Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 28/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Berlusconi: un voto sul governo”. Editoriale di Aldo Cazzullo: “Tante battute, pochi fatti”. Di spalla: “Una tregua sulle colonie per sperare l’impossibile”. Al centro foto-notizia: “Se l’Italia resta un luogo comune” e “Expo ancora senza terreni e mancano solo 20 giorni. A rischio l’evento di Milano”. In un box: “Maroni e i rom: ‘Non devono avere le case popolari’ ”. In taglio basso: “ ‘Il Fisco ha perso ma vuole i miei soldi’ ” e “Marchionne vede i sindacati Usa: la vostra lezione vale anche qui”. LA REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi-Fini, l’ultima sfida”. Editoriale di Giuseppe D’Avanzi: “La trave dell’offshore nell’occhio del Cavaliere” e il retroscena di Francesco Bei: “E ora Fli prepara il contro-documento”. Di spalla: “Quelle donne mutilate scandalo per la civiltà”. Al centro foto-notizia: “Bossi: i romani sono porci e Totti lo sfida al Colosseo” e “Maroni, alt alla Moratti: ‘Mai le case ai rom’ ”. In un box: “Operai e impiegati hanno perso oltre 5500 euro in dieci anni”. In taglio basso: “Manca la carta, niente università all’estero”. LA STAMPA – In apertura: “ ‘Un voto sul mio discorso’ ”. In taglio alto: “Stipendi, 10 anni di caduta libera”. Editoriale di Michele Brambilla: “La Lega sente aria di elezioni”. Di spalla: “Un passo avanti verso la pillola anticancro” e “Il made in Italy ora vince con la laurea”. Al centro foto-notizia: “ ‘Tanzi torni in galera’ ” e “Torino, la mamma che non può morire”. In un box: “Bossi: i romani sono porci. Mozione di sfiducia del Pd”. A fondo pagina: “Macho micio”. IL GIORNALE – In apertura: “Trovata la cucina dei Fini. Ma guarda: è a Montecarlo”, con l’editoriale di Vittorio Feltri. Al centro: “Bossi apre la campagna elettorale: ‘ Spqr? Sono porci questi romani’ ”. Di spalla il commento di Alessandro Sallusti: “Finiani divisi, però il voto è più vicino”. In un box: “E sul video la ‘libera’ stampa si imbavaglia” e “La guerra delle lady: Giulia Bongiorno sconfigge Elisabetta”. A fondo pagina: “Corona ama Mora, crolla il mito del macho”. IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Europa divisa sul patto”. In taglio alto: “Berlusconi: un voto per continuare. I finiani: prima serve un vertice” e “Endesa cede la rete gas ai fondi Goldman”. Editoriale di Stefano Folli: “La dignità perduta davanti al Paese”. Al centro foto-notizia: “Moda Milano. Armani e la donna tuareg” e “Marchionne: positiva l’apertura sui contratti tra imprese e sindacati”. Di spalla: “Il mestiere di lavorare: guida giovani Sole 24 Ore”. A fondo pagina: “La battaglia del pane tra i fornai e gli agricoltori”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Bossi insulta Roma, è bufera” e in un box: “Il premier: un voto per andare avanti”. Editoriale di Marult: “Senilità?”. Al centro foto-notizia: “Roma, esame d’Europa. Peruzzi: Lazio da favola”, “Unicredit, si punta su Nicastro per la successione a Profumo” e in un box “Marchionne: i sindacati italiani imparino da quelli americani”. In taglio basso: “La Procura: arrestare Tanzi” e “Via Poma, il figlio di Vanacore: ‘Mio padre suicida per difenderci’ ”. IL TEMPO – In apertura: “I finiani si rompono”. Editoriale di Mario Sechi: “Il giochino di Gianfry è scoperto”. Al centro: “Battutaccia di Bossi: ‘Romani porci’ ”. In taglio basso: “Totti divide i tifosi”. LIBERO – In apertura: “La casa non è chiusa”, con l’editoriale di Maurizio Belpietro e il commento di Fosca Bincher: “Quegli scatti rubati sono il colpo del ko”. Al centro con vignetta: “Elisabetto cognato espiatorio”, “Nel Fli troppa Libertà e poco Futuro. Bocchino sfascia tutto il Cav ride” e “ ‘Sono porci questi romani’. Bossi, campagna elettorale perpetua”. Di spalla: “ ‘Sospetti di illeciti. Sul trilocale venduto indaga l’Interpol’ ”. A fondo pagina: “ ‘Che scandalo i soccorsi a Punta Raisi’ ”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “5453 euro”. A fondo pagina: “Bossi: porci romani. Il Pd: via subito. Tg1 oscura insulti”. IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Se negli insediamenti le ruspe sono già ferme e Abu Mazen è in standby”. In apertura a destra: “Così l’Europa si divide sulle sanzioni ai Paesi più lassisti sul debito”. Al centro: “ ‘Fini si dimetta e combatta’ ”. (red)

 

2. Sud e giustizia i temi per dividere i futuristi

Roma - “Il discorso l’ha scritto e riscritto. Come fa di solito. Per Berlusconi contano anche le virgole. Sino a domani alle 11 – riporta Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – ci sarà tempo per ulteriori limature. Non ci sarà alcun accenno diretto a Gianfranco Fini, né alla vicenda della casa di Montecarlo. Lo dice lui stesso, lo anticipa a chi lo va trovare, conferma la linea diffusa dal suo portavoce, Paolo Bonaiuti: un discorso alto, istituzionale, senza riferimenti espliciti alle polemiche delle maggioranza. Berlusconi scrive, corregge, ascolta a telefono i dati che raccoglie dai suoi ministri. Intanto, ad Arcore, riceve: i ministri, i parlamentari, ieri sera a cena alcuni esponenti siciliani dell’Udc. Oltre a curarsi degli aggettivi si fa di conto, sino all’ultimo: oggi nascerà un nuovo partito centrista, conferenze stampa a Palermo e a Roma, i deputati della neonata formazione pronti a sostenere il governo dovrebbero essere otto, ma vengono dati in crescita, pescando anche al Nord. Basteranno? Non lo sa nessuno, nemmeno chi tiene i conti. Senza l’Mpa di Lombardo, senza i finiani, anche ad Arcore si ammette sottovoce che i numeri sono ballerini: 314, 312, 316. Ognuno ha la sua versione, ha ascoltato una soglia diversa. Eppure Denis Verdini, che tiene i numeri insieme al Cavaliere, è sereno. Nel discorso Berlusconi farà riferimento a concetti quali ‘bene comune’, ‘stabilità del governo’: valori istituzionali, da tutelare, per i quali vale battersi e proseguire la legislatura. Valori, aggiungerà, che non appartengono a nessuno, che non possono essere messi in discussione, dopo anni di bipolarismo, da beghe e contrasti che gli italiani non capiscono, che non appartengono alla politica dei nostri giorni. Un accenno indiretto alla terza carica dello Stato ci potrà essere, ma solo sulla falsariga di quello fatto ieri pomeriggio, in collegamento telefonico con Don Gelmini, ad Amelia. Potrà citare le ambizioni personali, o forse fare un riferimento al valore della lealtà, non sappiamo. Ma è difficile – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – che Berlusconi possa sorvolare del tutto; del resto lui stesso si sente in credito verso gli elettori, costretti da mesi a seguire uno scontro politico che non capiscono e che li allontana dalla politica. Ieri ad Arcore si osservavano con soddisfazione le spaccature interne al gruppo parlamentare di Futuro e Libertà. ‘Ovviamente quelle spaccature cercheremo di allargarle’, diceva ieri un esponente del Pdl, uscendo da villa San Martino. Come? Una possibile strada si rintraccia nel contenuto tecnico del discorso. Il cala del governo sarà molto specifico. Cinque punti per dire quello che vuole fare nei prossimi tre anni: se sul Sud potrebbe scendere nei dettagli citando addirittura il singolo tratto ferroviario o autostradale da potenziare, per il quale esistono già i finanziamenti, perla giustizia potrebbe fare altrettanto, specificando il tipo dì riforma che insegue, il tipo di separazione delle carriere che intende promuovere, l`insistenza sul processo breve come sul testo delle intercettazioni. E proprio la giustizia potrebbe essere motivo di divisioni ulteriori per i finiani. Il processo breve ad esempio non è nel programma, dicono quelli di Fli, ma come il testo delle intercettazioni è stato approvato al Senato, senza alcun distinguo, al momento del voto finale, da parte dei senatori che fanno riferimento a Gianfranco Fini. Insomma per Berlusconi sono temi da considerarsi ormai acquisiti nel programma di governo. Sulle forme del voto – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – permangono delle incertezze: non verrà apposta la fiducia, a meno di colpi di scena; mentre la Camera sarà chiamata a esprimersi, molto probabilmente, su una risoluzione di sostegno alle parole del presidente del Consiglio”. (red)

 

3. Il pericolo astensionismo ultimo timore del Cavaliere

Roma - “La tentazione della zampata contro un Fini considerato in ginocchio – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA – Berlusconi ce l’ha sempre e questo è un lavoro che lascia fare volentieri al Giornale di famiglia che anche oggi picchia duro sul presidente della Camera. Il premier vorrebbe seguire la sua natura di superfalco quando si tratta di mettere ko l’avversario. E ieri, telefonando a don Gelmini, qualcosa si è lasciato sfuggire con quel riferimento alle ambizioni personali che ostacolano il governo e a Carlo Giovanardi (presente e premiato dalla Comunità Incontro) che invece non tradisce mai e non cambia bandiera. Punzecchiature, stilettate che non mancheranno nel suo discorso di domani alla Camera. Ma a prevalere saranno la moderazione e i toni ‘istituzionali e da statista’, assicurano a Palazzo Grazioli, perché l’obiettivo è far proseguire la legislatura. Non è che il premier sia diventato improvvisamente ‘buonista’: non si sogna nemmeno di porgere un ramoscello d’ulivo a Fini. Ha fatto i suoi calcoli, anche quelli più spicci dei nuovi voti in arrivo dal fronte meridionale. La sua maggiore goduria è incassare quelli dei ‘ribelli siciliani’ dell’Udc che stanno mollando Casini, l’altro ‘traditore’. Sembra che ieri sera li abbia ricevuti ad Arcore in gran segreto, accompagnati dal ministro Angelino Alfano che ha curato personalmente la vicenda siciliana. In cambio di posti di governo, sottosegretariati? Gli interessati negano decisamente, ma si vedrà presto se mentono. Intanto quella fatidica quota di 316 voti senza i finiani il Cavaliere non ce l’ha in tasca. A impensierirlo tuttavia sono soprattutto altri numeri, quelli dell’astensionismo che secondo i suoi amati/odiati sondaggi del lunedì sta diventando una marea montante. A quanto pare – prosegue La Mattina su LA STAMPA – manca all’appello qualche milione di elettori che nel 2008 ha votato centrodestra e in particolare Pdl. Ecco, chi ha parlato con lui ieri lo ha sentito preoccupato di questa forte e crescente tendenza degli umori elettorali di fronte alla guerra con Fini. E sono tutti voti moderati in libera uscita che potrebbero finire nel sacco dell’Udc e di un Fini alla testa di una lista civica nazionale. Per non parlare poi della vampirizzazione della Lega al Nord. Allora l’obiettivo principale è quello di evitare le elezioni anticipate per recuperare questi ‘moderati sbandati e frustrati’. Come? Assicurando che la legislatura va avanti, che il governo è in sella e ha molti progetti di riforma: gli ostacoli devono essere superati nell’interesse di tutti, come ha ricordato ieri nel collegamento telefonico con Don Gelmini. L’intenzione di presentarsi in aula alla Camera (sempre che venga confermata nei fatti) nelle vesti dello statista, con un discorso programmato alto e istituzionale, senza entrare nei dettagli delle cose da fare per riformare la giustizia. Una riforma che però dovrà essere fatta come vuole lui e su cui misurerà la lealtà di Fini. Il suo calcolo politico è non spaccare e lasciare che a dividersi siano i finiani. Ed è quello che è successo ieri con le ‘colombe’ Baldassarri, Menia, Moffa e Viepoli contro Bocchino che attribuisce a Berlusconi la strategia di distruggere Fini. Per acuire questa divisione nel capo di Futuro e Libertà il Cavaliere deve mordersi la lingua, evitare di mostrare il suo volto più cattivo. Al presidente del Consiglio interessa far esplodere queste tensioni e far capire agli elettori moderati quale sia la differenza tra i pasdaran finiani e il resto della maggioranza. Intanto non viene presa in considerazione l’ipotesi di concordate con Fini l’ordine del giorno che domani alla Camera verrà messo ai voti. Non ci sarà un voto di fiducia ma una conta politica Berlusconi la considera necessaria per far vedere che la maggioranza c’è, ed è più ampia di quella uscita dalle urne del 2008. E questo senza riconoscere la terza gamba finiana e senza quel ‘teatrino da prima Repubblica - spiega il ministro Frattini - che renderebbe gli elettori moderati ancora più frustrati e delusi’. La tentazione della zampata su Fini sanguinante per la vicenda della casa monegasca rimane, ma Berlusconi vuole dare l’immagine di chi sta sopra le parti. Si gode le difficoltà del suo avversario con la famiglia Tulliani: qualcuno gli ha pure fatto sapere che il presidente della Camera vuole cambiare stato di famiglia. Adesso ne vuole uno solo per lui, la compagna e le figlie. Senza l’imbarazzante presenza dei genitori di lei e, soprattutto – conclude La Mattina su LA STAMPA – del cognato fonte dei suoi guai”. (red)

