Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 29/09/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Berlusconi chiede la fiducia”. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia: “Cosa dirà (forse) il Cavaliere”. A destra: “Il gioco di Teheran con la vita di Sakineh”. In un box: “‘Troppe ipocrisie, non mi ingabbiano”. Al centro con foto: “Travolti dal fango nel sonno”. Accanto: “Napolitano e la scuola di Adro ‘Basta sfide e provocazioni’”. In basso: “Quel gattino e il gigante d’acciaio”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi chiede la fiducia”. Il commento di Roberto Saviano: “La macchina della paura”. A destra: “La terza crisi dell’Europa rimasta senza futuro”. Al centro: “Il Colle: via da Adro i simboli della Lega”. Accanto: “Teheran: Sakineh sarà impiccata”. In basso: “Roma-Milano, l’arte di volersi male”.

LA STAMPA – In apertura: “Berlusconi chiede la fiducia. I finiani: ‘Ok la voteremo’”. Editoriale di Lucia Annunziata: “Sakineh dalla pietra alla corda”. Al centro: “La bimba venuta dal coma” e “Il piano di Al Quaeda per attaccare l’Europa”. Di spalla: “Dove gli italiani diventano ratti da cacciare”. Il basso il Buongiorno di Massimo Gramellini: “Con due cuori dentro”.

IL GIORNALE – In apertura: “I finiani: ora Fini si dimetta”. Editoriale di Alessandro Sallusti. Di spalla: “Ora Bocchino sogna di rubare il posto al capo”. Al centro: “Perfino il re di Spagna sciopera contro Zapatero”. In basso: “Flachi, il bomber bruciato fa gol con i panini”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Berlusconi all’esame della fiducia”. A sinistra: “L’euro, lo yen e l’oro schiacciano il dollaro. Sale il rischio Irlanda”. Il commento di Martin Wolf “E ora torniamo tutti al Plaza a firmare la pax monetaria”. Al centro con foto: “Russia. Il presidente licenzia il sindaco di Mosca”. Sotto: “Più controlli ai comuni sulle case non censite” e “Aggiornate le tariffe anche per la revisione negli enti pubblici”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi chiede la fiducia”. Editoriale di Marco Fortis: “Ma qual è l’identikit di un paese virtuoso?”. In due box: “Il premier a Bossi: comportati da ministro. Ma cresce il fronte della sfiducia al Senatur” e “Il Quirinale: ad Adro clamorosa esibizione, rimuovere i simboli padani dalla scuola”. Al centro: “Pedaggio sul Raccordo anulare: scontro alla Camera, slitta il voto”. Accanto con foto: “E’ la Roma dei colpi di genio, soffre ma vince anche il Europa”. In basso: “‘Ho 60 anni e brindo a Roma’” e “Cinque Terre, scandalo al Parco”.

IL TEMPO – In apertura: “Ora indaga Montecarlo”. Editoriale di Mario Sechi: “Il moralismo ipocrita della sinistra”. Accanto: “Berlusconi scommette sulla fiducia”. Al centro: “Prova del fuoco per i finiani in lite”. In basso: “La vita irrompe sulla morte”, di Raffaele Jannuzzi.

LIBERO – In apertura: “Fini lo vuole in galera, Silvio lo vuole a casa”. Editoriale di Maurizio Belpietro. Di spalla Appunto di Filippo Facci: “Il grillino che è in noi”. Al centro: “Nuovi scheletri per Gianfranco”. In basso: “Arrestati a Rio Maggiore. Ma che strana cricca..” e “L’Iran ci prende in giro. Sakineh sarà impiccata”.

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Ladri di democrazia”. A fondo pagina: “Sakineh, annuncio choc da Teheran: ‘Sarà impiccata’”, “Adro, interviene Napolitano: quei simboli vanno rimossi” e “Mutilazioni sessuali, l’Onu può aiutare le africane”.

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Il Cav. chiede la fiducia alla Camera per evitare brutte sorprese finiane”. In apertura a destra: “Perché è l’oro l’unico vincitore della cruda disfida monetaria”. Al centro: “Tra Vlad e Dmitri non mettere il dito”.

 (red)

 

2. Berlusconi chiede la fiducia, finiani verso il sì

Roma -

“Il Cavaliere smonta la trappola che stava scavandosi con le sue mani, e chiede la fiducia del Parlamento. Sarà votata stasera alle 19 nell’aula di Montecitorio, domani replica a Palazzo Madama. Berlusconi – scrive Ugo Magri sulla STAMPA - s’è reso conto che, se non avesse messo sul piatto la sopravvivenza del governo, molti dei potenziali sostenitori ne avrebbero profittato per sfilarsi, per distinguersi, per eludere la scelta di campo. Dunque niente più voto su una risoluzione, che avrebbe permesso soprattutto ai finiani di pretendere la loro firma in calce al documento (o in alternativa di presentarne uno loro pressoché identico). In conclave coi maggiorenti Pdl, il Cavaliere ha capito l’errore e rovesciato la strategia. Quella nuova è semplice: o la va o la spacca. Più probabile la prima delle due. Il voto finiano. Bocchino fa sapere che, se nel discorso Berlusconi non darà di matto, Futuro e libertà sarà disposto a sostenerlo pure senza la propria firma in calce alla mozione. Però l’appoggio non è garantito per sempre. Superata la fiducia, potrà mancare su questioni importanti. Per esempio, non appena si voterà la mozione Pd per cacciare Bossi dopo gli sproloqui sui ‘porci’ romani. Dunque occhio stasera al tabellone luminoso: per avere qualche chance di tirare avanti il premier dovrà superare quota 316 (la maggioranza più uno dei deputati) al netto dei ‘ribelli’, e magari pure degli autonomisti siciliani di Lombardo. Ce la farà? La ‘compravendita’. Mentre nei giorni scorsi tenevano banco i Tulliani, svelti emissari del premier sfruttavano la distrazione collettiva per lavorare indisturbati. Così adesso l’’autosufficienza’ del governo sembra davvero a un passo. ‘Abbiamo fatto bene i conti’, assicura Frattini. Lasciano ufficialmente l’Udc i 5 del gruppo Mannino. Fonderanno il Pid (Popolari per l’Italia di domani) e contano di aggregare ulteriori misteriosi peones. Casini è convinto di sopravvivere anche meglio, perché si libera di certi personaggi chiacchierati assai. L’Api di Rutelli perde a sua volta due pezzi, il campano Cesario e l’imprenditore veneto Calearo, già fiore all’occhiello della lista veltroniana nel 2008. Più Pdl, più Lega, più partitini vari, il centrodestra può arrivare a 313 voti. Si asterranno i tre altoatesini della Svp che nel 2008 avevano votato contro: non vogliono fare da stampella al premier, dicono, però una mano gliela stanno dando. Spargono la voce i finiani che Berlusconi chiede la fiducia perché il ‘calciomercato’ ha fatto flop. Bersani, più realista, teme il successo di un’’operazione che prelude al governo Berlusconi-Bossi-Cuffaro’, e invoca l’intervento della magistratura con questo argomento niente affatto trascurabile: ‘Se si promette la rinomina o uno stipendio questa è corruzione’. Stasera comunque sapremo se il Cavaliere è ‘autosufficiente’ o no. La bozza del discorso. Da chi l’ha letta viene definita ‘corposa’, cioè densa di promesse all’Italia. E ‘zuccherosa’, in quanto priva di asprezze. Animata dallo ‘spirito alto e nobile di Onna’ (riferimento al tono ecumenico che il Cavaliere sfoderò il 25 aprile 2009). Nel testo redatto da Bonaiuti, Fini non viene mai citato, né in bene né in male. Però chissà quanti ritocchi subirà la bozza entro le 11 di stamane, quando Berlusconi prenderà la parola in Aula. Letta preme per un atto di generosità politica e istituzionale. Sicuramente verrà incensato Napolitano, per non dire del Papa. Un approfondimento in extremis è stato chiesto a Maroni perché il capitolo sicurezza pareva smilzo. Sulla giustizia per ora è previsto un fugace cenno all’importanza di stringere i tempi, senza espressi riferimenti al ‘processo breve’. Non si parla di Lodo, che cammina sulle sue gambe. Oggi in Senato Vizzini presenta un testo che fa scudo solo al Capo dello Stato e al premier, proprio come desiderano i finiani”.

