Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 06/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Fini attacca ma offe un patto di legislatura” e di spalla: “Sanikeh, se l’Europa arriva dopo Totti”. Editoriale di Massimo Franco: “Divorziati in casa”. Al centro foto notizia: “‘Vallanzasca era un assassino. Film e libro inaccettabili’”. Sempre al centro: “Tremonti: all’Italia serve un ministro per lo Sviluppo. Ora partano le riforme”. In basso: “Scegliere e prendersi responsabilità. Così nasce l’integrità morale” e “Lite al Campiello. Sul décolleté”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Fini: vado avanti, il Pdl non c’è più”. Di spalla: “Un’altra destra” e “L’ira di Berlusconi: allora elezioni subito”. Al centro: “Maroni a Tettamanzi: non costruisco moschee” e la fotonotizia “Moto, tragedia in pista, lo show non si ferma”. A destra: “Come salvarsi dal populismo nel mondo senza confini”. A fondo pagina: “Se anche la scrittrice è trattata da velina” e “A che serve Venezia senza un capolavoro?”.

LA STAMPA – In apertura: “Fini: ‘Il Pdl non c’è più” e due commenti di spalla: “La scelta di uscire dal recinto” e “Uno strappo per cominciare la terza via”. Al centro la foto-notizia: “Muore in pista, lo show continua” e “Tremonti: da bambini imitare la Germania”. In basso: “La nostra esistenza riflessa negli schermi”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “La mappa del rischio-evasione” e l’editoriale: “Il redditometro se resta solo non fa miracoli”. A centro pagina: “Per 50mila condomini il nodo dei ritocchi alle tabelle millesimali” e fotonotizia “Estate al museo. I visitatori aumentano del 24%”. Di spalla: “L’impresa globale va a caccia di ‘free zone’”. In basso: “Quadri al posto delle tasse? Decide l’esperto”.

IL GIORNALE – In apertura fotonotizia a tutta pagina: “Le infamie di Fini” e di spalla varie reazioni tra cui l’intervista: “La Russa: ‘Ma è il generale che ha cambiato bandiera’”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Fini: il Pdl non esiste più”. Editoriale di Paolo Pombeni: “La via stretta per evitare il precipizio”. Al centro: “Da Almirante al futuro, il mix della post-Destra” e “Tremonti: sviluppo, serve il ministro”. In un box: “Modernizzazione, la sfida capitale”. A fondo pagina: “Pilota cade, travolto e ucciso dalle moto” e “Cassano: ridatemi Totti in azzurro”.

IL TEMPO – In apertura foto-notizia: “Fini vuol fare la festa al Pdl”. Editoriale di Mario Sechi: “Le cose importanti sono quelle non dette”. Al centro: “Una frattura ormai insanabile” e “Bersani adesso teme il suo nuovo rivale”. A fondo pagina: “Salvati dai carabinieri nell’auto in fiamme”.

IL FOGLIO – In apertura: “L’autunno caldo dell’anno 2010”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “Gli affari del signor Berlusconi sono gli affari della nazione”.

L’UNITÀ – In apertura la foto-notizia su Fini: “Il Pdl è morto”. (red)

 

2. Fini: Il Pdl non esiste più, nuovo patto di legislatura

Roma - “Futuro e Libertà non è ancora un partito, forse lo diventerà presto, forse no, lui non lo svela, non ora, non qui. Ma quello che un Gianfranco Fini emozionato e carico e conscio del passaggio cruciale che vive, dice nella piazza entusiasta di Mirabello, è che ‘il Pdl non c’è più’, è morto quel 29 luglio in cui in ‘due ore, in mia assenza’ non avvenne ‘una scissione’ ma la sua cacciata, un atto degno del ‘peggior stalinismo’”. Lo scrive il CORRIERE DELLA SERA. “Tra le macerie di quello che è stato ‘un bel sogno’ non c’è il nulla, però. C’è — secondo il presidente della Camera che pronuncia un discorso chiaro e durissimo (‘Sono stanco ma felice, ho fatto ciò che era giusto’, dirà alla fine) —, una ‘Forza Italia allargata a qualche colonnello che ha cambiato generale ed è pronto a cambiarlo ancora, se servirà’. E c’è soprattutto Futuro e libertà, non un ‘An in sedicesimo’ ma un ‘movimento spontaneo di popolo’, che non rientrerà ‘in un partito che non c’è più’, che non crede alla ‘minaccia del voto e agli avventurismi di chi la usa’, che spazza via ogni ipotesi di ‘ribaltoni o ribaltini’, ma che pretende il ruolo di terza gamba della coalizione. Con facoltà di fare ‘critiche e proposte’ in cambio di una sola, vera e importante apertura al premier: il sì a uno scudo che lo tuteli dai processi. Non il processo breve con ‘effetto retroattivo’ che danneggia i cittadini onesti, non un trucchetto di quelli che sforna ‘quel simpatico dottor Stranamore che è Ghedini’, ma un Lodo Alfano costituzionale o un nuovo legittimo impedimento, comunque la possibilità che il premier possa continuare a governare.

È questo il succo del denso e importante discorso di Fini, un’ora e mezza scandita da tensione e battute, dagli applausi fino all’ovazione dei suoi, dall’orgoglio ferito che diventa contrattacco. Se l’analisi di fondo è che il centrodestra che c’era non esiste più, se Fini non crede possa tanto fcilmente andare al voto un premier accusato di ‘confondere il ruolo di leader con quello di proprietario’, di non capire che governare non è ‘comandare ma trovare equilibri, perché non ci sono sudditi ma cittadini’, si capisce la proposta del leader di Fli di andare a un ‘nuovo patto di legislatura’. È un’offerta a Berlusconi, perché i finiani ‘voteranno i 5 punti del programma’, è una richiesta di contare, perché ‘vogliamo discutere i contenuti di quei titoli’, ma è un amo anche per la Lega, il cui leader Bossi sa che se vuole portare a casa il federalismo deve avere il consenso dei finiani e deve proporre una soluzione che ‘non favorisca solo il Nord danneggiando il Sud’. Insomma, basta ‘con una coalizione a due gambe ‘ : Fli ‘ va avanti’, c’è e chiede potere decisionale alla pari degli altri nelle politiche di governo. Gli trema la voce ma per nasconderlo la alza Fini quando tocca due punti delicatissimi e per lui dolorosi. Il primo, quello delle campagne giornalistiche contro di lui e contro la sua compagna, che definisce ‘paranoiche, patetiche, infami’, perché ‘come solo gli infami fanno, hanno attaccato non solo me ma la mia famiglia’, perché gli sono state rovesciate addosso ‘calunnie e menzogne sulle quali la magistratura farà chiarezza’, perché si è assistito ad una ‘lapidazione di tipo islamico’. Il famoso ‘trattamento Boffo’, ride amaro, non degno del ‘cosiddetto partito dell’amore’, che però non lo intimidisce come non ‘intimidiscono noi, che veniamo da ben altre battaglie del passato’, le minacce di non essere ricandidati: ‘Non ci ritiriamo in convento, non andiamo raminghi in attesa del perdono, e i miei parlamentari non hanno bisogno del premio fedeltà come al supermercato…’.

