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Dagli Usa nuovi aiuti a Israele

Dal novembre prossimo Israele avrà a disposizione circa 200 milioni di dollari per potenziare il settore strategico della difesa. Su richiesta di Barack Obama, il Congresso Usa ha concesso a Tel Aviv un aiuto extra che andrà ad aggiungersi ai 3 miliardi di dollari che venivano già elargiti annualmente.

L’obiettivo, come spiega Andrew Shapiro, assistente del Segretario per gli affari Politico-Militari, è dare una maggiore sicurezza al governo israeliano, che nei prossimi mesi dovrà affrontare i negoziati di pace con l’Autorità nazionale palestinese di Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen. Gli accordi riguardano innanzitutto due sistemi di difesa anti missile: l’Arrow-3 che opera ad altissima quota consentendo di intercettare i razzi anche al di fuori dell’atmosfera terrestre e l’Iron Dome (Cupola di Ferro), che ha un raggio d’azione di 70 chilometri e che verrà posizionato al confine con il Libano e vicino alla Striscia di Gaza. Gli Usa, inoltre, doneranno al Paese amico anche il Raytheon Phalanx, un potente cannone radar di ultima generazione. In più, aumenteranno del 50% i depositi di emergenza costruiti lo scorso dicembre dagli stessi Stati Uniti in Israele. Il ministro israeliano della difesa Ehud Barak, infine, è riuscito a ottenere da Washington altre forniture militari, tra cui delle bombe a guida automatica che possono essere sganciate a 60 km dall’obiettivo. 

Israele, in realtà, potrebbe permettersi un arsenale di prim’ordine senza dover richiedere un sostegno da parte di altri Stati. Secondo l’economista Jacques Bendelac, infatti, «l’economia israeliana ha attraversato la crisi mondiale praticamente indenne. Ha un fortissimo potenziale di crescita che attira gli investitori stranieri, in particolare nei settori dell’alta tecnologia, delle energie rinnovabili, della chimica e della farmaceutica. L’high tech è il cuore dell’economia israeliana. Non si deve poi dimenticare nemmeno l’industria diamantifera, fra le prime a livello mondiale». 

Le ottime prospettive hanno spinto due grandi banche svizzere come Ubs e Credit Suisse a intensificare la loro attività nel Paese. Con un successo che, prosegue Bendelac, è dovuto a «una gestione patrimoniale molto personalizzata ed alla discrezione. È inoltre legato al finanziamento del commercio estero, dei grandi lavori infrastrutturali ed in subappalto». Anche la moneta, lo shekel, dall’inizio dell’anno si è ulteriormente rafforzata nei confronti del dollaro e dell’euro senza che le esportazioni ne risentissero. Concludendo, il sistema economico israeliano è uno dei più «affidabili al mondo e l’impatto della politica e del militare sull’economia del paese diventa sempre più marginale. La guerra a Gaza non ha minimamente diminuito le esportazioni. All’estero si pensa spesso che la situazione politico-militare influisca o influirà a lungo termine sullo sviluppo economico del paese». A sua volta, il sito di informazione economica Globes sottolinea la forza dei settori hi-tech e della difesa, mentre Nicolas Lang, direttore dell’ufficio di rappresentanza del Crédit Agricole Suisse, chiarisce che «quasi tutti i leader mondiali delle nuove tecnologie sono presenti in Israele, soprattutto perché c’è una manodopera molto qualificata». 

Insomma: l’economia israeliana non rischia nulla ed è tecnologicamente molto avanzata, eppure il Paese riceve comunque massicci aiuti militari da una grande potenza come gli Usa. E invece fa paura l’Iran perché ha da poco inaugurato una singola centrale nucleare per produrre un po’ di energia elettrica in più.

Pamela Chiodi

 

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