 (red)

 

3. I dubbi di Berlusconi sulle “ipocrisie della politica”

Roma -

“‘Ipocrisie’ aveva sospirato Silvio Berlusconi, alzando lo sguardo dagli appunti che gli erano stati preparati per il suo discorso in Parlamento: ‘Vorrebbero che leggessi tutte queste ipocrisie. La politica è ipocrita’. E la politica – scrive nel suo retroscena sul CORRIERE DELLA SERA Francesco Verderami - oggi imporrà al presidente del Consiglio e al presidente della Camera, di ritrovarsi ancora alleati dopo il voto di fiducia, sebbene i due non facciano ormai velo di considerarsi acerrimi nemici. nfatti Berlusconi continua a dire che Gianfranco Fini ha stretto un patto con i magistrati per offrirgli la sua testa, malgrado l’ex leader di An l’abbia smentito ripetutamente. E Fini continua a vedere l’ombra di Berlusconi dietro i dossier sul ‘caso Montecarlo’, nonostante il premier l’abbia negato a più riprese. Non sono più sospetti ma certezze che da tempo coltivano, eppure continuano a restare insieme, vincolati da esigenze diverse e convergenti. Perché ‘l’Italia sta affrontando una curva a gomito’, così sostiene il capo del governo, frase sulla quale concorderebbe di sicuro anche l’inquilino di Montecitorio. Se non fosse che per il Cavaliere ‘è Fini l’ostacolo’, e viceversa. E dato che la ricomposizione è impossibile, sarà inevitabile il regolamento di conti, che anche oggi però subirà un rinvio, se è vero che Berlusconi — a sentire il presidente della Camera — non avrebbe l’autosufficienza a Montecitorio, ‘e senza il gruppo di Futuro e Libertà non avrebbe i numeri in Parlamento per andare avanti’. Sarà più avanti che si consumerà il duello. Ma almeno su un punto, già adesso, il premier vorrebbe non rassegnarsi alle ‘ipocrisie della politica’, e la tentazione di cambiare il passaggio del discorso sulla giustizia ancora ieri sera non lo aveva abbandonato. È quello in fondo il nodo, ed è così che — non potendo fare a meno del voto dei futuristi — Berlusconi vorrebbe costringere quel gruppo a dargli la fiducia su un progetto di riforma draconiano. Sarebbe una prova di forza rischiosa e non si sa fino a che punto calcolata, che farebbe perno sulle divergenze profonde tra i deputati del Fli e su un aspetto tutt’altro che secondario: come potrebbero i finiani che stanno al governo non votare la fiducia al governo? Così nella cartellina del Cavaliere sono ricomparsi alcuni appunti che se venissero letti in Aula sarebbero il segnale di guerra rivolto alle toghe e al presidente della Camera. Da giorni Gianni Letta e persino Niccolò Ghedini lo invitano a desistere: toccare l’obbligatorietà dell’azione penale sarebbe come maneggiare materiale radioattivo, tornare a puntare sulle intercettazioni e sul processo breve provocherebbe una dura reazione. Ma Berlusconi nel suo discorso vorrebbe almeno evocare questi temi, ribadendo formalmente la volontà del governo di varare la riforma costituzionale della giustizia, con un doppio Csm e la separazione delle carriere dei magistrati. Molto probabilmente il Cavaliere si muove fuori tempo massimo, perché è difficile immaginare una simile ‘rivoluzione’ in una legislatura dove di fatto non dispone più, almeno non ora, di una propria maggioranza. Il premier ne fa tuttavia ‘un punto d’onore’, così dice, ed è pronto a inserire nel suo intervento anche la riforma della legge sulla responsabilità civile dei magistrati: ‘Senza la responsabilità dei magistrati — è il suo convincimento — non c’è giustizia. Perché questi funzionari dello Stato confondono spesso il loro giudizio con la verità’. C’è in questa frase di Berlusconi un che di politico e molto di personale. C’è nel suo desiderio di non condannarsi alla ‘ipocrisia della politica’, l’idea di andare presto allo show down con Fini ‘e con i suoi veri alleati: i magistrati’. D’altronde, sembra destino, così come la prima Repubblica è morta soffocata dal nodo scorsoio della giustizia, anche la Seconda è appesa alla stessa sorte. Non a caso il presidente della Camera aveva impugnato nei mesi scorsi il tema della legalità, e sotto quella bandiera stava chiamando a raccolta per lo scontro finale con il Cavaliere. L’’affaire Montecarlo’ gli ha scombinato i piani, l’ha costretto sulla difensiva, segnando fortemente la sua immagine e bloccando il suo progetto. Per portarlo avanti è pronto a gesti clamorosi, non ora però. Così oggi si consumerà il rito della ‘politica ipocrita’, come lo chiama Berlusconi, che pure è tentato di rompere quel velo sulla giustizia e passare al contrattacco. L’operazione è chiara, il risultato incerto: se riuscirà ad abbattere ‘l’ostacolo’, cioè Fini, ritiene che la legislatura possa andare avanti: ‘Se l’Italia supera la curva a gomito, poi ci attende il rettilineo’. Ed è evidente che ‘l’Italia’ per il Cavaliere è la proiezione della sua stessa immagine, dato che una volta lasciata alle spalle quella curva, sconfitto quindi il presidente della Camera ‘non ci sarà bisogno di andare a votare e avremo il vento alle spalle, grazie alla ripresa dell’economia’. Ma è sulla giustizia che si andrà allo scontro, e il premier vorrebbe usare il tema come un grimaldello nel discorso alle Camere, per iniziare a scardinare il variegato gruppo finiano, costringendo i parlamentari e gli uomini di governo di Futuro e Libertà alla ‘scelta di campo’. Il punto è se l’offensiva avrà successo, non oggi, ma fra qualche mese. Perché resta sullo sfondo il rischio che si aprano pericolose crepe tra i parlamentari del Pdl, se Berlusconi decidesse di aggirare ‘l’ostacolo’ puntando alle urne. La corsa ai numeri in Parlamento a questo serve, e oggi con il voto di fiducia si verificherà se aveva ragione il presidente della Camera o il premier, che attraverso il ministro Frattini ieri ha annunciato di aver raggiunto ‘quota 316’ a Montecitorio ‘senza i finiani’. Dipenderà anche da questo se il Cavaliere leggerà quegli appunti dirompenti o si rassegnerà al testo del discorso che gli era stato preparato. Quello ‘pieno di ipocrisie’”.

 (red)

 

4. La scommessa del Cav.: Allontanare il governo tecnico

Roma -

“Volerà un po’ meno alto di quanto preventivato. La caratura istituzionale del discorso – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - sarà abbinata a una chiara ricostruzione politica dello stato delle cose, alla denuncia che il governo non può essere ostaggio di una piccola minoranza, per di più in tempi in cui il bipolarismo è un valore consolidato. Berlusconi ha deciso di mettere la fiducia al discorso non solo per ragioni di trasparenza, per evitare quell’ ‘effetto-nebbia’, come lo chiama Gaetano Quagliariello, che avrebbe consentito l’esistenza di più risoluzioni con possibili, diverse, maggioranze. Ma anche e soprattutto per ragioni di realismo: è consapevole che i finiani, in questo momento, con i numeri parlamentari che ballano, possono risultare indispensabili. Ieri il Cavaliere è arrivato a Roma all’ora di pranzo e per tutto il pomeriggio si è dedicato a ricevere ministri, capigruppo, singoli parlamentari. Resta una grande amarezza, quasi uno sgomento, nell’essere di fronte a un passaggio cruciale, che verrà certamente e momentaneamente superato, ma che in fondo, e lo sa lui stesso, non risolverà granché. Si guadagna un po’ di tempo, non si risolve nulla’, sono consapevoli ai piani alti del Pdl. Con o senza Mpa, con o senza apporti dal gruppo misto, il governo del Cavaliere oscillerà sempre in modo pericoloso intorno alla soglia dei 316. E il gruppo di Futuro e libertà, se rimarrà compatto, continuerà ad avere una sorta di golden share sull’attività della maggioranza. Di tutto questo il presidente del Consiglio ha discusso ieri con i suoi ospiti, esternando la consapevolezza che fra qualche mese i problemi rischiano di essere ancora intatti. Eppure, ed è la ragione di tanta tattica, qualche mese può significare sopravvivenza politica: scavalcare dicembre, arrivare alle soglie della primavera, significa per tanti, compreso il premier, avere più chance di ottenere un voto anticipato, in caso di crisi. Cosa meno facile oggi, se si andasse a uno show down con i finiani: oggi un governo tecnico, un governo diverso, è un fantasma che esiste ed aleggia, fra qualche mese chissà. Ad aggravare le cose l’emorragia di consensi, che guasta l’umore del capo del governo e non sembra interrompersi. Berlusconi parla apertamente del rischio di perdere le elezioni, in caso di voto anticipato. Considerazioni che aumentano il disappunto per un passaggio che appena un anno fa sembrava impossibile. Oggi , nel giorno de l suo compleanno, il Cavaliere parlerà a pochi metri da Gianfranco Fini, da quell’uomo che se avesse ‘un minimo di dignità’, come ha detto tante volte, si dimetterebbe. Fini sarà seduto alle sue spalle. I suoi temono che si possa ripetere l’incidente della direzione politica del Pdl: una parola sbagliata e le due cariche dello Stato che si mettono a litigare in diretta televisiva. Infinite raccomandazioni sono state elargite, con auspicati effetti di deterrenza”.

 (red)

 

 

