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Secondo i quotidiani del 30/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Fiducia a Berlusconi, finiani decisivi”. Editoriale: di Massimo Franco “Un sì avvelenato”. Al centro: “Il gelo tra i duellanti stanchi”; “Silvio al valium in un’Aula senza illusioni”; “Napolitano elogia l’Italia unita”; “La linea del Cavaliere al primo scherzo andiamo alle elezioni”; “L’ex leader di An lancia il nuovo partito e pensa alle dimissioni”; “Senza la Fiom. Contratti più flessibili. Si comincia con l’auto”; “Stretta Ue sul debito e severe sanzioni”. In basso: “A scuola porto in bagno mio figlio disabile”; “Come il virus della City si è insinuato nei giovani”; “Trovato il telefonino di Sarah (senza sim)”.

 

LA REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi salvato dai finiani”. Editoriale: di Ezio Mauro “La fiducia avvelenata”. Di spalla: “Marylin quella bambina che guarda nell’abisso”. Al centro: “Il ricatto sulla giustizia”; “E Silvio implora il Grande Nemico”; “Compleanno di rabbia ‘Non compri nessuno’”; “Operato 6 volte per un errore. Muore a Roma”; Europa, lavoratori in piazza. In Spagna primo sciopero in otto anni di Zapatero”. In basso: “In casa c’è una miniera è l’oro di seconda mano”; “Emo, archistar e gallonzo in un anno nate mille parole”.

LA STAMPA – In apertura: “C’è la fiducia, ma si pensa al voto”. Editoriale: di Marcello Sorgi “Ha vinto eppure ha perso”. Al centro: “L’Europa si ribella: ‘Basta con i tagli’”; “Melfi boccia l’istanza Fiom”. Di spalla: “Tornano i cattivi maestri”. In basso: il “buongiorno” di Massimo Gramellini “Rupe tarpea”.

LIBERO – In apertura: “Si vota a marzo. Meglio”. Al centro: “Quella farsa alla Camera che ha convinto Berlusconi”; “Fini trova la scusa per dimettersi”; “Chi critica Bossi ora fermi Di Pietro”. In basso: “La Rai sceglie di non vedere il vaffa di Santoro all’azienda”; “Fiat ha ragione la Fiom torto. Parola di toga”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Sì al governo, ma finiani decisivi”. Editoriale: di Paolo Pombeni “La pietra d’inciampo”. Al centro: “Arteria chiusa per errore, muore dopo 6 interventi”; “Fiat, il giudice boccia la Fiom: no al ricorso per il pieno reintegro”. In basso: “Roma, gambizzato un avvocato”; “Oscar, l’Italia candida Virzì”.

IL TEMPO – In apertura: “Berlusconi ottiene la fiducia, i finaini si spaccano, la Lega pensa alle urne. Tutti giù per terra”. Editoriale: di Mario Sechi “Se il cerino si spegne brucia l’Italia”. Al centro: “Calamandrei e il Cav. Il premier cita il giurista e scoppia la polemica”; “Un voto vincolante a destra”, “La politica come Frank tre gambe”;. In basso: “Avvocato gambizzato in strada ai Parioli”; “Obama copia lo stile del cavaliere”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Fiducia a Berlusconi, decisivi i finiani”. Editoriali: di Stefano Folli “La legislatura adesso è in bilico”, di Paolo Bricco “I riti romani e la crescita che non c’è”. Al centro: “Accordo sulle deroghe al contratto dei meccanici”; “Le risposte all’interpello sono vincolanti per gli uffici del fisco”.

MF: In apertura: “Il governo ha la fiducia ma le urne si avvicinano”; “Nike sceglie Undercover per l’esordio nel fashion”; “La Ue mette alle corde l’Italia”. Al centro: “Tandem tutto interno per Unicredit”; “La Lazio pronta a lanciare un canale televisivo. Un’aquila su Sky”.

ITALIA OGGI – In apertura: “Transfer pricing leggero”. Al centro. “Errani (Pd Emilia) è messo sulla graticola del federalismo sia da destra sia da sinistra”; “A Castelmonastero la Marcegaglia si darà al business dei matrimoni in Toscana. Tirano sempre”. In basso: “Niente professionisti dall’estero”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Fini cucina il Caimano”. Di spalla: “AAA offronsi senatori prezzi modici”. Al centro: “Montecitorio. Cronaca di una svendita”; “‘La Eco4 sono io’ C’è Nick nell’affari rifiuti”. In basso: “Garimberti, in arte Ponzio Pilato”.

L’UNITA’ – In apertura: “Balle spaziali. Poca fiducia. Berlusconi incassa 342 sì: i finiani lo tengono per il collo. E nasce il partito di Fini. Bersani: pagina chiusa”. In basso: “Europa in piazza contro i tagli. Scontri in Spagna”.

 (red)

 

 

2. Governo, un sì avvelenato

Roma - “Aveva chiesto ‘un sì o un no’ ed ha ottenuto una risposta formalmente, solo formalmente, positiva. In realtà, il governo ha ricevuto un viatico gonfio di insidie. Silvio Berlusconi non ha più una maggioranza autonoma. Dipende dall’appoggio degli odiati finiani e dalla pattuglia di Raffaele Lombardo, che risponde a logiche siciliane, slegate da quelle del Pdl. E Umberto Bossi già addita le elezioni anticipate come ‘la strada maestra’. La cautela meritoria usata da Berlusconi nel suo discorso dimostra che il presidente d e l Cons i g l i o n o n s o l o non le vuole ma le teme. I 342 ‘sì’ a favore del governo, però, avvicinano pericolosamente la fine della legislatura”. Scrive Massimo Franco sul Corriere della Sera. “ Viene sancita la sconfitta della linea muscolare perseguita negli ultimi mesi da Palazzo Chigi; e la rivincita, almeno in Parlamento, d e i ‘ r i b e l l i ‘ d i Gianfranco Fini. L’ombra pesante del contrasto col presidente della Camera era stata rimossa da Berlusconi, con un fugace accenno al ‘passo indietro’ provocato dalla creazione della corrente Futuro e Libertà. Ma l’annuncio in tempo reale della nascita del partito di Fini, e soprattutto il responso del voto di fiducia, l’hanno riallungata su tutta la coalizione. L’atteggiamento della Lega chiude il cerchio. Conferma il profilo del Carroccio come vero azionista di riferimento della maggioranza; ed avanguardia del ‘partito delle elezioni’. È il paradosso di un Fini che pensando di contrastare l’’asse del Nord’ ha rafforzato i lumbard. Era prevedibile. Le cose sono andate così avanti, che l’istinto autolesionistico del Pdl rischia di sovrastare la lucidità politica e gli interessi del Paese. I rancori viscerali fra il premier e il presidente della Camera, e le pressioni per far dimettere il cofondatore del Pdl dal vertice di Montecitorio sono stati tappe di una guerriglia sfibrante. E in Parlamento la stanchezza e le tensioni represse a fatica erano palpabili (...)”.

 

 (red)

 

3. Governo, ha vinto eppure ha perso

Roma - “Non è semplice spiegare che Berlusconi è stato sconfitto ottenendo una delle maggioranze più larghe - 342 voti - che, tolta l’epoca dei governi di unità nazionale, si siano mai viste a Montecitorio. Ma è così. La fiducia che il premier ha avuto dalla Camera non ci sarebbe stata senza i voti determinanti dei finiani e dell’Mpa, il movimento autonomista del governatore siciliano Lombardo, che hanno stipulato una specie di patto federativo dopo aver spedito in Sicilia il Pdl all’opposizione”. Scrive Marcello Sorgi sulla Stampa. “Malgrado gli apporti di gruppetti di fuorusciti e singoli deputati, che hanno affollato il dibattito parlamentare, l’autosufficienza inseguita invano dal Cavaliere, in settimane e settimane di calciomercato, è franata tutt’insieme. Inoltre, dopo quel che è accaduto, non solo Berlusconi, ma anche Bossi è nelle mani di Fini: alla prossima votazione importante, guarda caso proprio quella sugli insulti del Senatùr contro i romani, la mozione di sfiducia individuale presentata contro il leader della Lega, in quanto ministro, potrebbe essere approvata con gli stessi voti che sono risultati indispensabili per tenere in piedi il governo. Si sa: Berlusconi è il classico gatto dalle sette vite e in questi sedici anni il dopo-Berlusconi è stato proclamato troppe volte senza che sia mai cominciato. Eppure è difficile credere che chi adesso ne dispone non sia tentato di chiudere il rubinetto dell’ossigeno a un capo di governo che negli ultimi mesi è stato descritto (e ha messo del suo per farsi descrivere) come un tiranno, un despota avvezzo a stroncare con minacce, censure, espulsioni, non il dissenso, ma qualsiasi discussione interna al suo partito. E che ieri, ormai consapevole della sua debolezza, s’è presentato alla Camera come un nuovo Andreotti: disponibile, morbido, umile, avvolgente, illuso da se stesso che uno dei suoi infiniti travestimenti potesse bastare a muovere a compassione la schiera di avversari dichiarati e nascosti che gli avevano teso l’agguato. Se non fosse che in politica i sentimenti non contano, o contano assai poco, e il Cavaliere dovrebbe saperlo, si potrebbe anche dire che ce l’ha messa tutta, mentre sciorinava il suo finto amore per il dissenso, la disponibilità dichiarata, ma per mesi rinnegata, a discutere ogni emendamento, ad accettare proposte migliorative, distinzioni, critiche, perfino a riconoscere la terza gamba - i finiani - di una maggioranza che finora era andata avanti solo con due, la sua e quella di Bossi. Chissà quanto dev’essergli costata quell’innaturale citazione di Piero Calamandrei, il padre costituente che più di sessant’anni fa si batté per l’introduzione della Corte Costituzionale, l’autore di uno storico elogio della magistratura. Chi lo ha ascoltato sapendo di chi parlava, non credeva alle proprie orecchie: lui, Berlusconi, il nemico dei giudici della Consulta, che ha sempre giudicato comunisti, e delle toghe politicizzate, che s'inchina a sorpresa ai suoi avversari. Incredibile. Si vede che nel Parlamento della Seconda Repubblica non sono in molti a conoscere la storia della Costituzione. Così la conclusione a cui si è arrivati rappresenta per il premier un completo fallimento. Al punto che, nei corridoi del Parlamento che si svuotava, dopo una giornata unanimemente considerata di svolta, erano tanti a esercitarsi sulle sorti della legislatura. Da qualsiasi punto la si guardi, infatti, la diagnosi per Berlusconi è funesta: come tutti i malati gravi, il governo può resistere ancora un po’, se Fini deciderà di cucinare a fuoco lento l’ex alleato divenuto suo persecutore, riservandogli la vendetta come il classico piatto freddo. Oppure precipitare rapidamente, per esempio sulla mozione di sfiducia a Bossi, o perché Bossi medesimo decide di sfilarsi. Il leader leghista non ha fatto mistero con nessuno di essere insoddisfatto: avrebbe voluto subito le elezioni, alle prime crepe apparse nella fragile corteccia del Pdl. Non le ha ottenute. E dalla situazione attuale non ha più niente da guadagnare. Tutto è dunque in movimento, e sono in molti, forse troppi, a volersi liberare di Berlusconi, perché il gatto dalle sette vite possa sorprendere ancora una volta. Di qui alle elezioni anticipate, lo sbocco obbligato a cui ognuno dei contendenti già si prepara, non è detto tuttavia che il percorso sia lineare. Figurarsi: nell’aria è già tornata la voglia di un governo d’emergenza che faccia prima una nuova legge elettorale, per poi alzare una lapide definitiva sul ventennio berlusconiano. E se è presto per dire come e con chi ci si arriverà, si può essere certi che quella di ieri è solo una forte scossa, non la prima né l’ultima, purtroppo, di un terremoto che a lungo farà ballare il Paese”.