 

4. In Fli troppa libertà poco futuro, Bocchino sfascia tutto

Roma - “Due gambe e uno stecchino. Italo Bocchino – scrive Fausto Carioti su LIBERO – prova a far finta che niente sia accaduto e chiede (inutilmente) a Silvio Berlusconi un ‘vertice di maggioranza’ nel quale definire, insieme al Pdl e alla Lega, il documento che il premier presenterà domani a Montecitorio. ‘Non si è mai visto che due delle tre gambe pro pongano un documento mentre l’altro pezzo legge, sente e vota’, dice il presidente del gruppo fidano alla. Camera. Il punto è proprio questo: Bocchino si comporta come se Futuro e libertà fosse davvero la terza gamba della maggioranza. Male vicende degli ultimi giorni hanno tolto credibilità a questa pretesa. Più che una, gamba del tavolo, il raggruppamento finiano appare un’appendice sempre più esile e scricchiolante. Berlusconi non può distruggerla - Gianfranco Fini presto farà il suo partitino, se non altro perché ormai non ha alternative - ma può svuotarla, renderla, numericamente ininfluente. Il Fini imbarazzato che sabato, per difendersi, ha dovuto dire di essere all’oscuro di quello che i familiari gli combinano alle spalle, il Fini indebolito che il 25 settembre ha invocato l’armistizio (‘fermiamoci tutti prima che sia, troppo tardi’) ha lasciato il segno soprattutto nel gruppo dei suoi, dove il morale è ai minimi storici. Due incognite, a questo punto, pesano sul futuro di Fli. La prima, riguarda quanti sono disposti a seguire il presidente della Camera nella sua corsa verso il distacco finale dalla maggioranza e verso un qualche tipo di intesa con Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e persino con Pier Luigi Bersani, in nome della ricerca di una nuova legge elettorale. Di sicuro, da sabato a oggi il numero degli aspiranti kamikaze non è aumentato. Anzi, la pattuglia finiana appare sempre più divisa in due gruppi. Da un lato quelli che si sono bruciati tutti i ponti alle spalle e non hanno più nulla da perdere, come Bocchino e Fabio Granata. A costoro conviene alzare ogni giorno i toni dello scontro, perché l’unico futuro politico possibile per loro, ormai, è lontano dal centrodestra. Dall’altro lato, e sono tanti, ci sono quelli che hanno poca o nessuna voglia di lasciare la maggioranza per imbarcarsi in un’avventura dai contorni fumosi e dagli esiti sempre più incerti. La magra figura che Fini sta rimediando con la vicenda Tulliani ha radicalizzato le posizioni dei primi e reso ancora più perplessi i secondi. La frattura dentro Fli – prosegue Carioti su LIBERO – è emersa già nel voto alla Camera che ha negato l’uso delle intercettazioni contro il sottosegretario Nicola Cosentino. In quella occasione, secondo i rumors di Montecitorio, una quindicina di deputati finiani ha votato per respingere la richiesta della procura, disobbedendo alle indicazioni del capogruppo. La spaccatura, però, è stata nascosta dal voto segreto. Ma si è subito riproposta in occasione del discorso che Berlusconi terrà domani: a Bocchino che detta al premier le condizioni per l’appoggio di Fli fanno da contrappeso Giuseppe Consolo, altro fedelissimo di Fini, che ha già fatto sapere che lui i cinque punti del programma li voterà senza problemi, e i parlamentari finiani Mario Baldassari, Roberto Menia, Silvano Moffa e Pasquale Viespoli, che hanno criticato in pubblico le richieste di Bocchino al governo, ‘trattandosi di scelte non preventivamente discusse e decise nell’ambito dei rispettivi gruppi parlamentari’. Il gruppo di Futuro e Libertà rischia così di uscire con le ossa rotte dal confronto col governo. La seconda incognita è la permanenza di Fini nel ruolo di presidente della Camera. Lui stesso si è detto pronto a dimettersi qualora dovesse essere provato che il cognato è proprietario dell’appartamento di Montecarlo svenduto da Alleanza nazionale. Quanto affermato dal ministro della. Giustizia di Santa Lucia, paradiso fiscale dove è domiciliata la società che comprò l’appartamento, già dovrebbe togliere ogni dubbio. Ma Fini chiede di vedere ulteriori prove, e presto rischia di essere accontentato. Le sue dimissioni toglierebbero ulteriori punti alla credibilità sua e del suo progetto. La debolezza di Fini e le divisioni nel gruppo di Futuro e libertà permetteranno a Berlusconi, nel suo discorso di domani, divolare alto, ignorando le polemiche personali degli ultimi mesi. Ricorderà comunque a tutti, finiani per primi, l’obbligo di lealtà nei confronti degli elettori e indicherà le riforme da fare nella seconda metà della legislatura, inclusa quella della giustizia, fonte di tensione con Fli. Si guarderà bene dall’infierire su Fini, se non altro perché, nelle intenzioni del premier, il novanta per cento dei parlamentari che hanno seguito il presidente della. Camera debbono tornare sotto le insegne del Pdl, e quindi è inutile esacerbare gli animi. Per consumare lo strappo definitivo con il co-fondatore ci saranno occasioni migliori. Il fatto che Berlusconi si senta in posizione di forza è confermato dalla sua richiesta di mettere ai voti i cinque punti del programma. Il presidente del Consiglio conta di ottenere più voti di quanti, sulla carta, ne abbia oggi la sua maggioranza. Se riuscirà ad deputati anche senza tenere conto dell’apporto di Fli, avrà dato un’altra botta al progetto di Fini. Ma la morale di quanto accaduto negli ultimi giorni – conclude Carioti su LIBERO – è che il governo potrà andare avanti anche se i finiani dovessero rivelarsi decisivi. Proprio perché, dei 46 parlamentari che oggi fanno capo all’ex leader di An, tanti in realtà non sono intenzionati a seguirlo sino in fondo. Non lo erano prima, e a maggior ragione e in numero più ampio non lo sono adesso”. (red)

 

5. Fini prepara contro-documento: “Chieda voto o non lo avrà”

Roma - “Niente voto dei finiani al governo. Se fino a ieri era il Cavaliere a voler dimostrare la propria autosufficienza dai voti di Futuro e libertà, le parti si sono ribaltate. Tanto che – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA – anche i finiani sono decisi ora a presentare un proprio documento per sottolineare le loro diverse priorità rispetto ai 5 punti del presidente del Consiglio. ‘Dobbiamo distinguerci’, è la linea dettata da Fini. Fini l’ha spiegato ieri nella riunione avuta con i fedelissimi: ‘Se Berlusconi non ci chiede esplicitamente il nostro sostegno, noi non possiamo votare la risoluzione che presenteranno’. Italo Bocchino l’ha chiesto ieri a Fabrizio Cicchitto: allora, cosa intendete fare? La risposta del Pdl è affidata al vertice convocato oggi alle due del pomeriggio a palazzo Grazioli. Sarà quella la sede dove il Cavaliere prenderà le sue decisioni, quelle da cui dipenderà il futuro del suo governo e della legislatura. Ma la strada ormai è segnata. E le nuove ‘rivelazioni’ su Montecarlo, che starebbero per uscire sui giornali d’area, non farebbero altro che accelerare il percorso. Perché Berlusconi ha deciso che farà a meno dei finiani. Nessuna ‘terza gamba’, nessun riconoscimento dell’esistenza di un nuovo soggetto politico nel centrodestra. Per lui, semplicemente, Fini ‘non esiste più’. Di umore ‘pessimo’, come spiffera chi ci ha parlato, Berlusconi ieri l’hanno quasi dovuto legare per convincerlo a non andare di persona ad Amelia da don Gelmini. Dopo aver letto le ultime dichiarazioni di Bocchino, il premier era infatti pronto a rovesciare tutta la sua rabbia sui finiani, tanto che alla fine solo l’intervento di Gianni Letta l’ha persuaso a desistere. ‘Silvio, se oggi parli rischi di unirli tutti contro di te’, gli ha spiegato il sottosegretario. Altri, da Denis Verdini allo stesso Cicchitto, sono intervenuti per suggerire ‘prudenza’. Il momento è talmente delicato che ogni passo falso potrebbe far precipitare tutto. Berlusconi ieri sera ha incontrato ad Arcore, accompagnati da Angelino Alfano, i siciliani dell’Udc in procinto di lasciare Casini. Ma anche con questi nuovi arrivi, se l’Mpa dovesse ‘distinguersi’ come Fli, Berlusconi finirebbe sotto ‘quota 316’, la soglia minima di deputati che servono ad andare avanti. Sulla carta il premier è ancora fermo a 307-308 e, in questa situazione, è enormemente aumentata la pressione sui finiani moderati (Berlusconi li chiama ‘i responsabili’). Ad Arcore è stata salutata come una vittoria la presa di distanza di Moffa, Menia, Baldassarri e Viespoli dall’ultimatum di Bocchino. L’ex finiano Andrea Augello, rimasto nel Pdl, sta sondando i ‘responsabili’ di Fli uno ad uno. E Berlusconi – prosegue Bei su LA REPUBBLICA – è convinto di strapparne almeno 5 o 6 al nemico. Sulla compattezza del gruppo finiano nessuno è disposto a mettere la mano sul fuoco. Dicono che, alla fine, interverrà Fini in persona per tentare un’ultima ‘moral suasion’ sui renitenti. Ma non è esclusa una mini-scissione. ‘Il gruppo di Fli - confida il ‘liberal’ Benedetto Della Vedova - può anche subire uno scossone salutare. In fondo, se dobbiamo armarci per andare alla guerra, non ci servono quelli con la mazzafionda’. Perché di guerra ormai si parla: nonostante i ‘ghost writer’ del premier gli abbiano preparato un discorso ‘alto e nobile’, Berlusconi è tentato dalla spallata e ha corretto le bozze di un discorso considerato troppo ‘moscio’. Già nel summit di venerdì, il Cavaliere era deciso a spaccare il mondo in testa a Fini e i suoi hanno dovuto tirarlo per la giacca. Mentre lascia che le colombe svolazzino invano su Montecitorio, il premier intanto carica le sue armi. In questi giorni ha dato nuovo impulso alle ‘squadre’ della libertà, ribattezzandole con il meno sinistro ‘team della libertà’. Ma la sostanza non cambia: trattasi di migliaia di agit-prop pronti alla campagna elettorale. Se infatti la risoluzione di Pdl e Lega non dovesse arrivare a ‘quota 316’, le cose potrebbero davvero precipitare verso l’apertura di una crisi di governo. Tanto più se i finiani, come sembra, dovessero presentare un loro documento programmatico alternativo e, su questo, ricevere i voti di Udc e Api. Si creerebbe di nuovo quell’area di ‘responsabilità nazionale’ intravista nel voto contro il sottosegretario Caliendo. A quel punto, senza una maggioranza di 316, Berlusconi salirebbe al Quirinale e si aprirebbe una partita nuova. I finiani sono pronti a sostenere con i loro voti un altro governo. Un governo dove tutti i ministri saranno ‘tecnici’ e tutti i sottosegretari ‘politici’. Ma questa – conclude Bei su LA REPUBBLICA – è una storia ancora da scrivere”. (red)

 

