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Cattivi! Avete fischiato Schifani

Tutti a disquisire della contestazione a Schifani. Tutti, o quasi, a stracciarsi le vesti per l’intolleranza dimostrata da quelli che lo hanno fischiato e preso a male parole, accusandolo di essere un mafioso. Non sia mai. Schifani non ha nulla a che spartire con Cosa Nostra. Tutt’al più, da quel valente penalista che è gli sarà capitato di difendere qualche picciotto, o capobastone, o padrino. Ma da qui a saltare alle conclusioni... Gli avvocati sono avvocati e non vanno confusi coi loro clienti. Gli imputati sono innocenti fino a sentenza definitiva. E se tornano liberi grazie a qualche eccezione procedurale, sagacemente sottolineata dai loro difensori, non si parli di cavilli ma di civiltà giuridica. Tutti uguali, di fronte alla Legge. La forma è sostanza. Se il Pubblico Ministero ha sbagliato, quand’anche di un nonnulla, la sentenza va annullata. Dura lex, sed lex. Antica saggezza latina. Consolidata furbizia italiana. 

Ecco perciò zampillare, come nei giorni migliori, la solidarietà dell’intero mondo politico. Napolitano incluso, ovviamente. La Prima Carica dello Stato si erge in difesa della Seconda Carica dello Stato. Tutto bene, cittadini! La Repubblica è salda e non si lascerà piegare da un manipolo di esagitati. In seguito, con più calma, si valuterà se erigere un cippo nella località incriminata: “Qui l’Onorevole Schifani venne fatto segno di osceni schiamazzi e di ignobili attacchi proferiti dalla canea sovversiva. Ma le istituzioni tutte, e la parte migliore del popolo, si strinsero concordi in sua difesa, a perenne tutela dei Sacri Valori di Democrazia e Libertà”. Nel caso, naturalmente, si procederà all’inaugurazione in diretta televisiva. 

Ma il punto vero è un altro, secondo noi. La domanda, che non ci sembra di aver letto da nessuna parte e che invece costituisce la premessa fondamentale di ogni ragionamento successivo, è che cosa accidenti ci facesse Schifani – uno come Schifani – alla festa del Pd. Che motivo c’era, che motivo c’è, di organizzare un dibattito proprio con lui, che ha l’unico “merito” di essere tra i più fedeli ciambellani di Berlusconi? Di quello stesso Berlusconi che Pierluigi Bersani, il segretario del Pd, ha appena accusato di aver fatto «regredire la politica italiana a una fogna».

La risposta è semplice. Semplice e ributtante. Il virus del talkshow si è diffuso a tal punto che si è persa la ragione fondamentale delle discussioni in pubblico. Invece di approfondire sul serio, si finge di farlo. Invece di dare vita a uno scontro dialettico come si deve, il cui obiettivo naturale è dimostrare l’infondatezza delle tesi altrui, ci si limita a un innocuo rendez-vous di opinioni discordanti. La preoccupazione numero uno, come nei ricevimenti dell’alta società, è far vedere che si conoscono le buone maniere e, soprattutto, la regola suprema dei rapporti tra i potenti: per quanto in competizione reciproca si appartiene pur sempre alla medesima oligarchia di privilegiati. Ci sono sempre degli interessi comuni da difendere. Ci sono sempre dei favori da chiedere o da fare, degli accordi da stringere apertamente o dietro le quinte, degli obiettivi condivisi che hanno lo scopo di mantenere in piedi lo statu quo, a cominciare dall’assetto economico che tutto sovrasta e tutto condiziona.

L’essenziale è non dimenticarselo mai. E far sapere a chi di dovere che non lo si è dimenticato. Grazie alla fanfaluca post ideologica per cui (alleluia, alleluia) non ci sono più nemici ma semplici avversari, una garbata convivenza è possibile con tutti. A sprazzi, quanto meno. Vedete? In certi momenti ci scambiamo parole grosse, ma non vuol mica dire che abbiamo perso la capacità, e il gusto, del dialogo. Dateci un palco –un palcoscenico – e vi faremo vedere come siamo bravi ad accendere la disputa senza farla trascendere. Credete: siamo talmente esperti che non ci serve più nemmeno un regista. Ci dirigiamo da noi, proprio come i grandi attori che si conoscono alla perfezione. E si capiscono al volo. Dateci un canovaccio qualsiasi – dalla politica interna a quella estera, dal lavoro alla famiglia, dall’Unità d’Italia alla società postmoderna – e improvviseremo da par nostri. Non lo vedete che il pubblico (pardon, l’elettorato) continua a darci retta, e persino ad acclamarci?

È per questo che Schifani & Co. si sorprendono e si stizziscono che qualcuno li sbertucci. Sono talmente abituati a una platea addomesticata da essersi scordati, se mai l’hanno saputo, che lo spettatore è innanzitutto un giudice. Non un partner di chi si esibisce. Non una comparsa in una scena di massa. Gli spettatori, e a maggior ragione i cittadini, non hanno nessun obbligo di bon ton nei confronti di nessuno: se trovano che lo spettacolo faccia schifo hanno il sacrosanto diritto di manifestarlo. Applaudire e sorridere non è un obbligo. A meno che non si faccia parte della claque, che peraltro andrebbe pagata per le sue prestazioni. A meno che non si sia così stupidi da aver scambiato per vera democrazia e autentico pluralismo l’andirivieni delle diverse compagnie di giro che si scambiano visite e salamelecchi sotto i rispettivi tendoni. 

 

Federico Zamboni

La solita "ricerca" che sostiene il Nucleare

Prima pagina 03 settembre 2010