Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 03/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - LA REPUBBLICA – In apertura: “Processo breve, lo stop del Colle”. In un riquadro: “Netanyahu: Abu Mazen è il mio partner per la pace”. A centro pagina: “Auto, crollano le vendite, mai così in basso da 17 anni”. “I ricordi di Blair: ‘Per la guerra avevo anche iniziato a bere’”.

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Giustizia, Napolitano frena”. Editoriale di Beppe Severgnini: “La lotteria dei test”. A centro pagina: “Migliora il fabbisogno. Auto, crollo delle vendite: mai così male da 17 anni”. “La grande occasione di Israele e palestinesi”. In un riquadro: “Cigno nero (e politica) dividono il festival di Venezia”. A fondo pagina: “In vacanza e alla partita con l’auto blu”.

LA STAMPA – In apertura: “Crisi, appello di Napolitano”. “‘Entro un anno un’intesa di pace in Medio Oriente’”. “Blair: ‘Diana manipolatrice come me’”. In un riquadro: “Venezia: sul tappeto rosso la protesta dei poliziotti”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Le Borse alla riscossa”. In un riquadro: “L’iTunes diventa social network”. A centro pagina: “Cala di 9 miliardi il deficit in otto mesi. Fmi: bene sui conti”.

IL TEMPO – In apertura: “‘Non ho espulso Fini’”. Editoriale di Mario Sechi: “Due o tre cose per gli smemorati”. Di spalla: “Fischi a Letta. Così Venezia è solo ridicola”. A centro pagina: “Blair: ammiro Silvio”.

IL FATTO QUOTIDIANO: In apertura: “Schifani e lo strano cliente, Passera, la banca e l’hotel”. Di spalla: “Boffonchiando” di Marco Travaglio. Editoriale di Paolo Flores D’Arcais: “Se ci fosse il Pd”. A centro pagina: “Napolitano gela B.. Letta, fischi a Venezia”.

LIBERO – In apertura: “Cessate il fuoco” di Maurizio Belpietro. A centro pagina: “Gli appalti della cricca alla Camera”. Di spalla: “È colpa tua” di Filippo Facci. A fondo pagina: “La Cgil bocciata dagli operai porta in piazza i rom contro Sarko”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Crisi, appello di Napolitano”. Editoriale di Roberto Napoletano: “La spirale rischiosa che il paese deve evitare”. “Fabbisogno in calo: -9,1 miliardi rispetto al 2009”. A centro pagina: “Il Consiglio di Stato conferma: stop agli aumenti dei pedaggi”. A fondo pagina: “Netanyahu: chiudiamo il conflitto”. (red)

2. Giustizia, Napolitano frena

Roma - Il presidente della Repubblica Napolitano frena sulla giustizia: ‘Sapete dirmi dove è finito il disegno di legge sulle intercettazioni?’. E sul processo breve: ‘La politica si occupi di economia’. Intanto, nuovo scontro nel Pdl. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Tonico, abbronzato, passo elastico, un ‘panama’ in testa per proteggersi dal sole, Giorgio Napolitano entra nei giardini della Biennale guardandosi intorno con aria curiosa. L’aria di chi spera di distrarsi un po’, prima che la ripresa dell’attività politica e istituzionale torni a coinvolgerlo con i suoi stressanti stop and go. E la grande rassegna sull'Architettura, oltre a offrirgli una boccata d'ossigeno nel segno della ‘cultura alta’, lo interessa in modo particolare: il fratello Massimo, scomparso nel 2004, era architetto, come parecchi suoi vecchi amici. Tuttavia, siccome ha fatto colazione leggendo pure lui i giornali, le cui pagine ripropongono (anche se in termini meno aspri e minacciosi delle scorse settimane) il tormentone sul futuro del governo, sa di non poter eludere un botta e risposta sulla cronaca. Presidente, questo è il suo ultimo scampolo di distensione dopo un’estate politicamente infernale e alla vigilia di un autunno che tutti considerano ancora molto delicato e carico di incognite. ‘Io cerco sempre di non sentirmi, anzi di non trovarmi, mai all’inferno’, replica con tono scherzoso il capo dello Stato. ‘Quanto al resto, ho già detto che non faccio previsioni’. Il fatto è che qualcuno insiste a ipotizzare una fine anticipata della legislatura. E in una simile eventualità lei sarebbe direttamente chiamato in causa. ‘Quando accadrà qualcosa che coinvolga le mie decisioni (se e quando, cioè, si materializzerà una crisi di governo, ndr) allora rifletterò e adotterò e motiverò, appunto, le mie decisioni... Attualmente non c’è che da "leggere", cercando di non confondersi quotidianamente troppo le idee. "Leggere" quello che viene detto e i passi che vengono annunciati... i tremila punti interrogativi che poi, a un certo momento, si scioglieranno’. Insomma: nella confusione generale, è già un azzardo sbilanciarsi su dove potrà portare lo scontro in corso. È questo che intende? ‘Mi limito a osservare che c’è una grande molteplicità di idee e di sovrapposizioni di ipotesi su cosa succederà. C’è chi dice che si va verso un'evoluzione più benigna della febbre politica e chi dice macché, no, è falso. Francamente c'è da restare...’. Da restare interdetti, sembra di capire. Ha forse in mente la sua raccomandazione di luglio, quando incitò tutti a dedicarsi alla ‘piccola ripresa’ dell'economia, in vista di un difficile autunno? ‘Ci si dovrà concentrare per forza su questi temi. Infatti, anche se è stata approvata la manovra anticrisi, ora tocca alla Finanziaria. Senza contare che bisognerà poi verificare qual è l’andamento della congiuntura sul piano mondiale, europeo e nazionale. In Europa, per esempio, le tendenze sono contraddittorie: abbiamo dati molto positivi per la Germania, che però non fanno tendenza complessiva. Per cui il problema di come si muove l’Ue, in quanto soggetto unitario, è più che mai aperto’. Un ultimo punto: pare che Palazzo Chigi voglia coinvolgere il Quirinale nella gestazione di certe leggi decisive per le sorti del governo (a partire dal processo breve, è il sottinteso). ‘Su queste cose ho già detto tante volte come la penso, mentre si discuteva della legge sulle intercettazioni... A proposito: sapete dirmi che fine ha fatto quella legge? Non siete informati?" È finita su un binario morto, presidente. ‘Ecco, bene...’, è la risposta, venata di un trasparente sarcasmo”. (red)

3. Il piano del Cavaliere per votare a marzo

Roma - “All’accordo non ci crede. Dei "finiani" non si fida. ‘Le elezioni a marzo sono quasi inevitabili’. Silvio Berlusconi non vede più spazi di manovra. Il percorso che porta ad un’intesa con il presidente della Camera è ‘strettissimo’. Anzi, nonostante il batter d’ali delle "colombe", lo considera sbarrato. Al punto – scrive LA REPUBBLICA – di preparare una vera e propria road map che porti al voto anticipato in primavera e alla definizione di un "salvacondotto" prima che le eventuali sentenze di condanna diventino definitive. E soprattutto prima che l’incubo della pena accessoria, quella dell’"interdizione dai pubblici uffici", diventi esecutiva. Discorsi che ieri nella riunione con Umberto Bossi e martedì nel summit con il ministro della Giustizia Alfano e con Niccolò Ghedini, il premier ha deciso di esplicitare. ‘Come potete pensare - ha chiesto ai suoi interlocutori - che io vada avanti con delle persone che manifestamente puntano a distruggermi?’. Il Cavaliere è pronto a un passo indietro solo in presenza di una ‘totale adesione’ dei finiani al testo sul processo breve. ‘Ma non mi pare che questo sia il loro orientamento, anzi mi risulta il contrario. Non mi fido di loro’. E già, perché il nodo resta proprio quello: il destino dei tre processi (Mediaset, Mediatrade e Mills) che, nel caso in cui la Consulta a dicembre dovesse bocciare il legittimo impedimento, riprenderanno a "correre" nelle aule dei tribunali. E le ultime parole del presidente della Repubblica hanno rafforzato la sua convinzione. Il riferimento al ddl intercettazioni lo ha mandato su tutte le furie: ‘Vedete, vogliono che il processo breve faccia la stessa fine...’. In effetti anche a Montecitorio gli uomini del presidente della Camera non intendono cedere. Fini, rientrato a Roma, ha parlato ieri a lungo con Italo Bocchino e Giulia Bongiorno. Risultato: ‘Una vera trattativa non c’è’. Tanto meno sul processo breve che nella formulazione uscita dal Senato non ha assolutamente l’approvazione di Futuro e Libertà. 