Ce n’è poi per il governo, bacchettato duramente anche per la politica dei ‘tagli lineari alla spesa’ di Tremonti che hanno portato alla ‘sacrosanta protesta’ dei precari della scuola, per il premio agli allevatori che hanno violato le quote latte, per una politica poco attenta ai giovani quando servirebbero un ‘patto generazionale’, un ministro dello Sviluppo economico ‘al di là del ghe pensi mi ‘, riforme, anche quella della legge elettorale ‘se con l’uninominale o le preferenze si vedrà’. C’è il perentorio invito a rispettare le alte cariche dello Stato a partire dal Quirinale, la magistratura ‘caposaldo della democrazia’, e c’è lo sdegno per una politica estera, quella regalata a Gheddafi, che non è ‘real politik’ ma uno spettacolo ‘poco decoroso’, una ‘genuflessione’, che quell’Italia che Fini disegna o sogna non merita, non vuole”. (red)

 

3. Fini, Berlusconi: Vuole demolirmi. Elezioni più vicine?

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Un ‘discorso da capo dell’opposizione’, la demolizione sistematica del governo e della ‘mia persona’. Silvio Berlusconi segue l’intervento di Gianfranco Fini sull’enorme schermo al plasma che campeggia nel salotto di Arcore in compagnia di Angelino Alfano. E prende pure qualche appunto, almeno fin quando non si rende conto che dovrebbe andare avanti a scrivere ininterrottamente per un’ora e mezza. Da Mirabello, infatti, gli affondi iniziano con l’accusa al premier di’stalinismo ‘e finiscono con la demolizione pezzo per pezzo dell’attività di governo. Ufficialmente il Cavaliere tace, perché serve tempo per riordinare le idee e decidere come rispondere a un discorso che più duro non poteva essere. Al punto che Paolo Bonaiuti si mette avanti con il lavoro e smentisce le ‘eventuali ricostruzioni ‘ che saranno pubblicate oggi dai giornali. Ad Arcore, però, il centralino resta rovente fino a tarda sera, con il premier che non nasconde ‘amarezza’ e ‘fastidio’ a diversi interlocutori. Parla con ministri e sottosegretari e più volte punta il dito contro il ‘traditore’. Perché al di là delle rassicurazioni sulla lealtà all’esecutivo il messaggio di Fini è devastante. L’ex leader di An, infatti, smonta tout court l’azione del governo. Attacca sulla scuola, sulla cultura, sull’economia, sulla giustizia, sul sociale e pure sulla politica estera. Come fa, è il senso del ragionamento del Cavaliere, a dire che sostiene l’esecutivo dopo che ne ha contestato l’azione su tutti i fronti? E qui sta il punto. Perché è chiaro che il discorso di Mirabello sancisce la fine di una fase politica e avvicina inesorabilmente le elezioni anticipate. D’altra parte, che un equilibrio tanto instabile possa durare a lungo è pressoché impossibile e questo Berlusconi lo sa bene.

Fini, ragiona il premier, vuole solo restituire a noi il cerino, dice che è stato lui ad essere cacciato dal Pdl e giura una fedeltà che non c’è nei fatti perché parla da capopopolo e da irresponsabile, non certo da presidente della Camera. ‘Da parte mia assicura il Cavaliere in una delle tante telefonate - io non ho nulla da rimproverarmi perché questo stillicidio va avanti da due anni e non due giorni. Oggi finalmente ha fatto chiarezza’. E ancora: se ne è andato dal partito perché vuole rifare An, vuole il suo piccolo pollaio, ma gli elettori sono dalla mia parte. Insomma, secondo Berlusconi l’intervento di Fini è a dir poco risolutivo. Certo, si andrà in Parlamento a votare i cinque punti programmatici ma è chia¬ro che è solo questione di tempo per arrivare allo show down. Perché, ragiona il premier durante un giro di telefonate con Bossi e i colonnelli del Carroccio, anche quel riferimento al fatto che il finiano Mario Baldassarri è l’ago della bilancia nella Commissione bicamerale per l’Attuazione del federalismo altro non è che una minaccia. Che a vedere le reazioni serali del Senatur e di Roberto Maroni anche il Carroccio mostra chiaramente di non gradire. Eppoi c’è il passaggio sulla riforma della legge elettorale, anche questo - riflette nelle sue conversazioni il premier - decisivo. Già, perché ad Arcore la convinzione è che l’ex leader di An abbia sostanzialmente teso la mano a chi da mesi vagheggia l’ipotesi di un governo tecnico il cui core business , non a caso, dovrebbe essere proprio la riforma della legge elettorale. Urne più vicine, dunque. Tanto che a Villa San Martino oggi dovrebbe esserci un summit con i vertici della Lega per studiare le prossime mosse. Tra cui non è esclusa una mozione contro il presidente della Camera ormai considerato ‘incompatibile’. Se avesse un minimo di dignità - ripete ai suoi il premier - si dimetterebbe, ma la dignità non ce l’ha”. (red)

 

4. Fini, Bossi: Situazione difficile, così non dura

Roma - “Cuveglio, Varese, poco dopo le 21 e trenta di ieri sera. Parla Umberto Bossi: ‘Per Berlusconi la strada è molto stretta: se tutti i giorni deve andare a chiedere i voti a Fini e Casini per far passare una legge non dura molto’. Torino, festa della Lega subalpina, più o meno la stessa ora. Comizio, blindatissimo, del ministro Roberto Maroni: ‘Non mi sbilancio sulla durata del governo, la questione è seria e non si può liquidare. Le valutazioni, in primo luogo, deve farle il presidente del Consiglio. Ma se cade la maggioranza si va al voto e il Ministero dell’Interno è pronto a organizzare le elezioni in pochi giorni’. Dalla reazione di Bossi e Maroni – riporta LA STAMPA - si percepisce che la Lega Nord sente area di elezioni perché le esternazioni di Fini sono interpretate come un attacco diretto al Carroccio. Oggi il Senatùr ne parlerà direttamente con Berlusconi anche se ‘la situazione è difficile perché è come se Fini avesse detto “non voglio accordi con la Lega. Anzi, peggio, io ce l’ho con il Nord”‘. E ancora: ‘Se Berlusconi dava retta a me si andava ad elezioni e non c’erano Fini e Casini e nemmeno la sinistra che scompariva’. Ed ecco Maroni: ‘Per volontà del presidente della Camera e di alcuni parlamentari è rinata An sotto un nome diverso ma con l’obiettivo di assicurare gli interessi del sud. Fini ha aperto una questione politica dentro la maggioranza che dovrà essere affrontata’. Bossi accusa Fini di perseguire un progetto che ‘vuole riportare la politica indietro quando il programma elettorale lo si faceva dopo le elezioni e la gente votava al buio come nella prima Repubblica’. E aggiunge: ‘Allora democristiani e comunisti si mettevano insieme per grattare e allora c’erano anche i fascisti, i missini: la banda sembra essersi ritrovata ai danni di Berlusconi e della Lega, ma non sarà facile perché siamo noi che abbiamo i voti’.