5. La doppia partita di Fini

Roma -

 “Per parlare, si parlano. Pur detestandosi ogni giorno di più, i duellanti Berlusconi e Fini continuano a tenere un pur piccolo canale di comunicazione. Ieri sera – scrive Fabio Martini sulla STAMPA -Andrea Ronchi, ministro finiano ultramoderato, è andato a far visita al Presidente del Consiglio per sincerarsi che nel suo odierno discorso alla Camera il premier eviti attacchi sgradevoli a Fini. E, come se non bastasse, oggi, subito dopo il discorso del premier, senza darne annunci preventivi, è però già fissato a palazzo Grazioli un incontro informale tra Berlusconi e una delegazione finiana. Ma siamo al ‘minimo sindacale’ nei rapporti tra i due fronti, perché la sostanza è ben altra: nel durissimo scontro che da 5 mesi divide gli amici di un tempo, il 29 settembre sarà una giornata cruciale, forse decisiva. E infatti la sfida è stata preparata giocando con tutte le armi, compresa una perfida guerra dei nervi. Dal mondo editoriale berlusconiano trapelano boatos roboanti, il preannuncio di materiali ‘pesanti’ - foto, video poco gratificanti per il presidente della Camera - che verrebbero distillati nei prossimi giorni, secondo necessità. Difficile capire se trattasi di realtà o di annunci diffusi con intenti ‘terroristici’. E alla stessa, inafferabile logica appartiene la voce, circolata per tutto il giorno a Montecitorio, e che parlava di imminenti dimissioni da parte del presidente della Camera. Voce neppure smentita ma che è servita a tener alta la tensione. Non sono ore semplici per Fini, in qualche modo costretto a giocare una partita doppia: quella interna, con l’irriducibile cognato e quella politica. Il presidente della Camera, che davanti ai suoi mostra una rassicurante freddezza, ha dovuto dedicare quasi tutta la giornata nel tentativo di tenere compatto il manipolo dei parlamentari, divisissimi tra falchi e colombe. Ma non è stato facile trovare un minimo comun denominatore: durante un pranzo negli uffici della Camera sono volate parole taglienti tra i maggiorenti delle due anime, ma al termine Fini è riuscito a ricompattare i suoi, motivandoli con una convinzione: ‘Berlusconi non ha i numeri, non ha la certezza dell’autosufficienza, per questo ha chiesto il voto di fiducia. Che appare come un segno di debolezza’. Ma è davvero così? Certo, né Fini né i finiani sanno quanti deputati sia riuscito a ‘convincere’ il presidente del Consiglio. Ma la partita era - e resta - sempre la stessa: stasera alle 19 quanti deputati voteranno la fiducia al governo? Se poco prima del voto, si saprà che Berlusconi avrà superato il traguardo dell’autosufficienza, per Fini e i suoi la strada si presenterà in salita: il loro voto di fiducia risulterà aggiuntivo e con tratti paradossali se si pensa alla violenza dello scontro che c’è stato fino ad oggi. Se invece Berlusconi non avrà conseguito l’autosufficienza, Fini proverà a giocarsi la partita secondo il canovaccio messo a punto nelle lunghe chiacchierate con i suoi. ‘Noi - sostiene Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo Economico - non siamo figli di un Dio minore e dunque, se il discorso del presidente del Consiglio sarà condivisibile, vogliamo pari dignità politica’. In soldoni significa che i ‘futuristi’ chiederanno, come dice il capogruppo dei senatori Pasquale Viespoli, di ‘firmare la risoluzione della maggioranza della quale facciamo parte’. Dunque, Fini chiede che in calce al documento, accanto alla firma del capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto e a quella del leghista Marco Reguzzoni, ci sia anche quella di Italo Bocchino. Per dirla in politichese, il riconoscimento formale che la maggioranza si regge non più su due, ma su tre gambe. Ma la giornata di oggi potrebbe dispiegarsi secondo un canovaccio meno prevedibile di quanto non abbiano previsto Fini e i suoi nuovi ‘colonnelli’. E diverse circostanze - il discorso di Berlusconi, la contabilità parlamentare - potrebbero interpellare le diverse anime dei finiani. Oramai costantemente divisi in due gruppi: da una parte gli ‘autonomisti’ di Italo Bocchino, Fabio Granata, Carmelo Briguglio, Flavia Perina che mettono nel conto (e alla fine auspicano) un divorzio cruento con Berlusconi; dall’altra i ‘lealisti’ di Silvano Moffa, Pasquale Viespoli, Mario Baldassarri, Roberto Menia, convinti che sarebbe meglio non separarsi dal centrodestra. Due approcci finora compressi, ma di portata strategica, che potrebbero venire in superficie proprio nel giorno più difficile”.

 (red)

 

6. Berlusconi temporeggia sul voto: elettori nauseati

Roma -

“‘Andare a votare ora, come vorrebbe Bossi, non si può, anche i nostri elettori sono infastiditi, nauseati da questo spettacolo. Non fanno più distinzioni: ci serve tempo per recuperare’. Silvio Berlusconi ha confidato due sere fa al telefono qual è il suo vero timore. I sondaggi – scrive Francesco Bei sulla REPUBBLICA - danno il Pdl in caduta, il partito del non voto è di gran lunga in testa. ‘Mi serve più tempo’. Da questa paura nasce anche l’improvviso cambio di rotta imposto dal premier sulla questione di fiducia. La questione è stata sviscerata in lungo e in largo, ma alla fine, nel lungo vertice di ieri pomeriggio a palazzo Grazioli, la fiducia è sembrata l’unica strada per uscire dall’angolo. ‘Se mettiamo la fiducia nessun altro potrà presentare risoluzioni’, ha spiegato il ministro Elio Vito. Un problema centrale, visto che i finiani, l’Udc e l’Mpa di certo avrebbero votato un proprio documento, battezzando di fatto la nascita del terzo polo. ‘Finiremmo per sembrare una delle tre minoranze in Parlamento’, ha protestato il Cavaliere nella riunione, ‘serve invece una cosa limpida, senza imbrogli: da una parte il governo, di là tutti gli altri’. Fiducia dunque, a costo di fare un favore ai finiani, che in questo modo riusciranno a tenere coperte le divisioni al loro interno. Ieri, al pranzo nella sede di Farefuturo, Fini ha potuto misurare quanto siano grandi le distanze fra i "filogovernativi" (Ronchi, Viespoli, Moffa, Menia) e gli "autonomisti". Sono volate parole grosse fra i due gruppi, ma alla fine il presidente della Camera è riuscito a far passare una linea comune: ‘Berlusconi la maggioranza senza di noi non ce l’ha. L’unico grande favore che non possiamo fargli è dividerci al nostro interno. Da domani invece sarà chiaro a tutti che, se vuole governare, deve dipendere da noi, altrimenti è finito’. Sembra che, al termine di una discussione ‘molto franca’, anche i filogovernativi abbiano preso atto dell’inevitabile: il partito di Fini, tempo due mesi, si farà. ‘Trovato l’accordo sulla necessità di fare il partito e sulla difesa di Fini dalle aggressioni - spiega Fabio Granata -, su tutto il resto ci possono essere sfumature tattiche diverse. Ma l’unità interna è salva’. Quanto ai numeri, i finiani sono convinti che la maggioranza (sottratti i voti di Fli e Mpa) si fermi a 313-314 voti, quindi sotto la soglia minima di 315. Ma, dall’altra parte della barricata, Ignazio La Russa scommette sul contrario: ‘Saremo di più anche senza i finiani. Anche se, scegliendo di mettere la fiducia, rinunciamo a qualche voto in libertà che sarebbe arrivato da chi era fino a poco fa all’opposizione’. Nel vertice Pdl gli uomini dei numeri (La Russa, ma soprattutto Verdini) hanno immaginato una forchetta dai 317 fino addirittura a 324 voti. La conta è decisiva sul piano dell’immagine, anche se nessuno si illude di poter davvero governare con questi margini. Ieri sono arrivati 5 transfughi dell’Udc, l’ala cuffariana che non ha mai digerito il sostegno di Casini a Lombardo. Ma il leader dell’Udc in questi giorni non è rimasto con le mani in mano. Consapevole dell’imminente scissione siciliana pilotata dal Cavaliere, Casini si è buttato a capofitto in un’aggressiva azione di controguerriglia. ‘Domani è il compleanno di Berlusconi, si aspetti da noi un bel regalo’, ha promesso misterioso il capo centrista. Il ‘regalo’ sarebbero 5 deputati sottratti al Pdl, uno schiaffo pari a quello ricevuto”.

 (red)

 

7. La fiducia e i 316 voti. L’Mpa alza il prezzo

Roma -

“‘Fiducia sì, fiducia no, non ce ne importa niente: noi vogliamo vedere cammello’. Raffaele Lombardo - si legge sul CORRIERE DELLA SERA - è persona concreta: ‘Io non mi scaldo sul sostegno politico a Berlusconi. Dico solo che a noi dell’Mpa interessano gli impegni scritti, nero su bianco: il premier ci promette in aula una fiscalità di vantaggio per il Sud, anche a costo di litigare con Bruxelles, e ci si assicura, cifre alla mano, che farà l’Alta velocità in Sicilia e sulla Napoli-Bari? Perché, al netto del Parlamento-mercato, che continuerà fino all’ultimo (e Bersani parla di ‘tentativi di corruzione’) , è da loro che dipenderà lo sfondamento o meno dei fatidici 316 voti, senza contare i 35 finiani, visto che a tarda sera i probabili ‘sì’ al Cavaliere si fermavano a 312 e solo con l’Mpa raggiungevano i 317. Ed è certo che se il partito di Lombardo voterà a favore, i fedelissimi del Cavaliere lo conteranno dalla loro parte, mentre i finiani (che dovrebbero comunque votare sì) faranno presente che si tratta invece di loro alleati. E l’Mpa potrebbe anche scegliere di astenersi per dimostrare di essere l’ago della bilancia della legislatura. Ma quando si parla di 312, bisogna distinguere i sicuri dai possibili, alcuni dei quali nelle ultime ore hanno manifestato seri dubbi. Come tre liberal-democratici. E allora, rifacendo i calcoli, vanno contati fra i sicuri il Pdl (236 deputati), la Lega (59), Io Sud (5), 1 repubblicano (Nucara), 1 adc (l’ex udc Pionati) e quasi certamente i 5 scissionisti udc, diventati Popolari per l’Italia di domani. In tutto 307. Accanto a loro si dà per probabile il voto a favore dei 2 ex Api. E si arriva a 309. Per arrivare a 312 bisognerebbe aggiungere i 3 liberaldemocratici, che dopo l’incontro con Berlusconi sembrano sempre più tendenti al ‘no’. Altri deputati, considerati oggetto di pressing da parte del Pdl, negano di avere tentazioni. ‘Io - spiega Luca Volonté dell’Udc, non ho mai pensato di votare a favore’. Anche Paolo Guzzanti conferma il suo ‘ no ‘ : ‘Spiegherò in aula il mio voto contrario’. E anche il repubblicano Giorgio La Malfa voterà contro, a differenza dell’altro repubblicano, Francesco Nucara. I due della Svp si asterranno, perché non vogliono ‘fare da stampella’ a nessuno, il valdostano Roberto Rolando Nicco e Giuseppe Giulietti voteranno no. Manca all’appello, nel gruppo misto, solo Americo Porfidia. Viene dall’Idv e non dovrebbe essere tentato da un voto favorevole a Berlusconi. Ma è tanto tempo che non risponde al telefono e non esterna le sue opinioni. E l’opposizione? Può contare sulla carta su 276 voti. Se si sommano ai 34 del Fli (Fini non vota perché Presidente), si arriva a 310 e con l’Mpa a 315, due voti meno dei 317 su cui potrebbe contare Berlusconi, sempre senza i finiani”.

