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Secondo i quotidiani del 27/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Prove di intesa dopo lo scontro” e di spalla: “Ministro non tradisca la Biblioteca che muore”. Editoriale di Angelo Panebianco: “Dalla parte di un elettore”. Al centro: “Il salto di Alonso verso il Mondiale”. Sempre al centro: “Lo Ior vuole chiudere i 13 conti correnti laici”. In basso: “Innamorarsi è l’occasione per conoscersi nel profondo” e “Sgarbi, Travaglio e il pezzo di m...”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Dal Pdl affondo sulla giustizia”. Al centro: “Montezemolo attacca Bossi. .E su Unicredit è lite tra i soci” e “Israele, la sfida dei coloni. ‘Costruiamo, è casa nostra’”. Di spalla: “Famiglia e scuola, ecco i valori del mio Labour” di Ed Miliband. A fondo pagina: “L’Italia di provincia è rimasta senza medici” e “Trionfo della Ferrari, il Mondiale si avvicina”.

LA STAMPA – In apertura: “Ecco la strategia di Fini”. Editoriale di Mario Deaglio: “La ricreazione è finita”. Al centro fotonotizia: “Dopo Monza la Rossa di nuovo sul gradino più alto del podio” e “La nave si sposta, l’auto cade in mare. Morti due turisti”. Di spalla: “La spia malata di nostalgia”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Ordini e tariffe sotto revisione” e l’editoriale: “Un’identità incrinata dalla crisi”. A centro pagina: “Sindaci ancora fermi: le città metropolitane restano ‘virtuali’” e fotonotizia “Addio ai cassettisti. In Borsa scambi sempre più veloci”. Di spalla: “Da Xiaochang a Santarém l’attrazione delle periferie”. In basso: “Trasparenza nascosta nelle cantine della Rete”.

IL GIORNALE – In apertura: “Le amnesie di Fini & C.”. Al centro fotonotizia: “Ultima di Montezemolo: è colpa di Bossi” e “Ecco perché Berlusconi non deve essere stappato”. Di spalla: “Alfano insiste: sulle riforme non si tratta più”. A fondo pagina: “Il trionfo del quarantenne made in Italy”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Pdl e finiani, si tratta”. Editoriale di Romano Prodi: “Se la Cina dà la sveglia al mondo sull’Africa”. Al centro: “La Lazio sogna: è in testa. Alonso, colpo da mondiale” e “Il Papa: fiducia e stima per Gotti Tedeschi”. A fondo pagina: “Parti, troppe nascite senza regole” e “Atenei privati, iscritti in aumento”.

IL TEMPO – In apertura: “Da Montecarlo a Montezuma”. Al centro: “Gianfry c’è, ma non vede niente”. Di spalla: “Lazio in vetta” e le notizie sportive. A fondo pagina: “Lo scudo del Papa su Gotti Tedeschi”.

IL FOGLIO – In apertura: “La sfida di Fini, la conta del Cav.”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “La politica del risentimento è il male torbido della democrazia”.

L’UNITÀ – Apertura a tutta pagina sulle elezioni: “Prepariamoci”. (red)

 

2. L’ora delle colombe, prove di dialogo nel centrodestra

Roma - “Ventiquattro ore dopo, sembrano volare solo colombe – scrive LA REPUBBLICA -. Il video messaggio di Gianfranco Fini non chiude il caso Montecarlo, per il Pdl, ma la disponibilità alla ripresa del dialogo mostrata dal presidente della Camera viene subito raccolta da governo e maggioranza. Non a caso, dato che dopodomani è atteso il discorso del premier Berlusconi in aula e tra i punti in cima all’agenda di Palazzo Chigi, assieme alla riforma della giustizia, c’è la legge-scudo anti processi. E i voti di Fli saranno decisivi. Il capo del governo è rimasto chiuso ad Arcore, al lavoro sul testo che leggerà a Montecitorio giusto il giorno del suo compleanno. Esclusa, sembra, la fiducia, ci sarà solo un ordine del giorno di sostegno o meno al programma. Preceduto da un vertice del Pdl a Palazzo Grazioli. Tace sulla difesa in video di Fini, il premier, e intende soprassedere anche mercoledì, a sentire Paolo Bonaiuti. Il portavoce preannuncia che Berlusconi ‘volerà al di sopra delle polemiche, ma sarà molto concreto: indicherà punto per punto le riforme che gli italiani si aspettano per i prossimi mesi’. Il perché del momentaneo "cessate il fuoco" lo spiega il capogruppo Fabrizio Cicchitto: ‘Fini ha fatto una parziale autocritica’, intanto. E ‘in ogni caso, va preso atto che ha fatto appello a una ripresa del confronto, la parola a questo punto passa a Berlusconi’. Insomma, aggiunge il ministro (ex An) Altero Matteoli, il presidente della Camera ‘non ha chiarito le ombre, ma la conclusione del discorso non va lasciata cadere, a patto che si traduca nella fedeltà al programma’.

Fini e i finiani, come si muoveranno? Attendono quel che verrà pubblicato dalla stampa più vicina al premier nei prossimi due giorni, intanto. Per ora, il messaggio agli alleati è rassicurante: ‘Vogliamo sapere cosa farà il governo e siamo pronti a sostenerlo per le riforme che interessano gli italiani’, replica Italo Bocchino, a Torino per un’altra tappa del cantiere del nuovo partito. La vicenda di Montecarlo, è la tesi del capogruppo di Fli, ‘è chiusa qui’, con il video: ‘Adesso, è un problema del signor Tulliani e di chi ha strumentalizzato questa vicenda’. Fuori dalla maggioranza, Casini preannuncia invece che il 29, giorno del compleanno del premier, gli negherà la fiducia: ‘Sarebbe un regalo troppo grande’. ‘Gli italiani sono disgustati - sostiene il leader Udc - mi aspetto piuttosto che Berlusconi chieda scusa per la situazione in cui siamo’. Chi non vuol dare più per scontato il voto dei suoi cinque deputati, adesso, è il governatore e leader Mpa Raffaele Lombardo. Anche alla luce del sodalizio con finiani, Udc e rutelliani che ha dato vita alla sua giunta-quater in Sicilia. E avvisa: ‘L’appoggio al governo Berlusconi dipende dai programmi e dalla loro credibilità’. Dalle opposizioni, Di Pietro va giù ancora pesante contro Fini, secondo lui ‘ricattato da Berlusconi: lo sfiduci o diventerà complice’. Il capogruppo Pd Dario Franceschini è più preoccupato dal ‘livello massimo di emergenza democratica in cui versa il Paese’. Anche perché, prevede Rosy Bindi, ‘arriveranno altri dossier e altri linciaggi, perché questo è il metodo con cui Berlusconi governa: perciò il paese si deve ribellare al tiranno’”. (red)

 

 3. Il Cavaliere ordina silenzio e toni bassi

Roma - Scrive IL GIORNALE: È moderatamente ottimista il premier perché, dopo il videomessaggio di Fini, è parso chiaro a tutti che il presidente della Camera è in una posizione di debolezza. In queste ore l’input che Berlusconi dà ai suoi è distensivo: toni bassi ed evitare polemiche che alzino ulteriormente il livello dello scontro. I sondaggi parlano chiaro: la gente vuole che si torni a parlare di politica e soprattutto un governo forte che governi. Certo, le allusioni di Fini durante la sua videodifesa sono state valutate dal premier come squallidi colpi bassi ma, in questo momento, deve prevalere la realpolitik. Tradotto: non rispondere. Esattamente come fece dopo Mirabello. Con una differenza: a Mirabello Fini è parso forte, mentre l’altro ieri ha dimostrato a tutti i suoi limiti. Così, in queste ore, Berlusconi torna a limare il discorso che terrà alla Camera il giorno del suo compleanno, mercoledì prossimo. Un discorso estremamente moderato, di alto livello istituzionale e politico, privo di accenni e accenti polemici nei confronti di chi sta mettendo a rischio la sopravvivenza stessa del governo. Berlusconi ha confessato ai suoi tutta l’amarezza per essere arrivati a questo punto ma, confermando il suo proverbiale ottimismo, è altresì convinto che mercoledì prossimo alla Camera il suo governo otterrà una maggioranza di ben oltre 316 deputati.

Il Cavaliere, inoltre, è persuaso che la truppa di Fini sia destinata a perdere qualche pezzo, visto che le divisioni all’interno dei futuristi sono ogni giorno più evidenti. L’insofferenza di molti finiani nei confronti di Bocchino e degli altri falchi è nota e potrebbe sfociare o in una spaccatura del gruppo al momento del voto o, addirittura, in un dietrofront e quindi in un reingresso nel Pdl. Si mormora di 4 o 5 deputati pronti a fare le valigie e rientrare nei ranghi. Ma la questione del pallottoliere in seguito al discorso sui cinque punti programmatici è un problema relativo. Anche se Berlusconi è convinto di poter superare agevolmente lo scoglio di mercoledì, i grattacapi potrebbero arrivare nelle settimane successive. Ci si potrà fidare dei finiani? Come esser certi che i futuristi non riprenderanno la strategia del logoramento, impantanando l’azione di governo così come hanno fatto con il disegno di legge sulle intercettazioni? Si vedrà, anche se più volte il premier ha assicurato che ‘non mi farò più sfiancare’. ‘Berlusconi non tirerà a campare - assicurava ieri il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini -. Sui cinque punti penso che ci sarà una maggioranza ampia, altrimenti è meglio andare al voto’. Analogo il ragionamento del Guardasigilli Angelino Alfano: ‘Noi siamo al governo per fare le riforme e non per galleggiare - ha detto alla festa del Pdl di Milano - . Se non si possono fare le riforme allora è meglio votare. Non stiamo al governo per chiacchierare e vedremo cosa vuole fare il gruppo di Futuro e Libertà: se vogliono fare le riforme o se invece vogliono solo logorare Berlusconi’.