Ma, come ha fatto capire Giorgio Napolitano, nemmeno del Quirinale. Tant’è che domenica prossima a Mirabello, l’inquilino di Montecitorio pur non annunciando apertamente la nascita del nuovo partito, inizierà a porre una serie di condizioni politiche tali da rendere perlomeno complicato un accordo. L’obiettivo di Fini, infatti, è certificare l’esistenza di una coalizione con tre leader. Ma sulla questione giustizia, inchioderà la linea del suo gruppo a due concetti: la strada maestra per risolvere lo scontro politica-magistratura resta il ‘Lodo Alfano costituzionale’ e Fli non concederà mai il suo avallo a ‘provvedimenti che salvaguardano le cariche istituzionali ma danneggiano i cittadini in attesa di giustizia’. Ogni riferimento al processo breve è puramente voluto. Così come la retroattività della procedura inserita nella norma transitoria. Proprio per questo il premier ha deciso nelle ultime ore di rompere gli indugi. ‘Se allunghiamo i tempi, a rischiare siamo solo noi. Dobbiamo accelerare’. Non vuole offrire la possibilità che l’asse tra Colle, Camera, Pd e Udc si saldi davvero in una prospettiva di legislatura, ma con un altro esecutivo. A Palazzo Grazioli danno dunque per scontato che ‘Fini non possa tornare indietro’ e che una concessione dei finiani su qualsiasi tipo di ‘scudo’ a difesa del premier ‘chiuderebbe di fatto la partita a nostro favore’. Quindi, ripete Berlusconi, ‘non ci può essere altra strada’. L’unica tutela richiesta (soprattutto a livello mediatico) è quella di far ricadere sul presidente della Camera la responsabilità della rottura. La stessa preoccupazione che agita i finiani. Non a caso ieri il premier ha incontrato la delegazione leghista, incaricata della mediazione e ora invitata a svolgerla in modo che la colpa venga attribuita proprio ai "dissidenti". E su questo ha chiesto al Senatur una prova di lealtà. La road map di Palazzo Chigi, insomma, è ormai definita. O accordo ‘vero’ subito o elezioni a marzo. ‘Se concediamo altro tempo - ha avvertito il premier ai suoi fedelissimi - consentiamo a Fini di organizzarsi e al Pd di rianimarsi. Avete visto cosa ha detto D’Alema? Ora non sono pronti. Ora dobbiamo colpire’. I dubbi del Cavaliere, poi, non riguardano solo l’opposizione. Ma spesso vanno a concentrarsi sugli esponenti considerati di ‘confine’.  

A cominciare da Giulio Tremonti. ‘Concedere tempo - è il suo ragionamento - significa correre troppi rischi’. Tra questi la nascita di un altro esecutivo che abbia nel programma due punti davvero dirompenti per il Pdl: la riforma elettorale e una nuova normativa sul conflitto di interessi. Non solo. La primavera viene considerata l’ultima tappa per affrontare e risolvere la "madre di tutte le battaglie", quella processuale. Se la Corte costituzionale boccerà il legittimo impedimento, Berlusconi - calendario alla mano con Ghedini - ha verificato di aver tempo almeno fino a ottobre 2011 prima che le condanne diventino definitive e l’interdizione dai pubblici uffici esecutiva. ‘Io - ha spiegato Berlusconi chiuso nel suo quartier generale di Via del Plebiscito - sono sicuro di poter vincere a marzo anche senza Fini e bloccare il complotto. Se nel frattempo mi condannano in primo grado, quello diventerà il cuore della campagna elettorale’. Ma il presidente del consiglio è pronto anche ad un’ipotesi peggiore: se il fronte Pdl-Lega non dovesse ottenere la maggioranza al Senato, ‘chiunque voglia fare un governo dovrà comunque trattare con me. E il primo punto del patto di governo sarebbe la giustizia e il ritorno ad una sorta di immunità parlamentare’. (red)

4. Pdl: i cofondatori al bivio, la mediazione di Alfano

Roma - “Ritti sui pedali come due pistard, Berlusconi e Fini restano immobili, come in surplace, aspettando che sia l’altro a partire per primo. Perché nessuno dei due vuole assumersi la paternità della rottura definitiva, siccome entrambi sanno che avrebbero molto (se non tutto) da perdere. E se il premier temporeggia, ‘resto in attesa del discorso di Gianfranco’, il presidente della Camera assume un atteggiamento speculare: ‘Resto in attesa delle mosse di Silvio’. Insomma – scrive il CORRIERE DELLA SERA – a Mirabello Fini non si chiamerà fuori dal Pdl, e sebbene il caso della casa di Montecarlo abbia lasciato il segno — offuscando la sua immagine e colpendolo anche sul ‘personale’ — eviterà di farsi trasportare dall’umore, rivendicherà il diritto a far politica nel partito, con punte aspre, ma senza arrivare allo strappo. Se vuole, lo faccia Berlusconi. Così, dopo un’escalation durata mesi, i due cofondatori invece di scattare verso l’arrivo vorrebbero tornare al punto di partenza, ‘fosse solo per loro — secondo il senatore Augello — scommetterei che tenterebbero di trovare un’intesa. Però il problema è che non ci sono più solo loro’. Il punto infatti è che la contesa va oltre i due (ex) alleati, coinvolge ormai le rispettive tifoserie che spingono allo show-down". 

"E per quanto possa apparire paradossale, ‘Silvio’ e ‘Gianfranco’ hanno lo stesso atteggiamento guardingo verso chi propone loro mosse estreme. Di arrivare alle elezioni anticipate Berlusconi per esempio non è certo, dato che qualche settimana fa Napolitano gli ha fatto sapere — tramite Gianni Letta — che di urne a novembre non vuole sentir parlare. Quanto a Fini, l’idea del nuovo partito non lo entusiasma: per andare dove, visto che persino Casini è freddo rispetto a un’eventuale intesa? L’improvvisazione regna, si è fatta potere, e lo stallo potrebbe perdurare se non fosse per quel timer innescato a metà luglio dalla Consulta, che ha deciso di vagliare per il 14 dicembre la costituzionalità del legittimo impedimento, unico ‘scudo giudiziario’ per Berlusconi, altrimenti esposto al rischio di condanna nei processi che lo vedono coinvolto. La mossa della Corte ha accelerato le mosse della politica, e quella data è diventata — come sostiene Gasparri — ‘lo spartiacque’. Ecco perché già a luglio il Cavaliere decise di rilanciare l’approvazione definitiva del processo breve, l’ultima arma in sua difesa. ‘Ed è inutile nascondersi dietro un dito’, dice il capogruppo del Pdl al Senato: ‘Questa legge sarà una prova ineludibile per tutti. Il problema politico che si pone è chiaro: un pezzo di magistratura sta perseguendo la strada dell’abbattimento di Berlusconi per via giudiziaria. Si è favorevoli o contrari rispetto a questo disegno? In Parlamento ognuno si assumerà le proprie responsabilità, perché le scelte non saranno prive di conseguenze politiche’. Il messaggio è rivolto chiaramente ai finiani. L’approssimarsi del bivio, anzi dello ‘spartiacque’, ha fatto salire la tensione nei rapporti tra Palazzo Chigi e il Colle. La prova evidente sta nel botta e risposta di ieri tra il Quirinale e il governo. A Napolitano che in mattinata e senza mezzi termini aveva bocciato in via preventiva il processo breve, ha replicato in serata Frattini, che al tg1 ha annunciato la lettera con la quale l’esecutivo spiegherà ai ministri degli Esteri dell’Unione europea le ragioni e la bontà del provvedimento. Più chiaro di così il Cavaliere non poteva essere". 