La percezione che il barometro della politica punti sulle elezioni si percepisce dalla determinazione con cui dal palco della festa di Torino gli uomini del Carroccio rilancino la Padania. Per primo lo fa il governatore del Piemonte, Roberto Cota: ‘Forse Fini non si è accorto che Oggi il Nord riesce a farsi sentire con una voce unica a Roma, una voce che parla lo stesso linguaggio: il federalismo’. Poi tocca a Renzo Bossi, ospite a sorpresa dei leghisti piemontesi e infine al ministro dell’Interno: ‘Fini sostiene che la Padania non esiste? Certo che esiste perché ha interessi e diritti che sono stati sempre negati e calpestati per decenni e che ora grazie alla Lega sono rappresentati’. Il secondo segnale di un’imminente campagna elettorale arriva anche dall’attacco di Cota che senza mai nominarlo lo affonda con queste parole: ‘Noi non cambiamo idea come qualcuno che prima dice che è contro l’immigrazione e poi tira fuori il voto agli immigrati o la cittadinanza facile’. E non è un caso che da Cuveglio Bossi sostenga che ‘Gheddafi è importante perché si propone come rappresentante di tutti i paesi africani: è dalla Libia che passano tutti gli immigrati per venire in Italia. È per questo che abbiamo trovato un accordo con lui’. La lotta all’immigrazione clandestina sarà uno dei cavalli di battaglia della Lega che esalta Maroni e attaccherà quel Fini che ha cambiato idea. Bossi non gli risparmia critiche: ‘Fini ha chiesto di distinguere tra leadership e proprietà ma come fa a parlare lui che si è venduto il partito’. E aggiunge: ‘Il segretario di un partito è il gestore e la base il proprietario. Fini si è preso addirittura un appartamento del suo partito e se lo è incamerato. Dunque, non mi pare possa dare lezioni di bon ton’. Insomma ‘Berlusconi è stato troppo buono con lui’”. (red)

 

5. Fini, La Russa: È lui che ha cambiato bandiera

Roma - Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, ha rilasciato la seguente intervista alla STAMPA: Ministro La Russa, Fini ce l’aveva anche con lei. Forse proprio con lei. Neanche un po’ di arrabbiatura nel sentirsi trattare dall’alto in basso? ‘Eh, voi giornalisti… Solo il gossip vi interessa, eh? Di politica, mai una domanda. Ma vabbé, sentiamo…’. Si parlava di Fini. ‘Ma io Fini nemmeno l’ho sentito. Ero in aereo e quindi mi sono perso la diretta. Poco male. Lo sto riascoltando ai telegiornali’. Non l’ha sentito. Più distacco di questo… ‘Avevo la pretesa di sapere fin dall’altro ieri che cosa avrebbe detto’. Però la frase sui colonnelli che hanno cambiato generale, l’avrà sentita. Commenti? ‘Una frase che ho ascoltato con grande, immensa tristezza. Sì, c’è una grande tristezza in quella battuta. Se posso permettermi, mi pare che qualcuno si dimentichi di un particolare non piccolo e cioè che Berlusconi come nostro generale, anzi generalissimo, fu proprio lui, Fini, a indicarcelo’. E quindi nessun tradimento da parte vostra. Però il presidente della Camera dice che di voi “colonnelli” c’è poco da fidarsi. Avete cambiato generale una volta, sareste pronti a cambiarlo di nuovo. ‘Posso dire soltanto che noi, quelli che Fini chiama “colonnelli” e che eravamo dirigenti di Alleanza nazionale, abbiamo dovuto registrare nient’altro che lui, Gianfranco Fini, lui che era il nostro generale, ha cambiato bandiera. Tutto qui. E forse si appresta a cambiarla ancora’.

E ora? ‘Ora non abbiamo assistito altro che al tentativo di mettere in mano il cerino a Berlusconi per la incapacità di Fini di assumere decisioni definitive. Non c’è stata né la marcia indietro sui gruppi autonomi, né la volontà di fondare un partito unico, nessuna rottura, ma neanche nessun ritorno. Evidentemente Fini naviga a vista ed è per questo che dico: conteranno i comportamenti in Parlamento’. È bocciatura completa per il nuovo arrivato, Futuro e libertà che non è un partito ma è come se lo fosse? ‘Il discorso di Fini conferma quel che già sapevo: nessuna scelta, soltanto un interminabile ping pong… Ma d’altra parte se non c’è nessuna decisione, se non ci fa sapere se vuol tornare indietro o fare un nuovo partito, se non ha dato nessuna risposta, forse la spiegazione è che Fini è una locomotiva che viaggia ad una velocità più lenta dei suoi vagoni e deve equilibrare le posizioni di chi vuole rientrare nel partito e di coloro che vogliono farne un altro. Comunque, sul patto di legislatura non possiamo valutare dai comizi, dobbiamo vedere come andranno le cose in Parlamento a partire dai cinque punti e su tutto il resto. Poi, se e quando non ci sarà più la maggioranza, chiederemo il voto. E ora scusatemi perché c’ho Cicchitto sull’altra linea’”. (red)

 

6. Fini, Bondi: Elezioni più vicine

Roma - Il ministro Sandro Bondi ha rilasciato la seguente intervista a LA REPUBBLICA: “Ministro Bondi, sentito l’atteso discorso di Fini, ritiene più vicine o più lontane le elezioni anticipate? ‘Secondo lo spirito del suo discorso, teoricamente sarebbero più vicine. Il suo discorso è stato di divisione, di rottura e di polemica distruttiva in linea con il suo atteggiamento da due anni a questa parte’. Facciamo un passo indietro. Gianfranco Fini sostiene che non è andato via dal Pdl ma siete stati piuttosto voi a cacciarlo con un atto all’altezza ‘del peggiore stalinismo’. Come replicate? ‘Il discorso di Mirabello è la conferma più eloquente della volontà di rottura di Fini e delle ragioni della sua uscita dal Pdl’. Ad ogni modo, il Pdl non esiste più, secondo il presidente della Camera. È il "Partito del predellino con qualche colonnello". Lo considerate un proclama di rottura insanabile? ‘Il Pdl è più forte senza Fini e mantiene intatte le ragioni per cui è nato. Il popolo di centrodestra si riconosce nel Pdl e la destra considera irreversibile l’approdo del Pdl. I giudizi di Fini sui dirigenti di An che hanno scelto di costruire il movimento dei moderati italiani tradiscono una mentalità autoritaria. Al contrario, loro hanno dimostrato nei confronti di Fini un rispetto diverso e umanamente più nobile’.