Insomma, il voto anticipato resta all’orizzonte e se si aprirà la crisi sarà evidente che la responsabilità ricadrà tutta sulle spalle del presidente della Camera. Se sarà ancora strategia del Vietnam si scoprirà presto. Certo i finiani continuano a essere determinanti in alcune commissioni, ossia nei parlamentini dove passano tutti i provvedimenti prima di approdare in Aula. L’ideale sarebbe la costituzione del cosiddetto gruppo di responsabilità che avrebbe come effetto quello di neutralizzarli ma, è il ragionamento del premier, ‘speriamo si possa collaborare’. Se non con tutti i finiani, almeno con la maggioranza di essi, decisamente moderata e leale a governo e maggioranza. Che in questo momento tiri aria di ottimismo lo confermano le parole del capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto secondo cui ‘malgrado gli errori di Fini e ancor di più l’estremismo mediatico di alcuni suoi seguaci, esistono le condizioni per una ripresa dell’iniziativa politica programmatica del centrodestra’. Non a caso si sono rialzate in volo le colombe di entrambi gli schieramenti per discutere sulle prossime mosse, giustizia inclusa”. (red)

 

4. Si parte da 307. La strategia “attira-voti”

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: Mancano ormai solo due giorni alla prova del fuoco della legislatura, quando Silvio Berlusconi capirà se sarà possibile governare alla Camera anche senza i finiani. E il braccio di ferro su quota 316, un deputato in più della metà, al netto dei 35 di Fli, si fa sempre più forte. Il 29 settembre in aula Silvio Berlusconi ha deciso di non chiedere la fiducia ma una semplice risoluzione sui cinque punti del programma di governo. La mossa è chiara: non blindare il voto in modo da favorire al massimo l’adesione ‘a titolo personale’ di qualche deputato che non sia già compreso nell’attuale maggioranza (sempre al netto dei finiani sui quali il premier preferisce comunque non contare anche si dovesse giungere ad una tregua effettiva dopo il videomessaggio di Gianfranco Fini). E ciò perché al momento Pdl e Lega, parti del gruppo misto e la mini-diaspora dall’Udc, restano fermi ai 307 voti, 308 se si dà per certo anche Massimo Calearo dell’Api. Il Cavaliere cercherà di scrivere un testo che accontenti più sensibilità possibili, introducendo passaggi ad hoc per attirare consensi trasversali. Potrebbe essere il caso del quoziente familiare, tanto caro all’Udc, se riuscisse però a convincere la Lega, da sempre contraria.

L’opposizione, in particolare quella di centro, la più fragile, per forza di cose, di fronte all’offensiva berlusconiana, ha già pronta la sua risposta: blindare il voto un giorno prima della seduta decisiva nelle riunioni di gruppo già fissate per domani mattina. Lo spiega Domenico Zinzi, campano, uno dei deputati udc che nei giorni scorsi era dato per ‘incerto’: ‘Smentisco decisamente quel tipo di voci: io sono sempre stato con Casini, sin dai tempi dell’Udc e non cambio linea. Mi affiderò alle decisioni che verranno prese martedì mattina dal gruppo’. E Casini ha ribadito ieri che il suo sarà un ‘no’ a Berlusconi. Stesso discorso per l’Api di Francesco Rutelli. Lì i dubbi gravano sull’industriale Massimo Calearo, che i giorni scorsi aveva fatto capire di essere persino disponibile a diventare ministro dello Sviluppo economico: ‘Non ci interessa — spiega Pino Pisicchio — se Berlusconi chiederà o meno la fiducia: la decisione del gruppo sarà vincolante e chi non l’accetterà attuerà comunque uno strappo’. E mentre Raffaele Lombardo pronuncia discorsi sempre più autonomisti (‘io guardo a Udc, Api e Fli’), i finiani restano in mezzo ai due fuochi della maggioranza e dell’opposizione: il 29 voteranno ‘sì’ a Berlusconi e fino a quel giorno sarà difficile che, dopo la Sbai, qualcun altro passi al Pdl. Ma dopo potrà succedere di tutto. Perché dipenderà da come andrà a finire la vicenda della casa di Montecarlo”. (red)

 

 

5. Il Foglio: Politica del risentimento male della democrazia

Roma - Scrive IL FOGLIO: “Per quanto si faccia dello snobismo e ci si volti dall’altra parte, esercizio talvolta necessario, la politica del risentimento sta trionfando. Impiccata torvamente al carattere invece che alle idee, alle persone invece che ai partiti, alle variabilità dell’umore orgoglioso, fin troppo umano, piuttosto che alle canoniche virtù della prudenza istituzionale, la politica del risentimento dilaga e sfonda ogni possibile resistenza. Questo stato torbido non è un segno di salute per le istituzioni di una democrazia liberale. Da immoralista politico, non perdo la testa per le storie di tangenti personali, considero le sentenze giudiziarie esposte alle tecniche dell’asta dai tempi di Marziale epigrammista, ritengo sacro dovere del cittadino difendere la patria e finanziare la politica, e di una storia immobiliare minore a Montecarlo vedo solo il lato goffo, la spregevolezza psicologica, ma non mi ci giocherei le sorti della Repubblica. Non mi piace la corruzione, non mi piacciono i colpi bassi, rido di cuore di una Ferrari ben lavata, ma applico il mio disprezzo ai moralizzatori ipocriti e ai rinfocolatori di basse passioni con più decisione e con più allegria. Ci vorrebbe un richiamo autorevole al senso di realtà, un appello persuasivo, caldo, efficace allo scopo di ripristinare le condizioni della lotta politica. Spiace dirlo, ma l’establishment borghese che flirta con la sinistra, con i suoi portavoce come Mauro e Davanzo e Serra e gli altri tenori di Repubblica, non ha più autorità in merito.

L’hanno persa nella lunga rincorsa pornografica dei mesi scorsi. Hanno trattato con visceralità, estrema volgarità e timbro delegittimante chi aveva vinto le elezioni e promesso pragmatismo e pacificazione; hanno lavorato perché si saldasse nuovamente la congiura degli onesti, e così hanno creato le condizioni per un’atmosfera weimariana, in cui la democrazia diventa per grandi masse il sordido mercato o parco buoi in cui tutto è oggetto di scambio e nessuna promessa è tenuta per ferma, mentre la nazione freme di umiliazione e disonore. La democrazia non è messa in pericolo dal signor Valter Lavitola o dall’onorevole Italo Bocchino, protagonisti di un cartoon. I pericoli vengono dalla pulsione a rovesciare il risultato elettorale, da una inguaribile tendenza del partito dei galantuomini a marciare su Roma con mezzi giudiziari e mediatici. Nessuno di noi che lavoriamo con impegno dalla parte del male, vista la fragilità imparaticcia del bene, si augurava questo esito infelice e argilloso. Ma lo si era ben visto già nell’ultima campagna elettorale, e prima nella stentata vita del governicchio Prodi, e nella farragine senza senso in cui affonda l’opposizione, mentre la maggioranza dà nutrimento allo spirito di divisione che la possiede: ormai una parte del paese, ed è quella di maggioranza, vuole sentire rappresentato a tono solo e soltanto il proprio tifo, e in particolare il nero nulla che si annida in ogni stato d’animo fazioso, la noia esistenziale e il profondo schifo che suscitano gli altri in chi si senta attaccato nella propria identità e dignità, qualunque cosa queste due parole significhino per il cittadino Joe, per il campione del rancore sociale e politico che ormai occupa la scena senza rivali”. (red)

 

 

6. Ostellino: Perché Fini dovrebbe dimettersi

Roma - Scrive Piero Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA: “Col tempo, la vicenda Fini-Berlusconi è venuta ad assumere contorni sempre più surreali che le spiegazioni del presidente della Camera sull’appartamento di Montecarlo non contribuiscono a dissipare, ma ad accrescere. A conferire, inoltre, alla vicenda anche un pizzico di involontaria e paradossale ironia contribuisce la sortita di un avvocato vicentino secondo il quale l’appartamento sarebbe di proprietà di un suo cliente, tal Marco Tullio. Si potrebbe concludere, a questo punto e surrealtà per surrealtà, ‘(Marco Tullio) Cicero pro domo sua’, e chiudere il caso. Vale la pena, invece, di ricostruirne il cammino e di affidarsi al senso comune per spiegare lo stato in cui è precipitata la classe politica nazionale. In principio era la diversità di opinioni fra i due cofondatori del Popolo della libertà all’interno del partito. Un realistico senso della misura avrebbe dovuto suggerire ad entrambi di mantenere il confronto, e di cercare di comporlo, all’interno del Pdl. La vecchia Dc lo avrebbe fatto. Ma, con la condanna di Fini, il Pdl lo ha trasformato in un conflitto istituzionale fra il presidente della Camera e il presidente del Consiglio. Un errore, ma che, comunque, aveva ancora una qualche coerenza in quanto la diversità di opinioni già prefigurava una contrapposizione non solo fra personalità, ma fra ‘politiche’; e giustificava la richiesta di dimissioni di Fini da presidente della Camera in quanto incompatibile con la sua nuova veste di oppositore del governo.