 (red)

 

 

8. Calearo lascia Rutelli: “Da Bolscevichi Pd minacce morte”

Roma -

 “Giornataccia eh? ‘Due palle, sono distrutto. Questi sono matti, malati in testa. Sono appena uscito dalla questura con un plico in mano’. È un Massimo Calearo (foto) provatissimo quello che risponde al telefono a fine giornata. Desolato, indignato, infuriato. Irrequieto lo era da tempo. Da pochi mesi – si legge sul CORRIERE DELLA SERA - ha abbandonato il Pd per passare all’Api di Rutelli. E ieri ha lasciato l’Api per passare al gruppo misto. Poi l’esternazione: ‘Potrei diventare ministro allo Sviluppo economico’. Vero? ‘Macché, sono un Pierino, mi viene da ridere. Chi ci va avrà delle gatte da pelare, auguri’. Comunque sia, il dubbio che si sia avvicinato, troppo, al Pdl, coglie molti. Tra loro Walter Veltroni, che lo portò nel Pd. Di qui un colloquio, che rassicura l’ex segretario Pd: ‘Calearo mi ha confermato nettamente la sua volontà di attenersi all’impegno assunto’. Sarà, ma il Calearo telefonico delle otto pare piuttosto diverso dal Calearo del pomeriggio. Ora è una furia. ‘Sa cosa ho portato in questura? Un bel plico di messaggi di morte. Mail, anonime ma anche firmate. Roba da matti. Siamo ancora fermi alle purghe staliniane’. Persone di sinistra? ‘Bolscevichi proprio. Si fa un processo alle intenzioni. Se uno avesse mezza voglia di tornare gliela farebbero passare. È un clima orrendo’. E Veltroni? Non l’ha convinta a rinunciare al voto a favore del governo? ‘Walter è una persona che stimo, un vero leader. Non se lo meritano questi quattro mentecatti. Il suo discorso è anche legittimo: sono stato eletto nel Pd, non posso votare il governo. Bene. Ma quale Pd? Gliel’ho detto: questo è un altro Pd, non quello che hai fatto tu’. È il Pd di Pier Luigi Bersani. ‘Ecco, buono quello. Abbiamo un segretario che dice che si sono comperati i deputati. Se si riferisce a me lo denuncio. Scherziamo? Io, a differenza di Bersani, vivo del mio non di politica. Devono stare attenti a come chiacchierano questi signori. Gente che non rappresenta nessuno. Minoranza perenne, destinata a perdere per sempre’. Calearo non sembra più a suo agio nel centrosinistra. ‘Io credo nel terzo polo. Ma non ne vedo di leader: solo tanti galletti ma non c’è un gallo cedrone. Tutti vogliono diventare vescovi, ma sono parroci di campagna’. E Rutelli? ‘Rutelli cosa? Cos’è Rutelli?’. Il leader del partito in cui è entrato non molto tempo fa: ‘Ma io sono entrato perché lì c’è una persona che stimo e che ritengo capace, Bruno Tabacci. Gli altri signori non li conoscevo’. Torniamo alla fiducia. Che si fa, si vota con il Pdl e la Lega oppure no? ‘Se avessi preso una decisione sarei passato nel Pdl. Sono passato nel Pdl?’. Lo dica lei? ‘No. Io guardo ai fatti, non agli schieramenti ideologici’. E i fatti quali sono? ‘Che c’è in campo uno schieramento bolscevico’. Dall’altra parte ci sono Bossi e Berlusconi. ‘Mi hanno accusato di non essere avvezzo alla politica, magari è anche vero e allora mi scuso. Ma ci vogliono anche imprenditori che fanno politica. La colpa vera non è del premier o del governo ma di una minoranza che non c’è. Di gente che stava alla Camera prima che arrivassero Bossi o Berlusconi. Invece di star sempre a protestare, facciano delle proposte, si organizzino’. Insomma, gliela diamo a Berlusconi questa fiducia o no? ‘Dopo Unicredit, che ha sfiduciato un amministratore delegato senza avere un sostituto, è possibile sfiduciare un governo senza un’alternativa?’. È possibile? ‘Vedremo’”.

 (red)

 

9. Roma, Berlusconi: Da Bossi solo una battuta

Roma -

“Quelli che oggi ci attaccano sono dei sepolcri imbiancati. Hanno la coda di paglia... Pensano che abbia commesso un crimine, ma era solo una battuta. Come quella di Obelix... Loro vogliono tenersi tutto, ma noi pretendiamo di essere rispettati e non colonizzati e depredati. Basta prepotenze contro il Nord. I padani stanno crescendo. Non sono più quelli di una volta che si facevano ingannare facilmente’. Il giorno dopo la bufera di polemiche scatenata dalla sua battuta contro i romani, Umberto Bossi parla dai microfoni di Radio Padania e non abbassa i toni. E Roberto Calderoli, ospite alla festa milanese del Pdl richiesto di un aggettivo per definire Roma risponde secco: ‘Ladrona’. Anche se poi smorza i toni: ‘I romani non sono ladroni: Bossi intendeva Roma in termini di palazzo’. Una sfumatura che il quotidiano del movimento, la Padania non valorizza titolando oggi: "Il Nord si incazza" e dedicando alle polemiche sulla "battuta" del senatur dieci pagine. Atteggiamento che non piace a Italo Bocchino che ammonisce: ‘Se non ci sarà una presa di posizione fortissima di Berlusconi e se Bossi non verrà a scusarsi in Parlamento, Fli voterà la mozione di sfiducia contro Bossi’. Tocca quindi al Cavaliere - si legge su LA REPUBBLICA - tentare di sdrammatizzare la situazione chiamando il sindaco di Roma, Gianni Alemanno e spiegandogli che si trattava solo di una battuta sul filo dell’ironia del noto fumetto francese Asterix. Mentre si limita ad annunciare una tirata di orecchi al leader del Carroccio: la raccomandazione ai ministri di tenere un comportamento sempre e doverosamente istituzionale. Ma questo non basta ad Alemanno: ‘Bossi ritiene che in certe valli, in certi luoghi, in certi comizi paesani, l’insulto o la battuta su Roma possa fare voti. Purtroppo si dimentica che quando uno è ministro certe cose non se le può permettere’. Poi deciso a badare al sodo chiosa: ‘A me non interessano le scuse di Bossi, ma gli impegni precisi del governo per Roma capitale’. L’Udc si dichiara pronta a sfiduciare Bossi. Spiega Pier Ferdinando Casini: ‘Voteremo una mozione di sfiducia nei confronti del ministro delle riforme. Mi sembra difficile fare il contrario. Anche tanti dentro al Pdl saranno in imbarazzo’. La battuta non piace neanche ad Alleanza per l’Italia, il partito guidata da Francesco Rutelli, che ha sporto una denuncia-querela per diffamazione aggravata alla procura di Roma. Di evidente inizio di campagna elettorale parla Fabio Granata, deputato Fli e vicepresidente della commissione Antimafia: ‘Le frasi di Bossi sono una cosa seria, più che una battuta mi paiono l’inizio della campagna elettorale. Quanto alla possibilità di sfiducia non ne abbiamo ancora discusso. Potremmo anche presentare un nostro documento. Certo fa riflettere che un ministro si esprima così su Roma, che è il simbolo dell’unità d’Italia’. ‘Non si è mai visto nella storia di una Repubblica che un ministro abbia chiamato porci gli abitanti della capitale - rincara Enrico Letta. - Questo va oltre ogni possibile tolleranza. Siamo determinati a chiedere al Parlamento e ai singoli parlamentari un voto libero sulle parole pronunciate da Bossi’. Mentre di ‘battuta sbagliatissima’ si lamenta anche il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni: ‘Non esprime assolutamente il sentimento del nord nei confronti dei romani’”.

 (red)

 

10. Napolitano e la scuola di Adro: Basta provocazioni

Roma -

“I termini usati sono ‘esibizioni’ ma anche ‘provocazioni e sfide’. La firma è quella del capo dello Stato Giorgio Napolitano e i destinatari sono i cittadini di Adro. Anche il Quirinale, dunque, - si legge sul CORRIERE DELLA SERA - si è mosso per far togliere dalla scuola pubblica del paese bresciano i 700 simboli leghisti collocati dal sindaco del Carroccio Oscar Lancini. Simboli che fino a oggi sono ancora al loro posto a dispetto delle prese di posizione contrarie del ministro Mariastella Gelmini, di Umberto Bossi, di Roberto Maroni, oltre ovviamente a quelle dei partiti d’opposizione. La lettera è giunta ad Adro, dove il clima di scontro non accenna a diminuire e dove domani sera la seduta del consiglio comunale si svolgerà per volere del sindaco a porte chiuse per non consentire la presenza di telecamere e giornalisti. Formalmente la missiva del Quirinale è indirizzata a un gruppo di circa 180 cittadini di Adro che avevano chiesto proprio un intervento di Napolitano per far sparire i soli delle Alpi dalla scuola. La lettera è lunga appena 9 righe, porta la firma del segretario generale Donato Marra, ma rivela toni decisi e risentiti riguardo la perdurante situazione di Adro. ‘Il capo dello Stato ha apprezzato il pas s o compiuto dal ministro Gelmini — dice il messaggio — invitando il sindaco di Adro a rimuovere quelle esibizioni e ha ribadito la sua convinzione che nessun simbolo identificabile con una parte politica possa sostituire, in sedi pubbliche, quelli della nazione e dello Stato, né questi possono essere oggetto di provocazioni e sfide’. Una severa ‘bacchettata’ insomma, benché espressa senza uscire dal linguaggio abituale degli ambienti istituzionali”.