6. Fini avverte i suoi: compatti, tutto può succedere

Roma - “‘Nulla è scontato, tutto può succedere. Vedremo quello che dirà Berlusconi, che tipo di documento presenteranno al voto. Certo, noi non votiamo quello che viene scritto dalla Lega e dal Pdl senza consultarci, chiedere di essere coinvolti nella stesura della mozione ci sembra il minimo. E se non lo faranno, appunto, nulla è scontato...’. Raccontano – riporta Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – che sia stato questo il messaggio affidato ieri da Gianfranco Fini ai suoi, dopo un giorno intero ad attendere segnali di pace dal premier che — a sera — ancora non erano arrivati. E — sebbene rilanciato in tivù con toni fortissimi e secondo parecchi suoi colleghi di partito ‘provocatori’ da Italo Bocchino — il presidente della Camera non ha affatto preso le distanze dal suo capogruppo, convinto com’è che ‘questo è il momento della chiarezza, basta con i giochini, bisogna capire se si vuole andare avanti davvero o no’. E se si vuole farlo continuando in quella che Bocchino ha definito come la strategia del premier per ‘distruggere’ Fini, o sotterrando almeno per un po’ l’ascia di guerra. Proprio perché, ha detto Fini ai tanti che ieri lo hanno visto o sentito, ‘questo è il momento di essere compatti, potrebbero arrivare altri attacchi alla mia persona ma noi dobbiamo restare uniti’, la sua arrabbiatura è stata grossa per la mossa dei quattro rappresentanti dell’ala moderata (Viespoli, Moffa, Baldassarri e Menia) che platealmente hanno preso le distanze da Bocchino, dando l’immagine plastica di un partito spaccato tra falchi e colombe: ‘C’era bisogno di comunicarlo alle agenzie il loro pensiero? Non potevamo discuterne tra noi?’. Un partito forse a un passo dalla scissione se si arrivasse — nella logica, per dirla con Carmelo Briguglio dell’‘ 1 - x - 2 , ogni risultato è possibile’ — ad una astensione (ieri sera data come via d’uscita probabile) o addirittura a un voto contro il governo. In realtà, il quadro è più complicato di come appare. Quel che è certo è che Fini pretende il riconoscimento della ‘terza gamba’ per il suo Fli, il che significa anche la certificazione che non si opererà per abbatterlo politicamente e per disgregare il suo gruppo, che cesseranno attacchi e ‘veleni’ contro di lui e la sua famiglia. E su questo – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA –, al di là dei toni più forti usati da Bocchino o Briguglio o Granata, il gruppo è sostanzialmente concorde: ‘Deve apparire in qualche modo che non siamo figli di un Dio minore, ma che al pari di Pdl e Lega anche noi e l’Mpa contribuiamo a rendere stabile ed efficiente la maggioranza. Conviene anche a Berlusconi un atto di chiarezza, ce lo chiedono i mercati, l’opinione pubblica, gli imprenditori, non possiamo continuare così’ dice Adolfo Urso. E Benedetto Della Vedova scandisce: ‘Facciamo cose lineari, non un governicchio: la via più logica sarebbe quella del voto di fiducia, una mozione firmata da tutti i capigruppo. Se non la vogliono perché altrimenti, come dice qualcuno, "si legittimerebbe l’esistenza di Futuro e Libertà" allora certo che c’è un problema...’. Messa così, tutti condividono: anche i firmatari della nota dei quattro, o i moderati come Ronchi, che però temono che — per dirla con le parole di uno di loro — Bocchino e ‘gli altri pasdaran non vogliano arrivare ad una pace, ma ad una rottura, per questo alzano tutti i giorni l’asticella’, e questa ‘non è la nostra linea, noi vogliamo che il governo vada avanti’. Certo, se dal premier arrivassero ‘provocazioni’ o dichiarazioni per dimostrare che Fli è ormai di fatto fuori dalla maggioranza o comunque totalmente irrilevante ‘anche noi avremmo problemi a votargli a favore, abbiamo la nostra dignità, la nostra storia. Ma non crediamo vada a finire così’. Insomma, nonostante almeno due o tre esponenti di Fli siano considerati a rischio di abbandono, al momento il gruppo sembra reggere su una posizione che comunque potrebbe anche esplicitarsi con una mozione autonoma che accompagna un voto favorevole, o appunto con un’astensione: ‘Allo stato — rivela uno dei fedelissimi di Fini — questa è l’ipotesi più probabile, e non ci sarebbero defezioni. Nessuno di noi potrebbe sottrarsi, e per Berlusconi sarebbe comunque un risultato molto misero’. Molto più difficile immaginare che il gruppo sui muova compatto, invece, in caso di voto contrario, ma qui appunto ‘è inutile fare ipotesi — dice Della Vedova — vedremo cosa farà e dirà Berlusconi’. Per questo – conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – la decisione finale sul che fare verrà presa solo domani dopo aver ascoltato il discorso del premier, in una riunione dei gruppi parlamentari alla presenza di Fini”. (red)

 

7. Quando servono le dimissioni

Roma - “La presidenza della Camera – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – conferisce a Gianfranco Fini uno status istituzionale di prima grandezza e un potere concreto di indirizzo dei lavori parlamentari. Rappresenta quindi un punto di forza, ma anche una limitazione oggettiva della sua libertà di iniziativa politica. Qualche settimana fa, prima che la modesta vicenda dell’appartamento monegasco conquistasse le prime pagine dei grandi giornali, si era vociferato di un’intenzione di Fini di dimettersi per essere poi rieletto da una maggioranza diversa, il che avrebbe sancito la possibilità di dar vita, in caso di crisi, a un governo di emergenza antiberlusconiano. Quell’opportunità, se mai c’è stata e se mai è stata presa in considerazione, oggi è svanita, ma il tema delle possibili dimissioni del presidente di Montecitorio, tra un sussulto e una smentita preventiva, continua ad agitare il dibattito politico e mediatico. La domanda cui bisognerebbe trovare una risposta è se a Fini convenga dimettersi, visto che nessuno può imporgli questa scelta. Benedetto Della Vedova, per esempio, sostiene che se Fini dovesse dimettersi ‘per fare il leader di un movimento politico, sarebbe tutto di guadagnato’. Lo stesso nel Foglio di oggi dice Alessandro Campi. Queste opinioni – prosegue IL FOGLIO – mettono in luce la difficoltà a esercitare contemporaneamente una leadership politica, per sua natura di parte, e un ruolo arbitrale e istituzionale che richiede imparzialità. Tutto dipende dal percorso politico che Fini intende intraprendere. Se vuole concorrere da una posizione di destra moderna al successo di una coalizione moderata, nella quale far valere le sue idee come contributo critico ma costruttivo, gli conviene dedicarsi alla costruzione del suo movimento, così da definirne in modo preciso l’identità e gli obiettivi. Preso atto della sua rinuncia a una posizione dalla quale potrebbe esercitare forzature, gli altri soggetti del centrodestra sarebbero indotti ad accettare un confronto di merito. Se invece come sostiene Francesco Rutelli, forse confondendo i desideri con la realtà, l’obiettivo di Fini è quello di partecipare alla costruzione di una terza forza che punti a essere determinante senza impegnarsi in una scelta preventiva di alleanze, gli conviene restare dov’è. Da quella posizione può creare grattacapi al centrodestra, logorare la coalizione dalla quale intende distaccarsi, per poi cercare di far ricadere su Silvio Berlusconi la responsabilità della crisi della legislatura. La scelta, insomma, - conclude IL FOGLIO – è tra una manovra di piccolo cabotaggio molto insidiosa sul breve termine o una discesa in campo aperto a sostegno di idee e programmi di un certo respiro”. (red)

 

8. Finiani divisi ma il voto è più vicino

Roma - “Il documento politico che Berlusconi leggerà domani alla Camera – scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE – sta prendendo forma in queste ore. Italo Bocchino ha chiesto, o meglio preteso, di vederlo, discuterlo e semmai modificarlo prima che sia sottoposto al voto dell’aula. Con che faccia chi ha sputato nel piatto nel quale per anni si è saziato di ogni bene ora chieda di risedersi a tavola, non lo si capisce. Misteri della politica. Per Fini e Bocchino il Pdl è morto, lo hanno detto chiaramente. Pretendere di parlare con un morto è quantomeno bizzarro. I due, insieme agli amici Granata, Briguglio e Perina, dovranno ascoltare le parole del premier esattamente come faranno i loro amici Bersani e Di Pietro, cioè l’opposizione con la quale dicono di avere molti punti di contatto. Se vorranno voteranno con la maggioranza, altrimenti amen. In realtà domani le conte saranno due. La prima sul documento della maggioranza, la seconda dentro il gruppo del nascente partito di Fini. Nel quale non tira una bella aria. Anzi, arrivati al dunque, non sono pochi gli scissionisti più che scettici a portare lo scontro fino alle estreme conseguenze. Con Fini azzoppato e, dicono, stordito dalla questione Montecarlo, Bocchino sta facendo il padrone di casa senza essere stato mai investito di tale autorità dai coinquilini. Proprio quest’ultimi appaiono come il vero ago della bilancia. Forse solo un loro ripensamento potrà infatti evitare le elezioni anticipate, non tanto per una questione di numeri ma di sostanza politica e di clima generale. Nelle ultime ore sono però in pochi a scommettere su questa possibilità. Le quotazioni del ritorno immediato alle urne – conclude Sallusti su IL GIORNALE – sono in rapida salita e in questo senso andrebbe lettala ormai famosa battuta di Bossi: ‘Spqr, sono porci questi romani’. Almeno per la Lega, la campagna elettorale è già iniziata e non c’è più tempo da perdere. Tra poche ore sapremo se ancora una volta Bossi ha fiutato l’aria prima e meglio di altri”. (red)

 

9. Campi: “Fini si dimetta e combatta”

Roma - “‘La follia è cominciata con il 29 luglio e la cacciata di Fini dal Pdl. Ma è arrivato il momento di superare lo stordimento iniziale. Preso atto che nella creatura berlusconiana non si è potuto fare politica, allora le alternative non sono troppe: se Gianfranco Fini vuole prendere sul serio se stesso e quello che ha detto in questi anni, dovrebbe abbandonare il limbo dei gruppi parlamentari che offre il fianco a chi lo accusa di oscure trame di Palazzo; dovrebbe fondare un proprio partito investendo tutto se stesso in questa operazione; dovrebbe di conseguenza dimettersi da presidente della Camera e non per le torbide e risibili accuse intorno a Montecarlo, ma per riacquistare libertà di tono e di movimento. Fini dovrebbe, insomma, tornare più esplicitamente, ma fuori del Pdl, a combattere la propria battaglia di rinnovamento in stile europeo e modernizzatore del centrodestra’. Dice così, in una breve chiacchierata con il Foglio, Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione FareFuturo. Il professore ha un paio di idee su come Fini potrebbe rovesciare strategicamente la natura di un dissidio, quello che lo divide dal presidente del Consiglio, il cui scioglimento positivo appare complicatissimo se non impossibile. C’è forse un solo modo per rallentare il nero gorgo che sta inghiottendo il centrodestra, dice Campi: ‘Dovrebbe riuscire una manovra che restituisca senso politico a questa aspra contesa che si è trasformata in una questione personale dalle sfumature poco limpide’. Ma come si può restituire caratteri di maggiore fisiologia a un conflitto sin troppo esplicitamente tracimato da ogni argine di normalità? Dal punto di vista dell’ex leader di An – sostiene Campi – il risultato lo si può ottenere ritornando a declinare i temi culturali del cosiddetto ‘finismo’, cioè la molto evocata ‘conversione di Fini’, attraverso una nuova formazione politica che, pur all’interno del centrodestra, si ponga in leale concorrenza (non antitesi) con il berlusconismo e la sua interpretazione dei rapporti sociali e della politica. ‘Se non stai nel Pdl perché non ti ci vogliono e non accettano che tu possa fare politica dall’interno, allora devi rilanciare recuperando il senso della tua battaglia di riposizionamento culturale per un centrodestra diverso. Un investimento rischioso, oneroso, che forse impone persino il sacrificio della presidenza della Camera’, dice Campi. ‘Perché guidare una formazione ambiziosa, come sono ambiziose le idee che Fini ha fatto proprie in questi anni, richiede tempo, libertà d’espressione e di movimento. Creare e guidare direttamente un partito significa scegliere con accuratezza gli uomini e la classe dirigente, significa parlare in chiave politica, e non solo istituzionale, con il tuo potenziale elettorato. Fare politica da presidente della Camera, di fatto, è un freno’. ‘Ma guai se Fini si dimettesse perché spinto dalla risibile e forsennata campagna sulla casa di Montecarlo’, spiega il professore. ‘E’ uno scenario che non esiste e che è stato persino un errore adombrare da parte sua nel video messaggio di sabato scorso. Non c’è nessuna proporzione, nessun legame comprensibile, tra la banale faccenda della casa monegasca e l’enormità delle sue eventuali dimissioni. Se mai Fini decidesse di fare un passo così importante, dev’essere ispirato da ben altro: dalla sua storica battaglia per un centrodestra migliore. Un sacrificio dettato da ragioni politiche, dalla decisione responsabile e coraggiosa di mettersi personalmente a capo di una formazione politica capace di recuperare e rilanciare il senso di un percorso culturale che viene da lontano. Costruire un partito è un lavoro serio, intenso, che non può essere appaltato ad altri, a soluzioni come quella della staffetta Casini-Follini. Fini dovrebbe assumere in prima persona la leadership guidando direttamente la costruzione del proprio partito. Tanto più se i sondaggi, che certo vanno verificati e sui quali non si possono fondare unicamente le ragioni di una scelta così impegnativa, sono molto gratificanti. Si parla del 7-8 per cento, numeri molto superiori di quelli maliziosamente diffusi dal Pdl’. Domani Berlusconi chiederà il voto sui cinque punti in Parlamento. Si riparte da lì? ‘Ci sarà una ricomposizione tattica, ma sarebbe un errore rimanere incastrati nel gioco parlamentare. Alle triangolazioni di Palazzo va affiancato un rilancio dell’iniziativa politica. Non facile, ma possibile’”. (red)

 