Invece, da quel momento, soprattutto i media fiancheggiatori del capo del governo si sono fatti promotori della richiesta di dimissioni sulla base della (supposta) proprietà — del fratello della compagna di Fini — dell’appartamento di Montecarlo. Un caso ‘privato’ — interno alla vecchia Alleanza nazionale, divenutane proprietaria per eredità, e a chi ne sarebbe venuto in possesso — è diventato, così, un singolarissimo caso ‘politico’. Le dichiarazioni, non dovute, di Fini — sulla propria estraneità — confermano la surrealità di una vicenda che, da due mesi, è nelle prime pagine di due giornali e popola le cronache politiche. Dunque, se egli ne è davvero estraneo, allora, in punta di logica, egli non avrebbe nulla di che rimproverarsi, né sarebbe giustificata la richiesta di dimissioni. Perciò, non dovrebbe dimettersi. Ma le cose stanno davvero così? A me pare di no. Fini dovrebbe dimettersi da presidente della Camera non per la grottesca vicenda di Montecarlo, ma ‘perché ormai — come mi scrive un lettore — parte, protagonista/antagonista di e in un conflitto esacerbato e dichiarato, antipode della funzione di garanzia connessa al suo ruolo istituzionale’. Se un minimo di cultura politica e istituzionale avesse ancora cittadinanza in Italia, questo dovrebbe essere l’epilogo naturale del confronto nato, in seno al Pdl, con Berlusconi e tradottosi successivamente in un conflitto istituzionale. Dovrebbe. Se questo nostro Paese non fosse stato ridotto, nel frattempo, a una parodia di una ‘repubblica delle banane’ dalla sua classe politica. La cui insipienza ha individuato nell’inchiesta condotta da due giornali sulla casa di Montecarlo l’occasione per abdicare alla sua corretta richiesta di dimissioni per ragioni politiche e adottarne una, di natura ‘immobiliare’, che, allo stato delle cose, ha qualche difficoltà a reggersi in piedi”. (red)

 

 

7. Fini, tentazione dimissioni

Roma - Scrive LA STAMPA: “Per ora è un rovello, uno di quei pensieri che ronzano in testa, senza prendere concretezza. Il tarlo di Gianfranco Fini si riassume in una serie di domande. Che il leader di Montecitorio si è fatto l’altra sera assieme ai suoi più stretti collaboratori, prima e dopo aver registrato l’ormai celebre videomessaggio: ‘E se mi dimettessi io, autonomamente? Anche se non ho colpe, non sarebbe la prova provata di uno stile profondamente diverso da quello di Berlusconi? E a quel punto, non sarei più libero?’. Un rovello inferiore che potrebbe diventare una decisione, un annuncio clamoroso, spiazzante: le dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della Camera. Ma non perché il ‘cognatino’ il vero padrone della casa di Montecarlo, ma perché il quadro politico è cambiato dall’inizio della legislatura e un nuovo partito sta per spuntare all’orizzonte. Certo, il presidente della Camera non ha deciso ancora nulla. Ma in queste ore lo preoccupa sentire i suoi parlamentari inquieti sul da farsi. (...) Ma ci sono anche ragioni di convenienza che consiglierebbero la svolta. Certo, tenere uniti i parlamentari, ma soprattutto riprendersi la libertà di iniziativa politica, ‘decidendo in prima persona i tempi’ del redde rationem, ‘senza farsi logorare’. (...) Una tentazione che forse non diventerà mai realtà, ma che è stata alimentata da due giornate memorabili. Venerdì 23 e sabato 24 settembre; quelli che hanno preceduto il videomessaggio, sono stati due tra i giorni più difficili nella vita politica di Gianfranco Fini. La sfera privata e quella pubblica si sono intrecciate fino a stringersi in un nodo così soffocante da costringere il presidente della Camera a rinviare la registrazione del video-comunicato. (...) Ne è venuto fuori un messaggio segnato da toni di grande sincerità, insoliti nella politica italiana, ma anche l’immagine di un leader raggirato nella sua ‘buona fede’, come ha detto lo stesso Fini. La sensazione, diffusa tra i finiani, di un messaggio ‘dimezzato’, oltretutto pronunciato senza il piglio baldanzoso di Mirabello (‘Fini dimesso’, titolava a tutta pagina ‘II Tempo’, il più tradizionale quotidiano della destra romana) hanno indotto diversi colonnelli delusi a farsi sentire dal capo. E ha preso quota la suggestione del colpo d’ala”. (red)

 

 

8. Fli, duello interno sulla “ipotesi partito”

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “(...) Sembra insomma ancora apertissimo l’esito del confronto in atto nella maggioranza, ma lo è anche quello che si svolgerà nelle prossime ore dentro Futuro e Libertà. Perché è ormai evidente che nel gruppo convivono due anime, e non si sa per quanto ancora: l’ala più ‘dura’ del partito infatti — quella che fa riferimento a Bocchino, Briguglio, Granata, Perina, lo stesso Della Vedova —, che peraltro è la più pessimista sulle intenzioni del premier (‘Vuole il sangue... ‘, è l’opinione prevalente), ritiene che non si debba ‘far finta — parole di Granata — che non sia successo niente: noi ci siamo bruciati la nave alle spalle, non c’entriamo più nulla con il Pdl, dobbiamo portare avanti il nostro progetto con le nostre convinzioni’, anche se significasse arrivare allo scontro su provvedimenti cari a Berlusconi. L’altra ala, quella dei moderati — formata da esponenti al governo come Ronchi, Viespoli, Menia, ma anche da presidenti di commissione come Moffa — auspica invece una ricomposizione (ovviamente onorevole e rispettosa del ruolo di Fini) ma con aperture da parte di Fli che rendano più facile siglare la pace. E, soprattutto, con ‘la messa al bando — dice una delle "colombe" — delle posizioni dei pasdaran che hanno portato anche Fini a sbattere al muro che lo ha costretto al videomessaggio di sabato, approfittando del suo difficile momento privato per le proprie ambizioni personali’. Il clima insomma è teso, e lo sbocco della crisi imprevedibile. Anche per questo sulla costituzione del partito Futuro e Libertà è tutto uno stop and go di dichiarazioni: i moderati frenano, ma da Bocchino a Della Vedova fino a Granata spiegano che ‘il movimento è ormai una cosa che c’è, esiste’, non avrà una struttura tradizionale ma già fa riferimento a quei circoli di Generazione Italia che stanno sorgendo e che diverrebbero lo strumento operativo in caso di voto anticipato. Che ‘non ci spaventa — assicura Della Vedova —: parlando brutalmente, noi siamo pochi e saremo tutti rieletti, gli amici del Pdl dubito. E poi, sono sicuri che vincerebbero?’”. (red)

 

 

9. Bocchino: Il Cavaliere ascolti Letta

Roma - Il CORRIERE DELLA SERA pubblica la seguente intervista al finiano Italo Bocchino: ‘No, guardi, mi creda: per noi la vicenda della casa di Montecarlo è chiusa qui’. Onorevole Italo Bocchino, questo lo ha già detto alle agenzie di stampa. ‘Non le basta? Allora le aggiungo che, per quanto ci riguarda, da un lato è un problema del signor Tulliani e dall’altro di chi ha strumentalizzato questa vicenda’. Così è piuttosto facile: in realtà, Fini ha ammesso, dopo lunghe settimane, di non essere per nulla sicuro di ciò che afferma suo cognato, Giancarlo Tulliani. Mentre lei, onorevole Bocchino... ‘Io cosa?’. Lei, appena giovedì scorso, ad Annozero, da Michele Santoro, ancora sembrava piuttosto certo dell’estraneità di Tulliani. ‘No no... ricorda male’. Non credo. ‘E invece sì’. Mi spiace: ma ricordo bene. ‘Ricorda male. Infatti quanto ho sostenuto ad Annozero è ancora validissimo’. Ne è sicuro? ‘Allora, io sostenevo due cose. La prima: il documento che coinvolge il signor Tulliani arrivato da Saint Lucia è frutto di un’operazione di dossieraggio, a cui ha lavorato Valter Lavitola, amico personale di Berlusconi, tanto amico da averlo accompagnato, nel giugno scorso, in Sudamerica, e da essere ricevuto poi a Palazzo Grazioli venerdì mattina, poche ore dopo il mio intervento ad Annozero’. Lei parla di dossieraggio perché è ancora convinto... ‘È il punto due del mio ragionamento: intanto il documento è anomalo, irrituale. Da Saint Lucia giunge poi a un giornalista in Honduras, che lo fa avere a due giornali di Santo Domingo. I quali, pur essendo in concorrenza, pubblicano lo stesso articolo. Segnalato, in Italia, al sito Dagospia e ripreso, infine, dai giornali ...’.

