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Gran bella scuola, ministro Gelmini

Quest'anno l'anno scolastico ricomincia con 50 mila classi senza insegnanti, 16 mila scuole senza presidi, 8 miliardi di euro in meno solo negli ultimi 3 anni e 170 mila docenti precari. Un bel quadretto che però non traspare affatto dalle parole della Gelmini, il ministro che ha presentato le novità dell'anno scolastico.

Maria Stella Gelmini continuando a seguire la linea della - falsa - rigidezza (confermando la bocciatura automatica per chi supera i 50 giorni di assenza) ha presentato 20 istituti tecnici superiori post-secondaria, annunciato un concorso per 3000 presidi e l'immissione in ruolo di 10000 docenti e 5000 bidelli (il cosiddetto "personale ATA") e confermato un aumento del 3% del tempo pieno alle scuole primarie - certo non spiegando chiaramente che il tempo pieno è aumentato solo grazie all'eliminazione delle compresenze, ossia delle 4 ore settimanali nelle quali era previsto che i docenti di diverse discipline lavorassero insieme in classe. Infine ha confermato di non voler incontrare i precari che sono scesi in piazza in questi giorni - e che ci torneranno l'8 settembre. 

Nessuno può affermare che l'istruzione in Italia non abbia problemi di ogni genere: dalla mancanza del materiale didattico ai programmi da aggiornare, dalle scuole fatiscenti alla mancanza di arredo (a volte non ci sono nemmeno le sedie). Inoltre lo scorso anno l'Eurostat ha già bocciato l'Italia, mettendola al 21esimo posto per la spesa scolastica in Europa*. Dunque, checché ne dica la Gelmini, l'Italia non è tra i primi per il finanziamento scolastico. Tutt'altro. Fino al 2009 abbiamo speso per la scuola solo il 4,4% del Pil, precedendo nella classifica solo la Spagna, la Grecia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Romania. Nonostante ciò la riforma attuata dalla Gelmini ha il solo scopo di risparmiare soldi nella scuola pubblica - non quello di renderla efficiente, come si dovrebbe - tagliando indiscriminatamente sulla formazione dei cittadini italiani del futuro. 

In compenso le scuole private continuano a veder arrivare dalle casse statali sussidi e finanziamenti. Si tratta della tendenza generale, ben giustificata dai conti economici.  Facendo due calcoli ogni singolo studente della scuola pubblica costa annualmente tra i 5828 e i 7147 euro a seconda della classe che sta frequentando (scuola dell'infanzia, primaria, secondaria di primo e secondo grado) mentre il contributo statale per l'iscrizione a una scuola privata ammonta a una cifra tra i 51 e i 584 euro. È anche questo il ragionamento che spingerebbe l'amministrazione a continuare a finanziare la scuola privata a danno di quella pubblica. Ma questo foraggiare le scuole paritarie lede l'uguaglianza tra i cittadini: i ragazzi che accedono ai contributi per la scuola privata non sono affatto poveri. Tanto è vero che per poter dar loro questi soldi bisogna raggirare la Costituzione. In particolare l'art. 33, che vieta ogni onere pubblico per le scuole private: basta assegnare i buoni esclusivamente a chi sceglie la scuola privata, alzare - di molto - la soglia di reddito per accedervi e il gioco è fatto. In questo modo la Lombardia, regione esemplare in merito, ha destinato nell'ultimo anno ben l'80% dei fondi per il diritto allo studio alle scuole private. Una percentuale altissima, soprattutto se si considera che solo il 9% degli studenti ne frequenta una e che nel frattempo insegnanti della scuola pubblica e genitori costretti a autotassarsi per acquistare cartoncini e colori, ma che non possono permettersi di pagare la retta di una scuola privata, attendono i finanziamenti. 

Sara Santolini

 

*http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS SF-08-117/EN/KS-SF-08-117-EN.PDF

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