorità di Vigilanza’. Secondo il parere legale chiesto da Cariverona il voto dei libici andrebbe congelato al tetto statutario del 5%”.

 

 (red)

 

16. Geronzi: la fusione Mediobanca-Generali non si farà mai

Roma - “Fusione tra Generali e Mediobanca? ‘Non è mai stata e non sarà mai sulla carta’. Governance del Leone? ‘Negli ultimi anni non si sono registrati significativi progressi. Ora c’è una volontà condivisa di "stringere" sui processi organizzativi e decisionali’. Cesare Geronzi è da cinque mesi presidente delle Generali. Prima era presidente di Mediobanca, con il 13,4% il primo azionista a Trieste. A lui vengono attribuiti ciclicamente, e soprattutto dopo il suo passaggio Trieste, piani di fusione tra Piazzetta Cuccia e il Leone. Ieri, dopo il consiglio della compagnia che si è tenuto a Venezia, ha dichiarato sulle ipotesi di merger: ‘Speriamo si metta una pietra sopra e si rassegni chi la pensa diversamente’. Gli hanno fatto eco Alberto Nagel, amministratore delegato di Piazzetta Cuccia (‘non ha alcun senso’) e Vincent Bolloré (‘pura fantasia’)”. L’intervista di Geronzi sul CORRIERE DELLA SERA: “Bene, spieghi perché questa operazione "non sarà mai sulla carta". ‘Perché mancano i presupposti istituzionali, strategici e funzionali. È opportuno il mantenimento della specializzazione di Mediobanca formatasi nei decenni e tuttora con ampie e autonome prospettive. Non può essere commista con altre funzioni, tanto più se questa immaginaria concentrazione dovesse richiedere ribaltamenti societari e ordinamentali’. Lo stesso vale per Generali. ‘Certamente. Mediobanca e Generali fanno mestieri diversi. Una loro unione non ha senso industriale: non è possibile mettere insieme realtà operativamente e professionalmente diverse in un agglomerato bancario-assicurativo. Sappiamo bene che tentativi sono stati fatti soprattutto in Europa ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: in gran parte dei casi l'esperienza si è conclusa in modo fallimentare. Inoltre un’aggregazione di questo tipo sarebbe del tutto controcorrente’. In che senso? ‘Questa fantasiosa ipotesi viene costruita proprio quando la formazione di organismi di ampie dimensioni è sottoposta a profonda riconsiderazione a livello internazionale: dopo l’esperienza della crisi preoccupa il too big to fail. E la stessa cosa vale per l’altra fantascientifica idea che riguarderebbe un'aggregazione tra Unicredit e Mediobanca’. Che però sarebbe tutta bancaria... ‘Lo dica a Nagel... Senta, chi fa queste ipotesi mi dovrebbe spiegare una cosa: perché mai Mediobanca dovrebbe unirsi a qualcun altro? E poi Unicredit ha già una propria realtà di banca d’affari. Oggi la via è semmai quella di perseguire e rafforzare il core business, coltivare le proprie specializzazioni. Ecco perché in entrambi i casi le concentrazioni obbedirebbero a una moda in via di revisione, come lo sono anche i conglomerati, e forme di aggregazione similari. Idee che possono dunque essere state partorite solo da qualche commentatore distratto e impreparato. Ben altre sono oggi le necessità organizzative e strategiche Mediobanca e Generali’. Lo sa, il suo passaggio in Generali dopo aver ripetuto che Trieste non la interessava favorisce un po' di diffidenza. ‘L’ho già detto: ho accettato, non cercato, quel trasferimento’. Potrà cambiare qualcosa nelle relazioni fra Unicredit, Mediobanca e Generali dopo l'uscita di Alessandro Profumo? ‘Non credo. Il presidente di Unicredit Dieter Rampl è ben noto e conosciuto. In Mediobanca è presente e ha collaborato ogni qualvolta con partecipazione intelligente a modifiche strutturali. La sua presenza è sempre stata avvertita, ha sempre partecipato a comitati importanti come quelli su nomine e governance’. (...)”.