 

 (red)

 

 

4. Governo, si vota a marzo. Meglio

Roma -

“Berlusconi ha parlato, la sinistra sparlato e alla fine il Parlamento ha votato: tutto come nelle previsioni”. Scrive Maurizio Belpietro su Libero. “Ma se dovessimo indicare cosa è cambiato rispetto aprima, non sapremmo che dire, se non che la legislatura si avvia alla fine e che un voto a marzo è assai probabile. È questa l'amara conclusione della lunga giornata di ieri. n presidente del Consiglio è giunto a Montecitorio pieno di buone intenzioni, deciso a raddrizzare una nave che negli ultimi mesi haimbarcato troppa acqua, mahalasdato l'aula senza aver risolto nessuno dei problemi che lo avevano condotto fi. I Umani non si sono divisine ricreduti, ma pur essendo minoranza conservano intatto il loro potere di veto su qualsiasi decisione della maggioranza. La quale anzi, con lanascita del nuovo partito e le probabili dimissioni di Fini da presidente della Camera che gli consentiranno mani libere, è minacciala se possibile d'esser ricattata ancorpiù. Per contro, gli annunciati ascari che avrebbero dovuto soccorrere i! governo non paiono in numero adeguato da consentire di immaginare per il futuro una navigazione tranquilla. Dopo ieri, nelfarepronosticisullatenutadeinatante condotto daBerlusconi, non possiamo dunquein alcun modo escludere unnaufragio abreve, con orizzonte massimo la primavera. E allora, vi domanderete, cosa è servito tutto questo: i cinque punti, il discorso, il voto, sepoiin conclusione toccatomarealleume?Noneramegliolevarsiildente eildolore senza indugiare oltre? La logica naturalmente porta a rispondere sì: meglio unamorte immediata alla lunga agonia che si prospetta. Ma come sapetelapoliticanonprocedeinlinearetta, più spesso percorre sentieri tortuosi. In questo caso, la viaè complicata dall'incertezza sullo scioglimento del Parlamento: se Beriusconi si dimettesse, gli avversari farebbero carte false pur di non far riaprirei seggi. Perciò, per evitare il ribaltone, il Cavaliere è costretto ad andare avanti anche se nessuno, compreso lui, sa dove stia andando. Ovviamente il capo delgovemoèconscio che allalungarischia di finire rosolato, proprio come vorrebbero i suoi nemici. Ma è anche consapevole che per trovare una via d'uscita dafl'angolo in cui l'ha cacciato Fini ha bisogno di tempo. Settimane e mesi in cui confida di poter risalire nei sondaggi, riconquistando il consenso di quegli elettori di centrodestra che oggi appaiono nauseati dallo scontro in atto e meditano dì non recarsi alle urne, condannando il PdL a ima vittoria che rischia di tramutarsi in sconfitta a causa di una maggioranza assoluta al Senato. Ce la farà a trovare una soluzione al rebus? Riuscirà a risollevarsi? Difficile dirlo. Pur essendosi rivelatoabflequantoHoudinineIliberarsidellecatene con cui l'hanno più volte imprigionato, Beriusconi oggi non pare avere in serbo nessun gioco di prestigio. Naturalmente l'uomo è pieno di sorprese e ha più vite di quante ne abbiano i gatti. È su quelle chefacciamo ancora affidamento per allontanare da noi la sola idea che il futuro ci riservi un Fini premier o presidènte della Repubblica. Ai tempi della vecchia De, chi voleva cambiare si augurava di non morire democristiano. A noi basterebbe non vedere un Paese finiano. maurizio.beipie&'o@libero-news.it vedere un Paese finiano”.

 (red)

 

 

5. Governo, il gelo tra duellanti diventa stanchezza

Roma - “‘Allora mi fa: "Dammi atto almeno di una cosa: sto passando proprio un compleanno di m..."‘. Campasse un secolo, il dipietrista Massimo Donadi non dimenticherà il momento in cui ieri mattina Silvio Berlusconi ha mollato il banco del governo per raggiungerlo e sfogare con lui, l’acerrimo avversario che l’aveva appena martellato, la sua sofferenza. Misteri psico-politici: sentiva più odio, forse, dalle parti sue che non tra le file nemiche”. Si legge sul Corriere della Sera a firma di Gin Antonio Stella. “Non dev’essere stato facile, ieri, per il Cavaliere, venire a Montecitorio, sedersi al suo posto e restare lì inchiodato. Per ore e ore. In quell’aula che non ama e che era chiamato a omaggiare. Con Roberto Calderoli che in piedi, dietro di lui, i gomiti sullo schienale, pareva Anacleto, il gufo del mago Merlino. E ancora più su, alle spalle, la presenza muta e incombente di Gianfranco Fini. Odio. Dal partito dell’amore traboccava odio. Certo, sia il presidente del Consiglio sia quello della Camera erano arrivati all’appuntamento finale, che l’ex segretario di An aveva definito ‘una sfida all’o.k. corral’, decisi a tenere i nervi saldi. A non ripetere lo scontro di quel giorno di fine aprile in cui andarono alla rissa. Con uno che urlava ‘se vuoi fare il politico lascia la presidenza della Camera!’ e l’altro che strillava: ‘Sennò che fai: mi cacci?’. Gelo, stavolta. Solo il gelo. E la determinazione dell’uno e dell’altro (‘al di là della politica io e Gianfranco siamo amici veri’, disse una volta Silvio) a ignorarsi. A tutti i costi. Fin dall’inizio, quando il capo del governo, costretto a iniziare con la formula di cortesia, ha sì esordito salutando il ‘signor Presidente’, ma girandosi appena appena con una mezza piroetta lo stretto necessario per non guardarlo in faccia. Gelo in aula. Gelo nel Transatlantico, dove i capannelli di deputati erano percorsi da una tensione mai vista. Gelo nei dintorni dei palazzi della politica e perfino nei ristoranti dove, solitamente, anche i più accaniti e malevoli rivali di partito finiscono per diluire l’ostilità davanti ai bucatini. Tirava un’aria che ricordava l’angosciante descrizione di Luigi Pirandello del clima della capitale ai tempi dello scandalo della Banca romana. Parole che sembrano la cronaca di oggi: ‘Dai cieli d’Italia in quei giorni pioveva fango, ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s’appiastrava da per tutto, su le facce pallide e violente degli assaliti e degli assalitori (...) Diluviava il fango; e pareva che tutte le cloache della Città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale (...) dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia’. Perduta prima la scommessa sui ‘quattro gatti’ che avrebbero seguito il cofondatore e poi quella sul gruppo della responsabilità, che lo aveva spinto ad annunciare ‘posso assicurare che non avremo solo una maggioranza: avremo una larga maggioranza’, Berlusconi ha deciso di fare fino in fondo ciò che si era convinto che andasse fatto. E leggere il testo preparato per offrire agli avversari e a se stesso una tregua. E recitare il copione pagina per pagina. A costo di assumere via via un’aria più andreottiana (‘molto è stato fatto, molto resta ancora da fare’) che berlusconiana. Di andare a prendersi le battute ironiche sul taglio delle tasse. Di rischiare le risate, puntuali, nella promessa di finire i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria. E mano a mano che andava avanti, immensamente lontano dal Cavaliere immaginifico degli esordi, quello che Claudio Scajola venerava come ‘il sole al cui calore tutti vogliono scaldarsi’, pareva sempre più cupo. Scuro. Ingrugnito. Arrabbiato con se stesso e col mondo. Mentre Fini, tornato a indossare dopo le pubbliche ‘masaniellate’ i panni del politico freddo che aveva spinto Mario Segni a paragonarlo un giorno ‘al duca Valentino dei Borgia, che aspetta il logoramento di Berlusconi per proporsi come il vero leader della destra’, guardava dappertutto, dai messaggini sul cellulare ai fogli che gli passavano i commessi, tranne la nuca arancione scuro del leader pidiellino che parlava un metro e mezzo più sotto. Finché a un certo momento, a spostare gli occhi dall’uno all’altro, avanti e indietro, mentre cominciava il mitragliamento delle opposizioni (più quello di Mirko Tremaglia, che tentando fieramente di dominare il tremolio del Parkinson ammoniva: ‘Voto contro: avete dimenticato gli italiani all’estero!’) è sembrato di cogliere nei due irriducibili nemici un sentimento comune: la stanchezza. Una stanchezza mortale. Spossante. Logora, l’odio. Sfiancano, mesi e mesi di guerriglia. Disse ai tempi della guerra tra Berlusconi e Bossi l’allora presidente di An: ‘Silvio odia Umberto con tutto il cuore, io non so odiare quanto odia lui’. È ancora così? Mah... Fatto sta che a vederli così, accanitamente risoluti per ore e ore a non lasciare spazio alla loro inimicizia accantonando per qualche mese l’astio e il rancore in attesa di essere entrambi un po’ più pronti ad affrontare le elezioni, pareva di assistere a una ‘ pelea de toros ‘. Quelle sfide peruviane ai piedi dei vulcani dove i tori restano l’uno davanti all’altro per minuti interminabili fingendo di ignorarsi. Assolutamente immobili. Finché di colpo, quando meno te lo aspetti, uno dei due si scaraventa contro l’altro. Esattamente ciò capita quando, dopo aver riso del paragone con Nerone ma essersi via via innervosito al progressivo tambureggiare di Antonio Di Pietro sui paradisi fiscali (‘Lei ne ha fatte ben 64 di società off-shore!’) e ‘lo stupro della democrazia’, inutilmente richiamato dal presidente della Camera a ‘usare un linguaggio più consono’, mentre monta la rabbia dei deputati della destra che urlano di tutto, il capo del governo si volta spazientito verso l’uomo fino ad allora ignorato allargando spazientito le braccia: ‘Allora?’. ‘Presidente Berlusconi, ho già richiamato l’onorevole Di Pietro’. Fine. E fine, per il momento, anche delle ostilità. In attesa di nuovi distinguo. Nuove precisazioni. Nuove rivendicazioni. Conta finale. Ultimi bisticci in Transatlantico. Poi via, basta. Tutti a casa. Con Massimo Donadi ancora incredulo per quanto è successo subito dopo il suo intervento in cui, ironicamente, aveva invitato Berlusconi a imitare, fra le tante promesse, una canzone di Lucio Dalla che ‘suggerisce di fare tre volte Natale’. ‘Mi dice: "ma sei cattivo come sembri?" Gli fo: non mi pare proprio. E lui: "Allora ce l’hai con me?". E attacca a spiegarmi che lui è troppo buono, che anche sua mamma glielo diceva sempre... Finché, dopo aver tirato fuori non so quale storia di campanellini, a un certo punto ha fatto un sorrisone: "dammene atto, un compleanno proprio di..."‘”.

