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Lega trionfante, Lega decadente

«Oggi la Lega è un partito come gli altri, dove si combattono guerre feroci per un posto da consigliere comunale o provinciale e intascarsi i 100 euro di rimborso per seduta» (Luca Leoni Orsenigo, quello del cappio in parlamento nel 1993: Il Fatto Quotidiano, 1 settembre 2010). Lega trionfante, Lega decadente. E’ proprio nel momento della conquista del potere che si generano i vizi del declino: oggi il partito dell’invecchiato ma non domo Umberto Bossi è l’azionista forte della maggioranza, l’asso pigliatutto del sottobosco amministrativo e finanziario del Nord (l’invadenza nelle fondazioni e attraverso queste in banche come Unicredit è orgogliosamente dichiarata), il detentore dell’agenda politica del governo (fatta eccezione, si capisce, per le questioni giudiziarie, di spettanza del premier e dei suoi sgherri in parlamento), sfoggia i risultati, a volte obbiettivamente buoni, di un Maroni agli Interni piuttosto che l’immagine, molto costruita, di un Tremonti ministro dell’economia che parla più da leghista che da berluscones alle partite Iva settentrionali. Insomma la stella del Carroccio pare brillare di una solida e inattaccabile fortuna.

Eppure i tarli ci sono e corrodono da dentro la forza del leghismo vincente. Sia chiaro: la Lega oggi è l’unico partito degno di tale nome. Scrivevamo tempo fa che, per l’abilità nell’insediare propri uomini nei gangli del potere e del sottopotere (nelle società pubbliche, nella finanza locale, nelle associazioni di categoria), potrebbe essere considerata la nuova Dc. Ci correggiamo: è una Democrazia Cristiana organizzata al suo interno come un Partito Comunista di pura marca leninista. E non stiamo parlando solo di feste, salamelle, balli e capillare ramificazione sul territorio, che pure sono importanti. Nelle sue file non è ammesso il dissenso verso le decisioni finali assunte dai vertici che fanno capo, in ultima istanza, solo e soltanto al Capo, al Senatùr. Una combinazione micidiale di inglobazione d’interessi diffusi e concreti con una gestione autoritaria della facciata politica offerta agli elettori. 

Ma trattasi, appunto, di facciata. E qui cominciano i guai. Perché se è vero che una volta presa una posizione tutta la classe dirigente fino all’ultimo militante la esegue e la difende, è anche vero che nel suo corpo, dalla sezione di base fino alle alte sfere dei colonnelli bossiani, le correnti, i personalismi e le rivalità dilaniano il movimento come e peggio della Dc che fu. Maroniani contro calderoliani, quel ras contrapposto all’altro, i duri contro i moderati, quell’area che fa la guerra all’altra nella stessa regione o nella stessa provincia. Ciò che non fa implodere la balena padana è proprio quel ferreo codice di obbedienza e unità basato sul fuhrerprinzip, sull’autorità del comando che alla fine dirime il contrasto per il bene supremo del partito e che obbliga i suoi iscritti-adepti a non rendere pubbliche le divisioni (nella Dc le correnti, invece, erano ufficializzate e in una certa misura promosse). Ma via via che l’espansione e le poltrone aumenteranno e si consolideranno, quanto potrà durare tale disciplina? 

La Lega, poi, sembra superare indenne, agli occhi del suo bacino elettorale, la valanga di compromessi, rospi, inciuci, giravolte e atti contro-natura compiuti disinvoltamente in questi anni per la terza volta a Palazzo Chigi con Berlusconi. Che sia diventato un partito come gli altri, ormai, è chiaro anche ai ciechi. Ha detto sì a tutte le porcherie ad personam dell’alleato Silvio, all’Alitalia regalata alla cricca confindustriale, al salvataggio assistenziale di Roma e Catania, alla continuazione del nostro status di occupanti in Afghanistan, al Trattato di Lisbona che espropria pezzi di sovranità nazionale, alle maxi-opere come la Tav e a nuove basi Usa come il Dal Molin. Ha persino fatto buon viso a cattivo gioco di fronte alla pagliacciata di Gheddafi che ciancia di islamizzazione dell’Europa, spauracchio preferito dei leghisti. Solo sul caso Brancher (uomo che pure è a metà strada fra l’entourage berlusconiano e il Carroccio) ha alzato la voce, ma appena. Anche qui: tutto sembra filar liscio, nonostante tutto. Eppure, a leggere sui siti dei seguaci, ad ascoltare Radio Padania, a chiacchierare col leghista della strada, il malcontento si sente, monta, c’è. Finchè c’è Bossi non ci saranno problemi di tenuta interna, mi si risponde. Il carisma fa reggere la baracca, in pratica. Ma senza aspettare – non gliel’auguriamo in ogni caso – la dipartita di Umberto, siamo sicuri che i bubboni di sfiducia, per ora silenti e immaturi, non scoppino allo scoppiare di uno scandalo che sempre segue ad una stagione di ascesa e occupazione di posti e prebende?

O dobbiamo piuttosto attenderci l’ennesimo, apparente ma in realtà astutissimo colpo di matto dell’animale politico Bossi, che quando fiuta il pericolo s’inventa il ribaltone, un nuovo nome al federalismo (secessione, devolution, ecc) o la battaglia a colpi di fucile contro l’irrilevanza e l’isolamento politico, minaccia sempre in agguato per la Lega? Di qui la sua feroce volontà di metter un piede, anzi tutti e due, nei consigli di amministrazione e nei palazzi che contano: per trasformarsi definitivamente da outsider insofferente alla normalizzazione a forza radicata e installata nelle istituzioni politico-economiche per rimanerci e ingrassarvicisi. Segnando così il proprio destino: l’istituzionalizzazione, l’implosione, la consunzione, la morte. 

Alessio Mannino

Il cuore (malato) delle donne

Secondo i quotidiani del 03/09/2010