Questa è la cronaca dei fatti, onorevole. Ora c’è Fini che sostiene di non fidarsi del cognato. ‘Senta, i dubbi possiamo averli anche noi...’. Beh, onorevole, allora scusi se insisto: però lei e Briguglio, fino all’altro pomeriggio, avete sostenuto di avere elementi solidi per dire che Tulliani fosse estraneo alla vicenda... ‘Eeeh... Mi ascolti: ammesso che ci sia lui dietro le società off-shore, per me, per noi l’azione grave è quella di dossieraggio attuata per danneggiare l’immagine di Fini’. Fini ha ammesso una sua possibile ‘leggerezza’. ‘Fini, in modo anglosassone, si è assunto tutte le sue, eventuali responsabilità’. Nei Paesi anglosassoni i leader non spediscono video-messaggi. ‘Ah no? E che fanno?’. I leader anglosassoni si lasciano intervistare dai giornalisti. ‘Non era previsto un interrogatorio di Fini, ma un suo chiarimento. Abbiamo fatto una scelta di marketing, scegliendo lo strumento più moderno’. Perché Fini ha atteso tanto per ammettere di non essere certo dei comportamenti di Tulliani? ‘Perché non immaginava che un fatto di piccola importanza, su cui anche lui poteva già avere dei sospetti, portasse a questa violentissima offensiva mediatica da parte dei giornali che fanno riferimento a Silvio Berlusconi’. Comunque sorprende che un cognato trentenne possa risultare così ingombrante per il presidente della Camera. ‘Beh, adesso, dopo tanti titoli e titoloni da guerra, è piuttosto automatico e facile pensare una cosa del genere...’.

È vero che Tulliani, fino all’ultimo, nella notte tra venerdì e sabato, ha chiesto a Fini di essere coperto? ‘No. Assolutamente no. Lui a Fini ripeteva: ‘Mi chiedi la verità? E io ti dico: non sono io il proprietario di quella casa, e in più ho anche un regolare contratto di affitto’’. Parole che a Fini, comprensibilmente, non sono bastate. Quali sono, attualmente, i rapporti con il cognato? ‘Diciamo che Fini è molto arrabbiato con tutta la situazione’. Berlusconi, osservando il video-messaggio di Fini, avrebbe ironizzato, sostenendo che sembrava di vedere Scajola. ‘Berlusconi, evidentemente, non ha saputo apprezzare il grande elemento di novità introdotto da Fini, il quale ha detto di aspettare che la magistratura faccia il suo corso, senza sostenere, a differenza di qualcun altro, che i magistrati sono pazzi o, nel migliore dei casi, corrotti’. Mercoledì prossimo, in aula, sarà dura. ‘Mancano due giorni. E due giorni sono tantissimi, in una situazione di questo tipo. È una questione di numeri, no? Beh, mercoledì vedremo quali sono quelli veri, autentici’. Alcuni osservatori temono che la partita tra Fini e Berlusconi, e quindi la sopravvivenza del governo, possa volgere alle sue fasi conclusive. ‘L’esito di questa partita non dipende da noi’. E da chi? ‘Da Berlusconi. Se va avanti con la guerra, è chiaro che crolla tutto. Se invece decide di dare ascolto a Gianni Letta...’”. (red)

 

 

10. Cicchitto: Intesa su riforme per continuare legislatura

Roma - Il CORRIERE DELLA SERA intervista Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera: “‘Vediamo se ci sono le condizioni per andare avanti. Per procedere però non basta superare la prova del 29 e del 30 settembre. Occorre abbandonare la fase della guerriglia. Gli "squadristi mediatici" che hanno messo in crisi anche il Pdl, dovranno interrompere il lancio dei loro missili e allo stesso tempo dovremo trovare un’intesa politico-programmatica per fare le riforme, solo così la legislatura potrà arrivare alla naturale conclusione’. Il giorno dopo il video messaggio di Gianfranco Fini, Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Popolo della libertà a Montecitorio, si mostra interessato alla proposta finale del presidente della Camera, a quel ‘smettiamola con il gioco al massacro e poi vediamo’. È davvero convinto che cesseranno le polemiche? ‘Lo stesso Gianfranco Fini, nel suo intervento, ha smentito i suoi pasdaran. Dopo giorni e giorni durante i quali quelli usavano i vocaboli "patacca" e "bufala", riferiti alla vicenda della casa di Montecarlo, e attaccavano i Servizi, lui non ha ripetuto quelle parole. Anzi, ha legato alla soluzione della vicenda la sua permanenza alla presidenza della Camera’. Ma se gli scambi continueranno che cosa succederà? ‘Ripeto: è indispensabile che non ci si trovi davanti a un fuoco di dichiarazioni perché è del tutto evidente che nessuno regge a questo bombardamento mediatico. Se riprende il gioco al massacro si va a finire male, indipendentemente dal caso del signor Giancarlo Tulliani’. (...) Questo, però, riguarda il passato. E il futuro che cosa prevede? ‘Occorre che, oltre a una cessazione dell’attività dei pasdaran, si realizzi un’intesa politico-programmatica in Parlamento. E a questo proposito prendiamo in parola l’invito di Fini, contenuto nella frase finale del suo messaggio via internet. Bisogna, quindi, evitare di fare l’ennesimo favore alla sinistra, la quale confida solo nelle contraddizioni del centrodestra perché al momento non ha alcuna carta da giocare. È al livello minimo di credibilità nel Paese, non ha un’alternativa programmatica ed è attraversata da pesanti contraddizioni’ (...)”. (red)

 

 

11. Dalla parte di un elettore

Roma - Angelo panebianco firma il seguente editoriale sul CORRIERE DELLA SERA: “Con la verifica parlamentare del 29 settembre il governo cadrà oppure sopravviverà senza che gli italiani che non siano addetti ai lavori abbiano avuto la possibilità di capire le autentiche ragioni della crisi politica in atto. È difficile che gli elettori del centrodestra, questioni di case a parte, abbiano davvero compreso quali siano i motivi della rottura fra Berlusconi e Fini. Così come, d’altra parte, è improbabile che gli elettori del centrosinistra siano stati in grado di spiegarsi i perché dello scontro (poi provvisoriamente rientrato) fra Veltroni e Bersani. Nei primi anni Settanta, ai tempi della Dc, la politica italiana era giudicata incomprensibile dall’allora segretario di Stato americano Henry Kissinger. Lo era anche per tanti italiani. E le cose non sono molto cambiate. Perché la politica italiana è così poco trasparente per gli elettori? Perché, in democrazia, il grado di trasparenza, di comprensibilità della politica, è inversamente proporzionale al numero di fazioni presenti nell’arena. Nei casi (storicamente rari) dei sistemi bipartitici, la politica è una attività relativamente trasparente: ci sono due sole fazioni in gara per la conquista del governo e gli elettori sanno, almeno per grandi linee, che cosa comporti la vittoria dell’una o dell’altra. Nei sistemi multipartitici, per contro, la politica è un gioco più complicato, più difficile da decifrare. Ma ci sono gradazioni. Più il sistema multipartitico è frammentato (più alto è il numero di fazioni) meno ci si capisce. Sul numero delle fazioni incidono molte cose ma la più importante è il sistema costituzionale.

Molto dipende dal grado di dispersione o di concentrazione del potere che le istituzioni democratiche favoriscono. Dove il potere è più concentrato (nelle mani di un premier come in Gran Bretagna o di un Presidente come in Francia) e il governo è il vero ‘comitato direttivo’ del Parlamento, la frammentazione è contenuta. In questo caso, non c’è solo più efficienza nell’azione dell’esecutivo, c’è anche maggiore capacità degli elettori di comprendere cosa stia bollendo nella pentola della politica. Il nostro è sempre stato un sistema democratico con tante fazioni e tanti poteri di veto sulle azioni dei governi. A causa delle circostanze storiche in cui esso nacque, perfettamente rispecchiate in un testo costituzionale che non contiene antidoti contro la frammentazione. Quando, nei primi anni Novanta, crollò il sistema partitico sorto con le elezioni del ‘48, si aprì una finestra di opportunità: iniziarono gli sforzi per passare da un sistema politico ad alta diffusione del potere ad un altro ove il potere fosse più concentrato. Il cambiamento della legge elettorale, l’adozione di un sistema maggioritario imperfetto, fu il primo passo in quella direzione. Il secondo passo fu la scelta dell’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione e di provincia. Poi il cammino si interruppe.

Non ci fu mai quella riforma della Costituzione che avrebbe dovuto coronare e stabilizzare per sempre il passaggio da un sistema democratico frammentato, con poteri dispersi, ad uno più coeso. L’ingresso in politica di Silvio Berlusconi diede ad alcuni la speranza, e ad altri il timore, che quella concentrazione del potere che era impossibile attraverso una revisione costituzionale lo fosse per via politica. Berlusconi, dividendo il Paese in due, e utilizzando risorse extraistituzionali (carisma, ricchezza personale, televisioni), diede la falsa impressione che un processo irreversibile di ricomposizione fosse in atto. Ma era solo apparenza, un’illusione. Che si dissolverà del tutto quando Berlusconi uscirà di scena. La frammentazione non è scomparsa e, con essa, e grazie ad essa, nemmeno la scarsa comprensibilità della politica italiana. D’altra parte, la dispersione del potere avvantaggia molti. Dove esistono tante fazioni e tanti poteri di veto, ogni detentore di rendite piccole o grandi sa di essere più protetto contro l’azione del governo. C’è sempre qualcuno, qualche fazione, a cui ci si può rivolgere per bloccare decisioni sgradite. La frammentazione rende la politica debole, tutela e garantisce lo status quo, rende difficili i cambiamenti che potrebbero fare bene al Paese ma male a certi interessi costituiti. Chi preferisce, e in questo Paese sono in tanti, un’eccessiva dispersione del potere, attribuendole virtù che non possiede, scambiandola per la variante italiana del meccanismo democratico dei pesi e contrappesi, ha il diritto di farlo. Ma non ha il diritto di lamentarsi se poi la politica risulta incomprensibile”. (red)