 

 (red)

 

17. Obama all’Iran: Dialogo. Schiaffo da Ahmadinejad

Roma - “‘Quando torniamo qui il prossimo anno, potremo avere un nuovo membro delle Nazioni Unite, uno stato indipendente di Palestina, che vive in pace con Israele’”. Lo riporta il CORRIERE DELLA SERA, che prosegue: “Il presidente americano Barack Obama ha voluto usare il suo tanto atteso discorso davanti alla 65a assemblea generale dell’Onu per rilanciare il dialogo di pace in Medio Oriente, difendere lo sforzo della sua amministrazione nel cammino verso la pace e riproporsi come il broker impegnato a sanare l’economia globale. Un anno esatto dal suo storico debutto Onu con un discorso in cui prometteva una nuova era di impegno americano nel mondo, Obama è tornato al Palazzo di Vetro per sollecitare Israele a estendere la moratoria sui nuovi insediamenti e ammonire i Paesi arabi che ‘ogni sforzo per mettere in discussione la legittimità di Israele incontrerà l’irremovibile opposizione degli Stati Uniti’. ‘Noi crediamo che la moratoria debba essere estesa per permettere al dialogo di andare avanti’, ha insistito Obama nel ricordare che il congelamento concesso dal governo israeliano alla fine dello scorso anno scadrà la settimana prossima. In aula, ad applaudirlo, c’era il presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen ma non la delegazione israeliana, assente per rispettare la sacra festività del Sukkot, o festa dei Tabernacoli. Di fronte ai rappresentanti di 192 nazioni (52 islamiche), Obama ha spronato l’Iran a riprendere i negoziati sul nucleare ‘perché la porta della diplomazia resta aperta — ha detto — qualora Teheran decidesse di varcarla’. Ma il presidente Usa ha posto anche una serie di condizioni. ‘L’Iran deve dimostrare un impegno chiaro e credibile’, ha precisato, ricordando come la dittatura degli ayatollah è ‘il solo membro del Trattato di non proliferazione che non può dimostrare il carattere pacifico del suo programma nucleare’. La risposta iraniana non si è fatta aspettare. Dopo aver boicottato il discorso di Obama all’Onu, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha usato i minuti del suo intervento per attaccare l’America, che ha accusato di aver orchestrato gli attacchi dell’11/9 ‘per salvare il regime sionista’. A queste parole la delegazione Usa ha lasciato la sala dell’Assemblea, imitata da alcuni paesi europei, Italia inclusa. Ahmadinejad si è presentato all’Onu con una Bibbia ed un Corano. ‘C’è gente che vuole bruciare il Corano — ha detto in tono teatrale —. Ma il Corano è verità e la verità non può essere bruciata’”.

 

 (red)

 

18. Disegnò Maometto: vive da fantasma protetta dall’Fbi

Roma - “Il 15 settembre, sul Seattle Weekly, è comparso un breve articolo che cominciava così: ‘Come avrete notato questa settimana sul giornale non c’è la vignetta di Molly Norris. Questo perché non Molly non c’è più’. Poi poche righe per assicurare i lettori. ‘Grazie al Cielo, è viva e sta bene’ ma su richiesta dell’Fbi ‘sta per diventare un fantasma’. Molly deve cambiare nome, città e vivere sotto protezione perché è nel mirino di elementi qaedisti. Contro di lei ha emesso una condanna di morte l’imam Anwar Al Awlaki, l’ispiratore di diversi attentati e oggi guida spirituale dei terroristi yemeniti. Sulla rivista jihadista in inglese Inspire, il predicatore ha emesso il suo parere religioso: ‘La medicina prescritta dal Messaggero di Allah è l’esecuzione di coloro che sono coinvolti’. Poiché Al Awlaki ha molti seguaci negli Stati Uniti — lui stesso è nato in New Mexico ma è di origini yemenite — l’Fbi ha deciso di inserire la donna nel programma protezione”. Lo riporta il CORRIERE DELLA SERA, che prosegue: “Ma per quale motivo la vignettista è nel mirino? Tutto ha inizio in primavera quando Molly Norris fa un disegno con riferimenti a Maometto. Un gesto di solidarietà con gli autori della serie ‘South Park’ costretti a cancellare la puntata dove il Profeta vi compariva in costume da orso. Insieme alla vignetta, Molly lancia l’idea del 20 maggio come giorno dove ‘tutti possono disegnare su Maometto’. La proposta corre veloce e in Canada una ragazza di 27 anni apre una pagina Facebook rilanciando il progetto. Arrivano subito le adesioni. Ma anche proteste rabbiose. (...)”.

 

 (red)

Beccati le scorie, che ti “incentivo”

La pace in M.O. resta una chimera