 (red)

 

11. Lavitola: Ho le prove ma forse non le pubblico

Roma -

“Un blitz tra Caraibi e Centro America per posizionare gli ultimi tasselli del mosaico ‘Affaire Montecarlo’, un giallo con soluzione a tempo determinato. Il protagonista – si legge sulla STAMPA - è Valter Lavitola. Pantaloni beige e camicia blu di lino, l’editore-direttore dell’Avanti! si presenta dinanzi al ministro della Giustizia di Saint Lucia col taschino gonfio di carte, sono le ‘smoking gun’, le prove che dimostrerebbero come Giancarlo Tulliani sia il beneficiario di Timara e Printemps, le due off-shore mediatrici nella compravendita dell’appartamento monegasco una volta proprietà di An. È appena arrivato sull’isola caraibica dove si muove a bordo di due van assieme ad altre cinque persone tra cui José Antonio Torres di el Nacional, il quotidiano di Santo Domingo che per primo ha pubblicato la lettera con la quale Francis informava il premier sull’esito dell’indagine preliminare. ‘La soluzione del caso è in una mail inviata da James Walfenzao a Michael Gordon’, messaggio che, come conferma l’Attorney General, è negli incartamenti del dossier. Come Lavitola sia arrivato a sbrogliare il bandolo della matassa ce lo spiega più tardi, sotto i portici dell’Auberge Seraphine di Castries. ‘Sto lavorando a un’indagine di tutt’altro genere’, una storia di riciclaggio di denaro con una società di Costa Rica che ha sede a Napoli, dove ‘ci sono in ballo molti soldi in contanti’. È su questo filone che si innesta quello monegasco. ‘Per puro caso - spiega l’editore dell’Avanti! - dopo che era scoppiato il caso, una persona ci dice che tra le prove raccolte nell’ambito dell’inchiesta madre’, c’era un carteggio che riguardava la vicenda che vedeva coinvolto il cognato del presidente Gianfranco Fini. È questa la genesi dell’indagine che porta Lavitola un paio di volte ad atterrare a Saint Lucia, l’ultima due giorni fa mentre Francis convocava la conferenza stampa. ‘Ci siamo visti con i miei collaboratori a Puerto Rico e poi siamo venuti qui’, spiega. ‘Avevo saputo che l’indagine era chiusa, e sono venuto per chiedere un’intervista al ministro, e così ho saputo dell’incontro’. Perché ingaggiare proprio Torres? ‘È uno dei migliori e se anche fosse un velinaro come qualcuno dice, che problema c’è?’. Ma il documento sul suo tavolo come è arrivato? ‘Attraverso un free press dal Guatemala’. Mario Sanchez? ‘Una persona dello staff. Non mi piace citare le fonti’. Poi la dissertazione sulla ‘smoking gun’: ‘La mail sta qui, ma non la faccio vedere: è un documento che voglio pubblicare prima sull’Avanti!’. Ma parla di Tulliani? ‘Poi la vedrete’. Si capisce che parlano di lui anche se non c’è? ‘Compratevi l’Avanti!’. Per Lavitola il giallo di Santa Lucia ruota attorno all’Ocse: ‘Il governo vuole uscire dalla lista nera dei paradisi fiscali, ma di punto in bianco tra le mani del premier Stephenson King scoppia il caso perché qualcuno interno ha fatto girare questo documento’. Quindi nessuna pressione per aprire l’inchiesta? ‘Credo di no’, dice Lavitola: nella sua testa la soluzione del caso è ‘sicura al 99,9%’. ‘Secondo me è stato Gordon che ha parlato con il governo. È un magistrato di 71 anni, molto importante, sta per passare l’attività al figlio e non vuole problemi’. La presunta negligenza di Tulliani, che avrebbe nascosto a Walfenzao la sua parentela con un politico, è diventata una mina vagante quando ‘qualcuno ha preso questo documento e se lo è portato in Guatemala facendo scoppiare il bubbone’. Ed è lì che Lavitola si è recato ieri per avere l’ultimo elemento con cui si chiuderebbe il cerchio. Chissà quanto costano tutti questi giri? Il direttore dice di aver pagato 32 mila euro sino ad oggi: ‘Sono attento nelle spese e l’Avanti! vende sempre più copie’. E a Bocchino che lo accusa di essere l’autore della lettera ‘patacca’ risponde: ‘Italo ha avuto un esaurimento nervoso, prima lo ritenevo un amico. Io non ho mai fatto querele, non riesco ad aver l’animo di fare una querela, in ogni caso ci voglio parlare e poi temo che lo querelerò’. La verità è quindi solo questione di ore? ‘Non farò nulla prima che abbia parlato Berlusconi’. Berlusconi l’amico di sempre. ‘Lo conosco molto bene, da prima dei tempi di Forza Italia. L’ultima volta l’ho visto la settimana scorsa. Mi ha detto: ma te proprio non riesci a tenerti fuori dai casini’. Hanno anche parlato di questa storia ma il direttore smentisce di star indagando per lui: ‘Di Berlusconi si può dire tutto meno che è scemo. Io, un amico di Berlusconi, che fa un’indagine su Fini commissionata da Berlusconi? Ci puoi anche non credere ma delle volte esistono anche rapporti personali’. E sui fatti del Brasile dice: ‘Ero lì quando è venuto, ma i gozzovigli alla tarantina maniera di cui si è parlato sono solo montature’. Non rimane quindi che comprare l’Avanti! il 30 settembre? ‘Aspetta un secondo. Sto cercando di capire qual è il danno che viene provocato da questa cosa. In alcuni casi certe cose non riesco a farle, non escludo che prendo tutta ’sta roba, ci faccio un fiocco sopra e la butto in acqua’. L’incertezza diventa certezza ore dopo, quando Lavitola in partenza verso l’Italia fa sapere che giovedì usciranno i primi dossier dell’inchiesta, ma di quella madre, quella sul riciclaggio. E l’affaire monegasco? Forse non se ne fa nulla, o meglio si dovrà attendere la fine delle indagini. Lavitola nel corso della sua tappa guatemalteca è stato ‘raggiunto al telefono dalla polizia’ di Saint Lucia: ‘Se pubblichi quei documenti - gli hanno detto - qui non metti più piede, verrai arrestato per inquinamento delle indagini’”.

 (red)

 

12. Mori: Ciancimino ha falsificato le carte

Roma -

“Al processo contro l’ex comandante del Ros dei carabinieri Mario Mori - imputato per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel ’95, e indagato per la presunta trattativa fra lo Stato e Cosa nostra nel 1992 - piovono nuove carte consegnate da Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo che dell’ipotetico ‘patto’ tra istituzioni e cosche sarebbe uno degli artefici. Dattiloscritti e manoscritti attribuiti a Vito Ciancimino, che il figlio – scrive il CORRIERE DELLA SERA - dice di aver recuperato solo nelle scorse settimane e si vanno ad aggiungere ai documenti e alle dichiarazioni che Ciancimino jr dispensa a singhiozzo da oltre due anni. Ma l’imputato Mori, che è stato anche capo del Sisde, il servizio segreto civile, passa al contrattacco e si presenta in aula con video e diapositive per dimostrare, dice lui, che alcuni di quei documenti sono falsi. E tutti potrebbero esserlo. Perché manipolare gli scritti dell’ex sindaco mafioso, con le moderne tecnologie informatiche, è fin troppo facile. E il ‘dichiarante sine die ‘ Ciancimino jr ‘può permettersi di rateizzare a piacere le sue affinazioni, sostenendole sempre con nuovi documenti’. Sulla cui autenticità è più che lecito dubitare, aggiunge Mori. Per sostenere la sua denuncia Mori fa l’esempio di una delle lettere attribuite a Vito Ciancimino, dove si fa cenno a un ‘triste evento’ che incombe su Silvio Berlusconi e alla possibilità che l’ex sindaco abbandoni il suo ‘riserbo che dura da anni’. Una lettera scritta nel 1994 e indirizzata al senatore Marcello Dell’Utri, ha sostenuto il figlio dell’ex sindaco consegnandola ai magistrati (in fotocopia, come quasi tutti i documenti esibiti). Ma in cima al foglio c’è un’intestazione che recita: ‘E per conoscenza al presidente del Consiglio dei ministri on. Silvio Berlusconi’, vergata sempre da Ciancimino sr. Ebbene, accusa Mori, quelle due righe in origine non c’erano, sono state prese da chissà dove e inserite dopo. La prova sarebbe nella prima riga del testo a cui è stato aggiunto il nome del destinatario, dove alcune lettere risultano decapitate. Per esempio una "d" e una "t", che nella calligrafia di Ciancimino sono molto alte, mentre in quel documento risultano stranamente decapitate: effetto del taglio necessario per applicare l’indirizzo di Silvio Berlusconi, dice l’imputato. ‘Si è così inconfutabilmente dimostrata la falsificazione del documento’, proclama Mori. Che prosegue con la sua dimostrazione mostrando ai giudici, attraverso gli appositi monitor fatti montare in aula, come lui stesso abbia manomesso degli scritti autografi di Vito Ciancimino componendo frasi compiute montando spezzoni di lettere a suo piacimento: ‘Con la tecnologia attuale la fotocopia di qualsiasi atto è una realtà virtuale’. Ne consegue che il valore dei documenti portati dal giovane Ciancimino (quasi sempre fotocopie) a sostegno delle sue dichiarazioni (quasi sempre riferite a confidenze ricevute dal padre, morto nel 2002) hanno un valore pressoché nullo: ‘Con questi metodi tutti gli scritti di Vito Ciancimino possono essere stati manipolati per formulare accuse ingiuste e gravissime nei miei confronti’. Ma la pubblica accusa si mostra indifferente alle considerazioni ‘teoriche’ dell’imputato, e il pubblico ministero Nino Di Matteo porta in aula altri scritti attribuiti all’ex sindaco. Compreso un dattiloscritto intitolato ‘Appunti per un incontro. A futura memoria’, dove si legge, fra l’altro: ‘Ho aderito alla richiesta fatta dal colonnello Mori lo scorso giugno… Mori mi dice di essere stati autorizzato ad andare avanti per la mia strada. Ho chiesto di poter incontrare in privato Violante’. Affermazioni che confermerebbero le ricostruzioni del giovane Ciancimino. Sempre ieri l’ex collaboratrice di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia, Liliana Ferraro, ha confermato di aver riferito a Paolo Borsellino che l’allora capitano De Donno le comunicò, dopo la strage di Capaci, che lui e Mori stavano agganciando Vito Ciancimino attraverso il figlio, e chiedevano ‘sostegno politico’ all’iniziativa. Una normale attività d’indagine per la cattura dei latitanti, ha sempre sostenuto Mori; una trattativa sottobanco, insiste l’accusa. Che porta un altro elemento a sostegno della sua tesi: nell’archivio del Ros, lungo tutto l’arco di quel terribile 1992 non c’è una sola riga che documenti i contatti avuti con l’ex sindaco mafioso".

