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Ed Miliband, l’utopia del post-New Labour

Laburisti in cerca di rilancio: eletto sabato il nuovo leader

 

Il Labour inglese ha molta strada da fare per tornare alla guida della Gran Bretagna. Come tutte le forze politiche europee che si richiamano alla tradizione socialdemocratica, è di fronte a un bivio: fare rotta verso sinistra o puntare verso un elettorato moderato e centrista. Con l’elezione del 41enne Ed Miliband a suo leader, sabato scorso, il partito di riferimento dei sindacati britannici sembrerebbe aver scelto un percorso più radicale. Ma il condizionale è d’obbligo.

Figlio di un noto storico e pensatore marxista, Ed è soprannominato emblematicamente “Il Rosso” e, a differenza del fratello David, il grande sconfitto nella competizione laburista, è sempre stato poco organico al partito, avendo curato maggiormente i legami con il mondo sindacale e con i militanti, le due componenti che l’hanno portato alla vittoria. Vittoria a cui ha contribuito in modo decisivo anche la sua capacità di sfruttare le divisioni interne tra i blairiani, guidati appunto dal fratello David, e i browniani, guidati da Ed Balls, ex ministro dell’istruzione del governo Brown. Il nuovo segretario si è posto invece in un’ottica alternativa, distante dalle beghe interne e più vicina alle radici ideali del partito.

Declinando il suo “credo”, durante il victory speech, Ed toglie, almeno a parole, ogni dubbio sulla sua appartenenza ideale alla sinistra, e sul fatto che di quell’ispirazione informerà il Labour Party. Alcuni suoi punti chiave sono l'istituzione di un’aliquota al 50% sul reddito dei super-ricchi, uno stipendio minimo di legge, un’apertura all’ipotesi di abolizione del nucleare, anche se va detto che da ministro dell’energia la pensava diversamente e già questo non è un buon viatico. Non una parola però, se non qualche mea culpa generico, su ciò che ha scavato la fossa al “New Labour” guidato da Blair prima e da Brown poi. Ossia sulla (il)legittimità dell’intervento in Afghanistan e Iraq, o sull’insostenibilità del sistema economico liberista di impronta americana, a cui i suoi predecessori si erano tranquillamente prosternati, pur dichiarandosi laburisti. Salvo poi assecondare la strategia statunitense di fare della Gran Bretagna il bastone tra le ruote tanto dell’economia comunitaria quanto di un euro che minacciava di essere davvero competitivo rispetto al dollaro.

Di fatto, in Miliband, non c’è nessun accenno a radicali cambiamenti di rotta, come forse ci si aspetterebbe da un giovanissimo capo di partito che insistentemente si appella a quel “cambiamento generazionale” che forse è l’unico elemento davvero sorprendente nella sua elezione (specie per chi, come noi italiani, vive in un regime scandalosamente gerontocratico). Nel suo discorso c’è un unico accenno, più biblico che politico, alla necessità di tornare alla “prosperità”, e di superare il trend per cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Una forbice che sta falcidiando ovunque la “middle-class”, e che in Gran Bratagna sembra poter generare travasi di iscritti dal partito liberale a quello laburista.

Ed è forse questo trend che permetterà a Miliband di continuare, non diversamente dai suoi predecessori, a corteggiare la parte sinistra dell’elettorato, attraverso una retorica mirata e grazie a una storia personale evocativa, senza però rinunciare a dare la caccia all’elettorato moderato, perennemente alla ricerca di una rappresentanza che lo difenda nei suoi interessi. Le dichiarazioni successive all’elezione di sabato, in cui nega qualunque ipotesi di «virata a sinistra», confermano questa impressione. Così come, a ben vedere, lo fa anche la sua linea programmatica, che si riduce ai classici palliativi “di sinistra”. Le solite iniziative rivolte contro i sintomi dolorosi generati dalle patologie dell’economia mondiale ma incapaci di risalire alle cause: il dna di quel sistema basato sullo sviluppo infinito, e quindi semplicemente non sostenibile, che però ci si guarda bene dal mettere in discussione nelle sue fondamenta.

Sembra dunque che non vi sia nulla di risolutivo che possa scaturire dalla sua leadership. Miliband può solo fingere di gettarsi alle spalle il “New Labour” alle cui logiche, in mancanza di prospettive programmatiche volte a un vero e coraggioso cambio di rotta, non c’è alternativa, salvo una vaga pitturata di rosso. Come i suoi predecessori, anche lui dovrà pagare pegno al tessuto sindacale e alla “working class” che l’hanno eletto leader, e lo farà nelle stesse forme svuotate di senso e politicamente irrilevanti attuate dai suoi predecessori. Ma non potrà cessare mai di corteggiare, e soddisfare, l’ambiziosa classe media inglese: per la quale l’unico modello di crescita e sviluppo è quello vigente, e il cui consenso è alla base di una vittoria elettorale.

 

Davide Stasi

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