 

 (red)

 

6. Governo, il premier: al primo scherzo si vota

Roma - “‘Quante cose che avrei da dire e che non posso dire, quante cose...’ La giornata più lunga del Cavaliere è anche la più amara, la più laconica, la meno sincera, la meno berlusconiana. Il capo del governo parla in Aula, ma non dice quello che avrebbe voglia di comunicare, quello che ha in cuore, che deve tenersi dentro”. Si legge sul Corriere della Sera. “Finisce di parlare per la prima volta, si rivolge ai suoi, all’ora di pranzo, nei corridoi di Montecitorio: ‘Avete visto, mi sono tenuto, ma andrà tutto bene, non preoccupatevi’. La previsione è sbagliata, andrà tutto male. Il boccone da ingoiare sarà più amaro di quanto previsto, non c’è alcuna autonomia dai finiani, né dagli autonomisti di Lombardo. Non serve la parte che ha recitato, non è servito tradire la propria indole, aver fatto ‘il buono’, assecondando le preghiere di Gianni Letta. A fine giornata il bottino non esiste, Berlusconi stringe in mano un pugno di mosche. Lo confessa al telefono mentre lascia Montecitorio e si ritira a palazzo Grazioli: ‘Mi aspettavo di più’; la delusione, certo, esiste, eccome, anche verso i propri uomini, quei numeri che gli sono stati dati e che non tornano bruciano; ‘si va avanti, ma al primo scherzo si va a votare!’. Sono reazioni a caldo, la botta è incassata in privato, con stile, ma non digerita. Lo stile, proprio quello: glielo ha c hi e s t o r i pet ut a mente Gianni Letta, lo ha convinto a restare in Aula per tutto il dibattito, ‘la forma è sostanza in una giornata come questa, il capo del governo deve avere uno stile, devi restare dentro e ascoltare gli interventi’. Berlusconi lo accontenta, nella forma e nel merito: il discorso lo legge senza digressioni, senza lasciarsi tentare dalla voglia di andare a braccio, mordendosi la lingua per le ingiurie che gli rivolge contro Di Pietro, per le accuse di compravendita di deputati arrivate dal Pd, per le critiche molto dure che in tanti non gli risparmiano. Eppure recitare una parte non serve, almeno non per raggiungere l’obiettivo che a palazzo Chigi si erano prefissi. E poi c’è quell’annuncio arrivato in sostanza dal presidente della Camera, un attimo dopo che lui ha finito di parlare in Aula: la prossima settimana nascerà il nuovo partito di Fini, altra ragione di amarezza. Lui la prende come una provocazione, preferisce non commentare in pubblico. Ma nella stanza di Montecitorio riservata al presidente del Consiglio dice poche parole a chi gli va a fare gli auguri: ‘Fini? Abbiamo ora cose più serie a cui pensare, eppure gli avevo teso una mano e avete visto come sono stato ripagato, poi non dite che sono io che cerco la guerra...’. Un giudizio complessivo sulla giornata, suo malgrado, filtra lo stesso sulle agenzie di stampa. Alle tre del pomeriggio il Cavaliere parlotta qualche minuto con il dipietrista Massimo Donadi, stranamente fra i due c’è un rapporto personale, che in questo caso vale una confessione che può fare titolo: ‘Sto passando un compleanno di merda!’. E dire che la giornata di ieri era stata scelta anche per questo: per farsi un regalo, che invece non è arrivato. Servono a poco i complimenti che gli rivolge di mattina Letta nella stanza del governo, quella soddisfazione per un discorso ‘che hai letto benissimo, in modo quasi perfetto, peccato per quel passaggio sull’autostrada Reggio-Salerno, ci è sfuggito’. È uno dei passaggi che hanno causato maggiori critiche, persino risate, dai banchi dell’opposizione, ma in fondo, all’ora di cena, sono dettagli che scolorano. Così come il fatto che il capo del governo sia riuscito a non cadere nelle provocazioni. All’ora di cena Berlusconi si consola con pochi intimi, alcune deputate che gli sono più vicine, a casa sua. Finalmente un po’ di relax, di compagnia, in una giornata in fin dei conti inutile. Il governo ha la fiducia, ma dovrà subire una golden share da parte di Futuro e libertà. Quanto potrà durare? Il pronostico (al momento inconfessabile) di molti ministri, da Roberto Maroni ad Angelino Alfano, è che non si arriverà alla primavera. Pronostico di cui in privato discute lo stesso premier: ‘Bossi sta già spingendo’, diceva ieri sera, alla fine di un brindisi amaro, nello studio di casa sua”.

 

 (red)

 

7. Fini lancia il partito: dovranno trattare su tutto

Roma - “Basta guardarli in faccia per capire: sorridono tutti, o quasi, i deputati di Futuro e libertà. A un passo dal baratro fino a pochi giorni fa, adesso si godono la vittoria: ‘Senza di noi, semplicemente non hanno la maggioranza’, dice Carmelo Briguglio, mentre Italo Bocchino usa il sarcasmo: ‘Avevano alzato l’asticella a 316 voti, peccato però che ci sono dovuti passare sotto per superarla...’. E se c’è chi, come Fabio Granata, non è riuscito a tenersi e, assieme a Mirko Tremaglia, è arrivato a votare no alla fiducia (beccandosi una strigliata da Fini), anche un esponente dell’ala più moderata del partito come Roberto Menia tira fuori l’orgoglio: ‘Credevano che ci saremmo spaccati? Non hanno capito niente: uno non rompe rapporti pluridecennali a cuor leggero per poi tornare indietro. Sappiano che non tutto si può comprare. Anzi, è probabile che altri deputati e senatori si aggiungeranno a noi’. Se l’atmosfera è questa, si capisce come Gianfranco Fini, subito dopo l’intervento di Berlusconi, abbia potuto annunciare ai suoi riuniti nella sede di FareFuturo che sta per nascere un ‘nuovo soggetto politico’, e che le tappe sono ormai ravvicinatissime: martedì infatti sarà battezzato il ‘comitato promotore’ del nuovo partito che ‘non avrà figli e figliastri’ ma ‘coinvolgerà tutti’ (si parla di ruoli di coordinamento per Urso, Menia, Briguglio, Moffa), il 6 novembre la Convention di Generazione Italia sarà il luogo per mostrare i muscoli, ed entro gennaio (a meno di ulteriori accelerazioni, nel caso di caduta del governo) decollerà il partito vero e proprio. È questa la grande novità scaturita da una giornata che il leader di Fli ha vissuto come un riscatto, un raggio di sole dopo un’estate buia e tempestosa. ‘Volevano emarginarci — ha detto ai suoi, sia a chi chiedeva cautela sia a chi pretendeva la sfiducia —, invece siamo determinanti. Votare la fiducia dopo quel discorso è inevitabile, ma ogni martedì ci riuniremo per esaminare i provvedimenti e valutare il da farsi’, dalla giustizia in giù. Con realismo: ‘Quando Berlusconi ha detto che ama il confronto mi è venuto da ridere...’. E senza illudersi che, da ieri, il quadro politico sia cambiato, perché Fini è convinto che l’offensiva contro di lui e contro i suoi non si fermerà, che la legislatura è fortemente a rischio e che in ogni caso ‘io non potrò più presentarmi alle elezioni alleato con Berlusconi’”. Si legge sul Corriere della Sera. “Per questo c’è stata l’accelerazione sul partito, e l’annuncio proprio nel giorno della fiducia, assieme alla presentazione di una mozione comune con l’Mpa che sancisce la nascita di un nuovo asse. Certo, qualche resistenza nel gruppo ancora c’è: ‘Calma, sta nascendo solo un coordinamento... Il governo è solido’, dicono Ronchi e Consolo, mentre Viespoli si dimette da sottosegretario per guidare il gruppo più ‘moderato’ dei senatori. Ma sembra che la compattezza finirà per prevalere: ‘Quello del partito è un percorso naturale e scontato — dice Menia —. Nei tempi che ci vorranno, dal basso, ma la strada è segnata’. Tanto che si materializza in un momento la richiesta di dimissioni di Fini da presidente della Camera per bocca di Osvaldo Napoli: ‘Non può più esimersi dal farlo’. Richiesta prontamente stoppata dal portavoce di Fini, Fabrizio Alfano: ‘Le dimissioni sono da escludere. Martedì prende il via un processo politico che avrà i suoi tempi, bisognerà vedere chi sarà eletto presidente. Non è detto che sia Fini’. Ma è chiaro che il tema si pone, e non se lo nascondono i finiani: ‘Quando sarà il momento, Fini lascerà’, dicono tutti, e il momento dipenderà da quale sarà il destino della legislatura, perché le mani libere servono a preparare la lotta per la campagna elettorale. Che in fondo sembra già iniziata: ‘Da domani — avverte Bocchino con sorriso minaccioso — esamineremo le leggi per bene, rispettando tutti i passaggi, tutti i tempi, senza fretta... Dovranno trattare con noi su tutto’. E se Berlusconi si arrabbia e fa saltare il banco? Non ha problemi ad evocare il terzo polo Bocchino: ‘Ma lo sapete che noi, l’Udc e l’Mpa assieme al Senato in Sicilia prenderemmo il premio di maggioranza? Non devo spiegarlo io al Pdl che senza quei senatori non si vincono le elezioni...’”.