 (red)

 

13. Iran, Sakineh sarà impiccata

Roma -

“Non più per adulterio, ma per omicidio. Non più lapidata, ma impiccata. Scende il gelo sulla sorte di Sakineh. – si legge sulla STAMPA .- Ieri ha parlato il procuratore generale, l’hojjatoleslam Gholam Hossein Mohseni Ejei: ‘Secondo la legge, la sua condanna a morte ha la precedenza sulla punizione per adulterio’. Morte attraverso l’impiccagione, anziché il massacro a pietrate. Morte, comunque. E presto. Il figlio di Sakineh, Sajjad, parla di esecuzione ‘entro due settimane’. Implora una mobilitazione internazionale ancora più forte, si appella all’Unione Europea, per una risoluzione che freni i giudici: ‘Ho perso mio padre e ora questo governo vuole portare via a me e a mia sorella nostra madre, per un crimine che non ha commesso’. L’Italia ha risposto subito, ai massimi livelli istituzionali, con il ministro degli Esteri. Ma forse l’ultima speranza di salvezza per la 43enne accusata di avere tradito il marito e poi organizzato il suo omicidio, viene dalle divisioni interne alla Repubblica islamica (...) Per salvare dalle pietre Sakineh Mohammadi Ashtani si erano mobilitati governi, il mondo dello spettacolo, della cultura, fino alla moglie del presidente francese, Carla Bruni. Tacciata da un altro giornale conservatore di Teheran di essere una ‘prostituta’. Sulla lapidazione, e anche sugli insulti, c’era stato poi il distinguo, netto nel difendere la Bruni, di Ahmadinejad. Sgombrato il campo dall’impresentabile lapidazione, la battaglia si sposta dalla forma alla sostanza. Il figlio di Sakineh si è di nuovo rivolto nostro Paese, in prima linea nella campagna: ‘Aiutateci’. La Farnesina ha subito risposto: ‘Auspichiamo che la condanna possa essere rivista. Il governo continuerà ad adoperarsi con la massima determinazione, come fatto finora’”.

 (red)

 

14. Sakineh, Frattini: Teheran rischia l’isolamento

Roma -

Di seguito l’intervista a Franco Frattini sulla REPUBBLICA. “Gli ultimi sviluppi che riguardano Sakineh sono drammatici”. Così il ministro degli Esteri Franco Frattini ha commentato la commutazione della condanna alla donna iraniana in un’intervista a Repubblica Tv, nella quale ha parlato anche di Medio Oriente ed espulsioni Rom. Quale sarà ora l’azione dell’Italia? “Teheran si pronuncerà di nuovo tra due settimane, durante le quali bisognerà far comprendere all’Iran, anche attraverso la mobilitazione di tutti, che nell’eseguire la condanna si esporrà all’isolamento internazionale”. La politica dell’Italia nei confronti dell’Iran è stata in passato definita morbida, prevedete misure specifiche se Teheran non recederà? ‘La posizione dell’Italia è chiarissima: siamo contro ogni condanna a morte, abbiamo visto con tristezza eseguire la sentenza di Teresa Lewis la scorsa settimana negli Stati Uniti, una democrazia ben diversa da quella iraniana. La vicenda di Sakineh è esemplare, ma purtroppo non è l’unica, per questo bisogna portare avanti iniziative comuni in sede Ue e Onu. Per quanto ci riguarda applichiamo con rigore le sanzioni all’Iran e abbiamo congelato ogni nuovo investimento nel Paese, ma siamo convinti sia necessario portare avanti il dialogo sul nucleare e sui diritti umani’. A proposito di dialogo, cosa prevede per i colloqui di pace in Medio Oriente? ‘Abbiamo parlato con tutti gli interlocutori più importanti durante l’Assemblea generale Onu della scorsa settimana. Crediamo ci sia la possibilità di un esito positivo, ma ci vuole un segnale da parte di tutti e un attivismo maggiore dell’Europa. Abu Mazen l’ha dato decidendo di continuare il negoziato fino al vertice della Lega araba, tra sette giorni, nonostante il governo israeliano non abbia ancora prolungato la moratoria sulle costruzioni in Cisgiordania. Certo, la costruzione di nuovi insediamenti israeliani sarebbe sbagliata e rappresenterebbe un ostacolo per la pace’. Auspica un maggiore attivismo dell’Ue, ma perché l’Italia non si è pronunciata sulle espulsioni francesi dei Rom? ‘La normativa europea prevede che un Paese membro possa rimpatriare anche un cittadino dell’Unione nel caso verifichi non ci sia reddito lecito di sussistenza, perciò la Francia non ha violato le leggi Ue’.

 (red)

 

15. Pakistan, ucciso luogotenente di Bin Laden

Roma -

“La morte – scrive LA REPUBBLICA - è arrivata dall’alto: un missile lanciato da un drone Reaper americano ha colpito l’auto su cui viaggiava, secondo fonti di intelligence pachistana, Sheikh Fateh al Misri, un "colonnello" di Al Qaeda, considerato il responsabile operativo della rete in Afghanistan e Pakistan. Al Misri, egiziano, aveva preso il posto di Mustafa Abu al Yazid alla testa della struttura terroristica dopo che al Yazid era rimasto anch’egli vittima di un raid condotto dagli aerei senza pilota delle Forze armate Usa. L’egiziano era finito a guidare gli uomini di Osama bin Laden dopo averne raggiunto i ranghi in Afghanistan: in altre parole, dicono gli analisti, la sua nomina sarebbe stata legata all’esigenza strategica da parte del vertice di Al Qaeda di "globalizzare" sempre di più la lotta, coinvolgendo combattenti di altri gruppi. Anche il predecessore al Yazid, considerato il tesoriere della rete, era stato scelto dopo una carriera "esterna", alla guida di un gruppo terroristico libico. Per ora non ci sono conferme ufficiali statunitensi, né risulta che sui siti dei radicali islamici sia apparso l’omaggio al "guerriero di Dio". Se comunque fosse confermato che nei rottami della Datsun incenerita dal Reaper nel sud Waziristan c’erano i resti di al Misri, per le forze Usa sarebbe un risultato eccellente. A renderlo pericoloso era soprattutto il suo progetto strategico: allargare lo scontro al di là dei confini afgani, fino al coinvolgimento completo del Pakistan. I servizi di sicurezza lo indicano come responsabile degli attacchi del maggio scorso a Lahore contro i luoghi sacri della setta Qadyani in cui 95 persone rimasero uccise e un centinaio ferite. L’offensiva contro i "non musulmani" (appunto i seguaci della setta) e i "politeisti" (cioè gli islamici di credo sciita) sarebbe dovuta continuare in maniera massiccia, scrive l’analista del Asia Times, se i servizi di sicurezza di Islamabad non avessero rafforzato enormemente la loro presenza a Lahore”.

