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Renato Ellero, la Lega, e i tradimenti degli ideali

Chi è Renato Ellero, da dove viene (Lega prima ora) e la sua delusione (come di tanti)

Conosciamo da tempo Renato Ellero, l’avvocato di Vicenza che due giorni fa ha fatto avere la sua versione sulla proprietà del famoso appartamento del caso Tulliani. Rigoroso docente di diritto penale, uomo di acuta intelligenza, dalla simpatia debordante fino alla goliardia, pur essendo lui incontestabilmente un narciso non abbiamo di che dubitare sulla sua parola. Ma qui il merito ci interessa relativamente. Éllero (con l’accento sulla prima “e”), già democristiano, è un ex senatore della Lega Nord che abbandonò al momento del “ribaltone” del 1994, quando Bossi decise di scaricare il “mafioso di Arcore”. Fondò una sua formazione, una delle tante schegge fuoriuscite dal Carroccio, la Lif (Lega Italiana Federalista), e appoggiò il governo Dini. Ritiratosi poi a vita privata, è amico del giornalista e blogger free lance Marco Milioni (simpatizzante di Movimento Zero del nostro Massimo Fini), e in questi ultimi dieci anni si è sempre distinto, nella vita politica vicentina, per le sue posizioni anti-sistema, feroce critico della farsa “democratica”. 

La sua figura è interessante perché ben rappresenta un mondo che c’è anche se non fa notizia: quello degli ex leghisti delusi che la Lega ha perso per strada. Diventata una sorta di Dc in salsa leninista, la Lega ha fatto fuori via via tutti gli elementi che hanno osato contestare l’autorità assoluta del Capo. «Umberto non accetta nessun tipo di dissenso», mi disse una volta un leghista friulano che nei primi anni ’90 era ai vertici del partito. Nel quale c’è sempre stato, fin dagli inizi, un problema di democrazia interna che Bossi, da vero dittatore, trasforma in una continua tensione fra ras e correnti che si fanno la guerra fra loro ma sottotraccia, più o meno in silenzio, stando attenti per quanto possibile a non far trapelare nulla all’esterno. È il classico, intramontabile metodo del divide et impera

Ma i vari Ellero che ora ce l’hanno a morte con la Lega, peggio ancora dopo l’abbraccio mortale con Berlusconi che sembra non finire mai, ne sono diventati i fustigatori più accaniti per un’altra questione, più importante. Il leghismo ha tradito la sua ragion d’essere diventando un partito romano a tutti gli effetti, posponendo la realizzazione del federalismo all’anno del mai in modo da sbandierarlo come promessa in eterno. 

È vero che nel mitico “territorio” esso è capace di sfornare una classe di validi amministratori, ma il sogno di un’Italia davvero federale, di un’Italia delle piccole patrie (o, come predicava il compianto Gianfranco Miglio, delle “macro-regioni”) è stato svenduto per qualche ministero, per lo scranno parlamentare e per i cda delle fondazioni bancarie. Il leghista della prima ora, questo, non può perdonarlo a chi lo aveva convinto, ormai vent’anni fa, che un paese migliore si sarebbe potuto costruire solo spazzando via la partitocrazia parassitaria e lo Stato centralista che ne era garante e tutore. Il partito di Bossi, oggi, è il più antico dell’attuale panorama politico. Più istituzionalizzato di così…

Gli Ellero sparsi nel Nord ora magari votano Di Pietro, o l’Udc, ma la maggior parte di loro non vota: la delusione è stata fatale e definitiva. Indubbiamente, la Lega è stata l’unica forza dell’ultimo ventennio in cui, se eri un cittadino settentrionale mediamente spremuto, cornuto e mazziato, potevi identificarti. Bossi nei suoi comizi urlava la tua rabbia, lo stile rozzo e popolano dei tempi d’oro era quello della gente vera, che non ne poteva più delle fumisterie e delle chiacchiere da politicanti, e la voglia di farla finita con un’Italia ammuffita e in crisi perenne era ben sintetizzato dallo slogan “padroni a casa nostra!”. Di questa sana carica rivoluzionaria è rimasto solo il gusto bossiano per le spacconate verbali. I trecentomila fucili sono rimasti a salve. Anzi, non sono mai esistiti.

 

Alessio Mannino

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