 

 

12. L’opposizione di Santa Lucia: Nostro governo chiarisca

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: Una complicazione politica e un intreccio oscuro. La prima: il principale partito d’opposizione di Santa Lucia annuncia che farà ‘di questa storia un caso politico’ e che chiederà ‘al primo ministro Stephenson King di collaborare con il governo italiano e pubblicare i documenti quando l’inchiesta sarà chiusa’. La seconda: dal ginepraio di carte, nomine e società del caso Montecarlo emerge un dettaglio finora rimasto nell’ombra. E cioè che le due società (Corporate Management St. Lucia e Corporate Management Nominees) che controllano la Printemps e la Timara (coinvolte nella compravendita dell’appartamento monegasco) sono le stesse che controllano anche una holding del gruppo Atlantis di Francesco Corallo, figlio del latitante catanese Gaetano (legato al boss di Cosa nostra Nitto Santapaola), amico del parlamentare pdl Amedeo Laboccetta e titolare di diversi casinò nelle isole caraibiche. L’uomo che tiene assieme tutti i fili di questi legami si chiama James Walfenzao, consulente finanziario di Montecarlo, Miami, Santa Lucia, e nome ricorrente nelle carte che riguardano la casa dello scandalo italo-monegasco. È di tutta questa complicatissima rete di affari e finanza che si sta occupando l’inchiesta del ministro della Giustizia di qui, Lorenzo Rudolph Francis.

E da oggi sul tavolo del ministro c’è un problema in più: le richieste dell’Organization for National Empowerment (One), il maggior partito d’opposizione, che per voce del suo presidente, Peter Alexander, fa sapere di volersi occupare della vicenda fino a quando le indagini non saranno chiuse. ‘È chiaro che essere immischiati in uno scandalo del genere, arrivato fin qui rumorosamente attraverso la stampa internazionale, non fa bene alla nostra isola. Non va bene per gli investimenti e tantomeno per gli investitori. Ci danneggia economicamente. Quindi chiederemo al nostro governo di chiarire fino in fondo questa storia, di capire da dove vengono i soldi, quali sono i flussi finanziari. E che collabori con il governo italiano, ovviamente. Se c’è stata una mancanza di trasparenza, se qualcuno ha fatto qualche passo falso pagherà’. Peter Alexander non ha mai lontanamente pensato che il documento riservato fra il ministro della Giustizia e il premier di Santa Lucia, finito sulla stampa caraibica, possa essere un falso. Il suo Guardasigilli dice che il sistema di comunicazioni si è dimostrato vulnerabile per via della fuga di notizie: ‘Io dico che il problema non è come una carta finisca su un giornale. Semmai capire se è vera, e mi pare che in questo caso sia stato dimostrato che è autentica. Come ha spiegato il ministro, ci sono dei documenti che collegano Santa Lucia al vostro scandalo italiano e io credo che siano affidabili’. Quello che oggi Peter Alexander chiederà al presidente del Consiglio è di accelerare: ‘Siamo troppo lenti. L’inchiesta deve far luce su questa vicenda il prima possibile perché ogni giorno in più è un danno in più per la nostra economia. Ci vuole la massima trasparenza e io credo che sia giusto anche pubblicare le carte quando le indagini saranno concluse’”. (red)

 

 

13. Giustizia, il Pdl vuole accelerare

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “‘Un Berlusconi senza processi è il mio obiettivo e lo dico contro i miei stessi interessi perché non avrebbe più bisogno di un avvocato’. Scherza dal palco della Festa delle Libertà, il parlamentare e difensore del premier Niccolò Ghedini. Ma neanche troppo, perché aggiunge che grazie al continuo attacco a Berlusconi i magistrati possono continuare a godere dei loro privilegi da casta. A dargli manforte ieri a Milano, c’erano il ministro delle Giustizia Angelino Alfano, Francesco Pionati, segretario dell’Alleanza di Centro, Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia e indagato nell’inchiesta sulla P3, Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia del Senato. A guidare il dibattito il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. ‘Abbiamo una magistratura straordinariamente forte - ha sostenuto Ghedini - alla quale non dispiacciono i processi a Berlusconi perché consentono di gridare al golpe e mantenere lo straordinario potere che i giudici hanno in questo Paese’. Il cancro del sistema - a giudizio dell’avvocato di fiducia di Berlusconi - sta nell’enorme libertà e nell’autoreferenzialità di cui godono i magistrati. ‘Sono l’unico potere che si autogiudica, sono fuori controllo’ e per questo ‘bisogna riformare la magistratura attraverso una riforma costituzionale, basta trattare’. L’attacco mira direttamente al Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno delle toghe. Per Ghedini non funziona, perché non funzionano i magistrati. Da qui deve partire la riforma della Giustizia. ‘Non è possibile che i magistrati non siano mai puniti per i loro errori. Berlusconi aveva ricevuto un avviso di garanzia nel ‘94 a Napoli e dieci anni dopo è stato assolto perché il fatto non sussiste.

La stessa cosa è accaduta in questi giorni a Vittorio Emanuele’, ha detto Ghedini, aggiungendo che nessuno ha pagato per questi errori. ‘Il Csm - ha proseguito - apre pratiche solo a tutela dei colleghi quando Berlusconi osa criticare un magistrato’. Per l’avvocato del premier, è tempo di fare le riforme, altrimenti è meglio andare a casa: ‘Nel 2013 non potremo certo dire che abbiamo trattato al nostro interno. Non è più tempo di trattare. Va fatta la riforma, punto e basta’. E la pensa così anche Alfano: ‘Noi siamo stati chiamati dal popolo per fare le riforme, altrimenti è meglio tornare al voto’. Sul tavolo ci sono la legge sulle intercettazioni, quella sul processo breve e il lodo Alfano-bis. ‘Ogni volta che si propone qualcosa in tema di giustizia, la sinistra dice che è un favore a Berlusconi’ ha ribadito Alfano, puntando il dito contro i veri mali del sistema italiano: nove milioni di processi pendenti, i mafiosi con l’avvocato di Stato e 28 milioni di notifiche consegnate a mano. ‘Noi non vogliamo questa giustizia’, ha detto Alfano. Il nocciolo vero resta la riforma costituzionale: ‘Non è possibile che il giudice e il pm facciano lo stesso concorso, bevano il caffè insieme, si diano del tu, mentre questo non è concesso all’avvocato, cioè al cittadino’. Per il ministro, bisogna creare parità tra accusa e difesa. Dall’opposizione, il responsabile Giustizia del Pd, Andrea Orlando, contrattacca: ‘Quando Ghedini e Alfano parlano di riforma della giustizia, non ci si può che preoccupare. Gira e rigira, l’unica riforma che hanno in testa è quella per cancellare i processi a Berlusconi’. (red)

 

 

14. Pd, Veltroni: Il leader c’è, è Bersani

Roma - “Adesso è qualcosa più di una tregua – scrive LA REPUBBLICA -. Adesso l’effetto del documento dei 75 che aveva terremotato il Pd sembra superato. ‘La leadership del Partito democratico c’è e si chiama Pier Luigi Bersani’, dice Walter Veltroni nella trasmissione "In 1/2 ora". ‘La discussione politica va avanti - spiega l’ex segretario - si confrontano opinioni diverse, si esprime un disagio che secondo me esiste e si sta manifestando. Ma il leader non è in discussione. Per me non è all’ordine del giorno il tema di un cambiamento. Bersani è il mio segretario, ha tutta la mia solidarietà per il lavoro che ha fatto, e il mio impegno unitario’. Questa pace non spinge Veltroni a dichiarare fin da oggi un sostegno a Bersani per la corsa a Palazzo Chigi. ‘Le elezioni sono tra tre anni. Non mi impegno sui nomi’. L’impegno è sul partito, sulla sua capacità di innovazione, di riformismo. Su questo proseguirà il lavoro di chi ha firmato il documento dei 75. E a Rosy Bindi che oggi dice ‘il discorso del Lingotto non mi piacque neanche nel 2007’ risponde: ‘Non voglio incrinare l’unità del partito. Ma penso ancora che quella sia la base di un partito riformista’. Unità che Casini non riesce a vedere: ‘Mi sembrano in stato confusionale’.