 

 (red)

 

8. Bossi pessimista sui numeri: meglio il voto

Roma - “Dire che il Carroccio lo avesse sempre pensato, è dire poco: lo scorso 25 agosto Silvio Berlusconi ha impiegato un paio d’ore a convincere Umberto Bossi della necessità di andare avanti anziché alle urne. Eppure, il primo commento del Senatur ha fatto correre lo stesso un brivido sulla schiena di parecchi deputati: ‘I numeri sono limitati, e ora la strada è stretta’. Il leader leghista ha proseguito impietoso: ‘Nella vita è meglio prendere la strada maestra, e la strada maestra era il voto. Berlusconi non lo ha voluto, e ora siamo qui... ‘. Del resto, la frase che il segretario del Carroccio ripeteva nei giorni scorsi, manifestava più una presa d’atto che una fiducia profonda: ‘Berlusconi dice che ha i numeri e io gli credo’. Se ancora ci fosse qualche dubbio sul sentiment che circola tra i leghisti, lo hanno fugato le telecamere di La7, che hanno intercettato una frase di Roberto Maroni pronunciata mentre stava parlando con Nichi Vendola: ‘Secondo me, a marzo si vota’. A complicare le cose, c’è la mozione di sfiducia individuale presentata dal Partito democratico nei confronti di Bossi per la sua interp r e t a z i o n e d e l l ’ a c r o n i mo S.P.Q.R. (‘Sono porci questi romani’). Gianfranco Fini ha convocato i capigruppo per oggi a mezzogiorno, e il Pd ha già annunciato che chiederà di discutere la mozione nei tempi più rapidi possibili. Mentre Idv e Udc hanno già fatto sapere che sosterranno la sfiducia”. Si legge sul Corriere della Sera. “ Sull’argomento, Bossi si dice convinto che un suo eventuale dimissionamento per l’esecutivo non sarebbe un problema: ‘Se passa la mozione, andrò a casa io, ma non cade il governo’. Per poi aggiungere, vagamente minatorio: ‘Si i ncazzerà il Nord, si incazzerà la gente... ‘. Peraltro, il viceministro Roberto Castelli ha già fatto sapere che lui seguirà il ‘Capo’: ‘Se sfiduciano Bossi, non penso proprio che riuscirò a restare in un governo che vede in Parlamento una maggioranza che ha mandato a casa il mio segretario’. Quel che tra tutti i leghisti suscita la somma indignazione è l’ipotesi secondo cui la battuta di Bossi sui romani non sarebbe stata, appunto, una boutade, ma una strategia calcolata per azzoppare la legislatura: ‘Scemenze che diffondete voi giornalisti’. Eppure, la Padania ha rincarato: ‘Quante storie. È il solito Roma ladrona... ‘. Eppure, per il capogruppo leghista Marco Reguzzoni non tutto è perduto: ‘Io sono un ingegnere e faccio i conti con i numeri. I voti di Fli sono 32. E se anche fossero andati contro il governo, la maggioranza sarebbe stata di 310 voti contro 307’. Insomma, conclude, ‘io sono ottimista’”.

 

 (red)

 

9. Napolitano elogia l’Italia unita

Roma - “Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita a Parigi, fa l’elogio dell’Italia unita, intorno alla quale, dice, si fa ‘un uso spregiudicato della storia’. E cita Cavour e Mazzini nel discorso tenuto all’Ecole Normale dopo l’incontro con il capo dello Stato francese, Nicolas Sarkozy”. Scrive Marzo Breda sul Corriere della Sera. “È un lungo tragitto, quello che il capo dello Stato ricostruisce con un denso intervento all' École Normale Supérieure, una delle eccellenze francesi, nella sua seconda giornata a Parigi, dopo un incontro di lavoro con il presidente Sarkozy. Il tema dell'incontro dovrebbe indurre a concentrarsi in particolare sulla ‘rivoluzione diplomatica’ attraverso la quale Cavour, pur tra qualche travaglio, concepì il suo disegno. Ma Giorgio Napolitano, che pure analizza storicamente le coordinate europee entro le quali maturò la parabola risorgimentale, lo usa per proiettarsi sul presente e l a nci a r e un a l l a r me. Con la premessa che la Costituzione gli impone, tra l'altro, il potere/dovere di ‘rappresentare l'unità nazionale’. Ora — dice — se tale compito è la ‘stella polare’ del ruolo affidatogli dal Parlamento e la ‘ragione prima’ del suo impegno per il 150° anniversario dello Stato, a maggior ragione sente l'urgenza di denunciare troppe cose che non vanno, in questa vigilia nella quale i valori dell'unità dovrebbero essere fuori discussione. E cioè ‘sia il persistere e l'acuirsi di problemi reali rimasti irrisolti, sia il circolare di giudizi sommari (in alcuni casi, fino alla volgarità) sul processo che condusse alla nascita dello Stato unitario e anche sul lungo periodo successivo, dal 1861 a oggi’. Secondo lui, insomma, ‘siamo in presenza di tensioni politiche, di posizioni e manovre di parte, di debolezze e confusioni culturali, di umori ostili, che ruotano attorno alla questione dell'unità nazionale e che le istituzioni repubblicane debbono affrontare’. Cogliendo appunto l'occasione del Giubileo laico per un ‘autentico esame di coscienza collettivo, che unisca gli italiani nel celebrare il momento fondativo del loro Stato’. Difficile non vedere un riferimento alla Lega, freddissima su tutto ciò che è rilancio della patria, nell'inventario delle interessate sgangheratezze. Ma il presidente va più in là, nel descrivere le proprie ‘preoccupazioni’. E allarga il tiro su un certo revisionismo storico spregiudicato (oltre che ‘piegato alle contingenze della polemica politica’ (...)”

 

 (red)

 

10. “Gridare alla secessione è fazioso e insostenibile”

Roma - “‘Meglio così’. Ieri mattina, con parecchie ore di anticipo sul voto di fiducia espresso dalla Camera dei Deputati, Giorgio Napolitano si era già permesso di confessare una specie di cauto sollievo anticipato che in quel momento suonava anche come un auspicio. Lo ha fatto uscendo dalla Maison d’Italie, nella Cité Universitaire, dove era arrivato tardi proprio per seguire alla tv il discorso di Silvio Berlusconi. ‘Non so verso cosa si vada, perché non sono riuscito a finire di ascoltare l’intervento di Berlusconi’, si era cautelato al suo arrivo, uscendo dalla macchina presidenziale, con una battuta che offriva un quadro plastico della sua forte preoccupazione”. Si legge sulla Stampa. “Ma poi, mezz’ora dopo, passato mezzogiorno e terminato l’incontro con quello spicchio di comunità italiana presente nella capitale francese, a chi gli ha fatto notare che, secondo tutte le previsioni, la maggioranza sarebbe stata in grado di scongiurare, per ora, un ricorso anticipato alle urne, il presidente non ha nascosto il suo sollievo, accompagnandolo, tuttavia, con una nota di prudenza. ‘E adesso -ha aggiunto- spero bene che ne avremo la conferma stasera anche nel voto e poi nel prosieguo, nello sviluppo successivo, dei rapporti politici e parlamentari’. Infine ha concluso: ‘Dal punto di vista di chi ha il dovere di garantire la stabilità delle istituzioni, la continuità della vita istituzionale e il proseguimento della legislatura, è meglio così’. Il senso di questa dichiarazione è piuttosto chiaro e può essere riassunto con queste parole: speriamo che questa tregua tenga e, soprattutto, che produca risultati positivi in termini di una duratura stabilità politica e di una feconda attività legislativo- parlamentare. Si è trattato di un auspicio che, come è evidente, non esclude il permanere di una vena di preoccupato scetticismo. Del resto, lo stato di tensione che stava vivendo in quelle ore il presidente era testimoniato anche da una sua piccata critica -ancora più piccata da parte di alcuni componenti il suo staff- al modo in cui i giornali italiani avevano dato notizia, proprio ieri mattina, della lettera scritta per suo conto dal segretario generale del Quirinale ai genitori di Adro sulla vicenda dei simboli leghisti nella scuola locale. ‘Non ho fatto nessun intervento -ha precisato Napolitano, rivolgendosi ai giornalisti presenti.- Ho solo preso atto dell’intervento con cui il ministro ha sollecitato la rimozione di quei simboli’. Era del tutto evidente il timore del presidente che la lettera, presentata -come in effetti era- in termini anti-leghisti, potesse essere strumentalizzata ai fini di aumentare la conflittualità politica in un momento così delicato. E tuttavia, l’irritazione presidenziale nei confronti della Lega (del nord e del sud) è riemersa con forza più tardi, nel pomeriggio, quando Napolitano ha letto all’Ena il testo di un intervento sul centocinquantesimo anniversario dell’unificazione nazionale che era stato preparato in anticipo. È difficile pensare che il presidente ce l’avesse con la posizione liquidatoria sul Risorgimento espressa da storici come Adolfo Omodeo all’inizio del secolo scorso, oppure contro l’idea gramsciana di ‘rivoluzione passiva’ o quella gobettiana di una ‘rivoluzione mancata’, quando si è scagliato contro il ‘persistere di giudizi sommari (in taluni casi fino alla volgarità) sul processo che condusse alla nascita del nostro Stato unitario e anche sul lungo processo successivo’. O quando ha denunciato la presenza ‘di posizioni e manovre di parte’ e di ‘umori ostili che ruotano attorno alla questione dell’unità nazionale’. E ancora quando ha definito ‘storicamente insostenibili e obiettivamente inimmaginabili’ certe ‘rumorose grida di secessione’ che appaiono ‘chiaramente faziose e mistificatorie’. Sparata questa bordata, Napolitano si è recato all’Eliseo per parlare con Nicolas Sarkozy di ‘partenariato’ europeo. Oggi il presidente concluderà la sua missione francese con una visita all’Ocse”.

