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Ingorghi in Cina: la crescita genera il caos

Era prevedibile che si creasse un altro ingorgo. L’autostrada National Expressway 110 che collega Pechino alla Mongolia Interna è congestionata dallo scorso 28 agosto, con una coda che è di 20 km più lunga rispetto alla precedente del 14 agosto scorso durata circa dieci giorni. La processione di mezzi ha infatti raggiunto i 120 km creando un blocco di oltre diecimila veicoli, la maggior parte dei quali sono camion provenienti dalla Mongolia Interna dove viene estratto il carbone che trasportano. 

In base a quanto dichiarato dalle autorità di Pechino, la paralisi del traffico sarebbe dovuta alla «insufficiente capacità dell’autostrada per via dei lavori sulla National Expressway 110». In effetti, nonostante la Cina sia diventata la seconda potenza economica dopo gli Usa, non è ancora dotata di infrastrutture di trasporto energetico adeguate all’aumento del suo sviluppo. Le linee ferroviarie restano in attesa di essere potenziate e la rete autostradale odierna, pari a 85mila chilometri, raggiungerà i 100 mila solo entro il 2020. Ma non basteranno. Nel 2009 il Grande Drago ha superato gli Usa nella produzione di vetture immatricolandone circa quattro milioni in più rispetto al 2008. Con questi ritmi, il numero delle automobili in circolazione potrebbe raggiungere i sette milioni nel 2015. E, secondo gli esperti, la capacità delle strade non sarà sufficiente a contenere questa crescita. 

Con gli Stati Uniti, però, una gara la Cina l’ha già vinta: secondo l’Aie, l'Agenzia internazionale per l'energia, è diventata il primo consumatore di energia al mondo. Negli ultimi dieci anni ha raddoppiato la produzione di elettricità,  per la maggior parte della quale (circa il 70%) si utilizza il carbone ricavato dalle miniere situate nella provincia dello Shanxi. Di recente, molte sono state chiuse perché illegali: i proprietari non rispettavano i parametri di sicurezza. Non è una novità che la Cina sfrutti la sua manodopera riducendo anche i costi sulla sicurezza dei lavoratori. Ogni anno solo nelle miniere ne muoiono circa ventimila, nonostante il governo affermi di aver approvato dei regolamenti più restrittivi, che invece non saranno applicati nemmeno in numerose zone della Mongolia Interna. 

Questa regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese, infatti, è ricca di giacimenti, ma molti sono irregolari. Ciononostante, è lì che si è spostato il rifornimento di carbone che ha causato l’ingorgo sull’autostrada 110, aggravato anche dai lavori in corso. Di strade alternative non ce ne sono. Stando alle testimonianze dei camionisti,  la 110 non è soggetta a controlli e per loro, quindi, non c’è nessun rischio di essere fermati dalla polizia stradale che impedirebbe loro di consegnare il combustibile estratto illegalmente. 

È difficile, se non impossibile stabilire quanta energia sia prodotta violando le regole sulla sicurezza. Sta di fatto che nonostante la Cina sia diventata la seconda potenza economica dopo gli Usa e nonostante sia il leader nella produzione e nel consumo di carbone, ha comunque bisogno di importare petrolio. Il colosso asiatico, insieme all’area mediorientale, nel 2010 sta contribuendo a incrementare massicciamente la domanda di oro nero. Solo per quest’anno le previsioni dell’Opec parlano di una crescita pari a 0,9 milioni di barili al giorno. 

Le tipiche contraddizioni dello sviluppo cinese. A prima vista può sembrare che vada tutto a gonfie vele, ma a osservare meglio le magagne non mancano. Ad agosto l’inflazione ha toccato il 3,3 % superando di tre punti le previsioni di Pechino e, anche se è presto per parlare di un vero e proprio allarme, è un dato che accentua i dubbi sul fatto che quella cinese sia davvero l’alternativa al sistema economico occidentale. Per il momento sembra più che altro che ne segua le impronte, infilandosi negli stessi tunnel. 

Pamela Chiodi

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