Un altro autore del documento, Beppe Fioroni, ha riunito a Orvieto gli amministratori locali ex popolari che si riconoscono nelle sue posizioni. È l’occasione che per dire che da questa area ‘non verrà mai nessun proposito di scissione, chi lo sostiene bestemmia’. Semmai, spiega Fioroni, con l’iniziativa dei 75 ‘abbiamo rimotivato la nostra gente, l’elettorato moderato e cattolico che per la stragrande maggioranza sta con noi’. All’assemblea di Orvieto c’erano sindaci, consiglieri, presidenti di provincia da tutta Italia. ‘Da noi Bersani non avrà mai il problema di finire in un indistinto gelatinoso. Diamo voce a una parte forte della società, vogliamo tenerla dentro il Partito democratico’. E il segretario accetta le strette di mano: ‘Per l’amor di Dio, non esiste alcun rischio scissione’. A Milano Marittima la Bindi ha riunito l’associazione Democratici davvero, ha ospitato Bersani e ha preso di mira la nuova alleanza siciliana, dove il Pd è entrato nella maggioranza di Raffaele Lombardo. Bersani la sostiene, la presidente del Pd reagisce: ‘Lombardo è un personaggio su cui pendono interrogativi politico-giudiziari molto seri. Lui appartiene a quella prima Repubblica che ha preparato il disastro di questi anni’. Arturo Parisi, che parla di ‘capriole’, è contrario allo stesso modo. E vuole vedere gli effetti del Lombardo quater sulle logiche romane: ‘Non si capisce se il Pd ha aderito per i risultati virtuosi ottenuti da un governatore che due anni fa avevamo dipinto come il maestro del clientelismo - dice con un filo di ironia - . Qualcuno deve spiegare cosa c’è sotto’”. (red)

 

15. Montezemolo contro Bossi: Corresponsabile dei fallimenti

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Contro il Senatur che ha bollato il convegno confindustriale di Genova buono solo a produrre chiacchiere, scende in campo ItaliaFutura, la fondazione di Luca di Montezemolo che da un anno a questa parte è impegnata a fare le pulci al governo e alla politica in genere. ‘Ha ragione Bossi — scrivono sarcasticamente Andrea Romano e Carlo Calenda — è più facile parlare che agire e infatti in questi 16 anni la Lega ha combinato ben poco, dubitiamo infatti che i suoi elettori lo abbiano mandato in Parlamento per difendere Cosentino o Brancher’. L’editoriale dei due animatori della fondazione montezemoliana è breve ma al fulmicotone. ‘Ha ragione Bossi — continuano — in Italia e nella sua Padania immaginaria la chiacchiera va per la maggiore ma delle parole a vanvera di una classe politica screditata gli italiani ne hanno piene le tasche, in particolare quegli italiani che, al contrario di Bossi, tengono in piedi il Paese con i fatti e non con le parole’. Alla due giorni genovese il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia aveva messo nel mirino l’esecutivo e la maggioranza spiegando che gli italiani ‘hanno perso la pazienza’ e rilanciato un patto sociale con il mondo produttivo per stimolare la crescita. L’apertura verso la Cgil e i segnali di un clima nuovo tra imprese e sindacati riconosciuto dalla stessa Marcegaglia sono passati in secondo piano e il Senatur se l’è presa con gli imprenditori con una delle sue solite battute tranchant. Montezemolo, ex presidente di Confindustria, ha così deciso di scendere in soccorso della Marcegaglia mettendo in soffitta i non pochi screzi che hanno diviso i due in questi ultimi due anni.

Oggi, sul sito della fondazione ItaliaFutura ci sarà infatti un articolato intervento per sostenere la svolta di Genova, uno ‘snodo importante e decisivo’ per rilanciare la produttività, superare il precariato, normare lo strappo di Pomigliano. Come era già accaduto prima di Ferragosto, quando un altro editoriale di ItaliaFutura aveva messo sotto torchio la politica degli ultimi 15 anni elencando tutte le riforme mancate, anche ieri le reazioni non sono mancate amplificando forse a dismisura l’obiettivo di quelle quindici righe apparse su un sito. Per il viceministro Roberto Castelli ‘Montezemolo fa parte di quella categoria di imprenditori che con i governi di centrosinistra ha fatto ottimi affari che non riesce più a fare’. Ancora meno sottile la reazione del senatore leghista Piergiorgio Stiffoni: ‘La gente ne ha piene le scatole di pseudo industriali, di una Confindustria che si comporta come una quarta carica dello Stato e di Montezemolo, ormai un re nudo. Il popolo, il nostro popolo, è il motore del cambiamento contro chi vuole un Paese morto’. In questa atmosfera un po’ surreale di caccia alle streghe a dar manforte ai leghisti è arrivato il ministro della Difesa Ignazio La Russa che ha invitato il presidente della Ferrari a scendere nell’arena della politica. ‘Dov’è la novità? — ha risposto La Russa — semmai ci sarà quando Montezemolo si candiderà e si misurerà con i voti, vedremo quale sarà il suo consenso’. Divertiti ma anche preoccupati i dirigenti di ItaliaFutura. ‘Possibile che non possiamo esprimere un concetto o una critica senza dover scendere in politica? L’arroganza di questa classe politica è insopportabile’”. (red)

 

 

16. Ior, il Papa conferma stima e fiducia a Gotti Tedeschi

Roma - Riporta LA STAMPA: “Alla vigilia dell’interrogatorio in procura il Papa ‘benedice’ il capo dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi. Un saluto, la consegna di un libro, un baciamano: breve colloquio ieri al termine dell’Angelus tra Benedetto XVI e il presidente della banca vaticana indagato per violazione delle norme antiriciclaggio. Il primo incontro con il Papa dall’avvio dell’indagine, spiegano in Curia, rappresenta ‘un gesto ad elevato valore simbolico che esprime vicinanza, stima e fiducia’ da parte del Pontefice per il banchiere scelto apposta per dare trasparenza all’Istituto Opere Religiose e chiudere per sempre l’era degli scandali (da Sindona-Calvi-Marcinkus alla maxi-tangente Enimont). Una ‘grande serenità’ ha caratterizzato il ‘vis-à-vis’ a Castel Gandolfo, in linea con la ‘piena collaborazione’ assicurata dalla Santa Sede all’inchiesta in corso. Gotti Tedeschi, che già martedì era stato in Banca d’Italia, ha rinunciato agli scudi giudiziari del Vaticano e in settimana vedrà gli inquirenti ‘in conformità alla trasparenza voluta da Benedetto XVI e nello spirito di proficua cooperazione con le autorità italiane’, sottolineano in Segreteria di Stato. Con la nomina del nuovo presidente (che si stupisce per le ‘attenzioni a dir poco sorprendenti’ che gli vengono rivolte da un anno), lo Ior ha avviato una serie di contatti e procedure per adeguare la propria gestione alle norme internazionali sulla ‘white list’. Nel nuovo corso della banca vaticana, infatti, cresce il sospetto che qualcuno Oltretevere soffi sull’inchiesta per boicottare la ‘glasnost’ imposta dal Papa alla gestione finanziaria della Chiesa.

Ieri Gotti Tedeschi, prima del chiarimento in procura, ha assistito con la moglie Francesca all’ultimo Angelus da Castel Gandolfo (venerdì il Papa rientrerà in Vaticano) e, al termine dei saluti ai pellegrini, lontano dalle telecamere, si è messo in fila per il baciamano. Ha consegnato al Pontefice il suo libro ‘Denaro e paradiso’, un testo che è ‘simbolo’ di un modo ‘etico’ di fare banca e anche dello stretto legame tra Gotti Tedeschi e il vertice della piramide vaticana. Di fronte all’inchiesta la Segreteria di Stato, l’Osservatore Romano e la Sala stampa vaticana concordano: ‘Si è trattato solo di un malinteso’ che verrà chiarito quanto prima’. Gotti Tedeschi e il suo braccio destro Cipriani saranno sentiti nei prossimi giorni. E se prima di quell’appuntamento mancava solo la ‘benedizione’ del Papa, ora c’è stata anche quella. ‘È evidente che si è trattato di una attestazione di stima e fiducia - commentano in Vaticano -. Un modo per sottolineare pubblicamente, a soli cinque giorni dalla notizia dell’indagine avviata dalla Procura di Roma, la vicinanza e il sostegno da parte del Pontefice all’economista e banchiere scelto pochi mesi fa per guidare l’Istituto Opere religiose in un percorso di totale e irreversibile trasparenza’. Una trasparenza che forse, ‘non è bene accolta da tutti’. Ufficialmente in Curia si ribadisce ‘sorpresa e perplessità’ per l’iniziativa dei magistrati giunta peraltro a fronte di un rapporto ‘costante e cordiale’ tra i vertici dello Ior e la Banca d’Italia. Intanto Gotti Tedeschi si dichiara ‘tranquillissimo’: nessun dubbio sul fatto che ‘l’equivoco sarà chiarito non appena ci sarà l’opportunità’. Il mandato di bonificare la banca d’Oltretevere è ‘più che mai valido’. Nessuno scollamento, dunque, anzi ‘un forte segnale di fiducia del Pontefice verso una persona rispettabile’, precisano nei Sacri Palazzi. L’asse di ferro tra Gotti Tedeschi e Bertone (presidente della vigilanza-Ior) non teme polpette avvelenate né colpi di coda dei ‘nemici della purificazione’”. (red)

 

17. Unicredit, si tratta sull’ad. Rampl a consulto dai soci

Roma - Scrive LA STAMPA: “Le fondazioni e gli altri soci lavorano senza sosta per sostituire in Unicredit l’ex ad Alessandro Profumo. Le riflessioni proseguono con il presidente, Dieter Rampl, unico soggetto chiamato a sciogliere i nodi e a trovare una soluzione condivisa tra gli azionisti. Già oggi sono in programma riunioni e consigli delle fondazioni Crt, Cassamarca e Cariverona. Mentre domani Rampl vedrà i dirigenti sul progetto delle Banca Unica, il cui calendario va avanti come da programma. Poi giovedì il cda a Varsavia, in cui l’istituto dovrà rispondere ai rilievi posti dalla Bankitalia sugli effetti che può avere sulla governance la presenza dei libici nel capitale di Unicredit. Il consiglio potrebbe essere l’occasione per dare il via al dopo Profumo e scegliere un nuovo capo azienda. Su Piazza Cordusio è acceso peraltro il faro di Bankitalia che chiede una soluzione rapida e una governance con ‘un assetto stabile e coerente’. L’impasse resta, per ora non risulta convocato alcun comitato nomine, ma dovrebbe essere convocato prima di giovedì. Non si arresta, intanto, il toto-nomine, con il deputy ceo Roberto Nicastro sempre più accreditato come futuro direttore generale. Ma per il manager 45enne, che conosce bene il gruppo ed è apprezzato dal mercato, non si esclude anche la promozione come ad. Tra gli interni piace anche Federico Ghizzoni, da trent’anni nel gruppo con incarichi in Italia e all’estero. Sul fronte esterno resta alta l’attenzione sul banchiere d’affari di Bofa-Merrill Lynch, Andrea Orcel, che si è già incontrato con il vice presidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona e col presidente di Cariverona, Paolo Biasi”. (red)