 (red)

 

16. Miliband: Basta con le etichette

Roma -

“Ed the Red non esiste più’. Sepolto, forse per calcolo, ancora prima di nascere. Nel suo primo discorso ufficiale davanti ai diecimila delegati dell’auditorium di Manchester e di fatto alla nazione - si legge sulla STAMPA - , il Piccolo Miliband, leader dal carisma incerto quanto il programma, ma imbattibile cacciatore di cuori politici a pezzi, giura al popolo laburista che una nuova era è iniziata, che i cinque milioni di uomini e donne che hanno abbandonato dopo tredici anni la strada progressista per consegnare la Gran Bretagna ai tagliatori di teste Tory nelle elezioni di maggio, possono finalmente tornare a casa senza paura di precipitare il Paese in una guerra civile sotterranea. Non sarà un nuovo 1979. ‘Noi siamo il centro, il governo Cameron durerà per un solo mandato e no, non appoggeremo scioperi irresponsabili. Affrontare il problema del deficit è necessario. Vedremo come’. Sorpresa. Finita la campagna elettorale personale finite le lusinghe alle Unions? Il fratello David, seduto in prima fila in attesa di comunicare questa sera che cosa farà del proprio futuro, stira un sorriso da joker. La platea salta in piedi per un applauso oceanico senza riuscire a coprire l’istintivo grido di un delegato in mezzo alla sala: ‘Rubbish’. Spazzatura. Le note di ‘Use Somebody’ dei Kings of Leon riempiono l’aria. Bob Crow, boss del sindacato dei trasporti, sibila nervoso: ‘Qualunque leader che non si schieri di fianco ai lavoratori impegnati in prima linea contro l’assalto di questo governo è destinato ad essere massacrato nei sondaggi’. Magari l’Uomo Nuovo sta giocando una inevitabile partita a scacchi per non perdere pezzi di partito, ma per lui Ed è Rosso e Rosso deve restare, poi in pubblico dica quello che più gli piace. (..) Ed prova ad accontentarli. ‘Basta con i soprannomi, non sono nè Rosso, nè Wallace di Wallace e Gromit né Forrest Gump, come ha detto qualcuno. Faccio parte di una nuova generazione che ha attitudini, modi di pensare e di fare politica diversi dal passato e soprattutto diversi dalla visione miserabile e pessimistica imposta da Cameron. Noi guardiamo al futuro con ottimismo’. Boato. Ringrazia ancora una volta il New Labour e poi lo smonta pezzo a pezzo per consegnarlo alla storia, inchiodando Tony Blair agli errori sull’Iraq (‘una guerra sbagliata che ha diviso il partito e il paese’) e Gordon Brown a quelli sulle banche. ‘Certo, la Gran Bretagna di 13 anni fa era peggio di quella di oggi, ma vi era stato detto che ci sarebbe stato un cambiamento nei confronti della City e invece l’unica risposta è stata la deregulation. A furia di esercitare il potere siamo diventati noi la voce dell’establishment e abbiamo sottovalutato le preoccupazioni sull’impatto dell’immigrazione. Per questo gli elettori ci hanno punito. Ma ora il passato è alle spalle, insieme cambieremo la Gran Bretagna’”.

 (red)

 

17. Messico, villaggio sepolto dal fango

Roma -

“La morte li ha sorpresi nel sonno. Erano circa le 4 la scorsa notte a Santa Maria Tlahuitoltepec quando un gigantesco pezzo di collina della Sierra Mixe che sovrasta il villaggio dello stato messicano di Oaxaca – riferisce la REPUBBLICA - è precipitato a valle travolgendo circa trecento case. Il bilancio provvisorio parla di sette morti e un centinaio di dispersi, ma il fondato timore è che alla fine il tributo di vittime possa essere molto più alto. Secondo il governatore di Oaxaca Ulises Ruiz, le persone rimaste sepolte sotto il fango potrebbero essere tra le cinque e le seicento, mentre fonti della protezione civile sono arrivate a prevedere un conto ancora più salato, ipotizzando un migliaio di vittime. Scoprire la verità potrebbe essere tanto doloroso quanto difficile. Militari, forze della protezione civile e soccorsi volontari si sono precipitati verso Santa Maria Tlahuitoltepec, ma tutti gli spostamenti nella zona sono resi estremamente complicati dalle stesse piogge che hanno provocato la frana killer. Questa regione del Messico sudoccidentale affacciata sull’oceano Pacifico, ma non distante dal Golfo essendo al centro dell’Istmo di Tehuantepec, è stata spazzata nelle settimane scorse (e secondo le previsioni continuerà ad esserlo anche nelle prossime ore) dalle torrenziali precipitazioni portate prima dall’uragano Karl e poi dalla tempesta tropicale Matthew. Ben quattro fiumi che scorrono nei dintorni hanno straripato negli ultimi giorni rendendo impraticabili molte delle strade che collegano con un viaggio di circa quattro ore la capitale statale Oaxaca con Santa Maria. ‘Speriamo di arrivare in tempo nell’area per poter soccorrere le famiglie sepolte’, ha commentato dichiarando la sua impotenza il governatore Ruiz. Sul posto si è precipitato pure il presidente messicano Felipe Calderon, ma anche lui non ha potuto fare a meno di ammettere la criticità della situazione. Con un messaggio su Twitter il capo dello Stato ha parlato di ‘decine di dispersi’, sottolineando che gli aiuti ‘sono in corso, ma è molto difficile arrivare’. Già a poche ore dalla tragedia i media messicani iniziano però a puntare l’indice sull’inettitudine delle autorità. Il quotidiano locale Oaxaca Hoy ricorda ad esempio come appena 15 giorni fa avesse segnalato i rischi esistenti a Tlahuitoltepec dopo la scoperta da parte di alcuni esperti di una ‘gigantesca crepa’ nella collina franata. L’area di Tlahuitoltepec è tra l’altro una delle più povere del paese, abitata quasi esclusivamente da indigeni dell’etnia Mixe. Santa Maria pur essendo in uno Stato, quello di Oaxaca, molto frequentato dai turisti è ai margini anche dai circuiti dei tour operator. A scanso di allarmi ingiustificati, la Farnesina ha comunque precisato ufficialmente che non risulta ci fossero italiani nella zona della frana”.

 (red)

 

 

18. L’offesa della Svizzera con il topo anti-italiano

Roma -

“‘Noi lombardi e voi ticinesi parliamo la stessa lingua. Tutti e due diciamo “va’ a da’ via ‘l cul!”‘, tuonò allegro l’allora sindaco leghista di Milano Marco Formentini in ‘visita ufficiale’ ai ‘cugini’. Cugini? Dipende. E lo dimostra – scrive Gian Antonio Stella sul CORRIERE DELLA SERA - l’infame campagna contro i ‘ratti’ italiani lanciata contro i nostri frontalieri. È da un pezzo che la Lega ticinese, per bocca del suo leader Giuliano Bignasca (dimentico di essere stato condannato nel ’93 dalla Corte di Lugano per aver impiegato una dozzina di operai jugoslavi senza permesso di lavoro) insiste nella stessa accusa: i lavoratori comaschi, varesini, verbanesi ‘rubano il lavoro agli svizzeri’. Un’ossessione. Che ha spinto La Provincia di Como, che pure sinistrorsa non è, a titolare: ‘C’è sempre un leghista più a nord di noi’. Un’accusa vecchia. Basti ricordare quanto scriveva James Schwarzenbach, che scatenò tre referendum (e nel primo sfiorò la vittoria) contro i nostri immigrati e in particolare le loro mogli e i loro bambini: ‘Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. (...) Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo, soprattutto, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ex guitto italiano’. Per questo sono più indecenti, quei ratti usati contro i frontalieri. Perché arrivano nella scia di una via crucis segnata da tappe di indicibile dolore”.

 (red)

 

19. Crisi, il conto più alto pagato dal Nord

Roma -

 “La crisi dell’economia ha colpito in modo più pesante le regioni del Nord Ovest, ed in particolare la Lombardia e il Piemonte, dove si concentra la produzione industriale, mentre l’area del Paese che ha sofferto meno è stata il Centro, con il Lazio che mostra la miglior performance relativa. La conferma – si legge sul CORRIERE DELLA SERA - arriva dall’Istat, che ieri ha diffuso i dati economici regionali de l 2009: a fronte di un calo del prodotto interno lordo (Pil) del 5 per cento nella media nazionale, nel Nord Ovest la flessione è stata del 6 per cento, del 5,6 per cento nel Nord Est, del 3,9 per cento nel Centro e del 4,3 per cento nel Sud. Allo stesso modo, il Pil per abitante ai prezzi di mercato (-4,6 per cento nel Nord Ovest e -4,5 per cento nel Nord Est) è sceso più della media nazionale (-3,7 per cento), a differenza del Centro Italia (-2,9 per cento) e del Sud (-2,7 per cento). In termini assoluti, tuttavia, il Pil ai prezzi di mercato per abitante del Centro Nord continua a essere ben più elevato di quello del Mezzogiorno, circa 29 mila euro contro 17 mila. Il reddito pro capite più elevato si è registrato nella provincia autonoma di Bolzano (34.421 euro), seguita dalla Val d’Aosta (32.784 euro) e dalla Lombardia (31.743 euro). Anche la provincia di Trento e l’Emilia-Romagna registrano un reddito pro capite superiore ai 30 mila euro (livello sfiorato anche dal Lazio), mentre in fondo alla classifica c’è la Campania, dove il reddito per abitante, con 16.322 euro annui, è quasi la metà di quello della regione più ricca. La debolezza dell’economia del 2009 ha dunque colpito le regioni a maggior densità industriale. Nel Nord Ovest la ricchezza prodotta dall’industria è diminuita del 14,9 per cento rispetto al 2008, nel Nord Est del 13,5 per cento, nel Centro del 10,5 per cento, nel Mezzogiorno dell’11,9 per cento. I servizi hanno tenuto senz’altro meglio, temperando la diminuzione del Pil nelle regioni con il settore terziario più sviluppato. Il contributo della produzione agricola (-3,1 per cento nella media nazionale) è stato migliore al Nord (-0,5 per cento nel Nord Est, -0,6 per cento nel Nord Ovest), che non al Sud (-4,7 per cento) o nel Centro Italia (dove si è avuta la performance peggiore), con un -7,3 per cento rispetto all’anno precedente. Anche l’occupazione ha risentito della crisi industriale: a fronte di un calo del 2,6 per cento nella media nazionale, nel Nord Ovest si è perso il 3,1 per cento dei posti di lavoro, contro il 2,5 per cento nel Nord Est, l’1,8 per cento nel Centro e del 3 per cento al Mezzogiorno. Chiusa la pagina nera del 2009, già il 2010 dovrebbe essere un anno di ripresa dell’economia. Oggi il Tesoro presenterà al Consiglio dei ministri la decisione di Finanza pubblica, che sostituisce il vecchio Dpef. Per il 2010 la crescita del Pil dovrebbe essere confermata all’1 per cento, mentre per il 2011 si prospetta un ritocco al ribasso. Dall’1,5 per cento delle ultime previsioni ufficiali del governo, all’1-1,3 per cento sul quale convergono i principali istituti di ricerca”.

