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Chavez vince, ma non trionfa

Elezioni in Venezuela: la maggioranza resta ai socialisti del PSUV  

 

Come previsto: alle elezioni politiche del 26 Settembre i Venezuelani hanno riconfermato Chavez, che da 12 anni – e 15 elezioni – è alla guida del paese. E che ha alle spalle soltanto una sconfitta in occasione del referendum costituzionale del 2007. La composizione del nuovo Parlamento, formato da una sola camera detta Asamblea Nacional, che si rinnoverà a gennaio, assegna 95 seggi al Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), capitanato da Hugo Chavez, e 60 alla Mesa de Unidad Democratica (MUD), il fronte delle opposizioni guidato dalla giovane Maria Corina Machado. 

I socialisti non hanno raggiunto la soglia dei due terzi, necessaria per poter governare con assoluta tranquillità, e così sarà più accentuata la dialettica maggioranza-opposizione. Tuttavia il successo più che decennale del leader socialista, e la sua presa sulle masse, sono fuori discussione e fuori discussione rimangono nonostante la legge elettorale in vigore contro cui il MUD si sta scagliando. Essa prevede, infatti, che ogni Stato mandi in parlamento lo stesso numero di rappresentanti. L’accusa che viene rivolta a Chavez è di essersi creato una norma su misura, essendo statisticamente più forte proprio negli stati con meno abitanti. Resta il fatto, comunque, che la legge elettorale in questione – certo piuttosto criticabile – è stata votata solo un anno fa, e non ha influito sui precedenti successi del “fenomeno Chavez”.

Più che sulle girandole di numeri che nel “day after” riempiono i giornali, è opportuno considerare anche e soprattutto i programmi del PSUV e dei suoi avversari. Anche a rileggere le ultime dichiarazioni di Maria Corina Machado non pare che il MUD sia riuscito ad esprimere un programma ben definito o, quantomeno, a individuare proposte concrete a livello economico e politico. In un certo senso, ciò è inevitabile: il Tavolo di Unità Democratica è costituito da partiti e partitini che poco hanno in comune oltre ad una generica avversione verso il “rojo” Chavez. Si passa dalle formazioni che sono la proiezione degli interessi dei grandi proprietari terrieri, ai “democristiani” del Copei (Partito Cristiano Sociale), agli appartenenti al gruppo “Bandera roja”, provocatori che nulla hanno a che vedere con una sinistra che abbia metabolizzato e accettato la logica parlamentare. Non si va, insomma, molto al di là di una volontà demolitrice che si puntella su rivendicazioni piuttosto generiche, che consistono nel ribaltare ciò che rientra nell'agenda di governo e che si possono riassumere nello slogan “No al comunismo”.

Il saldo intreccio che lega i poteri forti del paese è evidente. Dai gruppi industriali alle banche intimorite da un controllo statale più ferreo e fino ai fazenderos che mal tollerano la prospettiva di veder ridurre i propri privilegi (sia pure entro un certo limite: checché riportino molti media, il governo di Chavez è ben lontano da misure staliniane). La stessa Maria Corina Machado fa parte del consiglio di amministrazione di un'importante industria siderurgica, la Sivenza, di proprietà paterna.

Chavez, come dimostrano le scelte politiche che ha intrapreso in questi anni e i progetti che afferma di voler realizzare, è in aperta collisione con questo blocco di potere. In politica estera le linee guida che hanno ispirato l'azione del suo partito sono essenzialmente due: da una parte la tendenza a rinforzare l’OPEC, il cartello economico dei paesi esportatori di petrolio al cui interno lo stesso Venezuela si pone come uno dei membri di spicco; dall'altra lo svincolamento dalla presenza degli USA, piuttosto ingombrante per la verità (per dire: il giorno del tentato golpe del 2002 il leader dell'opposizione fu ricevuto dal Dipartimento di Stato USA...), in favore di una maggiore e fraterna solidarietà tra i popoli sudamericani. In politica interna, il presidente ha puntato ad una consistente riforma agraria, alla statalizzazione delle imprese e ad un'estensione del servizio sanitario. Ha inoltre ideato una carta di credito con cui i cittadini meno abbienti possono acquistare cibi a prezzi controllati e ha incentivato un turismo “a basso costo” (turismo popular).

Il percorso è ancora lontano dall’essere completato, ma qualsiasi giudizio non può prescindere dalle condizioni di arretratezza e di sfruttamento in cui versava il Venezuela prima dell’ascesa al potere di Chavez. Alcuni problemi rimangono gravi. La corruzione nel paese non è trascurabile e la violenza nelle città è ben presente. Certe critiche sono dunque legittime: deve far riflettere, però, il fatto che ad indignarsi siano soprattutto i potentati economici di cui si è detto, arroccati a difesa dei loro privilegi e proprio per questo, e non certo per amor di democrazia, così insofferenti alla “rivoluzione chavista”.

 

Marco Giorgerini

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