 

 

18. Fiat a cena con le tute blu Usa, rabbia di Fiom

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Qualche incontro ‘carbonaro’ con i sindacati italiani potrebbe esserci, anche se il protocollo ufficiale non lo prevede. Sta di fatto che appena si è diffusa la notizia che da oggi a giovedì sarà in Italia, a parte la parentesi in Polonia di mercoledì, la delegazione del sindacato americano Uaw guidata dal neopresidente Bob King, la Fiom e le altre sigle metalmelmeccaniche stanno cercando il contatto ravvicinato con i colleghi di Detroit. Certo è, comunque, che alla cena di questa sera a Torino nella palazzina Fiat del Lingotto, davanti a piatti e vini rigorosamente italiani, a discutere con Sergio Marchionne e i suoi manager saranno solo King e gli altri sindacalisti americani. Doppio, infatti, lo scopo della visita della delegazione Uaw: quello nella veste di azionista della Chrysler con il 55%, in attesa di diminuire gradualmente il loro peso; e quello di verificare personalmente come si produce in alcuni degli impianti Fiat italiani (Mirafiori, Cassino e Verrone, quest’ultimo nel Biellese), nonché a Tychy, in Polonia. I sindacalisti italiani, esclusi dagli incontri ufficiali, dovranno accontentarsi di in­seguire i colleghi americani in queste giornate ricche di appuntamenti. La Fiom, in particolare (ad agitarsi sarebbe soprattutto il coordinatore auto Enzo Masini), muore dalla voglia di chiedere a King e soci come è possibile che riescano ad andare d’accordo con Marchionne e vedere tutto rosa, mentre in Italia - almeno dal punto di vista del leader Maurizio Landini e delle sue tute rosse - il capo della Fiat (e della Chrysler) è diventato il vero nemico degli operai.

Un’importante occasione d’incontro tra sindacalisti italiani e americani è programmato comunque per l’8 e il 9 novembre prossimi a Detroit, in occasione del vertice mondiale delle organizzazioni metalmeccaniche. Sul tavolo della discussione le ristrutturazioni in corso nel mondo dell’auto e la necessità di maggiori sinergie tra le rappresentanze dei vari Paesi. ‘Quello a cui stiamo lavorando - spiega Bruno Vitali, segretario nazionale della Fim - è la realizzazione di una sorta di “Patto Atlantico” tra noi e i colleghi della Chrysler. Dopo il via allo scorporo del gruppo Fiat, tra noi e gli americani è necessario lavorare a contatto di gomito’. Questa mattina, intanto, Marchionne interverrà a Roma all’assemblea generale dell’Anfia. La relazione del top ma­nager seguirà quella di Eugenio Razelli, presidente della filiera italiana dell’automotive, il quale toccherà diversi nodi: la crisi del mercato, lo spostamento degli interessi dei co­struttori in Cina e nei Paesi low cost e la necessità che il governo assicuri risorse alla ricerca (in stand-by sono ancora 196 milioni destinati all’abbattimento delle emissioni di CO2). Spetterà quindi a Marchionne fare il punto sul complesso percorso di Fabbrica Italia e spie­gare nuovamente l’importan­za della divisione in due del gruppo Fiat. Il governo sarà rap­presentato da Adolfo Urso, vi­ceministro allo Sviluppo economico. Inutile dire che Mar­chionne lo punzecchierà sulla diatriba Italia-Corea”. (red)

 

19. Via al nuovo piano incentivi per moto e banda larga

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Le risorse per gli incentivi, stanziate questa primavera, sono state spese solo a metà. Ma ora potrebbero essere ridistribuite verso quei settori come i motocicli e la banda larga i cui benefici sono già tutti esauriti. Dei 300 milioni a disposizione, ne sono stati erogati solo il 58%. Per motocicli, nautica e macchine agricole i fondi sono già esauriti, vicino all’en plein anche il comparto delle cucine componibili: sono stati spesi l’83% dei 60 milioni disponibili per comprare 71mila cucine. Meno gettonati gli elettrodomestici, dove resta da spendere più di un terzo dei 50 milioni stanziati. In alcuni settori, almeno finora, le richieste sono state scarse: per l’efficienza energetica industriale, è stato utilizzato lo 0,21% de1 10 milioni a disposizione; per le gru a torre il 14% su 40 milioni e per gli immobili ad alta efficienza energetica il 21% di 60 milioni. E allora che fare delle somme stanziate e non ancora erogate? Rispondendo ad una interrogazione parlamentare, il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia non ha escluso la possibilità di redistribuire quei 124 milioni di incentivi che non sono stati assegnati su quei settori dove la domanda è stata fortissima, come sui motorini a basso consumo. I 12 milioni di incentivi per le due ruote, secondo Saglia ‘si sono esauriti dopo circa due settimane’, ma se gli importi stanziati per altri settori non venissero utilizzati ‘si potrà prevedere una compensazione con altri settori che possano sviluppare più domanda’.

Per spostare le risorse sarà necessaria una misura ad hoc. Il decreto attuativo del provvedimento sugli incentivi stabilisce infatti che ‘con decreti del ministro dello Sviluppo economico, possono disporsi anche variazioni compensative’ da un settore ad un altro ‘in relazione alle disponibilità di risorse per effetto degli andamenti delle erogazioni’. E così potrebbero essere trovate nuove risorse da spendere nei motorini, nei motori e gli scafi nautici, nelle macchine agricole e nella banda larga. Tanti ciclomotori quindi, ma poche lavastoviglie: anche se 150mila famiglie hanno approfittato degli sconti, restano ancora 19,3 milioni da spendere negli elettrodomestici. ‘Il mancato utilizzo degli incentivi su alcuni settori come gli elettrodomestici - ha commentato Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del Pd alla Camera - dimostra ancora una volta che il doping alle vendite non basta a riaccendere l’economia italiana e rilanciare le politiche industriali’. Boccia ha poi chiesto ‘al governo il coraggio di rilanciare i consumi attraverso la detassazione dei salari più bassi, mentre le imprese hanno bisogno di incentivi certi che finanzino i processi di innovazione, non di aiuti per vendere qualche pezzo in più’. Per l’esponente del Pd il governo dovrebbe fare autocritica sugli incentivi che, come nella rottamazione, hanno dimostrato di saper solo drogare il mercato. Infine Boccia ha ironizzato: ‘Dov’è il ministro per lo Sviluppo economico? Chi si occupa della vicenda, a parte la buona volontà del sottosegretario Saglia?’”. (red)

 

20. Israele, la sfida dei coloni

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Il terreno è già stato spianato, le rocce rimosse. Quando la folla venuta a celebrare la fine della moratoria se ne andrà, arriveranno le ruspe gialle e i camion pieni di sacchi di cemento parcheggiati in fila indiana su una stradina laterale. E allora, si ricomincerà a costruire. Ma con cautela, con ‘moderazione’, come ha raccomandato il premier Netanyahu ai capi dei coloni, per non irritare gli amici americani, impegnati fino all’ultimo minuto a trovare una soluzione che permetta di salvare il negoziato. A Revava, in quest’insediamento di ebrei ortodossi, nascosto tra le colline a Nord della Cisgiordania, immerso tra grandi uliveti circondati da filo spinato, gli animi non sono proprio moderati fra le migliaia di persone portate qui su decine di autobus a festeggiare. Il nemico n.1, manco a dirlo, è il presidente americano. ‘Il piano di pace di Obama è pulizia etnica’, si legge in un cartello esibito da due militanti del Likud venuti da Haifa. Un’altra scritta, ricorda le parole di Netanyahu al ministro degli Esteri tedesco: ‘La Giudea e la Samaria non possono essere judenrein’, secondo la definizione in voga ai tempi del Terzo Raich. E invece questo è quello che vuole Obama, anzi ‘Hussein Obama’, come spregiativamente lo chiamano: una "Giudea e Samaria" senza ebrei. Ora, se c’è un vincitore in questo braccio di ferro sul blocco degli insediamenti, questi è il primo ministro israeliano, che è riuscito a non cedere alle pressioni americane per un prolungamento della moratoria. Eppure il popolo degli insediamenti di Netanyahu non si fida completamente: ‘Non conosciamo veramente le sue intenzioni’, dice sospettosa Shula Einav. ‘Anche all’evacuazione del Gush Kativ (il ritiro da Gaza, n. d. r.) aveva preannunciato la sua opposizione: abbiamo visto come è finita’.