Allo stesso tempo però Fini ha aperto al patto di legislatura. Con sostanziale sì ai famosi cinque punti e anche allo scudo giudiziario. Sufficiente per riaprire il dialogo? ‘Il suo discorso è di radicale opposizione e opportunisticamente ipocrita. Nello stile della vecchia politica delle parole che dicono una cosa e ne pensano e perseguono un’altra. L’unico punto chiaro e dunque positivo riguarda l’impegno a respingere gli assalti giudiziari al presidente del consiglio e a concorrere all’approvazione di uno scudo per le più alte cariche istituzionali. Tuttavia, ritengo che la sua sfida sul piano politico vada accettata anche se sarà sconfitta perché si svolge esclusivamente sul piano del potere, è indifferente ai contenuti e nasconde per il momento i suoi veri obiettivi’. Quali sarebbero? Fini assicura che non lavora ad un ribaltone. ‘Lo prendiamo in parola, per quel che vale’. Tagli, federalismo, legge elettorale. Quasi un contro programma. Sono possibili intese sui punti da lui elencati? ‘Sono il programma di un nuovo partito. Come si concili il suo ruolo di presidente della Camera con quello di leader di un nuovo partito è una anomalia eclatante. Ma nessuno su questo dirà nulla perché viviamo in un paese ammalato di faziosità e disonestà politica’. Cosa accadrà alla riapertura del Parlamento? Ancora ipotizzabile un patto a tre fra Pdl, Lega e Fli? ‘Fini avrebbe potuto condurre all’interno del Pdl un dissenso costruttivo e sapiente. Non ne ha avuto le capacità oltre che la volontà. Allo stesso modo sarebbe possibile teoricamente un patto tra soggetti diversi, ma temo che anche riguardo a questa possibilità Fini non possegga le doti politiche per gestire una partita così complessa’”. (red)

 

7. Fini, Casini: Mi ha copiato in ritardo

Roma - Il leader dell’Udc Pierferdinando Casini ha rilasciato una intervista al CORRIERE DELLA SERA: ‘Insomma, dalle quote latte alla vicenda Gheddafi, dalla necessità di cambiare la legge elettorale al quoziente familiare, ha detto cose che noi sosteniamo da anni’. Il Pdl una Forza Italia allargata. ‘Noi lo dicemmo due anni fa, quando lui saliva sul predellino. Eppure Berlusconi lo conosciamo bene, è simpatico e avvolgente, ma è anche prevedibile. Perché Fini ci ha fatto un partito insieme?’. E adesso, che succede? ‘Probabilmente il premier si sente vittima di chissà quale tradimento. Lui, che ha una idea proprietaria del partito, si chiederà perché Fini si comporti così, dopo che lui lo ha fatto presidente della Camera’. Si va a votare? ‘Fini ha confermato il patto di lealtà, mettendo il Paese al riparo da fughe o elezioni anticipate. Se invece si va a votare, Berlusconi pone le premesse per il superamento del berlusconismo. Ma decida lui. Se non vuole andare fuori strada definitivamente, comprenda che una fase si è chiusa e che il Paese ha bisogno di una svolta. Si presenti in Parlamento e si rivolga anche alle opposizioni responsabili, Udc e Pd’. Pensa ancora che Berlusconi possa uscirne con un governo di responsabilità nazionale? ‘Non sono uno psicologo, faccia quello che vuole. Io gli ho indicato la strada. Mi rendo conto che sia quasi impossibile, ma il premier dovrebbe far finta di non essere Berlusconi e prendere atto che la maggioranza è al capolinea e che è ora di smetterla con il delirio di autosufficienza. Se invece non è in grado di fare uno scatto, provi a rattoppare’.

Mettiamo che il rattoppo non riesce. Lei, Fini e Rutelli darete vita al terzo polo? ‘In caso di elezioni loro suoneranno le loro trombe e noi le nostre campane. Sono sicuro che l’area di responsabilità che esiste in Italia sarà determinante per il futuro del Paese. Sia chiaro però che io non voglio fare un terzo polo, ma un partito della nazione. Un’ampia area che abbia magari le caratteristiche di un rassemblement alla francese’. Per Rutelli il ‘nuovo polo’ è vicino. ‘Non possiamo criticare la politica del predellino e poi salirci anche noi, dando vita da mane a sera a uno scenario nuovo. Una cosa consistente va costruita con calma, con processi democratici. Il colpo di teatro può piacere una sera, ma un partito che nasce così dura quanto il Pdl. E poi stiamo parlando di due forze che stanno all’opposizione, l’Api e l’Udc, e di un’altra, Futuro e Libertà, che è ancora in maggioranza’. Fini vuole una nuova legge elettorale. E lei? ‘Non c’è dubbio che, se Berlusconi si dimette, bisognerà aprire un confronto perché lo scettro della scelta dei parlamentari torni nelle mani dei cittadini. Io però continuerò a dialogare anche con il Pdl. Siamo stati noi a inventare il legittimo impedimento per mettere le alte cariche al riparo dai processi’.

Lei è indulgente con Berlusconi, ma assai meno con Fini. Sente aria di elezioni e si attrezza per non farsi rubare i voti? ‘Ricordare il passato serve a non ripetere gli errori in futuro. I motivi di arrabbiatura che avevo per Gianfranco li ho superati da tempo, sia sul piano personale che su quello politico. Ho apprezzato il suo discorso, ma lo invito a riflettere anche su questioni come quelle eticamente sensibili, che non possono essere certo declinate come ha fatto l’onorevole Della Vedova un mese fa’. Siete già in lotta per spartirvi le cariche nel dopo-Berlusconi? ‘Non c’è nessuna spartizione, perché non c’è nessuna competizione. C’è spazio per tutti coloro che vogliono trovare una nuova via. Io ho saputo aspettare e aspetto ancora’. Non sarà che Berlusconi le ha di nuovo offerto di prendere il posto di Fini in maggioranza? ‘Non esiste, non faccio il tappabuchi. Berlusconi la smetta di vagheggiare Casini al posto di Fini o Rutelli al posto di un altro e riponga nel cassetto la logica dei guelfi e ghibellini’. Si dice che D’Alema sia per il sistema tedesco perché la vuole leader del centrosinistra. Accetterebbe? ‘Il futuro non lo voglio ipotizzare, ma due cose sono certe. Tutte le mie scelte verranno fatte assumendomi le responsabilità davanti agli elettori e non con ribaltoni di palazzo. Secondo, se si votasse domattina non mi sembra esistano le condizioni per una alleanza, né col Pd né col Pdl’”. (red)

 