 

 (red)

 

11. Melfi, no del giudice al ricorso Fiom

Roma - “‘Inammissibile’. Non entra nel merito della questione, il giudice Emilio Minio, spiega che andrebbe oltre le sue competenze . Che la Fiom, in altre parole , n o n avrebbe dovuto rivolgersi nuovamente a lui. Come, nella sempre più intricata vicenda dei tre operai licenziati a Melfi e reintegrati su provvedimento d’urgenza firmato dallo stesso magistrato, sostenevano i legali della Fiat”. Si legge sul Corriere della Sera. “Prima sconfitta per i metalmeccanici Cgil e prima vittoria per il Lingotto? Sarebbe improprio metterla così. E la ragione è esattamente questa: la partita qui si è giocata su questioni appunto di diritto, non di sostanza. Di quello — della sostanza — sarà sempre il Tribunale di Melfi a occuparsi, nel processo ordinario che partirà il 6 ottobre. Il risultato dell’’inammissibile’ di ieri però non si presta a equivoci. Il ricorso Fiom è respinto. Anche se, com’era prevedibile, gli uomini di Maurizio Landini non hanno intenzione di mollare. Prendono ‘serenamente atto’ del verdetto e annunciano subito la contromossa: si rivolgeranno ancora alla magistratura, assicurano, per chiedere ‘un atto di precetto e l’esecuzione forzata dell’ordine di reintegro’”. Si legge sul Corriere della Sera. “ È questo, fin qui, il nodo giudiziario della vicenda. Come tutto sia partito è noto. Sera di luglio, stabilimento Fiat-Sata, clima surriscaldato dal ‘post Pomigliano’. Nella fabbrica campana sono al lavoro più o meno 1.800 operai. Qualche decina di loro si riunisce in assemblea. Gli altri continuano a lavorare. Fino a quando, però, uno dei robot che riforniscono le linee di produzione si ferma. Anzi: ‘Viene volontariamente bloccato’, accusa l’azienda, dai tre operai (Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino, Marco Pignatelli) che subito dopo vengono licenziati. ‘È tutto falso, ci colpiscono solo perché due di loro sono nostri delegati e il terzo un iscritto’, contrattacca la Fiom. Che chiede al giudice il reintegro immediato. Lo ottiene il 10 agosto. Ma è un provvedimento d’urgenza, l ’ i s t r ut t ori a è f orzat a mente sommaria. E parte il nuovo scontro. In attesa della causa di merito, la Sata reintegra effettivamente i tre operai. Però solo nello stipendio e nei diritti sindacali: al lavoro non sono ammessi. ‘Prassi normale’, per l’azienda. ‘Violazione dell’ordine del giudice’, per la Fiom. Che chiede allo stesso giudice, Minio, l’interpretazione autentica. La risposta di ieri è chiara: la richiesta — traducono i legali Fiat — esula dal nostro ordinamento processuale. Lo scontro si trasferisce ora in altre aule giudiziarie. Quella cui gli uomini di Landini si rivolgeranno per ‘l’esecuzione forzata del reintegro’ completo, e soprattutto quella che il 6 ottobre inaugurerà il processo vero e proprio. Un assaggio dello stato del clima tra Fiom e Fiat lo si avrà però già il giorno prima. A Roma il responsabile delle relazioni industriali del Lingotto, Paolo Rebaudengo, farà il punto con i sindacati sul progetto Fabbrica Italia. Ci sarà anche la Fiom, questa volta, come conferma Landini: ‘E lì vedremo cosa Fiat ha da dire’. In realtà lo sa già: Torino ribadirà l’impegno ai 20 miliardi di investimenti in cinque anni, ma a patto che sia garantita ‘la governabilità delle fabbriche’. In caso contrario tutto tornerebbe in discussione. Stabilimento per stabilimento”.

 

 (red)

 

12. In Italia crescita fiacca anche nel 2011

Roma - “Crescita lievemente superiore alle ultime previsioni quest’anno (all’1,2 per cento), fiacca nel 2011 (all’1,3 per cento) deficit stabile al 5 per cento, debito al 118,5 per cento. Per caso o voluta coincidenza, il ministero del Tesoro pubblica il ‘documento di finanza pubblica’ in un giorno importante al di qua e al di là delle Alpi. A Roma c’è il voto di fiducia per il governo, a Bruxelles si stringe sul nuovo Patto di stabilità europeo. La premessa del documento - 58 pagine in tutto - ne circoscrive il peso: ‘È il primo e l’ultimo atto del suo genere. Il primo perché è entrata in vigore l’anno scorso. L’ultimo perché è destinato ad essere sostituito da un diverso e più articolato apparato di matrice europea’. Eppure, con i mercati nuovamente nervosi e di fronte alle difficoltà del governo, mai come ora il quadro dello stato dei conti pubblici è decisivo per orientare gli investitori internazionali e far capire cosa ci riserva il futuro”. Si legge sulla Stampa. “Un esempio su tutti, la pressione fiscale: benché il premier, non più tardi di ieri, abbia promesso un suo calo entro la fine della legislatura, i tecnici del Tesoro stimano che quest’anno sarà stabile al 42,8 per cento, nel 2011 scenderà al 42,4 per cento, nel 2012 risalirà al 42,6 per cento del prodotto interno lordo.Non è difficile capire il perché di questi numeri. La crescita quest’anno sarà dell’1,2 per cento, due decimali in più rispetto alle ultime previsioni ma ancora molto al di sotto della locomotiva tedesca. Nel 2011 il Pil è previsto a +1,3 per cento, solo nel 2012 al 2 per cento. La stima, scrive il Tesoro, è fiacca anche per via di quel che accadrà nel prossimo trimestre: ‘La crescita va consolidandosi, ma nel corso dell’estate sono emersi alcuni segnali di decelerazione degli scambi internazionali in alcune aree tra cui gli Stati Uniti. Si pensa che questo possa tradursi in una leggera e temporanea moderazione della crescita anche in Italia a partire dal quarto trimestre di quest’anno’. Da qui la decisione di rivedere al ribasso (per l’esattezza di due decimali) la precedente stima di crescita nel 2011. Fanno la loro parte, in negativo, gli ancor deboli consumi delle famiglie: quest’anno cresceranno solo dello 0,5 per cento, nel 2011 dello 0,8 per cento, solo nel 2012 segneranno +1,7 per cento. Con numeri così incerti, inutile sperare in un calo netto di deficit e debito pubblico. Quest’anno resteranno rispettivamente stabili al 5 per cento e al 118,5 per cento del prodotto interno lordo. La discesa del deficit, lenta, è prevista per il 2011 e il 2012: per allora il governo conta di averlo rispettivamente al 3,9 e 2,7 per cento. Per il debito il calo è rimandato di due anni: nel 2011 è previsto al 119,2 per cento, nel 2012 al 117,5 per cento, al 115,2 per cento nel 2013. Sempre che nel frattempo - la Dfp non ne fa cenno - il governo non decida per gli ulteriori e ‘rapidi sforzi’ che ieri il commissario europeo agli affari economici ha chiesto ai Paesi ad alto debito. Per dare la dimensione del problema, giovi ricordare quanto paghiamo e pagheremo in assoluto per onorare il servizio del debito. Quest’anno costerà in interessi più di 72 miliardi di euro, nel 2011 saranno 75 miliardi e 670 milioni, nel 2012 supereremo gli ottanta. Con quella cifra si potrebbe finanziare i due terzi dell’intera spesa sanitaria, nel 2012 stimata in 119 miliardi. A garantire la tenuta dei conti nel lungo periodo ci pensano le pensioni: grazie all’ultima riforma, la curva della spesa, che oggi pesa per il 15,3 per cento del Pil, dal 2021 e fino al 2026 scenderà al 14,8 per cento. Dalla disoccupazione non dovrebbero arrivare cattive sorprese: il Tesoro la stima stabile all’8,7 per cento quest’anno e il prossimo, all’8,6 per cento e all’8,4 per cento nel 2012 e 2013.Colloquio a due alla Camera, tra il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e il presidente della Puglia, Nichi Vendola, sui conti della regione. Terminato il discorso del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, Tremonti e Vendola si sono fermati a parlare in Transatlantico. ‘Questo incontro - ha poi spiegato Vendola - c’è stato perchè c’è un tavolo tecnico e politico in cui c’è stato un duro confronto sui conti della regione. Tremonti ha detto che dobbiamo parlarne perchè non ci sono nè fatti personali nè politici e che pone solo il problema dei conti ed io ho lo stesso obiettivo’. L’incontro, aggiunge Vendola, è stato ‘molto significativo. Avere un rapporto con le istituzioni per me è fondamentale. Prima di essere un leader politico sono il Governatore di una grande regione’”.