10. Trovata la cucina dei Fini: a Montecarlo

Roma - “Eccola qui la cucina Scavolini. Sarà un caso – scrive Vittorio Feltri su IL GIORNALE – ma è la copia perfetta di quella scelta dalla signora Elisabetta Tulliani, assistita dal compagno Gianfranco Fini, in un negozio di Roma. Dov’è stata trovata? In una vetrina di Milano o di Torino o di altra città? Nossignori. E stata fotografata nell’ormai famoso appartamento di Montecarlo abitato da Giancarlo Tulliani, fratello della suddetta Elisabetta. Non lo diciamo noi, per carità, ma Ilaria Cavo, inviata di Matrix, il programma televisivo condotto da Alessio Vinci su Canale 5. La quale Ilaria Cavo, cronista di razza, si è recata nel Principato e, a forza di indagare, è riuscita a venire in possesso della fotografia che campeggia in questa prima pagina del Giornale. Lo scatto è stato fatto quando la cucina in questione era in fase di montaggio (come si evince dall’immagine-documento) nell’alloggio che An, dopo averlo ricevuto in eredità da una nobildonna, ha venduto a una società offshore di cui tanto si è parlato in questi giorni: quella che il governo di Santa Lucia ha dichiarato essere intestata al cognato di Fini. I lettori si chiederanno, probabilmente, perché diamo tanta importanza a qualche mobile insignificante. Gliela diamo perché insignificante non è affatto. Spieghiamo perché. Oltre un mese fa, mentre infuriavano le polemiche sulla nostra inchiesta relativa al pied-à-terre sbolognato dal presidente della Camera per 300mila euro (un quinto del valore di mercato), i nostri inviati scoprirono che Gianfranco ed Elisabetta si erano presentati in un magazzino specializzato in arredamenti per comprare, tra l’altro, una cucina di modeste dimensioni. E, misure alla mano, decisero di fare propria una bella Scavolini da inviare a Montecarlo. Tutto questo fu raccontato da un dipendente del negozio al nostro imbattibile Gian Marco Chiocci, giornalista esperto e di categoria superiore, in un articolo per Il Giornale. Apriti cielo. Fioccarono smentite da parte dei finiani che non trascurarono di prenderci in giro nel tentativo di farci passare per fessi, talmente fessi da perderci dietro a una banale cucina che, secondo loro, non era stata spedita a Montecarlo ma era rimasta nella capitale, in una delle tante case dei Tulliani. Pur di minimizzare la notizia, insomma – prosegue Feltri su IL GIORNALE – non esitarono a sfotterci: guarda un po’ Feltri e Sallusti a che punto sono arrivati; si eccitano per un frigorifero e quattro armadietti. E i quotidiani di mezza Italia in coro: quelli del Giornale sono diventati matti. In realtà se quella cucina acquistata a Roma da Fini-Tulliani fosse stata trasportata oltre frontiera e impiantata nell’appartamento della discordia, ciò avrebbe dimostrato che il presidente della Camera, o la sua compagna, disponeva in qualche modo dell’immobile, altrimenti perché avrebbe dovuto partecipare alle operazioni di arredamento? Per questa ragione, supponiamo, la circostanza era stata sdegnosamente negata dalla famiglia della terza carica dello Stato e dai suoi pretoriani. Ma il tempo è galantuomo. Ora salta fuori di nuovo la Scavolini: non è a Roma bensì a Montecarlo. Non è la stessa? Può darsi, le cucine non hanno la carta d’identità. Però quella di cui discettiamo (e che è stata fotografata), guarda un po’ la combinazione, è uguale a quella comprata nella capitale, come ha precisato il dipendente del mobilificio che l’ha venduta alla signora Elisabetta. Per essere scrupolosi fino in fondo, abbiamo mostrato l’istantanea a un concessionario Scavolini di Milano e questi ci ha confermato: sì, è roba prodotta dalla nostra azienda. Quindi? O siamo di fronte ai mobili usciti dal magazzino romano – conclude Feltri su IL GIORNALE – oppure l’inquilino Giancarlo Tulliani - per pura sfiga - nell’arredare casa sua ha avuto la medesima idea della sorella. Tutto può succedere, ma che succeda sempre alla famiglia Fini-Tulliani pare molto strano. Stranissimo”. (red)

 

11. Santa Lucia, asse tra Lavitola e il ministro

Roma - “Un tempismo perfetto, quasi sospetto. Valter Lavitola – scrive Giusi Fasano sul CORRIERE DELLA SERA – arriva all’ultimo istante alla conferenza stampa convocata a sorpresa dal ministro della Giustizia di Santa Lucia Lorenzo Rudolph Francis. E in tasca ha una email: il colpo di scena. Un passo indietro: Lavitola è l’editore di Avanti ma soprattutto è l’uomo individuato dai finiani come autore del documento che attribuisce a Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, la titolarità delle società off shore (Printemps Ltd e Timara Ltd) che sono coinvolte nel caso Montecarlo. Ieri pomeriggio alle cinque, nella stanza della presidenza del Consiglio, nessuno sapeva chi fosse quando si è presentato: ‘Sono Lavitola, signor ministro. Vorrei che lei rispondesse sinceramente, ma davvero sinceramente, a una domanda: è vero che fra i documenti della vostra indagine preliminare esiste una email fra Walfenzao e Gordon? È vero che risale ai primi giorni di agosto?’ La risposta arriva con un sorriso: ‘Sì, è così’. E ancora: ‘È vero che è determinante per provare che Tulliani è legato alle due società?’ ‘A questo non posso rispondere’. Eccolo, il colpo di scena. La famosa email di cui Lavitola aveva già parlato in più di un’intervista e la conferma del ministro. Ancora un passo indietro: Walfenzao è James Walfenzao, l’uomo chiave per tutte le società che riguardano lo scandalo di Montecarlo, e Gordon è Michael Gordon, avvocato dello stesso studio legale nel qual hanno sede la Printemps e la Timara, in Manoel Street 10. Lavitola giovedì sera ad ‘Annozero’ era stato accusato dal capogruppo di Fli alla Camera, Italo Bocchino, di essere responsabile di ‘dossieraggio’ contro Fini e il giorno dopo era stato a Palazzo Grazioli. Ieri – prosegue Fasano sul CORRIERE DELLA SERA – è sbarcato a Castries, la capitale di Santa Lucia, giusto in tempo per farsi dare una risposta dal ministro Francis il quale nella sua conferenza stampa premette: ‘Ho deciso di ricevervi perché possiate fare tutte le domande che volete ma vi prego da oggi in poi basta. A Santa Lucia non amiamo questo genere di intrusioni’. Il ministro dice anche che email Walfenzao-Gordon nel suo fascicolo ce n’è più di una. È Lavitola che, a microfoni spenti, più tardi, spiega il contenuto di quella che secondo lui è ‘determinante’: sarebbe Walfenzao a scrivere a Gordon e a lamentarsi per le notizie di stampa che parlano di rottura fra Fini e Berlusconi in Italia. Secondo Lavitola Walfenzao dice: ‘La sorella di un nostro cliente italiano ha un forte rapporto con uno dei due’. E questo è un guaio, stando alla ricostruzione di Lavitola, perché il legame con un politico ‘è informazione sensibile e dovrebbe essere un dato denunciato ufficialmente quando si costituisce una società. Invece Tulliani l’ha tenuto nascosto e quindi, quando Walfenzao e Gordon hanno sentito dello scandalo si sono incazzati con lui. Secondo me è stato Gordon ad andare dal governo e suggerire di aprire l’inchiesta, per scaricare Tulliani’”. (red)

 

 

12. “Indagine avviata tre mesi fa”, ammette ministro Francis

Roma - “‘Questo’, ringhia il ministro della Giustizia di Santa Lucia puntandoci il dito quasi in faccia, ‘è un problema vostro. E’ un problema italiano. Chiaro? Risolvetelo voi. Non ho intenzione di rispondere alle vostre domande e di fornire spiegazioni. Lo statement, il comunicato, ha chiarito tutto’. Lorenzo Rudolph Francis – riporta Daniele Mastrogiacomo su LA REPUBBLICA – sbotta all’improvviso mentre scendiamo dal quinto piano della palazzina del primo ministro. Ha appena concluso una conferenza stampa riservata ai soli giornalisti locali. Quelli italiani, che adesso sono diventati dieci, non sono graditi. Chiediamo: è legale svolgere un’indagine su una società registrata a Santa Lucia, uno Stato che fonda il suo assunto giuridico sulla segretezza dei dati finanziari? E’ lecito, giuridicamente possibile, svolgere questi accertamenti sulla base di semplici articoli di stampa? Oppure occorre una rogatoria o una segnalazione di un crimine? Mentre l’ascensore continua la sua corsa ricordiamo al ministro Francis che l’ex premier Kenny Anthony giudica la sua attività illegale. Raccogliendo informazioni sulla Timara, Jaman Partners, Jaman Directors (società che hanno comprato e venduto l’appartamento di Montecarlo), il Guardasigilli ha commesso un reato. L’uomo che abbiamo davanti adesso sorride, afferra il suo Blackberry e scorre le mail. E’ chiaramente imbarazzato. Mai come ora vorrebbe ricevere una telefonata che lo liberi da un assedio che lo coglie sul vivo. Ma il cellulare resta muto. E le domande, appena l’ascensore apre le porte, tornano a riproporsi con altri giornalisti, locali e italiani, accorsi in massa. Le telecamere inquadrano, impietose, un ministro che resta in silenzio, gli occhi bassi sul display del telefonino, mentre affretta il passo e raggiunge l’uscita. Il collega di Annozero, anche lui approdato a Santa Lucia, non molla la presa. Ripete la domanda, chiede quale urgenza, quale pericolo imminente giustificava un’indagine discreta e confidenziale. Nessuna risposta. Eppure – prosegue Mastrogiacomo su LA REPUBBLICA – sarebbe bastato far accedere i giornalisti italiani alla conferenza stampa per ottenere quelle risposte che, ostinatamente e per motivi che appaiono sempre più evidenti, ora non ci vengono fornite. La fuga di notizie, la nota confidenziale del ministro Francis, si è rivelata un boomerang per il governo locale. Per ottenere uno straccio di spiegazione dobbiamo ricorrere ai sonori delle immagini registrate dai colleghi di Santa Lucia. Il ministro accetta di rispondere alle domande sullo ‘scandalo’ italiano. Spiega che non ci sono nuclei speciali investigativi all’opera, ripete che c’era in ballo la reputazione dell’isola, che è stato il primo ministro a chiedere l’inchiesta sulla base dei ‘report’ della stampa internazionale. Qualcuno ha detto al primo ministro Stephenson King che il paradiso fiscale era in pericolo. Ha suggerito un indagine. Un collega del posto osserva: ‘Ma non è illegale?’. Il ministro Francis quasi urla la sua risposta: ‘Niente di illegale, non è stato commesso alcun reato’. La cosa seria, aggiunge, è la fuga del documento. E’ stato sottratto dal file del computer governativo. ‘Ha dimostrato che esiste una falla grave nel nostro sistema informativo’, aggiunge con enfasi. Abbiamo deciso di rafforzarlo con altri filtri di sicurezza. Francis aggiunge un dettaglio che apre un altro mistero. ‘L’indagine’, dice ai colleghi stranieri, ‘è stata avviata tre-sei mesi fa’. Forse si tradisce – conclude Mastrogiacomo su LA REPUBBLICA – forse è solo in buona fede. Una cosa è certa: tra marzo e giugno il caso Tulliani-Montecarlo non era ancora esploso”. (red)

 

13. “Casa di Montecarlo, il mistero in una mail”

Roma - “In una email inviata da James Walfenzao a Michael Gordon lo scorso 6 agosto – scrive Francesco Semprini su LA STAMPA – è contenuta la soluzione dell’affaire Montecarlo. A dirlo è Valter Lavitola, editore dell’Avanti, contro cui si infrangono i ripetuti sforzi del governo di Saint Lucia di porre fine al polverone causato dalle due società off-shore riconducibili a Giancarlo Tulliani. Il colpo di scena arriva al termine di una giornata di tensioni tra le autorità dell’isola caraibica e i cronisti italiani. Forse se ne accorge lo stesso ministro che in tutta fretta e senza preavviso convoca una conferenza stampa nell’ufficio del Primo ministro. Forse vuole chiarire, ma da subito si capisce che c’è altro in ballo, perché assieme alla pattuglia di giornalisti italiani si presentano anche alcuni giornalisti domenicani tra cui Josè Antonio Torres di el Nacional, il quotidiano di Santo Domingo che per primo ha pubblicato la lettera con la quale Francis informava il premier che Tulliani era titolare di Timara e Printemps. La vera sorpresa però giunge a conferenza iniziata, quando nell’ufficio dove i giornalisti sono raccolti attorno a Francis arriva Valter Lavitola, in tasca ha il colpo di scena. Lavitola è colui che era stato accusato dai finiani di essere l’autore del documento che attribuirebbe a Tulliani, cognato di Fini, la titolarità delle società off-shore che hanno acquistato da An la casa a Montecarlo. ‘Dopo questo incontro gradirei non ricevere nessuna altra domanda, a Saint Lucia non piacciono le intrusioni come questa’: il ministro risponde alle domande, anche se spesso si trincera dietro le dichiarazione fatte nei giorni scorsi. ‘Sì, sono pronto a collaborare col governo italiano’, dice Francis che poi chiarisce che le società riconducibili a Tulliani sono due e non solo la Timara ‘come per errore è scritto nella lettera ‘. Infine assicura che, una volta terminata l’indagine, i documenti saranno pubblicati. I toni diventano talvolta accesi; ma è quando arriva il turno di Lavitola che il clima diventa rovente. ‘Vorrei che mi lei rispondesse sinceramentema davvero sinceramente a una domanda: nel corso dell’indagine preliminare è vero che tra le prove avete raccolto una email inviata da Walfenzao e Gordon i primi di agosto?’, dice il direttore dell’Avanti. ‘Sì, è vero’, risponde Francis. ‘Ed è vero che è determinante per provare che Tulliani è legato alle due società off-shore?’, incalza il giornalista. ‘A questo non posso rispondere’ chiude il ministro. Si tratta della email – prosegue Semprini su LA STAMPA – di cui Lavitola aveva parlato nei giorni scorsi ma di cui non si era data una collocazione precisa e che riguardano Michael Gordon, titolare dell’omonimo studio legale che ha fondato la corporate agent di cui è amministratore e azionista unico James Walfenzao, l’uomo chiave legato a tutte le società che in qualche modo hanno a che fare con l’affaire monegasco. Le spiegazioni giungono poco dopo quando Lavitola racconta di stare seguendo tutt’altro caso, ‘qualcosa che ha a che fare di legami tra Italia e centro e sud America’, e di essersi imbattuto ‘quasi per caso’ in una mail inviata da un gestore di società off shore, che si occupava degli affari di Printemps e Timara Ltd. In questa mail il gestore si dice ‘preoccupato per lo scontro tra Berlusconi e Fini, perchè la sorella del suo cliente aveva un forte rapporto’ con uno dei due leader. Questo perchè la legge dice che se ci sono dei soggetti politicamente sensibili che vogliono aprire società off-shore devono informare il curatore, ‘mentre Tulliani non lo fece con Walfenzao’ che a questo punto potrebbe rischiare, secondo legge la revoca della licenza delle concessioni danneggiando gravemente anche Gordon&Gordon, legato a doppio filo con la Corpag. ‘Io non escludo - prosegue Lavitola - che l’indagine sia nata da Gordon e Walfenzao. Messo alle strette quest’ultimo non ha potuto far altro che collaborare col governo, ed ora starebbe pensando persino di rinunciare al mandato del cliente’”. (red)