8. Fini, Bersani lo mette alla prova sulla legge elettorale

Roma - Scrive LA STAMPA: “‘Ma è chiaro che non ci crede neanche lui al patto di legislatura! Ha demolito l’azione di governo e ha certificato la crisi del centrodestra, poi ci può pure essere un gioco del cerino per evitare di assumersi la responsabilità di andare al voto, ed è possibile che vi sia un tentativo assurdo di galleggiamento, ma l’Italia non può permettersi altri mesi da perdere in questa situazione’. Dietro queste parole pronunciate in pubblico c’è un punto del discorso di Fini che Pierluigi Bersani ha analizzato al microscopio alle otto di sera con i suoi collaboratori: quel passaggio sulla legge elettorale che prefigura, in caso di caduta di Berlusconi, la possibilità di trovare in Parlamento una maggioranza per dar vita a un governo di rapida transizione che la modifichi. Il leader del Pd ha apprezzato che Fini abbia pure ‘distrutto due anni di politica economica del governo’ con le sue battute sui tagli lineari e sull’assenza di misure per lo sviluppo e la crescita. Ma non ha trascurato affatto quel segnale sulla legge elettorale che fa del presidente della Camera ‘un interlocutore per le regole del gioco’, come dice pubblicamente Bersani e quelle parole che ‘portano acqua al nostro mulino’, come ragiona con i suoi. E una delle prime considerazioni fatte al telefono con chi gli ha parlato è che in caso di crisi di governo quelle posizioni che oggi sembrano così rigide possono diventare più flessibili, anche in casa Pdl, ma soprattutto nella Lega e dentro la ‘ditta’ del Pd.

In quel caso dunque sarebbe meno complicato trovare le convergenze, si aprirebbero le consultazioni e molti nel Pd sono convinti che un Carroccio non legato mani e piedi a Berlusconi comincerebbe a ragionare in modo diverso. Tradotto, non si può escludere uno sbocco istituzionale diverso dal voto, una sorta di governo di transizione. Anche se resta chiaro, ribadisce la Bindi, che ‘con Fini si dialoga sui principi costituzionali e non per farci un’alleanza’. E dopo aver archiviato così il dibattito interno sulle ‘relazioni pericolose’ tra Fini e il Pd, la presidente del partito non ha remore a dire di aver apprezzato il suo discorso, anzi usa le stesse parole di Travaglio: ‘Ha demolito tutti i pezzi del “corpo mistico” di Berlusconi e ora vediamo se riescono a reggere perché sarà dura da digerire per il premier, la vedo complicata. Non è arretrato di un millimetro ma ha fatto passi avanti verso una destra di tipo europeo ed è stato coerente anche col mandato degli elettori’. Ma a voler tenere alta la polemica con la Bindi è Beppe Fioroni, leader dei cattolici dissidenti, che prefigura pure uno sbocco analogo per il Pd dopo la disgregazione del Pdl, venuto meno alla sua missione originaria: ‘Fini fonda la destra moderna e archivia i sogni di chi pensava di costruire un’alternativa con lui. Ora il Pd se non vuole rischiare di finire come il Pdl deve rifondarsi e avere il coraggio della sfida per cui è nato: non consentiremo a nessuno di farlo morire come il Pdl!’.

Fioroni non lo dice, ma dai suoi ragionamenti sulle sofferenze espresse in questi giorni dai vari Veltroni, Chiamparino, Renzi e altri si capisce che lo sbocco evocato è quello di un nuovo partito nato eventualmente da una scissione del Pd. ‘Quel che è successo oggi - dice - può essere contagioso, se le creature originali vengono meno diventa un problema per tutti’. Chi non si agita troppo è Casini, il quale fa notare di aver capito due anni prima di Fini ‘che il Pdl sarebbe stato Forza Italia allargata. Oggi la sua analisi è condivisibile, sul quoziente familiare, sulla legge elettorale, su un federalismo equilibrato. Condivido queste idee ed è importante che abbia confermato il patto con il centrodestra’ per sgombrare il campo dalla scorciatoia del voto anticipato. Detto questo, il ‘pluricorteggiato’ leader dell’Udc esclude di essere disposto a prendere il posto di Fini. ‘Non esiste, non faremo i tappabuchi. Berlusconi assuma piuttosto l’impegno di andare in Parlamento per dire che una fase si è chiusa e faccia un appello alle opposizioni, anche al Pd. Il mio faro morale in ogni caso è il giudizio degli elettori e il nostro posto è all’opposizione’. E chi si inalbera, come sempre, è Di Pietro, perché ‘Fini non deve fare il furbo: vuole fare il capo dell’opposizione, restando al governo: se Berlusconi è un ricattatore perché non lo molla?’”. (red)

 

9. Fini, Franceschini: Prepariamoci alle urne

Roma - “‘Da oggi il governo Berlusconi è in agonia, è un governicchio che dovrà conquistarsi faticosamente provvedimento per provvedimento, emendamento per emendamento, una maggioranza’. Dario Franceschini – in una intervista a REPUBBLICA - ritiene perciò che il suo partito, il Pd, e il centrosinistra tutto, debbano prepararsi, ‘e in fretta’, allo showdown del berlusconismo. Fini ha chiesto a Berlusconi un nuovo patto di legislatura. Il Pd al contrario si aspettava da Fini una spallata al governo, onorevole Franceschini? ‘Quella di Fini è una svolta. Certo sarebbe troppo facile dire: ma dov’era Fini in questi quindici anni e in questi due anni di governo? C’è stato bisogno che toccasse direttamente la violenza del sistema di potere e il controllo della comunicazione di Berlusconi per capire fino in fondo cos’è il berlusconismo. Al di là di questa premessa, è la fine del berlusconismo in Italia. Il leader di ‘Futuro e libertà’ ha adoperato parole ovvie e rassicuranti, di sostegno al governo e di impegno nel centrodestra: il suo popolo è di destra’. Quindi il discorso di Fini non segna la fine del centrodestra? ‘No, è la fine del modello berlusconiano di centrodestra che per sua natura non può accettare la dialettica, il confronto, la democrazia interna senza esplodere. L’anomalia del berlusconismo rispetto a tutti i partiti della destra europea sta in questo: le destre europee normali hanno una dialettica interna, hanno la contendibilità della leadership. Queste due cose non possono convivere con Berlusconi che ha costruito tutto su una visione proprietaria. Che Fini ha smontato’. Però si aspettava di più da Fini? ‘Non mi aspettavo che questo. L’operazione di Fini - lo dico anche per chi si è illuso nel centrosinistra - è nel campo della destra e lui resta un nostro avversario. Ma ha in mente una destra normale ed europea, con cui si può discutere e a cui contendere le leadership. Giudico insanabile la frattura con Berlusconi che non potrà mai accettare lo schema offertogli da Fini a meno di non arrendersi’.