 

 (red)

 

13. La Spagna si ferma contro il rigore firmato Zapatero

Roma - “‘Vado al lavorare’, diceva ieri mattina, alla Camera, il premier socialista Zapatero. Ma bastava vedere il suo sguardo mesto per capire che lo sciopero generale di 24 ore contro la sua indispensabile stangata del maggio scorso è stata una Waterloo”. Si legge sulla Stampa. “La manovra prevede tagli da 15 miliardi per ridurre il deficit pubblico dall’esorbitante 11,2 per cento del Pil, tagliando i salari dei dipendenti pubblici e congelando le pensioni, più la riforma del mercato del lavoro che riduce il costo dei licenziamenti, inoltre viene minacciato l’aumento dell’età pensionabile da 64 anni a 67. Allo sciopero, secondo i sindacati, hanno aderito il 70 per cento dei lavoratori. Zapatero sta ottenendo risultati apprezzabili, ma hanno incrociato le braccia 10 milioni di lavoratori. Lo sciopero, con manifestazioni in tutto il Paese, ha avuto anche un corollario di violenza. Ieri ci sono stati scontri con la polizia a Madrid e a Barcellona, seguiti da più di 100 arresti. Hanno continuato a funzionare i collegamenti essenziali di treni e aerei. Ma si sono fermate l’industria e la distribuzione. E l’indicatore base, il consumo dell’elettricità, è caduto del 21,2 per cento.Effetti della sciopero? Zapatero, col 20 per cento di disoccupati, si trova di fronte a un’alternativa che rischia di tradursi in un suicidio politico qualunque cosa scelga. Se continua a risanare i conti pubblici, come ha promesso all’Unione europea, si giocherà buona parte dell’elettorato nelle politiche del 2012. Se invece dà ragione ai sindacati rovina la sua credibilità davanti ai mercati ed espone la Spagna a una crisi finanziaria come quella della Grecia. Nella penisola iberica anche il Portogallo è in piena austerity: ieri il governo di Lisbona ha varato tagli agli stipendi del 5 per cento per contenere la spesa pubblica a partire dal 2011 e ha deciso un aumento dell’Iva dal 21 al 23 per cento”.

 

 (red)

 

14. Tagli al debito, Bruxelles svela le nuove regole

Roma - “La Commissione europea del portoghese Josè Manuel Barroso ha annunciato le sue proposte di riforma del Patto di stabilità e di crescita introducendo nuove regole e sanzioni molto dure per l'Italia e per gli altri Paesi dell'Eurozona con debito o deficit eccessivi. Una mega-manifestazione dei sindacati europei a Bruxelles, collegata con altre proteste in varie capitali europee, ha però contestato queste politiche Ue di austerità e ha chiesto interventi di sviluppo e contro la disoccupazione dilagante. Immediato è arrivato l'appoggio alle proposte della Commissione della cancelleria tedesca Angela Merkel, principale promotrice della linea del rigore nei conti pubblici per evitare il ripetersi del rischio di insolvenza della Grecia in una Eurozona preoccupata dai casi Irlanda e Portogallo”. Si legge sul Corriere della Sera. “I commissari hanno accettato solo due delle attenuazioni chieste dell'Italia e da altri Stati con alto debito. Viene di fatto dilazionata dopo tre anni la procedura sanzionatoria e verrà valutato il ‘debito allargato’ considerando anche quello privato come fattore attenuante (l'Italia sale da ‘maglia nera’ fino alla media dell'Eurozona se si giudica la sostenibilità complessiva). In pratica una eventuale sanzione potrebbe partire soltanto considerando l’intero triennio 2011-2013. Resta l'obbligo di ridurre l'indebitamento dello Stato ogni anno di un ventesimo della parte eccedente il 60 per cento del Pil. Il governo di Roma, che nel 2010 prevede di arrivare al 118 per cento del Pil, dovrebbe tagliare oltre 40 miliardi l'anno rischiando effetti recessivi e tensioni sociali. Il commissario per gli Affari economici, il finlandese Olli Rehn, ha detto a Sky Tg24 che la stretta sul debito ‘costerà molto’ all'Italia, ma la ritiene ‘necessaria’ e terrà conto di ‘alcuni fattori rilevanti, compreso il debito privato, nel caso abbiano un impatto sul debito pubblico’. Ora le proposte della Commissione passano all’esame dei governi. Il ministro dell' Economia Giulio Tremonti, nell'Eurogruppo/Ecofin informale di oggi e domani a Bruxelles, chiederà modifiche sulla riduzione del debito. Anche la Francia si oppone alla linea dura della Germania perché non intende delegare agli euroburocrati di Barroso l'applicazione ‘quasi automatica’ delle sanzioni. Spagna e Belgio appoggiano i frenatori. In più la folla di manifestanti (100 mila per gli organizzatori, 50 mila per la polizia), invadendo il quartiere europeo della capitale belga, ha indebolito ulteriormente le proposte della Commissione. Barroso ha replicato alle critiche sostenendo che ‘debiti e deficit sono antisociali perché non permettono la spesa nei settori dove c'è bisogno’. I dimostranti hanno espresso convinzioni opposte accusando Bruxelles di aver favorito l'uso del denaro pubblico per i salvataggi bancari invece che per frenare la disoccupazione. Si sono sentiti slogan come ‘licenziamo tutti i politici’ e ‘basta con le banche tossiche’. Eurodeputati socialisti si sono uniti ai manifestanti. Anche dal centrodestra hanno contestato le proposte più dras t i c he del l a Commissione. L'eurodelegazione del Pdl le ha definite ‘un danno per l'Italia’. Roma potrebbe subire una multa dello 0,2 per cento del Pil (pari a oltre 3 miliardi di euro) per deficit eccessivi e dello 0,1 per cento del Pil (circa 1,6 miliardi) per squilibri di competitività”.

 

 (red)

 

15. Come il virus della City si è insinuato nei giovani

Roma - “Il crollo del settembre 2008 fu un evento silenzioso. Sugli schermi di mezzo mondo, collegati in rete allo stesso portale Bloomberg, alcuni numeri cambiarono di poche unità e guadagnarono un meno davanti. Fu uno stravolgimento dapprima virtuale, segnalato da minuscole variazioni in una colonna di parametri”. Scrive Paolo Giordano sul Corriere della Sera. “Niente a che vedere con il fragore delle ondate di piena nel Sudest asiatico, con il fumo nero levatosi dalle Torri accartocciate o con gli squarci osceni aperti nei palazzi dalle scosse sismiche. Ciò che vedemmo al telegiornale il giorno dell’inizio ufficiale della Crisi economica fu soltanto una fila mesta e silenziosa di impiegati in maniche di camicia che uscivano da uno dei tanti grattacieli cangianti di Wall Street, imbracciando scatoloni contenenti i loro pochi effetti personali. Eppure, la preoccupazione malcelata dei commentatori esperti e i titoli — quelli sì, roboanti — che uscirono in testa ai quotidiani il mattino seguente diedero anche a noi giovani e inesperti la sensazione che un disastro fosse davvero accaduto, un disastro paragonabile ad altri cui la storia recente ci aveva già abituato. Forse, ancora più grave. A distanza di due anni la Crisi miete ancora vittime, come la contaminazione radioattiva dopo un’esplosione nucleare. Dai piani alti del Financial District di New York, dalle trappole telematiche in cui covava, il dissesto è colato velocemente sul resto del mondo ed è arrivato a lambire i piedi di ognuno: se non ha colpito direttamente, ha riguardato il vicino di casa o un parente di terzo grado. L’origine della sciagura, tuttavia, sfugge ancora ai più ed è probabile che se qualcuno intervistasse delle persone per strada sulla sua genesi, riceverebbe risposte confuse, approssimative: ‘Qualcosa che ha a che fare con i mutui’, ‘le solite porcherie delle banche’, ‘le Borse, in America...’. Orientarsi non è facile, neppure se ci si mette d’impegno. Le pagine economiche dei giornali utilizzano spesso uno scoraggiante linguaggio per iniziati e il gergo finanziario, a dispetto della semplicità di molti dei concetti che esprime, è fra i più compositi e in frenetica evoluzione: hedge fund, leve, future, cartolarizzazioni, bolle, rating, spread, swap... Si ha quasi l’impressione che il possesso dello sterminato glossario specifico equivalga al controllo della materia stessa. L’essenza dei fatti, intanto, rimane in ombra, nascosta al sicuro dietro una cascata di neologismi. Per fortuna, dopo il tempo minimo di reazione allo shock e il tempo minimo richiesto per terminare una buona traduzione, arriva la letteratura a soccorrerci nella nostra ignoranza. Due libri, altrettanto importanti e in qualche misura complementari, sono arrivati quest’anno dal mondo anglosassone. Alcuni mesi fa è uscito per Einaudi Stile Libero Union Atlantic di Adam Haslett, che si addentra senza paura nelle dinamiche del colosso economico più imponente del pianeta, la Federal Reserve Bank di New York. Più di recente, Elliot ha pubblicato la risposta inglese a Union Atlantic: il romanzo Questa città che sanguina del giovane Alex Preston, ambientato a Londra, nella City, l’altra grande e criminale incubatrice della Crisi economica. Mentre Haslett non risparmia al lettore le descrizioni scrupolose degli azzardi compiuti dai colletti bianchi newyorchesi, lasciandolo talvolta con una sensazione di ubriachezza e timore, Alex Preston — che ha lavorato nel settore finanziario e forse non sente il bisogno di esplicitare tutto lo studio alla base del romanzo — si addentra di rado nella specificità delle operazioni economiche, per concentrarsi maggiormente sulla storia intima e commovente di Charles Wales e di come la City, la ‘città che sanguina’, l’abbia divorato. Charles si è appena laureato e conduce una vita felice insieme all’amica-amante Vero e a Henry. Le loro sortite notturne, il loro delicato triangolo amoroso, la loro spensieratezza hanno qualcosa di addirittura affettato nel volere assomigliare a tutti i costi al solito ritratto dei giovani bohémiens. Ma qualcosa tormenta Charles: è l’unico squattrinato dei tre e la sua condizione di necessità gli provoca imbarazzo. Osserva con invidia i coetanei che lavorano nella City, ‘squali affamati e violenti’ che viaggiano in Maserati e pasteggiano a Crystal grazie agli stipendi esagerati, alle stock option e a ‘bonus che sembrano numeri di telefono’. È tempo di vacche grasse a Londra, è l’inizio del Nuovo Millennio, l’apice schizofrenico della finanza creativa. Vero si è già tuffata nel businness e Charles la segue, sebbene la veda stressata e infelice e sebbene Henry l’abbia messo in guardia: ‘Quel tipo di lavoro non fa bene all’anima’. Cominciano per lui mesi di veglie in ufficio, sorretto da litri di caffè concentrato, ore e ore davanti a un monitor a tenere d’occhio le quotazioni, mentre su un’altra finestra è aperto il sito di Harrods Estate che vende ville con i campi da tennis a Kensington. Tutti i colleghi di Charles alla Silverbitch sono galvanizzati dal successo, le prospettive di guadagno sembrano sconfinate. Solo Madison, l’analista bruttina, è terrorizzata da una simile smania: come Cassandra, preconizza scenari apocalittici e come Cassandra non viene ascoltata e farà una brutta fine. La Crisi dei mutui subprime, puntuale, arriva e coglie Charles quando ha già perso l’amore, le amicizie e se stesso. La narrazione di Alex Preston è rapida, mai prosciugata nell’emozione dalla complessità del mondo che racconta. Se qua e là scivola nel moralismo, poi se ne allontana subito. Questa città che sanguina si legge senza staccare gli occhi, trascinati dalla travagliata relazione fra Charles e Vero, fra Charles ed Henry, fra Henry e Vero, mentre la City feroce incombe su di loro. Passato e futuro non esistono, esiste solo presente: un’azione dopo l’altra, senza memoria o previsione, proprio come avviene nella speculazione selvaggia. La volatilità dei titoli azionari è la stessa che infetta i rapporti umani. Preston, senza svelarsi immediatamente, riesce nell’impresa difficilissima e già molte volte fallita di raccontare una generazione che oscilla ‘tra speranza e disperazione, avidità e paura’, inseguendo traguardi che il più delle volte aggiungono sofferenza alla sofferenza. I mostri allegorici delle nostre anime irrequiete sono i portfolio manager di Londra, che agiscono guidati da un istinto animale, il loro unico scopo quello di cibarsi: soldi, soldi e ancora soldi. ‘È pazzesco questo mercato. È brutale. È proprio brutale, porca puttana’. Ora qualcuno dice che la Crisi è passata. Basilea 3 ci rassicura. Promette di imporre limiti severi sulle speculazioni finanziarie, di vegliare affinché le ‘porcate’ del passato non si ripetano uguali, di mettere le briglie ai cavalli impazziti della City londinese e di Wall Street. Un’economia più noiosa e assennata, insomma, attorno alla quale possano svilupparsi forme di vita più pacate e soddisfacenti. Ma Alex Preston sembra non avere altrettanta fiducia: mentre siamo ancora impegnati a contare le perdite sul campo, la creatura viscida e tentacolare della finanza si è già rinvigorita, trova nuovi anfratti dove insinuarsi, stende i suoi arti mollicci e si avviluppa a noi, che non siamo in grado di vederla. Ce ne accorgeremo di nuovo, quando sarà troppo tardi”.