"E si vedrà se oggi o domani il Guardasigilli salirà al Colle per prospettare alcune modifiche sui tempi di prescrizione dei processi. Si vedrà se stavolta la mediazione di Alfano avrà miglior sorte rispetto a quella sulle intercettazioni. Il punto è che quella legge è indispensabile al Cavaliere, e la norma transitoria — che gli garantirebbe il salvacondotto — è la sua momentanea linea Maginot. Momentanea perché tutti nel governo sanno che quelle norme non passerebbero le forche caudine della Consulta, tuttavia garantirebbero il tempo necessario per approvare il lodo Alfano costituzionale. In futuro, forse, la finiana Bongiorno riuscirà a capire per quale motivo Berlusconi non ha proceduto subito con il nuovo lodo: ‘Resta un mistero, perché i tempi c’erano’. Sarà, ma il ‘ponte’ del processo breve serve ora al Cavaliere, per evitare essere azzoppato giudiziariamente a primavera. E già nell’esecutivo si fanno i conti di votazioni a scrutinio segreto, e si prevedono ‘soccorsi bianchi e rossi’, oltre a quelli dei finiani che non vogliono la rotture né la crisi. Già si discute sugli effetti che potrebbe avere questa mossa nei rapporti con Napolitano, fino alle estreme conseguenze, arrivando a valutare persino l’ipotesi che il capo dello Stato decida di non firmare la legge, scelta che indurrebbe la maggioranza a ripresentare il provvedimento alle Camere per un altro voto. Tutto è sul filo, tutto si muove per approssimazione e lascia spazio all’ambiguità. E infatti Bocchino, fedelissimo del presidente della Camera, ha buon gioco in questa situazione a rilanciare, facendosi forza delle parole di Napolitano: ‘Il processo breve non va bene e non lo voteremo. Il governo si inventi qualcosa di nuovo che serva da scudo giudiziario al premier e gliela voteremo’. Peccato manchi il tempo, e il timer sia innescato. E intanto il tempo passa, siccome né Berlusconi né Fini intendono scoprirsi. Così è un fiorire di ipotesi che manca un niente ma non diventano mai concrete: con il ministero dello Sviluppo economico pronto a essere usato dal premier come merce di scambio, ora con i finiani ora con l’Udc a seconda degli interlocutori. L’unica strada era e resta quella dell’intesa a due, tra i cofondatori, ma i margini sono esigui, l’hanno capito anche quelli della Lega che astutamente Berlusconi ha messo in gioco per attutire l’offensiva di Fini sul fronte del federalismo e sul versante del Mezzogiorno. Ma era e resta la giustizia il nodo. O si scioglie o stavolta si spezza”. (red)

5. Dal lodo Alfano a Brancher: tutti gli altolà del Colle

Roma - “Alla fine anche Italia dei Valori ha dovuto mollare la presa. La quinta colonna del governo, se c’è, non è da cercare al Quirinale. Persino Antonio Di Pietro se n’è accorto. Ha spiegato che bisogna ascoltare l’invito del capo dello Stato ad occuparsi della crisi e del lavoro. Possibile – scrive IL GIORNALE – volesse invece lodare la risposta che ieri Giorgio Napolitano ha dato ai giornalisti che gli chiedevano se fosse vero che il governo intenda chiamarlo in causa sulle leggi in gestazione: ‘In queste cose ho già detto tante volte mentre si discuteva della legge sulle intercettazioni. Sapete che fine ha fatto questa legge? Siete informati?’. Finite in un binario morto? ‘Ecco’. Insomma,non c’è bisogno di tirare per la giacca il capo dello Stato perché Napolitano, quando ne ha sentito il bisogno, di segnali forti ne ha fatti arrivare. Ha rinviato un disegno di legge, quello sul lavoro, che non aveva sollevato grandi dubbi, fatta eccezione per quelli della Cgil. Il capo dello Stato temeva per le garanzie del diritto su ‘temi di indubbia delicatezza sociale’ e aveva messo in evidenza delle ‘incoerenze’ sul cuore di quel provvedimento, che era il ricorso volontario all’arbitrato nelle controversie tra datore e dipendente. Se non ci sono stati altri rinvii veri e propri, Napolitano ha fatto valere le sue prerogative attraverso una serrata moral suasion , ottenendo la modifica delle leggi prima della promulgazione. Prima il ‘no’ alla prescrizione breve. Poi il lodo Alfano gli procurò non pochi grattacapi. Quando lo firmò, con una nota di motivazione, si attirò le critiche della sinistra giustizialista e poco dopo, quando la Consulta lo bocciò, quelle di chi nella maggioranza non si è sentito garantito. La legge, comunque, non è passata”.

“Nel 2009 non autorizzò il decreto per Eluana Englaro, proposto dal governo. La moral suasion di Napolitano ha lam­bito anche le misure economiche, ad esempio quando, recentemente, ha fatto appello affinché vengano trovate risorse per l’università. Ma anche con il cosiddetto decreto incentivi, quando Napolitano con una lettera al governo stigmatizzò il ricorso a leggi omnibus e l’inserimento in provvedimenti da lui autorizzati, di materie estranee. Obiezioni classiche, quasi di rito. Più aspro lo scontro su altre materie. È il caso appunto delle intercettazioni, misura che è stata oggetto di una trattativa serrata tra l’esecutivo e il Quirinale, che ha chiesto il rispetto dei tre paletti: ‘Salvaguardia delle indagini, rispetto della privacy e della libertà di stampa’.Sull’onda dei dubbi di Napolitano, Gianfranco Fini iniziò a chiedere modifiche alla legge che limita la divulgazione delle intercettazioni. Se poi il caso Aldo Brancher è deflagrato, è per un paletto del Quirinale. Fu Napolitano, con una nota ufficia­le, a sostenere che il ministro per l’Attuazione del federalismo, che era stato appena nominato, non poteva ricorrere al legittimo impedimento perché il suo era un dicastero senza portafoglio. Infine le elezioni. Se c’è un argomento dove le posizioni di Palazzo Chigi e del Quirinale sono distanti, è quello dell’opportunità di tornare alle urne, nel caso in cui la maggioranza dovesse venire meno. Nel momento più acuto dello scontro Fini- Berlusconi Napolitano ha detto chiaramente che se dovesse cadere il governo lui cercherà di capire se ci sono altre maggioranze possibili. Un dovere, secondo la presidenza della Repubblica; una ‘soluzione di palazzo ‘, secondo il Pdl”. (red)

6. "Contro Fini la Brambilla prepara gli squadristi"

Roma -"Pullman pieni di ben motivati fans di Berlusconi pronti a far rotta su Mirabello. Per portare nella piazza dove Gianfranco Fini pronuncerà il suo ‘discorso alla nazione’ una contestazione organizzata. ‘Squadristi’, attacca Generazione Italia, il sito degli uomini del presidente della Camera, rievocando in senso negativo le milizie fasciste ma additando la ‘deriva sinistrorsa del Pdl’. Con tanto di stella rossa esposta sulla home page, a coprire il simbolo del partito. Al di là dei contraddittori riferimenti storici - spiega LA REPUBBLICA - la denuncia fa rumore e riaccende lo scontro, a pochi giorni dall’attesissimo intervento dell’ex leader di An cacciato dal Pdl e pronto a illustrare alla Festa Tricolore il manifesto politico di una ‘destra nuova’ imperniata su legalità e democrazia. Generazione Italia indica anche il presunto regista della spedizione degli ‘squadristi’: il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla. E riferisce di una telefonata intercorsa fra ‘un amico napoletano’ dei finiani e un ‘consigliere provinciale del Pdl’. Il primo è Vitale Mattera, attivo militante dell’ex An nel quartiere di Pianura. Il secondo, il consigliere provinciale, è Francesca Pascale, ex showgirl che vanta un’amicizia personale con il premier, una delle ragazze fotografate nel 2006 all’aeroporto in partenza verso Olbia per un ‘seminario politico’ a Villa Certosa. Secondo quanto riferiscono gli autori di Generazione Italia, il tenore della telefonata della Pascale sarebbe stato il seguente: ‘Stiamo organizzando con la Brambilla una contestazione a Fini quando parlerà a Mirabello. Riesci a riempirmi un pullman? È tutto a spese del partito’. La Brambilla nega di aver ordito una simile manovra e annuncia una querela per diffamazione. Parlando di ‘un palese tentativo di mettere le mani avanti in vista di contestazioni’. Mentre Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, accenna ‘a gravi, surreali e inaccettabili insinuazioni’. Ma la vicenda solleva ombre cui dà sostanza Italo Bocchino, capogruppo di Futuro e libertà alla Camera: ‘Un fatto molto grave dopo il trattamento mediatico che i giornali di famiglia hanno riservato a Fini’. Nella polemica si inserisce Tonino Di Pietro: ‘Berlusconi cerca di zittire Fini con il ricatto. Il Cavaliere è così: o ricatta o compra’. E qualcuno ricorda che Marcello Dell’Utri, in un’intervista alla Rai, solo qualche giorno fa aveva detto: ‘Anche noi sappiamo organizzare contestazioni’. Eccola, l’ultima polemica che fa passare in secondo piano i segnali di pace lanciati dai pretoriani di Berlusconi sul possibile rinvio del giudizio dei probiviri del Pdl. La riunione del collegio che deve decidere sui deferimenti di Bocchino, Granata e Briguglio è stata confermata per il 16 settembre ma la discussione del punto più caldo, già messo all’ordine del giorno, potrebbe slittare. ‘Nessuno può condizionare la commissione dei probiviri’, ricorda il coordinatore del Pdl Ignazio La Russa. Per i finiani l’ipotesi di un rinvio della decisione sulle possibili espulsioni non muta la sostanza delle cose: ‘In ogni caso sul processo breve non cambiamo idea’, commenta Fabio Granata. Berlusconi attende le parole di Fini a Mirabello e nel frattempo ha deciso di non sentire i colpi di artiglieria pesante sparati da alcuni esponenti di Fli. Ma ieri mattina ha incontrato a palazzo Grazioli Mario Baldassarri, una delle "colombe" dello schieramento di Fini. Non è affatto da escludere che la conversazione abbia virato sulla rottura con l’ex amico Gianfranco”. (red)