Non prevede retromarce? ‘Fini ha fatto riferimento alla magistratura, al ruolo del capo dello Stato, alla Costituzione, alle regole. Ha preso le distanze da Berlusconi in modo sostanziale, anche sulle politiche di governo, su scuola, federalismo, sicurezza e politica estera, da Gheddafi alle quote latte. Se questo è l’antipasto è chiaro che appena riaprono le Camere per il governo Berlusconi sarà un altro mondo’. Ha anche parlato degli ‘anni che ci separano dal momento che si andrà a votare’. ‘Questa cosa può averla detta non solo per rassicurare il suo elettorato, ma anche convintamente. Quando i nodi però sono di questo tipo, vengono al pettine. Il Pd e il centrosinistra devono essere pronti: prepariamoci, e in fretta. Non possiamo immaginare di affrontare le sfide dei prossimi mesi di questa legislatura, confidando solo sulle fratture del centrodestra. Ho poi intravisto una perfidia nell’affermazione di Fini, che è pronto a sostenere il lodo Alfano o una norma che protegga le alte cariche dello Stato, perché ha capito quello che abbiamo capito noi e cioè che da qualche settimana a Berlusconi interessa sempre meno una norma di ‘copertura’ per il presidente del Consiglio e sempre più un provvedimento che, agendo magari sulla prescrizione, gli faccia scudo anche quando non sarà più premier. Né gli importa se così devasta la giustizia’. Un’alleanza ampia, di salute pubblica, la offrirete a Fini o no? ‘Di fronte a un’emergenza democratica, a una forzatura costituzionale di Berlusconi, si fa appello a tutti quelli che vogliono fermare quel colpo di mano. A emergenza si risponde con emergenza. Punto. Dobbiamo essere una credibile alternativa e costruire un campo che dica con chiarezza quali sono le nostre priorità rispetto alla destra e le nostre battaglie di autunno: la scuola pubblica e il welfare universale, ovvero la protezione per tutti quelli che perdono il lavoro anche precari e autonomi. Faccio un appello: basta con le rottamazioni, con le autocandidature, con i rancori del passato. Non regaliamo a una destra spaccata la nostra litigiosità’”. (red)

 

10. Gli affari di Berlusconi sono gli affari della nazione

Roma - Scrive Giuliano Ferrara nell’editoriale sul FOGLIO di oggi: “Ad personam, dunque, e vediamo se questo latinorum etico al quale è inchiodata l’Italia dal 1994 abbia un senso, eventualmente, e quale. Berlusconi, e ormai è chiaro, non è mai entrato in politica. Quello era il mio desiderio e di pochi altri scemi. Una anomalia che diventa nuova cultura politica attraverso la costruzione di un sistema costituzionale diverso da quello travolto nelle inchieste che liquidarono i partiti del Cln, fondato sulle regole del maggioritario e dell’alternanza, e di un nuovo spirito liberale: illusione da gonzi. Anche Pannella ci credeva, in Berlusconi amerikano. Anche molti suoi nemici gli riconobbero inventiva, slancio, amore fantasioso della novità, videro in atto una riforma della politica, e la imitarono, e parlarono di un Reagan della Brianza. Ma non era politica. Era davvero una discesa in campo. Era una partita. Quel che più importa, era una partita personale, per la quale Berlusconi si inventò una squadra e giocò, vincendolo ripetutamente, ma anche incorrendo in severe sconfitte, il campionato. Non ha senso rimproverare a Berlusconi di badare ai propri affari, cioè di difendere sé stesso dai magistrati d’assalto e la sua roba da sentenze che vorrebbero smembrarla a tavolino. Berlusconi si è indirizzato al paese che ama, ha parlato da presidente fin dal primo istante, un temperamento tifoso-patriottico ce l’ha e anche non privo di una sua grandeur, e Forza Italiaaaaaaa!, ma non ha mai nascosto la nuda verità: non voglio che facciano a me quel che hanno fatto a Craxi politico o a Rizzoli e Gardini imprenditori, un saccheggio della roba che è il frutto della mia industriosità e dei miei compromessi con lo spirito e il gusto del pubblico, e con la politica degli anni Ottanta, e un attacco ad personam capace di portarmi dietro le sbarre.

Berlusconi passerà alla storia per questo: lo volevano morto per ragioni di faziosità politica, per completare il ciclo della gogna e della ghigliottina manipulitista, lui si prese l’immaginazione del paese, il suo consenso, e li sgominò dominando la scena italiana, riducendo al lumicino un establishment fitto di imbroglioni senza talento, salendo sulla ribalta europea e mondiale in anni turbolenti e duri per l’economia, per l’ordine internazionale, per la politica. Ma è chiaro che Berlusconi non ha mai voluto superare la sua anomalia, che è in fondo la sua identità. Prima o poi, visto che una riforma rivoluzionaria del sistema costituzionale si è rivelata impossibile, bisognerà ripristinare un sordo e grigio sistema di routine istituzionale, ordinato e comprensibile al di là dei caratteri personali, e sarà bello per allora occuparsi di tante altre cose belle che accadono nel mondo, ma per ora dire ‘ad personam’ vuol significare niente, esattamente niente. Berlusconi ha giocato sé stesso nell’avventura, e quando si difende con le unghie e con i denti, fa semplicemente politica, la fa nel modo legittimato dal ruolo che ha interpretato nella storia italiana, dal consenso che riceve, e dalla giusta, sacrosanta resistenza alla trasformazione di questo paese in una caserma o in una dépendance delle procure della Repubblica. Gli affari dell’establishment – insider trading compreso – sono affari di famiglia. Gli affari del signor Berlusconi sono gli affari della nazione. Punto e basta”. (red)

 

11. Alfano: Processo breve indispensabile

Roma - Riporta IL GIORNALE: “‘Il nemico principale della giustizia è la sua len­tezza ‘. Non ha avuto incertezze, il Guardasigil­li Angelino Alfano, scandendo ieri queste paro­le di fronte all’esclusivo parterre internaziona­le del Workshop Ambrosetti di Cernobbio. Cor­redandole perdipiù, come si conveniva al conte­sto, di dati sufficienti a parlare da soli. Ovvero 3,3 milioni di processi penali pendenti, 5,6 quel­li in materia civile, 40% di crescita annua dei ricorsi negli ultimi sei anni e 170mila prescri­zioni in media ogni dodici mesi, il che significa che ‘170mila vittime di reato non hanno avuto giustizia e che 170mila colpevoli non hanno avuto una sanzione’. E ha avuto ancora meno incertezze, il ministro, declinando poco dopo gli stessi concetti con i giornalisti, ma in un linguaggio più vicino alle corde dellapoliticaitaliana.Com’è ormai noto, ha ribadito Alfano, il ‘processo breve non farà parte della mozione parlamentare, così come richiesto dal presidente del Consiglio’, perché in questo modo il premier ‘si è sottratto a un linciaggio strumentale e mediatico da parte del­la sinistra’. Si è trattato di una scelta dettata dal fatto che ‘riteniamo che non si debba abbinare una giu­sta idea, quella di abbreviare i tempi dei proces­si, a una sua cattiva interpretazione’, ovvero che ‘fosse una norma ad personam’. Interpre­tazione respinta invece dal Cavaliere, ha conti­nuato il Guardasigilli, ‘che ha giustamente e le­gittimamente detto di essere disinteressato a questo genere di norme’. Alfano non ha poi precisato se la proposta an­drà avanti, ma ha tenuto a sottolineare che quel­la del processo breve ‘è una norma sacrosanta che ci viene richiesta dall’Unione europea e in assenza della quale continueremo a pagare sol­di ai nostri concittadini che si lamentano per la lentezza dei processi’. Il ministro ha ricordato in proposito che sono stati finora già pagati per questo motivo 250 milioni di euro e che ‘in Par­lamento giacciono proposte di legge provenien­ti dalla sinistra, a conferma che è indispensabi­le abbreviare i tempi dei processi’”. (red)