La scenografia punta sulla tradizione, non senza forzature. ‘Salutiamo i pionieri della Giudea e della Samaria’, si legge su un grande striscione che fa da fondale al palco dove fra breve si esibiranno i leader. Dove quella parola, "Pionieri" sembra messa lì per creare un collegamento diretto con i primi sionisti venuti a stabilirsi agli inizi del 900 in Palestina per creare la prima comunità ebraica da cui sarebbe sorto lo Stato. Canzoni religiose accompagnate dal battere ritmico delle mani, sventolio di bandiere, applausi verso un gruppo di turisti cinesi, ovazione per Danny Danon, 39 anni, il lanciatissimo deputato del Likud, stella nascente del partito conservatore. Gli chiediamo se la presenza tra gli organizzatori di così tanti militanti del Likud non faccia di quest’evento una manifestazione politica di parte: ‘Non è una manifestazione politica - risponde un po’ piccato - è un incontro per manifestare il nostro amore al popolo della Giudea e della Samaria, il nostro sostegno e le nostre scuse per questi dieci mesi di congelamento. Un errore che non dovrà ripetersi’. Ma dove sono finite le cautele del premier, se un esponente di punta del suo stesso partito, viene ad annunciare ai coloni: ‘Da stanotte potete ricominciare a costruire?’. Il punto è che nessuno, da queste parti, crede che il processo di pace abbia molte possibilità di successo: ieri diversi momenti di tensione lo hanno confermato. Una colona israeliana è stata ferita a sud di Hebron e a Gaza un palestinese è stato colpito all’addome da un proiettile israeliano. Del resto anche Danon, liquida le idee di Obama come ‘wishful thinking’, desideri, ‘di cui siamo costretti a fronteggiare le conseguenze’. Netanyahu fa dunque bene ad opporsi. E finchè si opporrà alle pressioni americane non avrà nulla da temere dalla sua maggioranza di governo. ‘Sii forte - lo incita Danon rivolgendosi al premier in inglese - e tutti noi ti sosterremo’.

Ma i coloni vogliono di più. Vogliono che una nuova corsa al mattone cominci nei Territori. ‘Questo non è un giorno di celebrazione’, urla al microfono il capo del Consiglio Regionale di Shomron (come dire, l’ente locale degli insediamenti della zona) Gershon Mesika. ‘Questa moratoria è nata nel peccato, è una decisione razzista il cui unico scopo era di proibire agli ebrei di costruire le loro case nella loro terra’. Il momento clou è quando le 2-3mila persone presenti liberano nel cielo caliginoso i palloncini bianchi e azzurri che sono stati distribuiti all’ingresso. ‘Abbiamo 30 progetti pronti da 10 mesi - annuncia il capo della Pianificazione del Consiglio comunale - domani stesso cominceremo e in pochi mesi le case saranno ultimate’. Lo stesso hanno fatto sapere i "sindaci" di Beit Aryeh e di Kiriat Arba. A pochi chilometri da qui, nel piccolo insediamento di Kyriat Netafim, hanno deciso, invece, di bruciare i tempi. Ieri stesso, è stata posata la prima pietra di un asilo per 30 bambini, che in realtà, in quanto asilo, non avrebbe dovuto essere soggetto alle restrizioni della moratoria. Ma tutto fa brodo per sottolineare che questo sarà più di un nuovo inizio”. (red)

 

 

21. Cile, la capsula Fenice porterà in salvo i 33 minatori

Roma - “È colorata di bianco, rosso e blu – scrive LA STAMPA -, i colori della bandiera del Cile, ed è stata ribattezzata ‘Fenice’ dal ministro delle Miniere Laurence Golborne. La speranza adesso è tutta riposta lì dentro, in quella gabbia cilindrica che consentirà ai 33 minatori intrappolati a 700 metri sotto terra dal 5 agosto nella miniera di San José, in pieno deserto di Atacama, di risalire in superficie. Questo ‘ascensore’ a forma di capsula è arrivato ieri nell’accampamento Esperanza su un camion della Marina militare. La capsula è la prima delle tre ‘Fenici’ che verranno consegnate la prossima settimana per essere poi calate sotto terra. È lunga 4 metri (dei quali due e mezzo per il modulo vitale dove prenderanno posto uno dopo l’altro i minatori) e pesa 460 chili. Realizzata in metallo dai cantieri navali della Marina militare cilena misura circa una sessantina di centimetri di diametro e ha una porta grigliata che consente l’accesso di una persona alla volta. Prima di riportare in superficie uno ad uno i 33 minatori, grazie a questa stessa gabbia verranno inviate sotto terra due altre persone, un medico e un infermiere in modo da preparare i lavoratori a ritornare senza troppi problemi alla luce del sole attraverso speciali guanti e occhiali scuri, come dichiarato dal ministro della Sanità Jaime Manalich. La gabbia è arrivata al campo Esperanza scortata dalle auto della polizia e accolta con applausi e ovazioni dai familiari che non lasciano il luogo neanche per un minuto dandosi continuamente il turno e dai ministri Manalich e Golborne. Secondo gli esperti non appena cominceranno le operazioni di recupero, previste all’inizio di novembre, ciascun minatore entrerà, uno alla volta, in una delle tre gabbie che potranno risalire in superficie grazie ai tre pozzi che le trivelle stanno scavando.

L’operazione, che coinvolgerà in totale circa 350 persone, dovrebbe durare in totale circa tre ore nel caso vengano usate tutte e tre le capsule contemporaneamente. ‘Cominceremo con un test fino a 300 metri - spiega René Aguilar, uno dei responsabili delle operazioni di recupero - e quando saremo perfettamente convinti che il pozzo è in buone condizioni scenderemo fino al livello in cui si trovano i minatori’. In caso di blocco lungo il percorso di risalita il minatore, protetto da un casco disporrà di ossigeno, cibo, due sistemi di comunicazione e saranno costantemente monitorati il suo battito cardiaco e la respirazione. ‘Dobbiamo ancora verificare il movimento delle gabbie all’interno del tunnel’, ha spiegato il responsabile dei soccorsi Andrè Sougarret. Una volta riportati in superficie i 33 uomini verranno condotti in una zona chiamata ‘triage’ dove saranno visitati attentamente da un’équipe composta da quattro medici e otto infermieri. Se non ci saranno particolari urgenze i minatori verranno poi spostati in un ospedale in superficie sotto la supervisione degli psicologi. E proprio in questo centro di primo soccorso dovrebbe avvenire per ciascun minatore il tanto atteso incontro con i familiari che durerà un’ora e mezza esatta. Dopodiché tutto il gruppo verrà spostato in elicottero all’ospedale di Copiapó dove ciascun minatore rimarrà in osservazione per 48 ore. Dalla capitale Santiago intanto il governo cileno fa sapere di voler congelare il patrimonio della compagnia proprietaria delle miniera, in tutto 9,7 milioni di dollari e un tribunale ha già dato l’ok”. (red)

 

22. GB: Governo ombra, la prima sfida di Miliband

Roma -

Scrive LA REPUBBLICA: “Prigioniero dei sindacati? ‘Non pensateci nemmeno’. Troppo di sinistra per poter prendere consensi trai moderati: ‘Sciocchezze’. Destinato a dividere il Labour in una sfida intestina con il fratello, come Blair e Brown lo hanno diviso fino ad oggi: ‘Vorrei mio fratello nella mia squadra’. Il giorno dopo l’elezione a nuovo leader del partito laburista, Ed Miliband comincia a rivelarsi ai media e agli interlocutori politici, deciso a smentire chi lo definisce ostaggio delle Trade Unions, le confederazioni sindacali, che con il loro sostegno hanno dato un contributo decisivo alla sua vittoria, e nostalgico del Labour vecchia maniera, socialisteggiante e battagliero. Tuttavia il 40enne neo-leader, nei corridoi del congresso del partito a Manchester, riconosce che la sua nomina equivale a voltare pagina: ‘L’era del New Labour fa parte del passato, ha vinto una nuova generazione’, dice riferendosi all’immagine e all’ideologia laburista negli anni di Blair e Brown. Nega però che la sua elezione segni ‘una svolta di sinistra nel partito’ e apre la porta anche ai "blairiani" che non lo hanno appoggiato. Interrogato sui suoi legami con le confederazioni sindacali, promette che non si lascerà influenzare: ‘Io sono io, non sono l’uomo di nessuno, rispondo solo a me stesso, su questo voglio essere chiaro’. E a quelli che lo chiamano "Ed il Rosso" risponde: ‘È un’etichetta stupida e stantia, io mi batterò per risollevare la classe media’. Critica i pesanti tagli alla spesa pubblica introdotti dal governo conservatore: ‘La riduzione del deficit è necessaria, ma con passo prudente, in modo da assistere la nostra economia, non ostacolandola’. Quanto al ruolo che avrà suo fratello maggiore David, ex-ministro degli Esteri e a lungo il favorito per la leadership laburista, Ed dice: ‘Credo che abbia bisogno di tempo per pensare a cosa vuole fare. Personalmente sono convinto possa dare un contributo enorme al partito e al paese’. Domani Ed Miliband parlerà al congresso del Labour. Poi nei prossimi giorni formerà il suo governo ombra: si vedrà se ne farà parte anche il fratello David. I conservatori si fregano le mani: ‘David Cameron ha già vinto le prossime elezioni’, scrive sul Telegraph un columnist vicino ai Tories. Si sa che Cameron temeva più David che Ed Miliband come avversario. Ma non si voterà fino al 2015 e in cinque anni il premier potrebbe essere costretto a cambiare opinione”. (red)

L’orto di Michelle (e il Salmone geneticamente modificato)

Beccati le scorie, che ti “incentivo”