7. Veleni e provocazioni fanno apparire la tregua più lontana

Roma - “Giorgio Napolitano fotografa una fase di ‘febbre politica’. E per ora non si vede come si possa abbassare. Il tentativo di Silvio Berlusconi di attenuare le tensioni con la minoranza finiana – scrive Massimo Franco nella sua Nota sul CORRIERE DELLA SERA – sta avendo effetti indecifrabili. Emerge la contrarietà di molti seguaci del presidente della Camera a fare un nuovo partito. Ma è altrettanto evidente che Gianfranco Fini difficilmente tornerà indietro dopo l’espulsione di fatto dal Pdl: anche perché i parlamentari che più si sono esposti contro Berlusconi temono una riconciliazione destinata a schiacciarli; e nella maggioranza gli ex di An vicini al premier non vogliono concedere nulla a Futuro e libertà. Il risultato è quello di accompagnare l’uscita che Fini farà domenica a Mirabello con un contorno di veleni. Il suo gruppo evoca un sabotaggio della manifestazione preparato a tavolino dai berlusconiani, e subito smentito. Le riunioni che si susseguono da Berlusconi con i vertici della Lega e con i ministri trasmettono una sensazione di caos: al punto che il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ipotizza una votazione della legge sul cosiddetto ‘processo breve’ così come è stata approvata al Senato. Ma Fini e i suoi voterebbero contro, e si rischierebbe la crisi. Si tratta di una prospettiva improbabile, nonostante tutto. E non solo perché ieri, da Venezia, il presidente della Repubblica ha ipotizzato un miglioramento della situazione. I margini di manovra della terza carica dello Stato sono stretti. A Fini sarebbe difficile votare contro il governo: tanto più nel momento in cui dall’opposizione Antonio Di Pietro annuncia che si potrebbe alleare ‘per un battito d’ali’ anche con lui pur di cacciare Berlusconi. Il suo problema è che non può nemmeno accontentarsi dei segnali distensivi arrivati da Palazzo Chigi: a cominciare da un rinvio a novembre della decisione dei probiviri del Pdl contro i ‘ribelli’ finiani. La nettezza con la quale ieri Napolitano ha previsto che bisognerà concentrarsi ‘per forza’ sull’economia non significa tanto declassare il ‘processo breve’ a questione secondaria. Vuol dire soprattutto invitare in primo luogo la maggioranza a non compiere gesti tali da destabilizzare una situazione internazionale in bilico. Il presidente della Repubblica fa sapere che parlerà della situazione economica sabato prossimo. E continua ad osservare le convulsioni del centrodestra con distacco: nel senso che aspetta di vedere quale soluzione la coalizione governativa troverà. E replica con un filo di sarcasmo a chi gli chiede se Palazzo Chigi stia trattando con lui. Di contatti si parlava anche ‘mentre si discuteva della legge sulle intercettazioni. Sapete che fine ha fatto?’, ha ricordato Napolitano. È finita su un binario morto? ‘Ecco...’. Insomma, il destino della legislatura rimbalza nelle mani del centrodestra; e soprattutto sulle parole che Fini dirà domenica. Sia Berlusconi che Bossi aspettano di ascoltarlo. Non è scontato un epilogo lieto, anzi. Ma di questi tempi, un compromesso al ribasso non sarebbe da buttare via come alternativa alle elezioni anticipate”. (red)

8. Mse, Bersani attacca: "Uno scandalo il ministero vuoto"

Roma - “Pressing di Bersani sul governo che ‘non governa’. Uno ‘scandalo’ che non sia stato ancora nominato il ministro dello Sviluppo economico dopo le dimissioni di Scajola, benché ‘un milione di persone siano in cassa integrazione, decine di migliaia di piccole imprese siano saltate, l’industria è ancora nei guai e non c’è nessuno che se ne preoccupa’. Per il segretario del Pd – scrive LA REPUBBLICA – è la prova ‘del totale disinteresse del governo verso i problemi degli italiani. I precari della scuola, centinaia di migliaia di persone lasciate a casa dalla sera alla mattina senza uno straccio di ammortizzatori sociali e nessuno nel governo che se ne occupi’. Preme anche la Cisl sulla nomina del ministro con una nota del numero due, Giorgio Santini: ‘È davvero urgente, dopo quattro mesi’. Per l’opposizione è l’ennesima prova della distanza del centrodestra dai problemi della gente e dal richiamo del presidente della Repubblica, Napolitano, ad occuparsi della crisi economica senza perdersi in chiacchiere. In seconda battuta ci sono le altre questioni politiche, dalla legge elettorale alle alleanze. A Torino alla festa nazionale del Pd, ne parlano Antonio Di Pietro, il leader di Idv e Franco Marini. È uno scontro politico al calor bianco che raggiunge il culmine quando si parla della contestazione in piazza a Como a Marcello Dell’Utri. ‘È sempre sbagliato imporre a qualcuno di non parlare in piazza, non possiamo dire a una persona "via dalla piazza". Dell’Utri ha un problema giudiziario, due giudizi ci sono già stati attende il terzo, ma è la magistratura che deve decidere. I politici in piazza vanno per prendere fischi o applausi e si deve stare al gioco’, ammonisce Marini. E sfodera uno dei suoi ricordi di sindacalista Cisl di lungo corso: ‘Negli Anni 70’ si gridava contro i sindacati nelle piazze’. ‘Mi meraviglio che proprio tu, con la tua storia sindacale, paragoni Dell’Utri ai sindacati, i condannati non devono essere candidati e Dell’Utri non deve essere in Parlamento’, replica l’ex pm. Applausi. Marini gli ricorda il garantismo e intercala: ‘Ora sta bene a sentire, queste cose servono per imparare...’. Distanza siderale tra i due anche sulla crisi politica e le sue soluzioni. Di Pietro è per il voto. Marini: ‘Se Berlusconi è sfiduciato, no alle urne subito’. Sulle alleanze. ‘Nessuna con Casini, che è come Mastella, e con chi ci frega: che c’azzeccano Casini e Fini con un’Alleanza democratica?’, attacca Di Pietro per il quale con Fini l’alleanza potrebbe tutt’al più durare solo ‘un battito d’ali di farfalla e per battere Berlusconi’. Marini invece guarda all’Udc: ‘Escludere Casini sarebbe un errore tragico. Ma noi l’obiettivo di togliere voti al centrodestra dobbiamo averlo o no? Io dico di sì’. Affrontano anche il tema primarie. Di Pietro ammette: ‘Io a primarie? A noi andrebbe bene ma rappresento quella parte di elettorato che è andata al fronte mentre se vogliamo andare al governo dobbiamo pensare a cinque anni di pacificazione e serenità’”. (red)