 

12. Milano, Lega contro il cardinale sulla moschea

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: ‘Sono il ministro dell’Interno, non un costruttore di moschee’. Così Roberto Maroni ha liquidato l’appello dell’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, che ieri, in un colloquio con Repubblica aveva esortato le istituzioni milanesi a lasciar costruire ai musulmani, ‘a loro spese e nel pieno rispetto della legalità’, un luogo di culto nel capoluogo lombardo. Il ministro Maroni spiega le ragioni della chiusura di quella che fino a due anni fa era la più grande sala di preghiera islamica in città: ‘Siamo intervenuti sulla cosiddetta moschea di viale Jenner solo perché c’era un problema di ordine pubblico’. Il cardinale aveva sottolineato ‘il rischio che la politica strumentalizzi questo argomento per aumentare il livello di scontro, aumentando la tensione e senza trovare soluzioni a un problema che si trascina da anni’. E infatti, il giorno dopo l’appello, il tema della moschea diventa argomento di campagna elettorale. Il sindaco Letizia Moratti, a chi le chiede un’opinione in merito, svicola: ‘Questo è già l’anno dedicato alla cultura islamica a Milano, con tante iniziative finalizzate a far conoscere i valori dell’Islam’. Sulla necessità di realizzare una moschea a Milano è chiarissimo invece il vicesindaco Riccardo De Corato: ‘Rispetto le opinioni di Tettamanzi, ma per noi la moschea non è una priorità. Finché ci sono interlocutori inaffidabili, un dialogo con gli islamici non può neanche cominciare, dato che si parla di un argomento che non riguarda l’urbanistica ma la sicurezza’.

Anche la Lega si scatena contro l’arcivescovo, che a dicembre aveva già definito ‘imam’. Matteo Salvini, europarlamentare e capogruppo a Palazzo Marino è tagliente: ‘La moschea non è una priorità né possiamo cedere spazi a chi usa la sua religione per imporre un modo di vivere arretrato di secoli. Se il cardinale ha dimenticato l’occupazione del sagrato del Duomo, ospiti gli islamici nei suoi immensi palazzi’. Di parere opposto i due candidati sindaci che si sfideranno alle primarie del centrosinistra. L’avvocato Giuliano Pisapia definisce ‘triste e deprimente la reazione del ministro Maroni, che dimostra ancora una volta la grave incapacità di affrontare una questione che riguarda la crescita culturale e civile di Milano e dell’intero Paese’. E aggiunge: ‘I lavoratori e cittadini di fede islamica hanno un diritto inalienabile ad avere un luogo dove poter professare la propria fede’. L’architetto Stefano Boeri, sostenuto dal Pd nella corsa alla poltrona del sindaco, rincara la dose: ‘Una città deve guardare in faccia i problemi, non rimuoverli. In una città moderna e aperta come Milano la dimensione della sacralità andrebbe ospitata in spazi adeguati, pubblici e trasparenti. Anche da noi, come è avvenuto a Parigi o a Londra, dovrebbe nascere un grande centro della cultura islamica che comprenda oltre alla moschea, spazi di incontro e aggregazione’”. (red)

 

 

13. Tremonti: Subito riforme e ministro sviluppo

Roma - “Prima il siluro, non senza malizia: ‘non ci vuole un genio che ci dica che bisogna fare come la Germania, è superficiale, è roba da bambini… Il nostro Pil è fatto moltissimo sotto i 100 addetti dove la Germania c’è già’. Poi, nel pomeriggio, la precisazione per evitare di alzare il tormentone con il ‘rivale’ Mario Draghi, che venerdì aveva invitato l’Italia proprio a seguire la Germania: ‘nessun attacco e nessuna allusione, semplicemente un richiamo alla realtà e al buon senso. Non c’è più tempo per le polemiche e la personalizzazione’. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti – scrive LA STAMPA -, chiudendo il workshop di Cernobbio, torna sulla crisi economica confermando che ‘non c’è emergenza autunnale come si legge su alcuni giornali, ma un’esigenza di cambiare e di redigere, in forma politica, il nostro programma di riforma’. Da qui alle polemiche sulla vacatio al dicastero dello Sviluppo economico, il salto è breve. ‘Naturalmente è necessario un ministro’, ammette Tremonti. Tuttavia occorre ‘essere meno dialettici e superficiali in queste discussioni’. Perché quando c’era, ‘si diceva che non faceva politica industriale: ricordo che negli anni 70 si reputavano maturi settori come la moda e l’arredamento…’, ironizza. Piuttosto ‘la politica industriale la fa il governo e tutto il paese’, che dev’essere ‘all’altezza del tempo che abbiamo davanti, definendo nei prossimi 10 anni qual è il bene comune’. Per Tremonti, infatti, ‘in Europa la grande questione è che modello economico vogliamo’. Da un lato c’è quello ‘export led’, dall’altro ‘quello Delors, investimenti e domanda pubblica fatta con emissione di debito’. Capire su quale puntare ‘è molto difficile’.

Per parte sua ci prova ri-elencando gli 8 punti di riforma anticipati a Rimini: le regole giuridiche ‘del mondo perfetto che non possiamo più permetterci’, il sud dove ‘c’è un drammatico problema di classe dirigente’, il nucleare, la riforma fiscale, il federalismo (pur continuando a difendere le province) e via elencando. Il tutto incorniciato in una Europa che, dopo la crisi, ‘si sta dando un architettura istituzionale (Bce con più poteri, fondo Ue, bilancio comune e patto di stabilità e di crescita) che la avvicina al motto americano E pluribus unum, superando le politiche national oriented’. In questo modo ‘l’Ecofin diventa la piattaforma su cui scrivere i documenti fondamentali, dando finalmente forma all’ectoplasma di Lisbona’. Insomma un Tremonti zelig, iper europeista, dopo anni di euroscetticismo professato. Poi non manca di dare un ‘pizzicotto’ a Emma Marcegaglia: ‘abbiamo istituzionalizzato le reti d’impresa, ma le reti non le fa il governo, adesso devono funzionare per sforzo dell’economia...’. Proprio Marcegaglia dalle colonne de La Stampa aveva chiesto all’esecutivo un focus maggiore sull’economia. Parole andate di traverso a Tremonti ma confermate da Cernobbio: ‘Non c’è una visione e una volontà vera di lavorare sui punti che riguardano la crescita, solo iniziative spot’, ha ribadito il leader di Confindustria, che chiede ‘un nuovo patto sociale per aumentare salari e produttività, da definire in un confronto governo-impresa-sindacati’. ‘Anche facendo partecipare i lavoratori ai risultati di impresa’ e soprattutto ‘abbassando le tasse su imprese e lavoratori’. I due, dopo le scintille, all’ora di pranzo si sono parlati. Un breve colloquio seguito da baci e abbracci e l’appeasement: ‘bene Tremonti - dice Marcegaglia - dopo una prima fase di rigore abbiamo convenuto che si debba lavorare insieme su produttività e competitività. La politica deve fare la sua parte, ma le parti sociali devono mettersi al lavoro’”. (red)