 (red)

 

20. Ue, timori per debiti Irlanda e Portogallo

Roma -

 “Rimane il rischio di una crisi del debito sovrano in Europa’, avverte il numero due del Fmi, John Lipsky, preoccupato per la ripresa, più lenta del previsto. E così è a giudicare dall’andamento del mercato. Stavolta – scrive la REPUBBLICA - i timori sono concentrati soprattutto su Irlanda e Portogallo. E tuttavia l’euro prende il volo. Lo spread, ovvero il differenziale tra i titoli di questi paesi e il bund tedesco, da sempre considerato un segnale di tensioni latenti, è al record storico. Su Dublino pesano anche la difficoltà della Anglo Irish Bank il cui salvataggio, secondo stime del governo, potrebbe costare 35 miliardi di euro. Le agenzie di rating Standard& Poor’s e Fitch sono scettiche sul costo dell’operazione; non escludono un declassamento del debito. L’Irlanda non è vicina a un "punto di non ritorno"; sta facendo tutto il necessario per risollevare la fiducia sui mercati ed essere trasparente sui propri conti pubblici, assicura il premier, Brian Cowen. Rischio debito, dunque, specie per i paesi più deboli di Eurolandia. L’agenzia Bloomberg scrive che ci sono tensioni sugli spread dell’Italia perché sul paese pesa l’attuale instabilità politica. E tuttavia un’asta di Btp per 1,4 miliardi non solo va in porto senza intoppi, con richieste superiori all’offerta, ma vede scendere anche i rendimenti (2,25 per cento). Ieri l’altro erano stati collocati senza problemi 12 miliardi di titoli a breve (Bot e Ctz). Il Tesoro tornerà al lavoro già oggi per piazzare da 5 a 8 miliardi di Btp a tre e 10 anni. Turbolenze ci sono sulla Spagna, inclusa dall’Fmi tra i paesi che potrebbero aver bisogno di aiuti: i mercati con nervosismo attendono a breve il verdetto di Moody’s. A fine giugno questa agenzia si era data tre mesi (giusto il tempo per valutare la finanziaria 2011 in arrivo giovedì) per decidere se tagliare la sua "tripla A" sul debito spagnolo, come hanno già fatto Fitch e S&P. I mercati sono preoccupati; attendono anche di conoscere le valutazioni delle autorità monetarie internazionali che a partire da domani avranno vertici a Bruxelles, Washington e in Corea. I numeri rispecchiano questo stato d’animo. Gli spread dell’Irlanda salgono a 444 centesimi, quelli del Portogallo a 426: entrambe segnano nuovi record. L’Italia - a quota 166- oscilla a dieci centesimi dal suo massimo storico in un mercato comunque incerto sugli esiti dello scontro in atto nella maggioranza di governo. La Spagna, per collocare tre miliardi di titoli a breve (meno dei 3,5 miliardi prefissati come massimo) ha dovuto concedere tassi dello 0,685 per cento sui titoli a 3 mesi e dell’1,18 per cento sui semestrali. I timori per il debito sovrano condizionano anche l’andamento delle Borse: tutte accusano un calo contenuto. Milano perde lo 0,68 per cento, Atene il 2, il peggior risultato. Wall Street si muove in lieve rialzo. L’euro, invece, si è ampiamente rafforzato (sfiorata quota 1,36 sul dollaro) in seguito alle voci di un ulteriore acquisto di titoli da parte della Fed per immettere liquidità sul mercato. Nuovo record anche per l’oro”.

 (red)

 

21. Unicredit, stretta soci su nuovo vertice

Roma -

“Unicredit – scrive LA REPUBBLICA - marcia dritto verso la nomina del nuovo vertice, giovedì pomeriggio a Varsavia. Per tenere fede agli impegni e creare il consenso tra tutti gli stakeholder, ieri il presidente Dieter Rampl ha passato la sua giornata in incontri con gli azionisti di peso, i consiglieri, i manager della prima linea. Poi, dopo le 18, ha convocato e riunito il comitato nomine, un po’ a sorpresa. E per essere sicuri di chiudere entro giovedì alle 14,30 sarebbe convocato un secondo comitato nomine, proprio la mattina del 30 prima del cda. Rampl ha lavorato fino a sera a gomito con i vice presidenti Fabrizio Palenzona e Luigi Castelletti, usciti dalla banca dopo le 20 e che si sono rivisti anche dopo cena. Sempre ieri, Rampl si è intrattenuto con i manager della rete, per riaffermare la centralità del progetto Banca unica (One4c), che da inizio ottobre accorperà le sette società prodotto italiane sotto la holding. Sembra che ci sia consenso sulla "soluzione interna", che prevede la nomina di un ad e di uno o più probabilmente due direttori generali (non presenti, ma previsti dallo statuto) da scegliere tra i quattro alti dirigenti che erano vice di Alessandro Profumo: Sergio Ermotti, Paolo Fiorentino, Federico Ghizzoni, Roberto Nicastro. Il problema che rimane da risolvere, e che si sta rivelando un mezzo cimento, è come spalmare le deleghe e individuare le persone nel modo migliore. Anche perché, in caso di promozione di una terna, sarebbe altamente probabile l’addio del quarto "escluso". In teoria i favoriti alla promozione sono Nicastro (capo dell’area commerciale e crediti alle Pmi del gruppo) e Ghizzoni (che presidia l’Est Europa, da cui deriva la metà degli utili ormai). Ma anche Fiorentino, capo dei servizi globali e della centrale costi, ha carte da giocare. C’è poi il caso di Ermotti, che guida i prestiti alle grandi imprese e l’attività di banca d’investimento, due dei comparti più delicati e ballerini dalla crisi del 2007 in avanti. In teoria Ermotti, già finito al centro delle critiche negli ultimi anni per le turbolenze dei mercati e della finanza, sembrerebbe il meno favorito per la promozione a dg. Ma in banca si teme che la sua successiva uscita provochi instabilità in un’area delicata (lo pensa anche la vigilanza creditizia). Oggi sarà il giorno degli ultimi confronti tra gli attori, perché si deve trovare una quadra entro domattina. E se non succede, sarebbe gioco forza da trovare un outsider esterno. Da ore sono tornate a girare le voci di un possibile ruolo di Enrico Tomaso Cucchiani, capo di Allianz in Italia, ben visto dai soci tedeschi e già consigliere Unicredit. Finora Cucchiani era apparso molto defilato e ieri in tarda serata ha confermato la sua ‘assoluta indisponibilità’ con un comunicato. Mentre il banchiere d’affari Andrea Orcel, accreditato giorni fa, sembra ormai un ex candidato. Altri due nomi in extremis, poi, potrebbero essere l’ex presidente Carlo Salvatori e Pierfrancesco Saviotti, l’ad del Banco popolare che ieri ha subito il taglio del rating di Moody’s: solidità finanziaria scesa da C- a D+, giudizio sui depositi da stabile a negativo. Il giudizio riflette ‘le significative sfide che il Banco si trova di fronte’. Il Banco ha preso atto, ma ha dissentito sulla scelta di Moody’s”.

 (red)

 

22. Parco delle Cinque Terre: 12 arresti

Roma -

“Terremoto giudiziario alle Cinque Terre: Franco Bonanini, da 11 anni presidente del Parco delle Cinque Terre (Patrimonio Unesco dell’Umanità), i suoi stretti collaboratori e il sindaco di Riomaggiore, Giancarlo Pasini, con i vertici dell’amministrazione locale, dal dirigente tecnico al comandante della polizia municipale, sono stati arrestati ieri alle 6. Otto persone in carcere, 4 ai domiciliari, 25 indagati. I reati contestati, come hanno riferito i pm spezzini del gruppo Pubblica Amministrazione della Procura: truffa aggravata e tentata truffa aggravata ai danni dello Stato per 1 milione di euro, falso ideologico e materiale, corruzione, tentata concussione, violenza privata, calunnia e associazione a delinquere. Inoltre, abuso d’ufficio, favoreggiamento, omissione di denuncia e abuso edilizio. Assente dalla conferenza stampa il procuratore capo, Mauro Scirocco, ufficialmente perché il 7 ottobre andrà in pensione a 65 anni, ma forse anche per ragioni di opportunità: il suo nome è stato in passato avvicinato a quello di Bonanini. Arrestati e indagati – scrive la STAMPA - avrebbero falsificato documenti e atti ufficiali per avere fondi Ue, tramite la Regione Liguria, da usare poi non per gli scopi dichiarati, ma per far fronte a esigenze diverse. E poi veleni, denunce: il dirigente della Regione, Enrico Bonanni, che informa subito Bonanini dopo una perquisizione, un ufficiale e un maresciallo dei carabinieri che si offrono di fare accertamenti per lui, un investigatore della polizia postale che verifica chi ha scritto sul blog di Beppe Grillo per lamentarsi della gestione irregolare del parco. Ancora, le lettere di un ‘corvo’ (per gli inquirenti, ‘calunnie’ spedite da Bonanini), con la quale si ricorda una condanna per perquisizione illegale subita nel ‘93 da uno dei componenti del nucleo di pg che indagava su di lui. ‘Avevo negato a sua moglie i permessi per un agriturismo...’ si sarebbe sfogato Bonanini. E poi accuse incrociate, licenze negate o promesse a seconda della disponibilità ad accettare le decisioni della ‘cricca’. Così si sono definiti, intercettati, Bonanini, Graziano Tarabugi, responsabile tecnico del comune di Riomaggiore, e il geometra Alexio Azzaro: ‘Allora noi siamo la cricca. Però siamo tre, siamo un trio’”.

 (red)

Il "Faraone" Bonanini e la solita storia. Stavolta alle Cinque Terre

Dacci oggi il riformismo, amen