9. Di Pietro-Marini, duello sulle alleanze

Roma - “All’uscita Franco Marini ostenta tranquillità: ‘È stata un brutta pagina, Di Pietro si è portato la claque. Ma sono abituato, ne ho viste tante: è stato un po’ un revival degli anni ‘70’. A pochi passi Antonio Di Pietro se ne va, acclamato dalla folla, e commenta: ‘Ma quando mai, eravamo quattro o cinque: se Marini dice così offende la sua intelligenza’. Il vecchio leone marsicano – spiega il CORRIERE DELLA SERA – alludeva ai fischi, ai tanti ‘buuu’ ricevuti e agli applausi per il leader dell’Idv. Serata calda alla festa del Pd di Torino, con i due possibili alleati nel Nuovo Ulivo divisi su tutto. A cominciare dall’alleanza con Casini. Per Marini sarebbe ‘un tragico errore abbandonarlo: dobbiamo fare di tutto per portarlo dalla nostra parte’. Di Pietro è netto: ‘Che c’azzeccano Casini e Fini con noi? Casini sarà il nuovo Mastella. Lui vuole il Terzo Polo e fa il mestiere più vecchio del mondo’. Nella sala gremita, Di Pietro gesticola, urla, offre teatralmente un po’ d’acqua a un Marini sofferente, che si batte ma soccombe sotto una platea che gli si rivolta contro. Per il segretario provinciale Gioacchino Cuntrò, ‘in sala c’erano 800 persone, la metà Idv: normale che sia così’. Altri dirigenti locali contestano il Pd nazionale : ‘Non hanno controllato la platea. E Marini era lo sfidante sbagliato’. L’ex presidente del Senato è caustico: ‘Ai miei tempi ci si organizzava meglio’. Marini comincia rimproverando Di Pietro per le critiche al Pd: ‘Le fai per pigliare qualche voto in più’. Lui vorrebbe un’opposizione costruttiva in Parlamento, Tonino no: ‘Abbiamo una missione: se il Paese ci vede nicchiare non capisce’. Di Pietro è contento della contestazione a Dell’Utri: ‘Finalmente hanno detto a un mafioso: che ci fai qui?’. Marini non apprezza: ‘Rispettiamo la magistratura. Ricordo nel ’60 quando si diceva "I sindacati non li vogliamo in piazza"‘. Di Pietro: ‘Mi meraviglio di te: una cosa sono i sindacati, un’altra un mafioso’. Su Fini e Casini: ‘Se gli diamo il dito, si fregano il braccio. E poi manco la mamma lo vota a Fini, se si mette con il Pd. Dobbiamo allearci con lui solo per un battito d’ali: poi ognuno per la sua strada. Se i finiani non sfiduciano Berlusconi sono dei quaquaraqua’. Marini replica: ‘Ma ragiona, ascolta, che impari qualcosa. Rimuginaci nella tua masseria: dove li prendiamo i voti per mandare in minoranza Berlusconi? Non sbagliare, sennò la vittoria ce la scordiamo’. La platea disapprova. Capitolo primarie, per Marini non ce ne sarebbe bisogno: ‘La normalità è che il partito più forte esprima il candidato premier. E su Bersani nessuno può dire niente’. Di Pietro la pensa diversamente: ‘Stimo Bersani, ma voglio sapere con chi si allea. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’. Non esclude di presentarsi: ‘Io o De Magistris o Donadi. Ma sono un centravanti di sfondamento, se vogliamo 5 anni di pacificazione, non basto. Come non basta Vendola: rappresenta una realtà circoscritta’. Finale con affondo dipietresco sul solito Casini: ‘È inutile anche parlarne, tanto quello non ci viene a letto con voi. Serve una coalizione gagliarda, tosta, che non svenda la nostra dignità’”. (red)

10. Annozero, ultimatum di Santoro

Roma - “Era nato come un braccio di ferro politico, è diventata ormai una sfida burocratica. Annozero – spiega LA REPUBBLICA – andrà in onda regolarmente a partire dal 23 settembre. Con lo stesso formato, con lo stesso conduttore naturalmente, con gli stessi opinionisti. Mauro Masi, che mette in discussione non il diritto di Michele Santoro ad andare in video bensì la formula del programma, si accontenterà di minime variazioni. Se va bene di un opinionista aggiunto più vicino al centrodestra. Ma anche di qualcosa di meno tangibile. Il direttore generale e il giornalista torneranno a vedersi nei prossimi giorni per studiare questa piccola (o addirittura minuscola) correzione. Siamo ora alle schermaglie finali. Ieri mattina la squadra di Annozero si è riunita con il direttore di Raidue Massimo Liofredi e con il capo del centro di produzione Rai. Dai tecnici Santoro ha avuto la conferma che l’azienda è in grado di trasmettere solo Annozero, cioè un programma già pronto, nei tempi previsti del 23 settembre. Non sono possibili cambi in corsa. ‘Di conseguenza, ulteriori rinvii o ritardi (dei quali non esiste alcuna giustificazione tecnica) comprometterebbero definitivamente la messa in onda - scrive Santoro in una lettera al direttore generale - ed è necessario avviare immediatamente il lavoro per approntare lo studio, il montaggio, la grafica, le squadre di ripresa esterna e, come dovrebbe essere ovvio, la redazione’. Il giornalista conclude garbatamente ma con termini ultimativi: ‘La esorto rispettosamente, direttore, a rimuovere quegli ostacoli burocratici che fino ad oggi ci hanno impedito di lavorare serenamente come è nostro diritto’. La lettera di Santoro non ammette repliche. Ricorda alla direzione generale i risultati economici e di audience di Annozero (il doppio di incasso pubblicitario rispetto ai costi) e richiama le sentenze del giudice che obbligano la tv pubblica a mandare in onda una trasmissione di approfondimento giornalistico guidata dallo stesso Santoro. Che dunque non capisce perché Masi chieda oggi una "sinossi" del programma. È quello di sempre, ‘basta vedere le registrazioni’. Santoro riserva anche una stoccata tutta politica a Masi: ‘Se venissero posti ostacoli adesso sarebbe per me la dimostrazione che essi non sono figli di meccanismi interni alla Rai ma di quelle pressioni politiche già venute alla luce con l’inchiesta di Trani’. Ossia delle intercettazioni con Silvio Berlusconi nelle quali Annozero viene indicata come trasmissione da cancellare. Per il direttore generale l’impuntatura sembra soltanto una questione di orgoglio. Aveva avviato una trattativa con Santoro per la sua uscita dall’azienda, trattativa fallita. Aveva cercato di cambiare i connotati del programma. Adesso vuole mantenere il punto fino alla fine e prova a ottenere una modifica che dia un volto appena diverso all’appuntamento del giovedì. Non è detto che ci riesca. Ma il tentativo prosegue. Senza il sostegno di Paolo Garimberti che, sottolinea Santoro nella lettera, aveva dato il via libera ad Annozero. Con le critiche degli amministratori di opposizione della Rai. ‘Quelle di Santoro sono parole di buonsenso - dice il consigliere Nino Rizzo Nervo - . Annozero deve andare in onda’. E il presidente della Vigilanza Sergio Zavoli annuncia una convocazione della commissione sul caso”. (red)

11. Il "ritiro" di Obama dall’Irak: restano 100mila americani

Roma - “Obama ha parlato. E bene, come di consueto. Ma ha detto tutta la verità sull’Irak? La risposta è no. Non ha mentito, ma non ha detto tutto. Per capire davvero che cosa stia accadendo occorre considerare anche la parte che il presidente degli Stati Uniti ha omesso e che non è affatto trascurabile. Conta per almeno il 50 per cento. Obama – scrive IL GIORNALE – ha annunciato il ritiro delle truppe dall’Irak, sostenendo di avere mantenuto la promessa formulata in campagna elettorale. Per ritiro si intende, di solito, un ritiro completo, in realtà Washington ha richiamato al 31 agosto decine di migliaia di soldati. Ma non tutti. Ne restano ben 50mila e non per poche settimane, ma fino alla fine del 2011. Sempre che, nel frattempo, il governo iracheno non chieda alla Casa Bianca di prolungare la permanenza. L’annuncio appare, pertanto, retorico e fuorviante. Ma soprattutto incompleto; perché il numero delle forze legate agli Usa ancora presenti in Iraq è doppio, se si considerano anche i contractors ovvero le guardie private, i funzionari e gli addetti esterni, adibiti alla sicurezza e agli approvvigionamenti. Il rapporto è di un contractor per ogni soldato. In marzo c’erano 95mila uomini in uniforme e 95mila impiegati di società esterne, ma sotto l’egida dal governo Usa. Ora sono scesi a rispettivamente 49.700 e 50.000. Totale: 100mila. Un po’ troppi, ne converrete. Eppure nessuno racconta questo aspetto della grande storia della guerra di liberazione in Irak, se non di tanto in tanto, per motivi strumentali. Ricordate la vicenda della Halliburton, la multinazionale texana specializzata in infrastrutture e lavori pubblici? Nel 2004 fu la prima ad ottenere un appalto per la ricostruzione dell’Irak. La stampa quell’anno denunciò il ruolo dell’allora vicepresidente Dick Cheney, che in quanto ex numero uno della stessa Halliburton, avrebbe favorito la sua ex società. Dopo qualche mese si scoprì che il colosso texano lucrava pesantemente sulle commesse, ad esempio fatturando la benzina a un prezzo quadruplo rispetto a quello di mercato. Accuse analoghe vennero rivolte al capo del Pentagono Donald Rumsfeld, che avrebbe favorito tante aziende a lui amiche. I giornali scrissero che questi maneggi testimoniavano la crescente corruzione dell’amministrazione repubblicana. Che quello di Bush non fosse un governo integerrimo è fuor di dubbio, ma non rappresentava certo un’eccezione. Semmai, la regola, a cui Obama, naturalmente, si è adeguato. I contractors ormai fanno parte integrante del sistema di gestione dello Stato. Un sistema che è stato disegnato non da Bush, ma da Clinton; il quale alla metà degli anni Novanta ha fatto approvare in Congresso una norma che consente a un’agenzia statale di dare in appalto a società esterne servizi di propria competenza, senza concorso e nemmeno notificazioni pubbliche. Trattasi di negoziazioni individuali che sfociano in mandati discrezionali, che restano nell’ombra, come documentato dalla studiosa americana Janine R. Wedel nel saggio ‘Shadow elite’. Si trattasse di appalti minori, come i servizi di pulizia, questa liberalità potrebbe avere un senso, ma negli ultimi quindici anni il Pentagono ha affidato a ditte esterne gran parte della logistica di supporto e della gestione degli approvvigionamenti, talvolta persino (e mi riferisco alla Cia) la gestione di database con informazioni sensibili nella lotta al terrorismo. Una norma ideata per migliorare l’efficienza del Moloch statale ha prodotto l’effetto opposto: un’esplosione dei costi e un peggioramento dei servizi. In teoria lo Stato riduce il personale assunto, in realtà trasferisce funzioni pubbliche ai privati che però operano in regime di monopolio e senza efficaci meccanismi di controllo. Il conto lo paga il contribuente. E che conto: la guerra in Irak è costata finora 900 miliardi di dollari, molti dei quali a beneficio dei contractors e dei loro referenti politici. Che non sono solo repubblicani”. (red)

