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Intellettuali e impegno politico in Francia dal Fronte popolare alla Guerra Fredda

Parigi, ottobre 2010


Herbert R. Lottman, con il suo saggio “Rive Gauche”, edito da edizioni Sylvestre Bonnard, percorre quel periodo d’oro della cultura francese che va dagli 30 agli anni 60, in cui Parigi fu la capitale europea, anzi mondiale, della cultura e ne svela il segreto: i bistrot.

Non siamo di fronte a un libro glamour di aneddotica modaiola sui luoghi che furono teatro di un susseguirsi di importanti movimenti culturali, ma di un serio e approfondito saggio che, partendo dai luoghi, individua il centro gravitazionale della cultura parigina e, lo devono ammettere anche i gallofobi, mondiale.

Posti come il Café de Flore, Les Deux Magots, la Brasserie Lipp, chiusi in un fazzoletto su Boulevard Saint Germain, assumono un significato, non solo di colore e di turismo nostalgico intellettuale, ma quel ruolo fondamentale che ebbero nello spostare il baricentro della vita culturale parigina da Montparnasse, con i suoi La Cupole e La Rotonde, verso la Senna, ma sempre rigorosamente sulla Rive Gauche.

Il mutare dei luoghi, bistrot o resto che fossero, implicava anche un mutare delle tendenze, e i luoghi sono fondamentali perché la vita culturale all’epoca era soprattutto vita: i grandi protagonisti di allora non erano topi di biblioteca o culi di piombo da terminale web, ma persone che si muovevano e si incontravano e scambiavano idee. Per questo motivo i luoghi sono fondamentali per capire perché fiorirono in quegli anni proprio a Parigi tante intelligenze, tanta creatività: fossero le redazioni delle riviste, le grandi case editrici, i salotti, molto più aperti e veri di quelli odierni, o i tavolini dei bistrot, dove non era raro vedere alcune figure, oggi entrate nel mito, scrivere i loro articoli o romanzi, non fosse altro perché lì potevano godere del riscaldamento, le idee giravano sulle gambe dei loro autori e si scambiavano fra teste che sapevano uscire di casa e dai preconcetti.

Avendo inquadrato i luoghi e le atmosfere Lottman può passare con efficacia a descrivere gli uomini e le idee, fossero l’infatuazione comunista degli anni ‘30 o gli opposti schieramenti ai tempi della guerra fredda. È un saggio di grande valore su una delle epoche più feconde del secolo scorso, anche se ha alcuni limiti, come la sottovalutazione dell’intellighenzia di estrema destra fra le due guerre, ma che sono ampiamente bilanciati dalla audace e rara descrizione delle connivenze di molti insospettabili  durante il periodo dell’occupazione tedesca, che viene descritta senza pietà e nessuna concessione alla vulgata ufficiale. Molte sono le sorprese anche per chi crede di essere già andato oltre il pregiudizio, molti sono gli eroi salvati dagli innominabili.

Ogni luogo, salotto, bistrot o redazione, aveva uno specifico significato, fosse di tendenza letteraria o politica, come la roccaforte delle destre a Saint André des Arts, e, proprio nello svelare quei significati e l’interscambio di persone che si muovevano e si incontravano oltre quelli che oggi sono divenuti steccati, l’autore spiega anche la nascita dell’impegno politico dell’intellettuale. 

Intellettuale: termine coniato ex novo proprio ai tempi del J’accuse di Zola, ma l’impegno, come a Lottman non sfugge, ebbe un immediato deleterio effetto sulla letteratura: le opere migliori dei vari romanzieri erano sempre state precedenti al loro impegno e quando avevano cominciato a produrre letteratura, che oggi alcuni definirebbero militante, avevano finito per scrivere pagine di scarso valore, anche se rimaste famose, certo al confronto di quello che si produce oggi anche belle: ma è vincere facile.

Siamo di fronte a un saggio importante che va in profondità, una seria opera da storico della letteratura, non roba da giornalista che si improvvisa storico, che però riesce ad essere di agile lettura proprio perché inquadra la vita letteraria senza prescindere dai luoghi in cui visse. E quelli sono luoghi che hanno ancora un grande fascino, nonostante ormai rientrino in circuiti turistici e non si possa certo più sperare di incontrare un Sartre o un Camus chino sulla sua opera in quei bistrot o brasserie, però certe stazioni di metro potrebbero ancora essere una buona location dove sognare un film sulla restistance.

Oggi di quella Parigi resta solo una lontana eco, ma almeno quella rimane e molti di quei luoghi sono ancora lì e il testo di Lottman, oltre al suo indubbio valore intrinseco, può anche essere un eccellente Baedeker per un turismo dell’Intellighenzia, per chi voglia ripercorrere i boulevard e i vicoli del pensiero, rimpiangendo i tempi in cui intellettuali famosi e aspiranti tali si incontravano in maniera reale, saltando da un posto all’altro creando insospettabili reti, molto più feconde e ramificate delle reti virtuali dei culi di piombo del web e dei topi di biblioteca.

 

Ferdinando Menconi

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