 

 (red)

 

16. Pakistan, la centrale del terrore

Roma - “‘L'Europa rischia una strage come quella di Mumbai nel novembre 2008, che fece 195 morti con una serie di attacchi di commandos, colpendo simultaneamente diversi bersagli della metropoli indiana, grandi hotel e altri luoghi pubblici affollati’”. Si legge su Repubblica. “Il nuovo allarme giunge dagli Stati Uniti, sulle colonne del Wall Street Journal, che lo attribuisce a ‘esponenti dell'Amministrazione’. La stessa Janet Napolitano, che dirige il superministero della Homeland Security, nei giorni scorsi aveva ammonito che simili azioni di commandos contro luoghi pubblici sono una preoccupazione prioritaria. La Napolitano nonavevafatto riferimento alle ultime rivelazioni di Londra sui preparativi di attentati contro diversi paesi europei. Sarebbeproprioquestalaspiegazione dell' escalation diraid che la Cia ha effettuato in Pakistan con l'utilizzo di droni, gli aerei senza pilota. Uno studio della NewAmerica Foundation rivela che solo nel mese di settembre ci sono stati 20 bombardamenti di droni, un rè-. cord. Si spiega con la convinzione della Cia che proprio in Pakistan si trovino i "santuari" di al Qaeda dove si stavano preparando gli attentati contro Gran Bretagna, Francia, Germania. Tuttavia anche in Americala "strategia dei droni" è circondata da scetticismo. Si ricorda un'analisi critica pubblicata a maggio dall'esperto legale Philip Alston per l'Onu. Alston scrisse che l'uso dei droni per operazioni "chirurgiche" volte a eliminare i capi di al Qaeda è ad alto rischio in quanto si basasuun'intelligence lacunosa, e inoltre i raid sono telecomandati da basi lontanissime. ‘Poiché gli operatori distano migliala di miglia dal fronte di guerra - ammoniva Alston - e operano solo davanti agli schermi dei loro computer, c'èil rischio disviluppare un'attitudine a uccidere come se si giocasse con la Playstation’. Parole pesanti, che ricordano le stragi di civili avvenute sia in Afghanistan sia in Pakistan, col risultato di aumentare l'ostilità delle popolazioni locali contro gli Stati Uniti e la Nato. Che il Pakistan sia il vero anellodebolenellalotta al terrorismo, lo ha confermato il libro-inchiesta di Bob Woodward "Obama's War". Ricostruendo i dibattiti interni che sfociarono nell'escalation militare afgana, Woodward cita una frase pronunciata dal presidente: ‘Dobbiamo aver chiaro questo, il vero cancro è il Pakistan’. Parole che tornano di attualità con le rivelazioni sul braccio diferro trai'esercito pakistano e le autorità civili. Il New York Times in un reportage da Islamabad riferisce che i vertici militari, furiosi per l'inefficienza nel soccorrere le vittime delle inondazioni e preoccupati per il tracollo dell'economia, stanno premendo per un profondo rimpasto del governo. Nel lungo termine l'esercito punta a ottenere anche le dimissioni del presidente AsifAli Zardari e dei suoi principali collaboratori. I vertici militariperò sarebbero riluttanti a organizzare un golpe, per non assumersi la gestione diretta della crisi economica, in una fase dove il loro ruolo è già delicato nella campagna contro i Taliban. La stampa pachistana ha raccontato di una "resa dei conti" avvenuta lunedì scorso quando il capo delle forze armate, generale Ashfaq Kayani, ha affrontato il presidente Zardari e il premier Yousaf Gilani, accusandoli di incompetenza e corruzione. Il duro confronto si sarebbe concluso con un ultimatum del generale, chevuole le dimissioni di molti ministri sotto indagine per cormzione. La crescente divaricazione tra potere civile e militare si accompagna alla sfiducia degli americani verso il presidente Zardari. Richard Holbrooke, l'inviato speciale di Barack Obama per il Pakistan e l'Afghanistan, ha detto pubblicamente che la comunità internazionale non può farsi carico di tutti gli aiuti per la ricostruzione delle zone devastate dalle recenti inondazioni: una chiara allusione all'incapacità del governo locale e allo sperpero di risorse. La credibilità del governo pachistano ha toccato il fondo proprio in occasione delle alluvioni, quando Zardari scelse di andarsene nel suo castello in Francia mentre milioni di suoi concittadini erano costretti ad abbandonare intere regioni del Paese. Però, conclude il New York Times, ne l'Amministrazione Obama ne i militari hanno un'alternativa né possono prendersi la responsabilità di dare la spallata finale a Zardari”.

 

 (red)

 

17. Rai, nessun stop a Santoro

Roma - “Al momento nessuna sanzione o stop per Michele Santoro, per il suo intervento nell’anteprima della prima puntata di Annozero per il «Vaffan..bicchiere»: dopo un «lungo e articolato dibattito» in consiglio, dove è stato riproposto il video dell’affondo del conduttore, il direttore generale Mauro Masi si è riservato di avviare l’iter di una procedura disciplinare”. Si legge sulla Stampa. “Ma in serata lo stesso dg ha fatto sapere che eserciterà le proprie prerogative, «per altro confermate dallo stesso Consiglio di Amministrazione», «nella maniera più tempestiva». Ieri il consiglio ha anche approvato a maggioranza la circolare sul contraddittorio e l’imparzialità nei talk show, la stessa che limita il pubblico attivo e chiede obiettività ai conduttori. Un documento che però il consigliere Nino Rizzo Nervo considera «inapplicabile» e che il segretario Usigrai Carlo Verna invita a disattendere. La circolare Masi è passata a maggioranza, con cinque voti a favore , tre contrari (i tre della minoranza) e l’astensione del presidente. Garimberti perché la delibera comunque faceva riferimento al pluralismo”.

 

 

 (red)

 