12. Israele-Palestina, Obama: possiamo farcela in un anno 

Roma - “Chiusa — per ora — la pagina irachena, Barack Obama si rimette in gioco affrontando la questione israelo-palestinese, dossier mai generoso con chi ha provato a mediare. L’obiettivo – scrive il CORRIERE DELLA SERA – è ambizioso, forse troppo dicono gli scettici. Il presidente Usa ha indicato con chiarezza quale sia la meta: ‘La fine dell’occupazione dei territori iniziata nel 1967 e la nascita entro un anno di uno Stato palestinese al fianco di Israele’. Per conseguirlo la Casa Bianca ha convocato a Washington il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Seguono i lavori da osservatori interessati il re giordano Abdallah, il raìs egiziano Mubarak e Tony Blair in rappresentanza del Quartetto ( Usa , Unione Europea, Onu, Russia). Per le delegazioni è stata una giornata piena. Prima gli incontri tra Obama e gli invitati, quindi contatti informali, infine la cena di lavoro. Oggi, a partire dalle 10, i colloqui diretti israelo-palestinesi al Dipartimento di Stato. A parole, i protagonisti hanno manifestato tutto il loro impegno. Netanyahu si è detto pronto ‘alla fine del conflitto una volta per tutte’ riconoscendo in Abbas un ‘vero partner per la pace’. Frasi accompagnate da indiscrezioni sulla disponibilità a fare concessioni nonostante pochi ci credano. Obama ha accennato a ‘progressi’, ha ammonito gli estremisti — ‘non riusciranno a sabotare la pace’ — ed ha ribadito che ‘nulla impedirà agli Stati Uniti nel sostenere la sicurezza di Israele’. Per il presidente ‘è stato s pars o troppo sangue e il compromesso è possibile: possiamo arrivare alla pace in un anno’. Aperture per bilanciare la tensione della vigilia. Martedì, i militanti di Hamas hanno assassinato 4 coloni vicino ad Hebron in quello che Obama ha definito ‘un massacro insensato’. E ieri notte hanno teso un nuovo agguato ferendo altri due civili israeliani (uno è grave). Atti destabilizzanti per scatenare rappresaglie. Inquieto anche il campo israeliano con polemiche su Gerusalemme e un nuovo irrigidimento sulle colonie. Netanyahu, incontrando Hillary Clinton, ha escluso di prolungare il congelamento degli insediamenti nei territori palestinesi: lo stop termina il 26 settembre e ‘Bibi’, per convinzione ideologica e ragioni di politica interna, non vuole cedere su questo punto. Secca la reazione palestinese: ‘Così si uccide il negoziato’. Violenza e pre-condizioni, pur prevedibili nel lungo conflitto, non aiutano l’iniziativa statunitense. Il terrorismo mette in discussione il diritto alla sicurezza di Israele. L’ampliamento delle colonie umilia la popolazione palestinese. Il blocco degli insediamenti, ha sottolineato ieri Mubarak, è cruciale per il successo dei negoziati. Così come il futuro di Gaza, oggi in mano a Hamas. ‘Se la Striscia non rientra nell’intesa resterà fonte di conflitti’, è l’accorta analisi del raìs. Rispetto al passato, i mediatori americani hanno rinunciato a ‘parametri concatenati’. Questo per evitare che un singolo problema freni tutto il resto. Dunque, almeno all’inizio, i paletti saranno meno rigidi. Ma, se il dialogo riparte sul serio, arriverà il momento di affrontare tutte le questioni. E, convocando la due giorni, Obama si è assunto la responsabilità di trovare una risposta. Per uscire da uno status quo ‘intollerabile’, per tenere fede al suo programma elettorale, per allargare il fronte dei moderati in chiave anti-Iran. Come hanno ricordato in tanti, agli Usa tocca mediare, però la pace devono firmarla Israele e l’Autorità palestinese. Lo stesso Obama lo ha chiarito: ‘Non possiamo essere noi a imporre soluzioni’. Nel contempo, se il presidente vuole risultati, dovrà far sentire il suo peso sugli attori. E conta sull’aiuto di quanti nella regione dicono di volere uno Stato palestinese ma poi fanno ben poco o, peggio, si mettono di traverso. ‘C’è un’opportunità — è stato il monito del presidente — Non dobbiamo farcela sfuggire’”. (red)

13. Tony Blair: "Silvio uomo del fare, ecco perché lo ammiro"

Roma - “C’è un’ultima persona senza la quale non avremmo potuto vincere: Silvio Berlusconi. Nell’agosto precedente gli avevo fatto visita nella sua casa in Sardegna per chiedergli aiuto sulla candidatura”. È quanto si legge nelle memorie dell’ex premier inglese Tony Blair. “L’Italia – riporta IL GIORNALE – era uno dei protagonisti fondamentali. Mi aveva domandato fino a che punto fosse importante per noi ottenere le Olimpiadi. ‘È importante’ avevo risposto. ‘Molto?’ ‘Molto.’ ‘Sei mio amico’ aveva detto Berlusconi. ‘Non ti prometto niente, ma vedrò cosa posso fare’. Questo comportamento è tipico di Silvio ed è per questo che lo ammiro. Quasi tutti i politici promettono, ma poi non combinano nulla. Lui non aveva promesso: aveva agito. I rapporti personali contano, questo è ovvio, ma chi pensa che siano elaborati stratagemmi e calcoli matematici a determinare le negoziazioni e i compromessi, sembra ignorarlo. A tutti i livelli, ma soprattutto ai vertici, la politica ruota intorno alle persone. Se un leader ti piace, cerchi di aiutarlo anche se ciò può andare contro i tuoi interessi. Se non ti piace, non lo aiuti. Se prendi le distanze per motivi politici - per esempio perché, come nel caso di Silvio, c’è più di una controversia sul suo conto - va benissimo, ma non illuderti: a perdere è il tuo Paese. Quel leader non è stupido e sa che non sei disposto a pagare un prezzo per avvicinarti a lui. Credi che non ti serbi rancore? Non so come abbiano votato gli italiani, però... Il 1˚ luglio assumemmo la presi­denza semestrale dell’Unione europea, che avevamo detenuto per l’ultima volta nel 1998. Durante il mio precedente periodo in carica, ben sette anni prima, ero pervaso dall’entusiasmo per la recente nomina a primo ministro e, essendomi appena affacciato sulla scena europea, ero quasi un emerito sconosciuto, a me stesso e agli altri. L’Europa non era stata uno dei punti salienti del primo mandato. Più che a cambiare l’Europa,ero interessato a dimostrare che la Gran Bretagna era cambiata. Eravamo pieni di proposte azzardate, anziché di strategie, e ora rabbrividisco se ripenso ad alcune di quelle ‘iniziative’. Una mente geniale aveva deciso che le nostre cravatte (ogni Paese aveva una cravatta e un logo con cui contraddistinguere la propria presidenza) dovessero avere effigiate immagini delle singole nazioni realizzate dagli alunni delle elementari. Non ne avevo saputo nulla finché avevo ricevuto una telefonata dell’allora capo del governo italiano Romano Prodi. Spesso Romano era un po’ difficile da seguire ma in quell’occasione era stato chiarissimo: ‘Ehi, Tony, tu insulti il mio Paese. Non abbiamo solo la pizza, sai. Abbiamo Roma, Firenze, Venezia, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Galileo, Verdi, Garibaldi, e ora la mia nazione teme che il mondo ci considererà una pizza quattro stagioni. Non va bene. Devi fare qualcosa, altrimenti i rapporti tra Gran Bretagna e Italia si guasteranno ‘ eccetera. Se vi dico che questo è più o meno l’unico ricordo di quella presidenza, capite che non fu uno dei miei periodi più brillanti”. (red)