 

14. Laboccetta: “Mai conosciuto Walfenzao”

Roma - Intervista al deputato del Pdl Amedeo Laboccetta sul CORRIERE DELLA SERA: “Nel gioco di specchi dell’affaire casa Tulliani compare Amedeo Laboccetta. Ex An ora berlusconiano, il deputato napoletano, ‘innamorato dell’isola di Saint Marteen’, nei retroscena sulla ‘macchina del fango al lavoro contro Gianfranco Fini’ viene descritto come capace di muovere le cose ai Caraibi. Complice il link con James Walfenzao, referente di Giancarlo Tulliani per l’appartamento monegasco, che era consulente del gruppo Atlantis da lui rappresentato in Italia fino al 2008. Ma Laboccetta nega ruoli opachi. Tuona contro ‘l’anima nera’ Italo Bocchino e gli altri ‘kamikaze finiani’ che ‘instillano veleni’. E a Fini rinfaccia: ‘Quando lo imploravamo di non annetterci al Pdl ci snobbava. Poi nel 2009 mi disse: ‘Dobbiamo fare la guerra a Berlusconi perché non lo sopporto più’‘. Onorevole Laboccetta c’era lei dietro l’operazione Montecarlo? ‘Manco per niente. L’unica questione immobiliare che ho fatto esplodere è l’affitto da 400 milioni che la Camera paga a un costruttore romano’. Walfenzao ai familiari di Fini lo ha presentato lei? ‘Non lo conosco, né lo frequento’. Non era suo collega in Atlantis? ‘Era un consulente esterno. Io ero procuratore speciale del gruppo in Italia. Poi venni eletto e mi dimisi. E non ho nessun figlio che lavora in Atlantis, come è stato scritto’. Ma a Saint Marteen presentò Fini al datore di lavoro di Walfenzao: il proprietario di Atlantis, Corallo? ‘Nemmeno. Nel 2004 Fini venne a Saint Marteen per fare immersioni. Cenammo insieme alle rispettive famiglie per festeggiare l’onomastico di mia moglie, in un ristorante accanto al casinò di Corallo. Ma lui non c’era’. Prende le distanze da Corallo? ‘Per carità. Lui è per bene. Un signore. Sono orgoglioso di essere suo amico. E l’Atlantis è un gruppo che dal 2004 quando vennero stipulate le concessioni per far entrare nella legalità le slot machine è leader del settore. Ha portato allo Stato 4 miliardi di euro (che forse c’è chi vuol far tornare alla criminalità). Mai condannato. Tantomeno per mafia. Tutti veleni che spargono’. Chi? ‘Fra questi c’è Bocchino. Riconosco la sua cattiveria. Parla di dossieraggio per confondere le acque’. Ma la vicenda è opaca assai. ‘Inquietante. Ma la deve chiarire solo Fini insieme ai suoi familiari. Così potremo smetterla con la ricerca affannosa dei numeri. E stanare i furbi che ricattano il governo’. Fini direbbe che non l’ha voluto lui. Ma chi lo ha estromesso dal Pdl di cui ‘Questa è una giustificazione a una guerra che porta avanti dal 2009. Fini è irriconoscibile. Non so chi lo ha cambiato. Certo l’amore a volte gioca brutti scherzi. Ma so che aveva difficoltà di coabitazione con Berlusconi e voleva accelerare i tempi della successione. Tentai di fermarlo. Nella direzione Pdl fui l’unico a tentare di stemperare la tensione creata dal suo dito puntato contro Berlusconi. Per questo mi hanno seguito una ventina tra ex An e Pdl incerti. Anche per questo i finiani ora mi attaccano’”. (red)

 

15. La casa non è chiusa

Roma - “Sull’affare di Montecarlo – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO – Fini ha tentato in tutti i modi di tappare la bocca a Libero e al Giornale. Prima con le cattive, minacciando querele e promettendo ritorsioni. Poi con le pressioni indirette, mandando a dire al Cavaliere che la sopravvivenza del suo governo era strettamente connessa al silenzio stampa sulla questione della casa monegasca. Infine, giunto all’ultima spiaggia, quella di Santa Lucia, ha messo da parte i propositi bellicosi e si è convertito alle buone, presentandosi in tv come il presidente raggirato dal cognato e ammettendo la sola colpa dell’ingenuità, confidando nella comprensione degli italiani, i quali in famiglia hanno tutti un parente scapestrato. ‘Il caso è chiuso’, si è affrettato a dire Italo Bocchino, che di Fini è il braccio e forse anche il corpo armato. Avendoci dato in pasto il cognato, la terza carica dello Stato si augura di aver saziato la nostra curiosità, sperando che della questione non si parli più. In realtà la casa non è affatto chiusa, perché nella ricostruzione del presidente della. Camera i conti non tornano affatto. Tanto per cominciare c’è la questione del prezzo, su cui con il suo video messaggio Gianfranco ha brillantemente sorvolato, ignorando le offerte per l’acquisto dell’appartamento che in questi anni An ha ricevuto. Tra quanto Alleanza nazionale ha incassato e la stima fatta da più parti c’è la differenza di un milione 200 mila euro. Che fine hanno fatto questi soldi? Il mistero buffo continua, perché Fini dice di non conoscere l’identità del fortunato azionista delle società. Printemps e Timara. Difficile credergli, perché la dichiarazione cozza col buon senso: nessuno vende a uno sconosciuto. Ma ancor più, cozza con le norme antiriciclaggio che impongono di sapere chi sta dietro il paravento. Inoltre c’è la questione della cucina comprata a Roma e spedita a. Monaco. Una bufala secondo Gianfranco, ma adesso l’inviata di Matrix, Ilaria Cavo, pare essere in grado di documentare che sta nel quartierino monegasco. Se la Scavolini l’ha scelta insieme con la compagna, come può il cofondatore dire di non sapere nulla di quell’immobile? Infine lo scontro con Tulliani, al quale tocca l’ingrato compito del cognato espiatorio. Secondo i giornali amici – prosegue Belpietro su LIBERO – ‘Elisabetto’ negherebbe all’illustre parente le informazioni necessarie a far luce sul misterioso compratore, e per questo tra i due sarebbe sceso il gelo. Un resoconto che mal si concilia con la notizia riferita dalla stessa ‘Repubblica’ nella sua edizione di sabato, secondo cui Fini, premurosamente preoccupato per il fratello della compagna, gli avrebbe consigliato la scorta. Ancor più difficile bersi la versione secondo la quale il presidente della Camera non sarebbe riuscito ad aver ragione del mutismo di un giovanotto cui ha dato tutto, appalti in Rai e Ferrari compresi. Fosse vero, dovremmo rassegnarci all’idea che Fini non solo non sia nelle condizioni di presiedere la Camera, ma neppure il tinello. La sensazione è che la terza carica, dello Stato abbia cambiato tattica. E non essendo riuscito a passare per vittima di una macchinazione ordita da. Berlusconi, ora si accontenti di far la vittima del cognato, sperando così di uscire indenne dalla bufera. Ma le mezze ammissioni sulle leggerezze commesse non cancellano i troppi sospetti che circondano la vicenda. Al punto in cui siamo arrivati, Fini farebbe bene a vuotare il sacco e dire esattamente come sono andate le cose. E le colombe che in questo momento sono al lavoro per ricucire i rapporti tra il presidente del Consiglio e quello della Camera farebbero bene a, evitare facili illusioni. Gianfranco ha, cambiato tattica, ma non obiettivo e nel mirino ha sempre il Cavaliere, dal quale, come ha confessato sull’aereo di ritorno da Zagabria, vorrebbe liberare l’Italia. Dunque, in vista del discorso di domani, ci permettiamo di dare un consiglio al premier. Faccia pure tutte le sue mosse e si appelli al senso di responsabilità dei parlamentari eletti nel Popolo delle Libertà, ma si tolga dalla testa l’idea di un accordo con Fini. L’unica intesa che ormai si può raggiungere con l’inquilino di Montecitorio – conclude Belpietro su LIBERO – è quella che riguarda la data delle sue dimissioni”. (red)

 

 

16. La trave dell’offshore nell’occhio del Cavaliere

Roma - “Quello che vale per ciascuno di noi, vale per Silvio Berlusconi? L’etica pubblica che vincola gli attori politici, obbliga anche il Cavaliere? E, soprattutto, la legge è uguale anche per il capo del governo? Sono le domande – scrive Giuseppe D’Avanzo su LA REPUBBLICA – che attendono una risposta mercoledì quando Berlusconi terrà alla Camera un discorso che i suoi annunciano memorabile. Vedremo se lo sarà davvero. Di certo, il capo del governo è atteso a una prova decisiva e ci si augura che, come al solito, non giochi la partita da parolaio fumigante trasformando la notte in giorno, il bianco in nero. Anche perché quegli interrogativi si sono irrobustiti dopo il pubblico chiarimento offerto dal presidente della Camera. Bene, c’è un bruscolo nell’occhio di Gianfranco Fini. È colpevole forse di aver dato fiducia a un ‘cognato’ scavezzacollo. Ipotizziamo la scena peggiore (finora non dimostrata). Il ‘cognato’ ha imbrogliato il presidente della Camera. Ha simulato la compravendita della casa di Montecarlo. In realtà, se l’è comprata nascondendo la proprietà diretta dietro il paravento di una società off-shore dell’isola caraibica di Santa Lucia. Se così fosse, Fini si dimette (è il suo impegno). È responsabile di ‘ingenuità’. Ecco il peccato perché, come ricorda, ‘non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno; non è coinvolta l’amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c’è corruzione né concussione’. A sollecitare questo atteggiamento c’è un archetipo del sentimento morale - la vergogna - e il tormento di una coscienza che avverte come propria anche la colpa altrui che non si è riuscito a intuire, prevedere, annullare. Le dimissioni mi sono imposte, dice Fini, dalla ‘mia etica pubblica’, anche se ‘sia ben chiaro, che personalmente non ho né denaro, né barche né ville intestate a società off-shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse’. È sotto gli occhi di tutti la disarmonia tra quel che viene rimproverato, urlato a Fini e quel che viene perdonato o addirittura colpevolmente dimenticato di Berlusconi. Come è stravagante non scorgere il disequilibrio tra i possibili esiti politici. Per i libellisti della ‘macchina del fango’ organizzata dal Cavaliere - e anche per qualche corista che si dice neutrale - Fini deve scomparire. Un peccato di ingenuità in un affare privato dovrebbe determinare le sue dimissioni da presidente della Camera mentre, al contrario, una diretta, documentata, consapevole responsabilità in comportamenti criminali che hanno corrotto gli affari pubblici e provocato un danno alle casse dello Stato dovrebbe essere così trascurabile da consentire a Berlusconi di governare fino alla fine della legislatura prima di ascendere addirittura al Colle più alto come presidente della Repubblica. Le memorie – prosegue D’Avanzo su LA REPUBBLICA – deperiscono in casa nostra. Conviene rianimarle con quale fatto. La KPMG, una delle più prestigiose società di revisione contabile del mondo, un colosso dell’accounting, l’arte della certificazione di bilancio, deposita - il 23 gennaio del 2001 - 800 pagine di un’analisi tecnico-contabile di sette anni di bilanci della galassia societaria Fininvest, dal 1989 al 1996, quella che per brevità è stata chiamata ‘All Iberian’. Si sa quel che dice il Cavaliere di ‘All Iberian’ (‘Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l’esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario’, Ansa, 23 novembre 1999). Il documento di KPMG racconta come vanno le cose nella società di Berlusconi: Fininvest sommerge buona parte della sua contabilità. Nascosta da un doppio registro, movimenta, nei 7 anni analizzati dalla perizia, almeno 3 mila e 500 miliardi, 884 dei quali occultati su piazze off-shore. ‘Per alterare la rappresentazione della situazione economica, finanziaria e patrimoniale nel bilancio consolidato Fininvest’, scrive KPMG. Si scopre che la Fininvest opera attraverso due comparti societari. Il ‘Gruppo A’ - ufficiale - e il ‘Gruppo B’, riservato. Lo spiega l’avvocato inglese David Mills, che ne costruisce l’architettura riferendone direttamente anche a Silvio Berlusconi: ‘Il Gruppo B è un’espressione utilizzata per differenziare le società ufficiali del gruppo A da quelle, pur controllate nello stesso modo dalla Fininvest, che non dovevano apparire come società del gruppo per essere tenute fuori dal bilancio consolidato. Un promemoria definiva le società del gruppo B ‘very discreet’ (molto riservate), perché il collegamento con il gruppo Fininvest rimanesse segreto’. La KPMG individua 64 società off-shore su tre livelli. Al primo appartengono 29 sigle, distribuite geograficamente in quattro aree. ‘Ventuno società hanno sede nelle Isole Vergini inglesi, cinque nel Jersey, due alle Bahamas, una a Guernsey’. ‘Altre tredici società - anch’esse off-shore - formano il secondo livello. Si tratta di ‘controllate’ da società del primo livello da cui non si distinguono né per funzioni, né per organizzazione societaria’. Caratteristica comune anche alle 22 sigle del terzo ed ultimo livello. Ancora KPMG: ‘La gestione (di queste società) è a cura di amministratori e personale del gruppo Fininvest’. I reali beneficiari (beneficial owner) sono ‘amministratori, dirigenti, consulenti o società del gruppo Fininvest’. Dalla Fininvest ‘dipende quasi esclusivamente il loro finanziamento che avviene attraverso le medesime banche e società fiduciarie’. Ricapitoliamo: c’è un comparto segreto, protetto all’estero, ne fanno parte 64 società direttamente controllate da Fininvest. In nome e per conto di Fininvest, concludono transazioni in settori ritenuti strategici per il Gruppo. I loro bilanci sono invisibili, ma solo alla contabilità ufficiale, perché i dirigenti di Fininvest ne hanno il pieno controllo. Come abbiamo già detto, tra il 1989 e il 1996 attraverso il comparto B sono stati stornati dai bilanci Fininvest 884 miliardi e 500 milioni. Cifre parziali, sostiene KPMG, perché ‘i conti cui è stato appoggiato per sette anni il comparto migrano verso le Bahamas. A Nassau, in Norfolk House, a Frederick Street, ha sede la Finter Bank & Trust. Qui, su nuovi conti sarebbe affluita la ricchezza del fu comparto B’. A meno che Silvio Berlusconi non l’abbia fatta rientrare in Italia protetta dallo ‘scudo’ costruito dai suoi governi, si può ragionevolmente dire che ancora oggi egli custodisce in paradisi fiscali una parte del suo patrimonio. Può Berlusconi muovere l’arsenale politico, economico, mediatico che ha sottomano per liquidare un presidente della Camera dissidente chiedendogli conto di un indimostrato bruscolo (una fiducia mal riposta) che quello, Fini, ha negli occhi e restare al suo posto nonostante le prove dell’affarismo societario che fanno di lui, Berlusconi, un primatista indiscusso? Quale ‘regime personale’ può giustificare questa difformità? Quale assuefazione dello storto sul diritto? Nessuna ragione potrebbe spiegarla, se non un abuso di potere o un potere che si fa violenza o la colpevole rassegnazione a un peggio che non trova mai un limite. A ben vedere – continua D’Avanzo su LA REPUBBLICA – anche il conflitto con Gianfranco Fini chiama il presidente del Consiglio a un passo memorabile, alla necessaria decisione di rivelare di quale trama è fatta la sua etica pubblica, di dimostrarsi finalmente all’altezza della sua responsabilità e della sua ambizione. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo. Berlusconi rinunci alla tentazione di stringere intorno al collo del Paese la corda dei suoi affanni. Non sprofondi il Parlamento in una nuova stagione di leggi ad personam (immunità costituzionale, legittimo impedimento, processo breve, limiti agli ascolti telefonici). Difenda il suo onore, come ha fatto Gianfranco Fini. Pretenda di dimostrare nei processi che lo attendono a Milano la trasparenza della sua fortuna. Eserciti nell’aula di un tribunale e non nel Palazzo del Potere i diritti della difesa. Rivendichi con dignità di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami - egli - l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte i suoi affanni e ossessioni per lasciare libera la politica - il governo, il Parlamento - di affrontare le difficoltà del Paese. Si deve tornare a chiederglielo. Presidente, domani, con solennità vuole dire e finalmente dimostrare che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?” (red)