18. Operato 6 volte per un errore

Roma - “Era entrato in ospedale per l’asportazione di un rene, minato da un tumore. Ma durante l’intervento gli hanno chiuso un’arteria sbagliata e lui, dopo 36 giorni di agonia e sei interventi chirurgici, è morto tra dolori lancinanti. L’arteria mesenterica, quella che irrora organi vitali, è stata pinzata al posto dell’arteria renale. La vittima, morta dopo una lunga sofferenza, fisica a psicologica, è un ristoratore dei Castelli Romani di 52 anni, Virgilio Nazzarri, sposato e padre di due ragazzi. Sotto accusa un chirurgo generale dell’ospedale romano Villa San Pietro Fatebenefratelli, il medico che per sei volte, secondo i legali della famiglia, lo ha operato, ‘sfilandogli, come fosse un animale, organo dopo organo: due tratti dell’intestino, la milza, la colecisti e il pancreas’. Al momento il fascicolo aperto dalla procura di Roma per omicidio colposo è contro ignoti”. Si legge su Repubblica. “‘Doveva essere operato per un tumore al rene - ha dichiarato la moglie della vittima attraverso il legale Francesco Lauri - Ma durante l’operazione è successo qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere. Adesso Virgilio non c’è più e prima di morire ha sofferto come poche persone al mondo. È stata una tortura, non c’era calmante che potesse alleviare le sue pene’. Virgilio Nazzarri è morto lo scorso 23 settembre nel reparto di chirurgia. L’uomo era stato ricoverato il 16 agosto per sottoporsi a una nefrectomia (l’asportazione di un rene sede di tumore) ma nei giorni successivi ha subito altri cinque interventi a seguito di un processo necrotico irreversibile, ‘causato dalla chiusura di un’arteria sbagliata’, secondo gli avvocati della famiglia, Francesco Lauri e Giovanna Zavota. Dopo l’intervento per l’asportazione del carcinoma invece, secondo la direzione del Villa San Pietro ‘sono subentrate, durante il decorso clinico, ulteriori complicanze di natura vascolare che, a cascata, hanno determinato la necessità di successivi interventi ma non risolutivi. Il paziente è stato seguito con competenza e continuità per tutta la degenza in ospedale’. L’autopsia, eseguita martedì, avrebbe rilevato invece la chiusura dell’arteria mesenterica ‘scambiata per quella renale. Cosa che - spiega Antonio Rizzotto, primario di Urologia all’ospedale Belcolle di Viterbo e consulente della famiglia, presente all’esame autoptico - ha determinato la necrosi di buona parte dell’intestino dal duodeno sino al colon e di parte del pancreas. Questa era una lesione che si poteva riparare solo in sala operatoria’. Che si tratti di un ‘incredibile errore chirurgico’ ne è convinta l’accusa. ‘La prima anomalia - dicono infatti i legali - è consistita nel ricoverare il paziente nel reparto di chirurgia generale, pur disponendo la struttura di un adeguato reparto di urologia, e di affidarlo a un chirurgo generale, presumibilmente privo di esperienza in campo urologico. Subito dopo l’intervento - proseguono gli avvocati - sono comparsi fortissimi dolori addominali, ma solo dopo 24 ore, preso atto dell’inefficacia delle cure farmacologiche somministrate e dell’acuirsi dei dolori addominali, i medici hanno deciso di riportare in sala operatoria il paziente, cui veniva asportato l’intestino, completamente necrotizzato, senza approfondirne i motivi ma, anzi, riferendo ai familiari che si trattava probabilmente di una anomalia congenita’. Nei giorni successivi il processo infettivo in corso si è esteso agli altri organi; il paziente è stato sottoposto il 24 agosto all’asportazione della milza e successivamente della colecisti e il 20 settembre all’asportazione del pancreas, organi praticamente necrotizzati. E dopo 36 giorni di atroci sofferenze Virgilio Nazzarri è morto. Il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari e i disavanzi sanitari regionali, Leoluca Orlando, ha chiesto al presidente della Regione Lazio Polverini, una relazione dettagliata sulla vicenda. ‘Una volta acquisita la documentazione - ha detto Orlando - procederemo a tutti gli accertamenti’”.

 

 (red)

 

19. Oscar, per l’Italia corre Virzì

Roma - “Come si sente Paolo Virzì, appena designato a rappresentare l’Italia agli Oscar 2011? ‘Molto orgoglioso. È un momento particolarmente vivace per il cinema italiano, quest’anno c’erano tanti candidati e ciascuno aveva un buon motivo per essere scelto. Sono contento, ma sento anche forte la responsabilità di far fare bella figura all’Italia’”. Si legge sulla Stampa. “Quali sono le caratteristiche della Prima cosa bella che potrebbero colpire i membri dell’Academy? ‘Il film ha una forte connotazione italiana, ma descrive sentimenti universali, parla di traversie familiari, della felicità e del dolore di vivere oggi, del cerchio dell’esistenza, insomma tutte questioni che possono parlare direttamente al cuore’. Per entrare nella cinquina dei film stranieri è molto importante la campagna americana, cioè la promozione del film oltreoceno: come vi siete organizzati? ‘Siamo in partenza per Los Angeles, abbiamo programmato un giro e soprattutto abbiamo già ricevuto alcune proposte interessanti da distributori statunitensi. Da sabato avranno inizio le proiezioni per i giurati del Golden Globe. Insomma, cercheremo di fare il massimo per riportare a casa una statuetta che manca dall’Italia da troppo tempo’. Parte da solo o con sua moglie Micaela Ramazotti, protagonista del film? ‘Parto con Micaela perché mi porta bene. Il bambino per adesso non viene, lo lasciamo alla nonna’. C’è una scena del suo film che le piace più di altre? ‘Vedendo camminare il mio film nelle sale, mi ha colpito il modo in cui riesce a tenere insieme l’allegria e la commozione. E poi c’è un’altra cosa...’. Cioè? ‘Mi ha impressionato il fatto che un tipo come me, carogna come sono io, possa aver partorito un film tanto pieno di amore. Ecco, questa è una cosa che stupisce me per primo’. Diceva che questo è un anno di grande vitalità per il nostro cinema. Però è anche un anno di polemiche, di nessun premio a Venezia, insomma non è che vada tutto benissimo. ‘Il problema è che siamo sempre i principali nemici di noi stessi. Tra di noi circola puntualmente una grande sfiducia nelle nostre capacità e nelle nostre specificità. Ci dimentichiamo di avere un sacco di doti importanti, energie, talenti, e non parlo solo di attori e registi, ma anche di tecnici e artigiani. Sono felice di far parte di questa stagione del nostro cinema e penso che per capirne il valore bisognerà forse aspettare qualche anno. Spesso da noi le cose vengono capite dopo, a posteriori’”.

 

 (red)

 

20. Se quest’anno sono nate più di mille parole

Roma - “Vedi alla parola "emo": ‘Appartenente a gruppi giovanili appassionati di un genere musicale nato negli anni ‘80 come sottogenere del punk-rock’. Segni particolari? Abbigliamento nero, capelli con frangia asimmetrica e occhi bistrati. Se qualche anno fa c’erano i "punkabbestia", con piercing e cani a seguito, adesso, nella nuova edizione dello Zingarelli 2011 entrano gli "emo", i teen ager influenzati dalle melodie "emotional"”. Si legge su Repubblica. “Non è certo questa l’unica novità dell’edizione di quest’anno dello storico Vocabolario della lingua italiana, che include 1500 nuove voci, tra cui le new entry "arcisicuro" e "impanicarsi". Ma come si scelgono le parole? Mario Cannella, lessicografo e curatore dello Zingarelli, spiega così il suo lavoro: ‘I due criteri base sono la frequenza e la qualità. Bisogna monitorare le parole, appurare che non si tratti di fenomeni effimeri, ma costanti. E poi si deve valutare il loro peso nella società’. Scartati, dunque, tutti i neologismi transitori. Difficile trovare nello Zingarelli le invenzioni linguistiche dell’ultimo minuto. Ce l’ha fatta "inciucio", tirato in ballo da D’Alema per significare un accordo sottobanco, un "pateracchio". Per trovare i "fiellini", bisognerà aspettare la prova del tempo. Una volta le segnalazioni venivano archiviate in cassetti pieni di schede e ritagli di giornali. Adesso invece la maggior parte arrivano via mail, direttamente sul sito del vocabolario. Quindi al lavoro della redazione si aggiunge la collaborazione delle persone comuni. Il passo successivo è la verifica su Google. Si scrive "emo" e si cerca nei siti italiani la ricorrenza della parola. ‘In questa fase - aggiunge Cannella - privilegiamo i siti dei giornali e quelli istituzionali, culturali e specialistici, scartando i blog generici e le chat-line’. Il monitoraggio di una parola varia però a seconda dei casi. L’incubazione di un vocabolo, cioè il tempo necessario a studiarne le ricorrenze per poi decidere se includerlo o meno nel dizionario, non ha tempi prestabiliti. Per Cannella il percorso non è scontato: ‘Ci sono parole che si impongono abbastanza presto e altre che sonnecchiano a lungo prima di esplodere. Quasi sempre ci si innamora di un vocabolo a prima vista. Poi partono le verifiche’. Nel caso degli "emo" è andata proprio così. Ci si è accorti che quel termine, nato come codice identitario di un gruppo, aveva cominciato a creare adepti, ad avere una propria "estensione" sociale. È a partire da questo momento, dice Cannella, che la parola inizia ad essere monitorata, attraverso una verifica della sua incidenza nei giornali: ‘Le parole sono come attori che a un certo punto escono da dietro le quinte e vengono alla ribalta’. Una scena popolata di attori stranieri. Così mentre l’Oxford Dictionary registra l’ingresso di una nutrita serie di termini cinesi inserendo "shanzhai" ("contraffazione") e "shengnu", la donna che ha trascurato il matrimonio per la carriera, il nostro Zingarelli si aggiorna con "shantung", la seta selvaggia made in China; "tai ji quan", la ginnastica che ha scelto per le sue lente coreografie i parchi delle nostre città; "feng shui", la disciplina che giustifica la recente mania di disporre stanze e oggetti guardando il nord o il sud per attirare le energie positive. La "bachata", che sbarca col suo ritmo sensuale dalla Repubblica Dominicana, convive invece con la danza rituale maori "haka". Mentre l’ultima moda dei pantaloni "pinocchietti" alla pescatora e quella dei calzini "fantasmini" fa il suo debutto nel dizionario, arrivando dopo il velo arabo "hijab", comparso da qualche anno. Ma non è detto che vengano inserite solo parole a larga diffusione. Ecco registrata una desueta "cosificazione", con lo stesso significato di "reificazione", e che nel lessico religioso vuol dire "trasformazione in cosa", "riduzione della persona a oggetto". Parola accolta per il suo "peso culturale". Naturalmente i maggiori serbatoi del nuovo sono i media e l’informatica, che, spiega Cannella, ‘hanno preso il posto dei letterati nel veicolare le innovazioni del linguaggio’. Oggi è la volta di "enoturismo" e "archistar", qualche anno fa registravamo "comodoso" e "morbidoso". Molte le parole 2011 che arrivano dal web: "malware" ("software creato con l’intenzione di danneggiare il computer su cui si installa"), "taggare", "postare". E poi: "nativo digitale", chi è nato nell’era di internet, e "immigrato digitale", chi ha imparato da adulto ad usare il computer. La prima edizione del Vocabolario della lingua italiana Zingarelli fu pubblicata nel 1922. Nella prefazione Nicola Zingarelli scriveva: ‘La lingua è opera di civiltà e non di natura come per lungo tempo si è creduto. Il dolersi di una specie di inondazione di cosiddetti neologismi o che parole straniere siano così penetrate facilmente nella nostra lingua, sarebbe come dolersi di quel che ha il mondo per vivere meglio’. Nessuna paura, dunque, se ci si vede per un "apericena" e magari si conclude la serata buttando giù tutto d’un fiato uno "shottino"”. 

 

Di Pietro & Fede show

Il grande giorno dei voltagabbana