14. L’Ue a Gheddafi: no ai 5 miliardi

Roma - “‘Ho ritenuto di scusarmi personalmente col capo dello Stato — annuncia il ministro degli Esteri Franco Frattini —. Si è trattato di un disguido amministrativo’. Quello che il ministro chiama ‘disguido’ – scrive il CORRIERE DELLA SERA – è la mancata informazione da parte del governo al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riguardo alla visita di Gheddafi in Italia. Il capo dello Stato, come ha rilevato ieri il Corriere, è stato tenuto, almeno ufficialmente, all’oscuro. Cosa di cui il titolare della Farnesina si è, appunto, scusato. Frattini ha dato notizia della sua telefonata col Quirinale da Tripoli, dove ieri ha partecipato alla riunione del gruppo 5+5 e ha rivisto il leader libico Gheddafi appena rientrato dal suo controverso soggiorno romano. Il gruppo Dialogo 5+5 comprende i 5 Paesi della fascia mediterranea meridionale, Algeria, Libia, Marocco, Mauritania e Tunisia, e i 5 collocati sulla sponda opposta, Malta, Italia, Francia, Spagna e Portogallo. ‘L’area occidentale del Mediterraneo — dice Frattini, che condivide la presidenza del gruppo col suo collega tunisino — pone seri problemi di sicurezza’, perché si incrociano movimenti di personaggi legati alla criminalità organizzata e al terrorismo. Durante la riunione sono state valutate anche le misure per bloccare i trafficanti che alimentano il flusso dell’immigrazione clandestina. Si potrebbero riversare in Europa ondate di africani, aveva detto l’altro giorno Gheddafi, sostenendo che Bruxelles dovrebbe versargli 5 miliardi di dollari se gli europei vogliono che la Libia faccia da baluardo e respinga la marea di gente desiderosa di attraversare il Mediterraneo. A Bruxelles non è che le parole di Gheddafi siano state del tutto ignorate. In qualche modo le tengono in considerazione. Anche se il portavoce della Commissione europea Matthew Newman ridimensiona la spesa necessaria per un accordo duraturo con Tripoli. Secondo Newman, bastano cifre ‘di gran lunga inferiori rispetto a quelle evocate dal colonnello Gheddafi’. L’Unione europea discute da due anni con la Libia. Finora Bruxelles ha investito 15 milioni di euro per sviluppare la collaborazione con Tripoli. Ed è pronta a spenderne altri 25 milioni”. (red)

15. Perso il duello del fast food:la Burger King è in vendita

Roma - "Si apre un nuovo capitolo nel "duello della polpettina", che da decenni vede il confronto di due agguerriti rivali sullo scacchiere del fast-food internazionale: McDonald´s e Burger King. Dopo un sensibile calo negli utili e nelle vendite tra il 2009 e il 2010, la holding che controlla Burger King ha avviato le trattative per la cessione del gruppo. E a farsi avanti, dicono a Wall Street, è stata la società di private equity 3G Capital guidata dall´imprenditore brasiliano Alexandre Behring. Non è chiaro se i negoziati andranno in porto, né quale sarà l´eventuale prezzo di vendita, ma ieri è bastato che il Wall Street Journal anticipasse la notizia perché i titoli della Burger King, che dal 2006 è quotata a Wall Street, salissero di più del 15 per cento e che la capitalizzazione di Borsa raggiungesse i 2,58 miliardi di dollari. Una conferma, questa, che i mercati finanziari non solo credono che la cessione finirà per realizzarsi, ma anche che sarà la premessa di nuova sfida con la McDonald´s, che resta comunque la regina incontrastata di polpettine e "piatti rapidi". Fondata nel 1953 in Florida, dove ha ancora il quartiere generale, e guidata ora da John Chidsey, la Burger King ha sempre sognato di raggiungere la McDonald´s, costruendo con pazienza una rete di locali in franchising che conta ora su 12mila punti vendita in 73 paesi del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti dove si concentrano due terzi delle attività. Nel complesso ha 41mila dipendenti e un giro d´affari di 2,54 miliardi di dollari, con punti di forza soprattutto nelle basi militari del Pentagono dove è onnipresente. In teoria il gruppo avrebbe dovuto approfittare della crisi economica, che ha visto uno spostamento dei clienti dai ristoranti più cari e raffinati a quelli più veloci ed economici. Ma così non è stato, soprattutto perché la Burger King ha in media una clientela più giovane dei concorrenti (attirata dal "Whopper", il celebre maxi-panino) che ha sofferto di più per la disoccupazione. Di qui le difficoltà: l´ultimo bilancio della Burger King si è chiuso con una riduzione delle vendite del 2,3 per cento rispetto a un incremento del 1,2 per cento nell´esercizio precedente. E negli Stati Uniti e nel Canada la flessione è stata ancor più sensibile: -3,9 per cento. «Siamo così finiti in una delle situazioni più difficili della nostra storia», ha confessato il chief executive Chidsey. In questo quadro è emersa l´ipotesi di una vendita, caldeggiata - dicono fonti attendibili - dalla "troika" finanziaria, formata da Tpg Capital, Bain Capital e Goldman Sachs Capital partners, che nel 2002 rilevò la Burger King dai britannici della Diageo per 1,5 miliardi di dollari, portandola in Borsa quattro anni dopo e mantenendo ancora adesso una partecipazione azionaria rilevante. L´interesse manifestato dal Behring, che attraverso la 3G Capital possiede già il 6,7 per cento di Wendy, un altro gruppo di fast food, fa pensare a una eventuale espansione della Burger King soprattutto nell´America latina. Behring conosce bene quel mercato, perché è stato a lungo chief executive della America Latina Logistica, la maggiore società privata di trasporti ferroviaria della regione, e per dieci anni alla GP Investment, una delle maggiori società di private equity del continente. E non è un mistero che l´economia del Brasile sia in rapida crescita a dispetto della crisi internazionale". (red)

16. Tengono le entrate, il fabbisogno cala

Roma - Non si vedeva da 17 anni, in Italia, un mercato dell’auto così ‘ridotto’. Tra agosto 2009 e 2010 le vendite sono scese del 19,27 per cento. Conti pubblici, tengono le entrate fiscali. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Il fabbisogno tendenziale migliora di oltre 9 miliardi di euro, l’occupazione frena specialmente nelle grandi imprese e le retribuzioni aumentano del 4,3 per cento per i dipendenti regionali ma di appena lo 0,6 per cento per insegnanti e militari. Questa la fotografia dell’economia del Paese, mentre da Washington gli sceriffi del Fondo monetario internazionale in un paper - ‘Fiscal space’ - mettono l’Italia tra i 4 Paesi (con Giappone, Portogallo e Grecia) con minor margine manovra per ridurre le tasse a causa dell’alto debito pubblico ‘vicino a un livello insostenibile’. ‘Eventuali default dei Paesi a rischio — precisa l’Fmi — sono improbabile ma si deve procedere con il risanamento’. Il fabbisogno (la differenze tra entrate e uscite al netto degli interessi) nei primi otto mesi del 2010 è calato di 9,1 miliardi rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il risultato, pur peggiorato in agosto di 900 milioni di euro, è stato raggiunto grazie alla buona performance delle entrate fiscali e - soprattutto - al gettito degli studi di settore che era stato fato slittare da luglio ad agosto. ‘Dal lato dei pagamenti - precisa una nota del ministero del Tesoro - il saldo del mesi di agosto sconta maggiori rimborsi fiscali in larga parte compensati da minori erogazioni alle amministrazioni locali’.Come era prevedibile, continua l’onda lunga della crisi specie sull’occupazione. Se il Pil nel corso dell’anno è tornato in area positiva trascinato dal boom delle esportazioni tedesche, il mercato del lavoro fatica ad adeguarsi. Secondo i dati forniti dall’Istat, l’occupazione a giugno nelle grandi imprese è calata dello 0,1 per cento rispetto a maggio e dell’1,7 rispetto allo stesso mese di una anno fa. Dati influenzati dall’enorme ricorso alla cassa integrazione ordinaria e straordinaria: al netto della Cig, infatti, il calo è stato dello 0,3 per cento sul mese e dello 0,6 per cento sull’anno. Le retribuzioni invece tengono il passo. Anzi migliorano rispetto al tasso di inflazione. Se il costo della vita in un anno è salito di appena l’1,7 per cento, i salari sono aumentati - nello stesso arco di tempo - del 2,4 per cento. I comparti produttivi che più hanno beneficiato sono quello alimentare (+5,2 per cento) e delle telecomunicazioni (+4,5 per cento). Contrariamente a tutti gli sforzi annunciati dal governo per contenere le spese locali l’Istat rileva che i dipendenti delle Regioni e delle varie amministrazioni, servizi sanitari compresi, hanno ricevuto stipendi aumentati del 4,3 per cento. I lavoratori dei ministeri, della scuola e i militari sono invece agli ultimi posti con aumenti di appena lo 0,6 per cento nettamente al di sotto anche dell’inflazione. Un dato questo su cui riflettere”. (red)