 

17. La Lega sente aria di elezioni

Roma - “La battutaccia di ieri di Umberto Bossi sui ‘romani porci’ – scrive Michele Brambilla su LA STAMPA – non stupisce più di tanto: si inserisce in un’ormai più che consolidata tradizione di linguaggio da caserma, anzi da lupanare. Del resto il leader della Lega (che tra le altre cose è anche un ministro della Repubblica) già in passato ci aveva spiegato che cosa si puliva con il tricolore, aveva già urlato a Casini dove glielo aveva messo Berlusconi (aprile 2008), aveva già mostrato il dito medio, fatto pernacchie, e via con questi tocchi di classe. Nella sua ormai lunga carriera non ha risparmiato nessuno: nemmeno Berlusconi, al quale ha dato del ‘Goebbels’ (24 gennaio 1995) e del ‘mafioso’ (15 settembre 1995), tanto che il Cavaliere in più di un’occasione si era sentito in dovere di reagire: ‘Bossi quando parla sembra un ubriaco al bar’; ‘Bossi è un disastro, una mente contorta e dissociata, un incidente della democrazia italiana, uno sfasciacarrozze con il quale non mi siederò mai più allo stesso tavolo’. Perfino il professor Gianfranco Miglio, al quale oggi un sindaco leghista ha intitolato una scuola, aveva espresso un giudizio non esattamente lusinghiero. Si era espresso così: ‘Bossi è un incolto, buffone, arrogante, isterico, arabo levantino mentitore, se mi si ripresenta lo caccio a pedate nel sedere’ (18 maggio 1994). Il lettore ci perdoni tante squallide citazioni, ma questo è il livello, ormai da troppi anni, del dibattito politico in Italia. Vogliamo dire che da un certo punto di vista le esternazioni di Bossi a Lazzate, in Brianza, rientrano in una desolante routine. Chi ha occasione di seguire i suoi comizi - e soprattutto i suoi dopo-comizi - sa bene che Bossi è così: quando è con ‘la sua gente’ non rinuncia al cabaret, e neppure al trivio e qualche volta alla dichiarazione di guerra. Tutto viene ammorbidito da un clima da strapaese, e quindi minimizzato, infine lasciato perdere nelle cronache da noi giornalisti, che quasi sempre ci limitiamo a riportare le dichiarazioni che ci paiono di spessore politico, nella convinzione che dobbiamo attenerci alla realtà ufficiale, mentre forse sarebbe più istruttivo per i lettori descrivere la realtà per quella che è, tutta intera, cabaret compreso. Passa l’idea che tutto vada ricondotto al folclore leghista. E anche allo spirito giocherellone di Bossi, il quale soprattutto dopo la malattia è diventato meno aspro e più spiritoso, può apparire anche simpatico quando ad esempio dice che a Roma al massimo si può far la corsa delle bighe, e non delle automobili. Diciamola tutta, altrimenti è ipocrisia: molti dicono pure che Bossi è un po’ ‘andato’. Ma non è così. Da dopo la malattia – prosegue Brambilla su LA STAMPA – Bossi è sicuramente blindato da un gruppo di fedelissimi che lo tengono sotto scorta, che cercano di evitargli strapazzi ma anche esternazioni fuori controllo (da quanto tempo Bossi non rilascia più un’intervista?), insomma è particolarmente accudito e protetto. Ma è tutt’altro che ‘andato’. La sua intelligenza politica, o se preferite la sua astuzia, è intatta: e quando Bossi dice qualcosa destinata a far rumore è perché vuole che si faccia rumore, e che quel rumore produca un risultato. Senza voler far dietrologia, crediamo sia perlomeno lecito avanzare il sospetto che il ‘sono porci questi romani’ di ieri non sia dovuto a qualche bicchiere di troppo, come hanno ipotizzato per minimizzare alcuni del centrodestra, ma sia piuttosto un sasso in piccionaia per agitare gli animi dei suoi. Dotato di fiuto come pochi altri, Bossi ha capito che nel centrodestra non c’è tregua che tenga, e che le elezioni anticipate sono inevitabili. E così ha cominciato a scaldare i motori, o meglio il suo elettorato, sapendo bene che per scaldarlo non c’è niente di meglio che riesumare il nemico di sempre: Roma. Contro Roma ladrona aveva cominciato la sua battaglia, contro Roma la riprende sempre ogni qual volta si avvicinano le urne. Intanto a Roma è al governo e gestisce ministeri chiave. E non si astiene né quando c’è da votare per Roma capitale, né ci sono da salvare Caliendo e Cosentino dalla giustizia. È solo un’ipotesi, e forse qualcuno dirà che il bicchiere di troppo lo abbiamo bevuto noi. Ma snobbare le sparate di Bossi – conclude Brambilla su LA STAMPA – ridurle a espressione di ignoranza e maleducazione, è un atteggiamento che per troppo tempo ha portato a una sottovalutazione delle mosse della Lega e dei loro effetti politici”. (red)

 

 

18. L’ira degli alleati “capitolini”. “Inaccettabile”

Roma - “Senatore Maurizio Gasparri, lei è romano e romanista, vero? ‘Qual è il problema?’. C’è Umberto Bossi che gioca con la sigla SPQR e dice: ‘Sono porci questi romani... (Gasparri, di solito, è un uomo politico pronto alla battuta, veloce; le polemiche non lo spaventano. Ma stavolta sbuffa, sospira: è negli studi di ‘Porta a porta’, sta per iniziare la registrazione di una puntata rovente, tra gli ospiti c’è anche il finiano Italo Bocchino). ‘Ecco, appunto... vorrei dirle che il Paese ha qualche problema più serio... comunque sì, certo: ciò che dice Bossi è inaccettabile, offensivo, di pessimo gusto’. Bossi ha parlato a Telepadania. Sostenendo – scrive Fabrizio Roncone sul CORRIERE DELLA SERA – che il Gran premio automobilistico, a Roma, si può fare: ma con le bighe. ‘Di questo Gran premio a Roma si parla da tempo, ed è chiaro che a Monza sono preoccupati: detto questo, io credo che le due corse possano coesistere tranquillamente’. Sono le tre del pomeriggio: le parole di Bossi continuano a rotolare nei palazzi della politica ed è interessante osservare ed ascoltare le reazioni degli esponenti che, con Bossi, sono alleati. A quest’ora Francesco Storace dovrebbe essere nel suo ufficio di segretario de La Destra (dietro alla scrivania, a meno che non l’abbia tolto recentemente, Storace tiene appeso — tra gagliardetti vari e un drappo tricolore — anche un quadro con la maglia numero 10 di Francesco Totti, il capitano della Roma). Storace è indignato. Gonfia la voce, tuona. ‘Bossi non ci può insultare! Sono assolutamente solidale con il sindaco Gianni Alemanno, che si è appellato al presidente Silvio Berlusconi, chiedendo che i ministri tengano un atteggiamento istituzionale adeguato al loro ruolo...’. Bossi è un vostro alleato. ‘Guardi, se vogliamo fare una riflessione politica... io penso che Bossi non abbia la minima intenzione di andare a votare’. Lo deduce dal fatto che... ‘Che insulta senza sosta. Appena può il Sud, e adesso anche Roma e i romani. Dico: è questo il modo di cercare consenso e trovare voti?’. Storace pone un problema politico. ‘Sì... ma io, non insista, la prego, su Bossi non ho intenzione di fare considerazioni’, dice Fabrizio Cicchitto, non si capisce se per comprensibile prudenza o pura irritazione, lui che oltre ad essere un ex giovane socialista di gran talento, lombardiano, poi dentro Forza Italia e ora influente capogruppo del Pdl, si vanta sempre d’essere un vero tifoso romanista. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, sono già sulle agenzie. Ma forse – prosegue Roncone sul CORRIERE DELLA SERA – qualche altra riflessione può aggiungerla l’ex militante di An che ha sempre raccontato, con orgoglio e divertimento, di essere cresciuta alla Garbatella, il quartiere dove, nella fiction di Canale 5, hanno la loro bottiglieria i fratelli Cesaroni. ‘Guardi, io non credo che l’uscita di Bossi determini una linea politica’. Storace teme che... ‘Senta, mi ascolti: il governo, con il consenso dei leghisti, ha varato una legge su Roma Capitale... e non solo: abbiamo anche ripianato il buco economico che, a Roma, avevano lasciato le amministrazioni di centrosinistra...’. Però Bossi è stato duro. ‘Sì, anche se il mio timore è che alcune sue affermazioni siano un po’ forzate: in fondo, Bossi per primo sa cosa vogliono sentirsi dire certi militanti leghisti’. Un conto, però, è parlare di Roma ladrona, un po’ diverso è... ‘Affermare, sia pure con ironia, che i romani sono dei porci... lo so, certo’. Quindi? ‘Quindi è una differenza faticosa da accettare. Anche perché con Roma ladrona si tende a immaginare la Roma del potere e della politica, rivolgendosi invece direttamente ai suoi abitanti, ai romani, appunto, si offende una popolazione che lavora onestamente e paga le tasse. Quelle tasse con cui, per capirci...’ Per capirci? ‘Beh, pagano gli stipendi anche a noi ministri’”. (red)

 

 