17. Auto, mercato (-19,3%) mai così giù da 17 anni

Roma - “Non accadeva da diciassette anni: appena 68 mila 718 vetture immatricolate in agosto a conferma di un andamento del mercato italiano che il Csp di Bologna definisce in ‘coma profondo’. La contrazione del mese scorso – scrive LA REPUBBLICA – è stata del 19,3 per cento ed è la quinta consecutiva da quando, esaurita col primo trimestre 2010 l’ultima spinta degli incentivi alla rottamazione, è cominciata una caduta che non sembra destinata ad arrestarsi. Il gruppo Fiat, lasciando sul terreno un 27 per cento circa, paga un prezzo ampiamente superiore alla flessione del mercato. Mentre permangono le tensioni che lo contrappongono alla Fiom Cgil il cui segretario Maurizio Landini ieri ha annunciato una querela nei confronti del ministro Maria Stella Gelmini che nei giorni scorsi aveva dato ragione alla Fiat sul licenziamento degli operai di Melfi. ‘Possono esserci punti di vista diversi’ ha spiegato ‘ ma è inaccettabile che vengano offesi i lavoratori tanto più se ciò avviene in presenza di una sentenza dei giudici’. A due settimane dall’assemblea che dovrà approvare lo spin off e dunque la nascita di Fiat Industrial (Iveco e CNH) staccata da Fiat Auto, il Lingotto continua a navigare in un mercato che lo penalizza più di quanto non faccia con altre marche. La sua quota del 30,7 per cento è in crescita rispetto a luglio ed è anche la più alta degli ultimi cinque mesi ma risulta di 3 punti netti inferiore rispetto a un anno fa. I suoi diretti avversari, dalla Ford alla Opel e dalla Renault alla Peugeot, dalla Nissan a Toyota, sono tutti in fase di recupero e a spiegarlo non è sufficiente la sola fine degli ecoincentivi. La crisi, in Italia, si sta rivelando più pesante che negli altri grandi mercati europei. E non è limitata soltanto alle auto ma colpisce anche l’industria delle due ruote che in agosto, mese che rappresenta il 5 per cento del totale annuo, ha subito una flessione del 21,5. Ci sono poi le previsioni formulate dei concessionari oltre la metà dei quali ritiene che la caduta della domanda continuerà nei prossimi mesi per cui si deve ritenere che il ‘purgatorio’ del Lingotto durerà ancora in attesa di vedere se e come funzionerà il piano congiunto Fiat-Chrysler. Ma è sul fronte dei rapporti col sindacato che Marchionne deve prepararsi a un autunno assai diverso da quelli che hanno sinora caratterizzato gli anni della sua presenza a Torino. Lo scontro con la Fiom non accenna a perdere di intensità. ‘Siamo assolutamente disponibili a sviluppare una vera trattativa con la Fiat’ ha dichiarato Landini ‘ma siamo convinti che ciò sia possibile applicando i contratti e le leggi esistenti’. Per il numero uno della Fiom ‘sarebbe questo un atto di modernità’ nel quale egli mostra di avere poca fiducia anche perché l’azienda continua a tenere una linea dura. ‘Introdurre la derogabilità del contratto per tutti i settori produttivi è una cosa di una gravità assoluta, un imbarbarimento sociale del paese’. La Fiom, che l’8 settembre riunirà il suo comitato centrale per mettere a punto una linea di difesa anche per quanto riguarda le assunzioni nella Newco di Pomigliano, il cui metodo secondo Landini pone la Fiat ‘fuori dalle leggi di questo paese’. Insomma una linea di intransigenza che si scontra anche con l’iniziativa della Uilm che ieri a Termini Imerese ha sfidato l’azienda a restare in cambio della firma di un accordo come quello di Pomigliano. Una richiesta che serve solo a peggiorare i rapporti con la Fiom”. (red)

18. L´industria americana rianima le Borse

Roma - "Giornata di festeggiamenti in Europa, incurante del dato sulla disoccupazione in Irlanda, salita in agosto al 13,8 per cento, e poco preoccupati della situazione dell’Ungheria, che potrebbe avere bisogno del sostegno finanziario del Fmi e dell’Ue se l’atteggiamento degli investitori dovesse diventare negativo, cosa ‘non del tutto improbabile’ secondo la Banca di Ungheria. Gli operatori - scrive LA REPUBBLICA - hanno considerato questi elementi poco più che punture di spillo, preferendo guardare all’America: così a fine giornata le Borse del Vecchio continente sono salite a razzo e l’indice che fotografa l’andamento dei principali titoli quotati sui listini europei è aumentato del 2,74 per cento; in termini di capitalizzazione, 135 miliardi di euro in più in una sola seduta. Gli operatori hanno molto apprezzato il dato Usa sull’indice Ism manifatturiero di agosto. Il valore è salito a 56,3 punti rispetto ai 55,5 punti di luglio, nettamente meglio delle attese degli analisti che si aspettavano un ribasso a quota 52,5. Immediata la reazione di Wall Street, che ha segnato subito un rialzo che sfiorava il 2,5 per cento e poi ha chiuso con un guadagno del 2,54 per cento. Anche le Borse europee hanno finito la seduta sui massimi, con guadagni molto netti: Parigi, la migliore, è salita del 3,81 per cento, seguita da Milano – dove l’indice dei titoli a maggior capitalizzazione è aumentato del 3,22 per cento – e poi quasi alla pari Londra e Francoforte, salite rispettivamente del 2,70 per cento e del 2,68 per cento. Europa in cui, peraltro, un default dei paesi periferici ad alto debito è ‘improbabile’ e anche ‘non necessario’, scrive il Fondo monetario internazionale, ma le nazioni avanzate devono mettere in campo misure a lungo termine per controllare il debito senza ricorrere a interventi efficaci solo nel breve. Il Fondo, in tre studi dedicati all’argomento, torna a perorare il varo di piani di aggiustamento credibili, specie in quei paesi – come l’Italia – che mostrano limitati margini di manovra in termini di bilancio a causa dell’alto debito. Il debito pubblico del nostro paese, insieme a quello di Grecia, Giappone e Portogallo, è infatti tale da lasciare ‘il minor spazio fiscale’ possibile in termini di bilancio. E anche di questo parlerà oggi il Consiglio direttivo della Bce, che si riunisce oggi. Per gli osservatori, i membri della Banca centrale si occuperanno del ritardo sempre più ampio dei paesi più in difficoltà con i conti rispetto alla crescita migliore del previsto della Germania. I tassi resteranno, ragionevolmente, all’1 per cento, mentre è possibile che il presidente della Bce annunci che la stima fatta a giugno di un +1 per cento per il 2010 di crescita in Eurolandia è superata: gli economisti danno per scontato un tasso di circa l’1,6 per cento, trainato dalla Germania. Ieri l’euro ha quotato 1,2818 dollari (1,2713 il giorno prima) mentre il franco svizzero resta fortissimo. L’attività sulle valute è sempre più vivace: nell’ultima rilevazione della Banca dei regolamenti internazionali, il volume quotidiano di scambi sui mercati valutari è pari a 4mila miliardi di dollari, il 20 per cento in più rispetto all’ultima rilevazione, del 2007”. (red)

Lega trionfante, Lega decadente

Prima pagina 02 settembre 2010