19. La Russa: “Cattiva propaganda, gli serve per unire suoi”

Roma - Intervista al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, su LA REPUBBLICA: “La sortita di Bossi sui romani ‘porci’ ha scatenato il finimondo, anche dentro la maggioranza. Condanna anche lei? ‘Per dire ciò che penso di Bossi uso una metafora: le sue dichiarazioni sono come la musica sparata al massimo. Quando una persona normale entra in una discoteca sente solo del rumore. Poi quando abbassi il volume ne capisci il senso. Quella sui romani, pur essendo una frase inaccettabile e da condannare, cela una pura e semplice propaganda destinata a tenere tutti insieme’. Tutti chi? ‘Serve a bilanciare il comportamento molto responsabile della Lega quando si parla di temi politici concreti, come Roma Capitale. Diciamo che è propaganda rivolta ad alcuni elettori leghisti per ammortizzare la politica responsabile del Carroccio su temi come le celebrazioni del 150° anniversario dell´Unità’. Dunque Alemanno, come lei proveniente da An, ha sbagliato a chiedere l´intervento di Berlusconi? ‘Alemanno che è sindaco di Roma è nel giusto e ha fatto benissimo ad arrabbiarsi. Lui si deve adirare, ma la lettura politica è che per fortuna alle aggressioni verbali contro Roma non seguono atti ostili’. Le insistenze del Carroccio sul trasferimento dei ministeri nelle città del Nord non le sembrano ‘atti ostili’? ‘Il decentramento è un´idea irrazionale e irrealizzabile. Si vogliono tagliare i costi con il federalismo e poi si propone un provvedimento che li alza? E poi al Nord, a Milano, non gliene frega niente di avere un ministero. Milano e Venezia hanno cose ben più importanti di un ministero che porta duecento posti di lavoro. Sarebbe solo un atto simbolico che danneggerebbe l´identità della capitale, un´offesa a Roma che al Nord non aggiungerebbe nulla. Essendo eletto nel settentrione, fossi nella Lega mi occuperei invece di accrescere la localizzazione delle imprese più importanti. Cercherei un riconoscimento non simbolico del fatto che Milano è la capitale morale e il traino economico non della Lombardia, ma del Paese. Siamo noi a competere con l´Europa, con la Baviera e la Ruhr’. Insomma, anche stavolta secondo lei dovremmo derubricare il caso a semplice folklore? ‘Diciamo che è propaganda di basso cabotaggio, ma difendo la Lega che di fronte alle esigenze di un partito regionale deve usare un linguaggio che poi non trova riscontri nel suo comportamento’. Quindi a suo modo di vedere Berlusconi, al contrario di quanto chiesto da suoi colleghi, non dovrebbe affrontare il tema con Bossi? ‘Al massimo il premier potrebbe affrontare la faccenda con Bossi in modo amichevole - e non bacchettandolo - per spiegargli che quando dice frasi del genere, che alla Lega danno un ‘più 1’, provocano al governo un ‘meno 10’. Sono battute da stadio, da terza media che non appartengono alla sua testa ma che usa giusto per farsi capire da quelle duecento persone che aveva davanti. Persone che poi, oltretutto, non sono nemmeno la parte preponderante della Lega’”. (red)

 

20. Tante battute pochi fatti

Roma - “Che la sigla SPQR – scrive Aldo Cazzullo sul CORRIERE DELLA SERA – nel cui nome i nostri antenati portarono il diritto e la civiltà nel mondo allora conosciuto, potesse essere letta anche ‘sono porci questi romani’, è una di quelle battute sciocchine che ogni italiano apprende alle elementari, e per questo non fanno neppure più ridere. Non a caso compare in quel condensato di luoghi comuni sull’Italia — la pizza, il gesticolare, il ‘dolce far niente’ — che è la mezz’ora girata tra Roma e Napoli del film ‘Mangia prega ama’. Ma una battuta che sulla bocca di un bambino o di Luca Argentero, attore formatosi al Grande Fratello, lascia il tempo che trova, è invece desolante in bocca a un ministro del governo della Repubblica, leader del secondo partito della maggioranza. Anche perché pronunciata mentre Napolitano è a Parigi a parlare di Cavour e unificazione nazionale (si possono immaginare i commenti in Francia, dove lo Stato è una cosa seria). E perché il governo e la maggioranza appaiono da mesi paralizzati in una sterile guerra interna; senza che nell’opposizione prenda corpo un’alternativa credibile. La politica industriale, i provvedimenti anticrisi, le infrastrutture sono fermi. In compenso, la fabbrica delle parole produce a ritmi da tigre asiatica. L’unico ministro che tace da oltre quattro mesi è il ministro dello Sviluppo economico; che non c’è. Da sempre la Lega ci ha abituati all’estremismo verbale. Le pallottole che costano 300 lire, i magistrati sulla sedia a rotelle cui ‘raddrizzare la schiena’, i neri ‘bingobongo’, l’uso improprio del tricolore, le battutacce contro i compatrioti di Roma e del Sud: Bossi gode da sempre di una licenza di parola, o meglio di insulto, con la giustificazione dell’efficacia popolaresca. Una delle sue armi è proprio usare il linguaggio da bar e farne linguaggio pubblico. Ma ora la Lega ha fatto scuola. Lo provano gli esponenti di destra e di sinistra che si paragonano reciprocamente a Stalin e a Hitler, con sprezzo del ridicolo e anche del rispetto dovuto ai milioni di vittime (tra cui migliaia di italiani) di quei criminali. E lo provano – prosegue Cazzullo sul CORRIERE DELLA SERA – l’escalation verbale di quest’estate, la protervia con cui alcuni berlusconiani si sono gettati nella caccia a Fini, l’irresponsabilità con cui alcuni finiani hanno accusato senza prove Berlusconi di aver fatto o lasciato fare un dossier falso. Ormai ci siamo quasi assuefatti: come se la volgarità e la fatuità passassero come acqua sul marmo. Non è così. Tutto questo accade in un Paese che ha già sperimentato come le parole possano diventare pietre, e piombo. Accadde agli slogan dei cortei rossi dei primi Anni 70 — la ‘giustizia proletaria’, il ‘processo popolare’ —, divenuti alla fine del decennio una sanguinosa realtà. La storia non si ripete mai due volte, e i paragoni con il passato sono sempre impossibili. Ma questo non significa che le parole a vanvera non abbiano, anche stavolta, un prezzo. L’esuberanza linguistica della politica italiana non corrobora un periodo di crescita economica e di coesione sociale. Avvelena ulteriormente una stagione difficile, in cui gli imprenditori (in particolare i piccoli) sono spesso lasciati soli dal governo nel mezzo di una crisi tutt’altro che finita; e in cui il disagio sociale spesso non trova rappresentanza in un’opposizione divisa e percorsa da suggestioni populiste. Si dice che il Pil non basti a indicare il progresso di un Paese. Se lo sostituissimo con un misuratore di parole, l’Italia di oggi sarebbe ricchissima. Ma non è così – conclude Cazzullo sul CORRIERE DELLA SERA – che si fanno crescere l’economia e la società”. (red)

 

21. Cattolicesimo tricolore per arginare rischi Paese diviso

Roma - “Da tempo la Conferenza episcopale italiana – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA – non rilanciava in modo così netto il ‘cattolicesimo tricolore’. Il discorso fatto ieri ai vescovi dal cardinale Angelo Bagnasco dimostra quanto sia profonda la preoccupazione. E segna il tentativo estremo di arginare un ‘partito delle elezioni’ che sta avanzando a dispetto di tutte le controindicazioni e gli abbozzi di trattativa. E difficile non vedere nell’appello a ‘deporre realmente i personalismi, che mai hanno a che fare con il bene comune’, un richiamo al centrodestra; ed in particolare alla rissa devastante fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini che sta portando il Paese sull’orlo delle elezioni anticipate. La Cei teme qualcosa di peggio di una crisi di governo: una deriva che può rimettere in discussione la tenuta dell’Italia Paese e l’equilibrio già precario fra nord e sud; e provocare un’’implosione’ alla quale ormai si allude apertamente, aggravata dalla crisi economica. Nell’insistenza su un federalismo ‘irreversibile’ ma ‘solidale’ si può leggere un invito al partito di Umberto Bossi a preparare la riforma senza velleità padane e polemiche strumentali. Sono parole che il cardinale Bagnasco fa cadere senza volerlo in una giornata significativa. Arrivano mentre una sparata anti-romana di Bossi, subito da lui declassata a battuta, provoca un coro sdegnato: col dubbio che l’ira contro il capo del Carroccio finisca per fare il suo gioco. Da tempo – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA – la Lega affianca alla cautela sul governo la voglia evidente di andare all’incasso alle urne. E la guerra civile nel Pdl le sta offrendo uno strumento insperato per raggiungere l’obiettivo. Gli insulti contro la capitale servono a tenere il nucleo duro del suo elettorato; ed a prefigurare una campagna nella quale l’universo padano potrà cullarsi nell’illusione della diversità. Si intravede l’esigenza di far dimenticare il voto della Lega sui fondi per Roma capitale; e l’affanno crescente di un federalismo che il doppio registro dei lumbard, di lotta e di governo, allontana. Su questo sfondo confuso, il richiamo anti-capitolino unifica i leghismi ma li allontana dal resto del Paese. Rappresenta un’ostentazione di identità che contribuisce a lacerare l’Italia: come la battaglia ‘anche a sfondo razzista’, sottolinea Bagnasco, contro gruppi sociali come i ‘rom’. Il presidente della Cei sembra assegnarsi un ruolo di difesa dell’unità nazionale, che seppure su un piano diverso si affianca a quello naturale del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. E punta a segnalare i pericoli non solo dell’instabilità, ma di una discordia che ‘blocca la Nazione’ e gli fa dire: ‘Siamo angustiati per l’Italia’. Non è scontato che basti ad evitare una crisi politica ravvicinata. Fra l’altro – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA – l’invito ai cattolici a ‘scendere nell’agone’ si rivolge ad una realtà politica desertificata. Ma almeno Bagnasco chiede un’assunzione di responsabilità che toglie alibi a molti”. (red)

 

 

22. Tutte le partite nascoste dietro l’Antitrust al Nord

Roma - “Un disegno di legge presentato da più del dieci per cento dei deputati, per l’esattezza 68 su 630, non può essere considerato un atto estemporaneo. Se poi – scrive Sergio Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA – fra chi l’ha firmato, oltre agli onorevoli della maggioranza, c’è pure qualcuno dell’opposizione, allora la cosa si fa davvero seria. Tanto seria che a dispetto di ogni previsione plausibile, considerando i ritmi non proprio frenetici dei lavori parlamentari, l’iter di quel disegno di legge recapitato alla presidenza della Camera il 23 giugno scorso è uno dei pochi a fare concreti passi avanti. Perché il trasferimento d’imperio da Roma a Milano della sede della Consob e dell’Antitrust, questo prevede la proposta dei 68, è ritenuto tanto urgente? Apparentemente non c’è spiegazione. Ma la faccenda deve stare talmente a cuore alla Lega Nord, partito al quale appartiene la maggior parte dei firmatari, che nella canicola del 4 agosto uno di loro, il sindaco di Pontida Pierguido Vanalli, è arrivato a chiedere ‘il trasferimento dell’esame in sede legislativa’. Cioè far approvare la legge in un battibaleno, con un semplice voto in commissione. Motivazione: il consenso è così ampio, visto che la condivide anche qualcuno nell’opposizione... La sua richiesta non ha avuto per ora seguito. Ma quella di Vanalli sul consenso intorno al ddl non era affatto una battuta. Se nell’elenco di quanti sostengono la legge, sottoscritta per primo dal leghista Marco Reguzzoni, ci sono diversi deputati del Popolo della libertà, non manca neppure un loro collega eletto con il Pd e ora iscritto all’Udc, Pierluigi Mantini, e nemmeno tre onorevoli del Partito democratico di Pier Luigi Bersani: Luciano Pizzetti, Vinicio Peluffo e Daniele Marantelli. Circostanza piuttosto singolare, considerando che in questo genere di iniziative il Carroccio è sempre stato isolato. Come quando ha proposto di spostare a Milano una rete della Rai. Oppure di trasferire nel capoluogo lombardo un paio di ministeri. Affondi – prosegue Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA – che sono stati troppo frettolosamente derubricati a provocazioni poco più che folcloristiche. Questo caso, però, è diverso. Difficile non notare la coincidenza fra questa offensiva e ciò che sta accadendo (anche se sarebbe meglio dire che ‘non’ sta accadendo) da tre mesi a questa parte. Oggi è il novantesimo giorno che la Consob trascorre senza avere un presidente. Lamberto Cardia è scaduto il 30 giugno, traslocando immediatamente alla presidenza delle Ferrovie dello Stato senza che il suo successore sia stato ancora nominato. Da allora la carica di sceriffo della borsa è vacante. Una situazione inconcepibile per qualunque Paese a libero mercato. Ma che è lo specchio delle violente turbolenze nella maggioranza, dove le lotte di potere assorbono tutte le energie in un girone di calcio all’italiana: finiani contro berlusconiani, leghisti contro finiani e pure contro berlusconiani. Va detto che la richiesta di spostare la sede della Consob a Milano non è una novità. La Lega la propone da tempo, con l’argomentazione (non del tutto illogica) che il cuore finanziario del Paese si trova nel capoluogo lombardo. Ma l’Antitrust? Che cosa c’entra l’Antitrust? Apparentemente nulla. Se non fosse che fra i candidati alla presidenza della Commissione c’è proprio il presidente di quell’authority, Antonio Catricalà. Gradito al sottosegretario alla presidenza Gianni Letta, un po’ meno al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, niente affatto al Carroccio. Oggetto, perciò, di un estenuante tira e molla durato tutta l’estate. Quando sembrava fatta, ecco che le cose improvvisamente si complicavano. Una settimana fa gli ultimi nodi parevano sciolti. Anche il più complicato: la scelta di chi avrebbe dovuto sostituire all’autorità garante della concorrenza Catricalà, compito che spetta ai presidenti delle Camere. Scelta resa ancora più problematica dal fatto che i rapporti fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi sono ai minimi storici. Al candidato del presidente della Camera, il suo ex capo di gabinetto alla Farnesina Giampiero Massolo, ne era stato così affiancato un autorevole secondo nella persona del giudice alla Corte europea Enzo Moavero Milanesi. Ma nessuno aveva evidentemente fatto i conti con la Lega. Che ha subito rilanciato per la Consob il prescelto di Giulio Tremonti, per bocca del ministro della Semplificazione Roberto Calderoli: ‘Giuseppe Vegas alla presidenza della Consob mi piacerebbe moltissimo. E se fosse a Milano ancora di più’. Il fatto che il competentissimo Vegas sia attualmente esponente del governo (è il vice del ministro dell’Economia Tremonti) e parlamentare in carica, nonostante la Commissione sia in teoria un organismo indipendente dalla politica, è evidentemente ritenuto un dettaglio. Il tira e molla quindi continua. Mentre in Parlamento si discute del trasferimento delle sedi da Roma a Milano. E Bossi – conclude Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA – ammonisce che traslocheranno pure i ministeri, ‘che non possono stare tutti a Roma, dove trovi le scritte SPQR, che qui al nord si dice Sono Porci Questi Romani’. Prove di federalismo...” (red)

 

23. Milano si prepara a cacciare i rom

Roma - “Milano off-limits ai nomadi. La ‘cacciata’ – riporta Fabio Poletti su LA STAMPA – è stata decisa in un vertice in Prefettura, tra il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il sindaco Letizia Moratti. I prossimi ad avere se non le ore almeno i giorni contati - si parla della fine di ottobre al massimo - sono gli ottocento rom che da anni occupano il campo di via Triboniano dietro al cimitero Maggiore, sui terreni dove dovrebbe sorgere uno degli svincoli autostradali legati all’area di Expo 2015. Ma c’è di più. Il ministro Maroni ha deciso di modificare il piano emergenza rom in vigore dallo scorso maggio, che prevedeva la destinazione di alcune case popolari comunali ai rom sgomberati insieme alle loro famiglie: ‘I nomadi che hanno i titoli per restare in città, non saranno ospitati in alloggi popolari del Comune. Se questa iniziativa (la chiusura dei campi rom, ndr) deve fare un favore a qualcuno, questo qualcuno sono solo i cittadini milanesi’. La sterzata sul piano in vigore per l’emergenza rom rischia però di avere non poche ripercussioni. Gli sgomberi si susseguono a cadenza quasi quotidiana, dai piccoli campi ai grandi appezzamenti di terreno con baracche e roulotte. Nessuno vuole i rom liberi per strada. Nessuno sa però dove metterli. Le case popolari dell’Aler - 25 appartamenti in tutto - sembravano una soluzione temporanea adeguata almeno per affrontare una emergenza limitata. Il ministro Maroni dice che è meglio di no, la città non vuole, ma qualcuno deve pur farsi carico del problema: ‘Sono certo che il grande cuore di Milano individuerà soluzioni che non suscitino quelle reazioni negative, che avrebbero rischiato di vanificare lo sforzo del Comune e di tutto il territorio per risolvere la grave situazione dei nomadi’. L’invito nemmeno troppo sottinteso è che sia il Terzo settore a trovare una soluzione. Il volontariato, l’associazionismo cattolico, gli unici che da anni a Milano sembrano avere a cuore la questione dei nomadi non solo come numeri di un problema da spostare di qua e di là ma come persone. Ma dal Terzo settore – prosegue Poletti su LA STAMPA – arrivano più dubbi che conferme all’invito del ministro. Don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità, respinge ogni ipotesi e rilancia polemico: ‘I problemi si risolvono con la legalità e la socialità. La questione rom non deve gravare solo sul Terzo settore. Se dovesse uscire questa indicazione politica diremo: “Allora affrontatelo voi”. Poi inviteremo la città a discutere’. L’ipotesi di trovare in alternativa 25 alloggi sul mercato privato, per ospitare le famiglie di rom previste nel piano di maggio sembra improponibile. Dalla Caritas arriva la risposta più dura: ‘Noi andiamo avanti, anche i nomadi in case. Fino a che non ci sarà una comunicazione ufficiale ci atterremo agli accordi di maggio. Se dovesse arrivare la metteremo in discussione, c’è il rischio di forme di discriminazione’. Tutt’altre le parole del sindaco Letizia Moratti: ‘La chiusura del campo di via Triboniano è un grande segnale. Bisogna azzerare i campi abusivi ma anche alleggerire quelli regolari, in vista anche dell’allargamento dell’area Schengen alla Romania’. Sulla possibilità di ospitare negli alloggi del Comune i nomadi, il sindaco è in linea col ministro: ‘Non tollereremo alcuna illegalità da parte di chi uscirà da Triboniano e si riverserà in città. Gli alloggi saranno nella disponibilità comunque delle associazioni del terzo settore, anche se non saranno dati ai nomadi’. Anche il vicesindaco Riccardo De Corato – conclude Poletti su LA STAMPA – plaude all’intervento del ministro e dà i numeri: ‘Dal 2007 ad oggi sono stati fatti 343 sgomberi per un totale di 7004 soggetti allontanati. Avanti con gli sgomberi’”. (red)

 

24. L’Ue si divide su sanzioni ai Paesi lassisti sul debito

Roma - “Mentre Irlanda e Portogallo – scrive IL FOGLIO – si avvicinano pericolosamente a una crisi in stile Grecia, i ministri delle Finanze dell’Unione europea ieri si sono nuovamente divisi sulle nuove regole per rafforzare il Patto di stabilità. In seno alla task force sulla governance economica, coordinata dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, è entrato infatti nel vivo il negoziato tra governi su come disciplinare i conti pubblici e, al momento in cui questo giornale andava in stampa, Germania e Francia erano ancora su posizioni diverse rispetto alle sanzioni da applicare a chi violerà ripetutamente le soglie di deficit e debito. Intanto già circolano le proposte che verranno presentate mercoledì dal presidente della Commissione, José Manuel Barroso: multe semiautomatiche – pari allo 0,2 per cento del pil – per chi non riesce a mettere ordine nei suoi conti pubblici e a rilanciare la sua competitività. Oltre ai deficit eccessivi ripetuti, Bruxelles vuole punire i paesi troppo lenti nel rientro del debito pubblico. Tra gli stati membri, Germania, Olanda e Regno Unito – tradizionalmente i più restii a cedere altro potere a Bruxelles – sono favorevoli alla proposta in nome del ‘rigore’. Francia, Italia e Belgio – favorevoli al governo economico dell’Ue ma con difficoltà storiche con i conti pubblici – si oppongono invece a sanzioni ‘semiautomatiche’; le multe infatti entrerebbero in vigore immediatamente e solo una maggioranza qualificata di stati membri potrebbe bloccarle. Paradossalmente è proprio Berlino, solitamente ostile a cessioni di sovranità alle autorità di Bruxelles, a mostrare una certa scontentezza per il lavoro di Van Rompuy che finora avrebbe prodotto soltanto un accordo sul ‘semestre europeo’ – il meccanismo per valutare preventivamente le finanziarie nazionali. La Germania infatti, per imporre il rigore di bilancio anche ai vicini, vorrebbe andare anche più lontano della Commissione. Per questo due giorni fa il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha scritto ai suoi colleghi invitandoli a introdurre sanzioni ‘più mordenti’. Tra queste – prosegue IL FOGLIO – ci sarebbe innanzitutto l’interruzione dei fondi europei, cui si oppongono fermamente Spagna, Portogallo e i paesi dell’est. Non solo: Schäuble sostiene la necessità di arrivare a sospendere il diritto di voto in Consiglio per gli stati inadempienti. Ieri il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, si è detto favorevole a questa proposta, aggiungendo però che una misura del genere potrebbe richiedere una modifica del Trattato. In attesa di un accordo intergovernativo, la Commissione, presentando la sua riforma del Patto mercoledì, gioca d’anticipo per conservare la leadership della governance economica. Le proposte ovviamente toccheranno direttamente l’Italia, perché la procedura per debito eccessivo imporrebbe uno sforzo ulteriore di aggiustamento dei conti. Se vogliono evitare una multa, i paesi con un debito pubblico sopra il 60 per cento del pil dovranno ridurlo del 5 per cento l’anno. Roma però si può dire in parte soddisfatta perché Bruxelles sarebbe decisa a tenere conto, tra i ‘fattori rilevanti’, anche dell’evoluzione del debito di famiglie e imprese. Inoltre la spesa pubblica non dovrà aumentare più velocemente del pil. Occorrono sanzioni ‘in particolare per i paesi con alto debito e che registrano perdite significative di competitività’, ha spiegato poi il presidente della Bce. Trichet ha avvertito del rischio di ‘compromessi fondati sul denominatore più basso possibile’ e messo il suo peso a favore della Commissione. ‘Il meccanismo di mutua sorveglianza’ del vecchio Patto ‘ha funzionato mediocremente’, ha detto Trichet: meglio sanzioni semiautomatiche. Intanto, secondo indiscrezioni, la Bce avrebbe discusso l’attivazione del piano di salvataggio della zona euro per l’Irlanda, salvo rinunciare all’ultimo minuto. ‘No comment’, dicono al Foglio dalla Bce. Ieri, lo spread tra i titoli di stato irlandesi e i bund tedeschi ha raggiunto il record di 431 punti. Secondo alcuni analisti – conclude IL FOGLIO – solo la pressione dei mercati può spingere i ministri dell’Ue, che si rivedranno giovedì per un Ecofin informale, a un accordo”. (red)

 

25. Ruspe già ferme e Abu Mazen in standby

Roma - “Domenica notte – riporta IL FOGLIO – i coloni israeliani della Cisgiordania hanno festeggiato la fine della moratoria sulle nuove costruzioni, hanno lanciato palloncini colorati e posato le prime pietre di nuove case, scuole, edifici pubblici. Ma la maggior parte delle ruspe era già ferma ieri mattina: nonostante i proclami, non ci sono certezze fra i settler. Alla moratoria è legato il futuro delle trattative di pace fra il governo di Israele e l’Autorità nazionale palestinese. Il premier di Gerusalemme, Benjamin Netanyahu, ha lanciato appelli alla moderazione negli ultimi giorni e le banche e i costruttori sono cauti, non vogliono impegnarsi in progetti che potrebbero essere bloccati presto e per molto tempo – l’ultimo stop è durato dieci mesi. L’incertezza regna anche fra i palestinesi. Il leader dell’Anp, Abu Mazen, dice che il blocco degli insediamenti è una condizione fondamentale, ma pare pronto a trattare nonostante i lavori in Cisgiordania. Dopo l’incontro di ieri con il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha spiegato che ‘non ci sarà una decisione rapida’, e si è preso una settimana di tempo per fornire una risposta alla fine della moratoria. Il presidente americano, Barack Obama, ha messo i colloqui di pace in cima alla propria agenda di politica estera e ora preme perché Netanyahu e Abu Mazen restino al tavolo delle trattative. Nelle ultime ore, il segretario di stato americano, Hillary Clinton, ha parlato al telefono con il premier israeliano. Lo stesso hanno fatto i leader più moderati della regione, dal presidente egiziano, Hosni Mubarak, al re giordano, Abdullah II. Le fonti palestinesi dicono che si cerca un accordo per una moratoria silenziosa, un blocco ufficioso dei lavori che permetta la costruzione di nuove case soltanto nei distretti più vicini al territorio di Israele, quelli che dovrebbero essere annessi allo stato ebraico al termine dei negoziati. Sinora, Netanyahu ha resistito alle pressioni dei palestinesi e della Casa Bianca: un rinnovo della moratoria lo metterebbe nei guai con le fazioni più intransigenti del suo partito, il Likud, e con gli alleati di governo, vedi Yisrael Beiteinu del ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman. Pochi giorni prima che la moratoria scadesse – prosegue IL FOGLIO – Netanyahu ha invitato Abu Mazen ad affrontare le questioni vere del negoziato, come i confini della Palestina, lo status di Gerusalemme e la condizione dei profughi. ‘Per il futuro dei nostri due popoli, concentriamoci sui problemi importanti – ha detto il premier – Questi colloqui di pace ci possono permettere di raggiungere un accordo storico entro un anno’. Al momento, è la linea Netanyahu a prevalere. Obama non può permettersi di fare troppa pressione su Gerusalemme alla vigilia delle elezioni di midterm – in primavera ha sfiorato la crisi diplomatica con Israele proprio sul tema degli insediamenti. I democratici chiedono trattative senza condizioni e il presidente non può andare contro la linea del suo partito, che è già in difficoltà nei sondaggi. Obama eviterà ogni scontro con Netanyahu sino alle elezioni di novembre. Allora, americani e palestinesi potrebbero riprendere a spingere per la moratoria. Se, per salvaguardare il proprio governo, Netanyahu non può concedere molto, non può neanche rischiare un crollo dei negoziati: rischierebbe l’isolamento internazionale e un possibile aumento degli attentati contro Israele. Abu Mazen ha detto che i palestinesi non scateneranno una nuova Intifada, perché ‘questi metodi hanno procurato soltanto danni alla nostra causa’. Ma proprio nelle ultime ore della moratoria, terroristi hanno teso un’imboscata ad alcuni civili israeliani che viaggiavano in auto vicino a Hebron, ferendo una partoriente e il marito. Hamas e Jihad islamico non hanno rivendicato l’attentato e questo segnala che gli autori dell’attacco potrebbero appartenere a un gruppo vicino ad Abu Mazen, ma deciso a fermare i colloqui. Sul fronte palestinese – conclude IL FOGLIO – il numero due di Hamas, Musa Abu Marzuq, ha detto ieri che il processo di riconciliazione con Fatah riprenderà a Damasco la prossima settimana. ‘Quando avremo finito di discutere i punti di contrasto ancora presenti – ha affermato – i mediatori egiziani ci convocheranno per firmare un documento di riconciliazione sulla base del principio che non ci saranno né vincitori, né vinti’”. (red)

Ahmadinejad libero e ribelle (pur con i dovuti distinguo)

I tic del Pdl: «Candidatevi. Oppure tacete»