 

14. Libia, vertice straordinario per Unicredit

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Sarà con tutta probabilità necessaria la convocazione in tempi stretti di un consiglio di amministrazione straordinario di Unicredit per poter trasmettere alla Banca d’Italia gli approfondimenti richiesti sull’ascesa nel capitale degli investitori libici. La Banca Centrale di Tripoli e il Fondo sovrano del Paese guidato da Muhammar Gheddafi che hanno messo insieme una quota da primo socio, pari al 7%, aggirando, questo è il sospetto, il limite statutario del 5% al voto in assemblea. La vicenda che sta facendo salire la tensione in Piazza Cordusio è già sul tavolo del comitato ‘Corporate Governance’ convocato dal presidente Dieter Rampl per dopodomani, mercoledì 8, nel pomeriggio. Un passaggio tecnico indispensabile che tuttavia non basterà per poter rispondere alla Vigilanza. Il documento predisposto dal presidente avrà bisogno del via libera del'intero board. Considerato che il primo consiglio utile è quello già fissato per il 30 settembre, lo stesso Rampl potrebbe convocarne uno in tempi ravvicinati, forse già il 13 o 14 settembre. All’ordine del giorno del comitato governance, intanto, sono stati inseriti due punti. Il primo, ‘la partecipazione della Lia’, la Lybian Investment Authority, il fondo sovrano che ai primi di agosto, a sorpresa, ha acquistato il 2,07% della banca aggiungendo questa quota al 4,99% della Central Bank of Lybia, il secondo è ‘la risposta alla Banca d’Italia’.

L’organo composto oltre che da Rampl e dall’amministratore delegato Alessandro Profumo, dai vicepresidenti Fabrizio Palenzona (Fondazone Crt), Luigi Castelletti (Cariverona), Vincenzo Calandra Buonaura (Carimonte) e dai consiglieri Luigi Maramotti e Francesco Giacomin dovrebbe esaminare anche il parere legale prodotto dagli avvocati della banca secondo il quale le due quote degli investitori libici sarebbero da considerare distinte. È assai probabile che il comitato porti al consiglio la richiesta di avvalersi anche di una perizia esterna sulla posizione dei soci arabi. Questi ultimi starebbero oltretutto a loro volta già elaborando le risposte da dare alla Consob su quel blitz dei primi d’agosto. La tesi che sarà sostenuta dalla Lia, forse già questa settimana, è proprio quella di essere un investitore istituzionale, sganciato e distinto dalla Banca Centrale, autonoma per definizione. Argomentazioni destinate a reggere? Entrambe le istituzioni fanno capo al governo del Colonnello Gheddafi recente protagonista della visita nella Capitale che ha lasciato a dir poco perplessi gli azionisti italo-tedeschi di Unicredit. Sulle reali intenzioni dei libici, che in una prima fase avevano lasciato intendere di voler salire fino al 10% (complessivamente), potrebbe di sicuro fare un po’ di chiarezza il quarto vicepresidente del gruppo di Piazza Cordusio, Farhat Bengdara, governatore della Banca centrale libica e membro della Lia. Un motivo in più, l’’audizione’ di Bengdara per convocare il consiglio straordinario”. (red)

 

15. Energia, Enel-Edf: Col nucleare 11 miliardi di risparmi

Roma - Scrive LA STAMPA: “Una ricerca sul nucleare commissionata da Enel ed Edf ha il sapore del vino presentato dall’oste: è, per definizione, ottimo. Un modo come un’altro per andare in pressing, su un progetto sempre in bilico come quello dell’atomo, in una giornata propizia per affrontare il tema. L’assist, dal Workshop Ambrosetti, giunge nientemeno che dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: ‘Siamo debolini sul pil? Noi competiamo con paesi che hanno tutti il nucleare, noi abbiamo il costo dell’energia’. Il rilancio dell’atomo resta, per il ministro, essenziale, ‘voglio vedere chi ha il coraggio di dire di no del tutto...’. Enel non si lascia dunque sfuggire l’occasione e, attraverso la ricerca commissionata agli ospiti (la The European House-Ambrosetti), riporta le cifre di un’Italia che da Cenerentola energetica d’Europa, dovesse risvegliarsi domattina col 25% della produzione affidata all’atomo, il 27% alle rinnovabili e il 48% alle fonti fossili come gas e carbone. L’impatto annuo complessivo sull’economia italiana, stima lo studio, sarebbe compreso tra i 4,5 e gli 11 miliardi di euro. Un calcolo ottenuto incrociando il risparmio sui costi di produzione (tra 1,7 e 2,4 miliardi l’anno a seconda di quali fonti di produzione il nucleare dovesse andare a sostituire) e gli effetti diretti, indiretti e indotti. Fatih Birol, capo economista dell’Agenzia Internazionale per l’Energia - componente di un comitato guida curiosamente eterogeneo, in cui trovano posto un deputato (Pdl) come Maurizio Lupi e un manager cinematografico, come il presidente della Medusa Carlo Rossella - spiega che per l’industria italiana le commesse derivanti dal ritorno al nucleare sarebbero pari, per ciascuna centrale, ‘a 2-3 miliardi di euro, con la creazione di oltre 10 mila posti di lavoro’, oltre all’impatto ‘praticamente nullo’ dal punto di vista ambientale in termini di produzione di anidride carbonica.

Gli svantaggi? Quei ‘4-5 miliardi di euro di costi iniziali di investimento’ per una centrale da 1700 Megawatt di capacità. Anche se, aggiunge Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel, ‘i ritorni sono assicurati dalle tariffe senza che ci sia bisogno di aumentarle’. Dall’investimento nelle centrali (che hanno una vita media di sessant’anni) si attende un ritorno ‘tra il 10 e il 15%’, che si confronta con ‘l’8-9% delle rinnovabili che, con gli incentivi, possono assicurare anche fino al 20-30%’. Se il costo complessivo di produzione (una parte della bolletta) di un Megawattora con una centrale a ciclo combinato a gas è di 70-80 euro, con le centrali nucleari si abbatte a 50-60 euro. Le bollette caleranno? Conti dice che sì, a regime, è possibile ‘una riduzione del 20% e assestarsi sui livelli della Germania, che presenta costi vicini alla media europea’. Il responsabile ‘green economy’ del Pd, Ermete Realacci, grida alla menzogna: ‘È un’enorme frottola: senza un forte sostegno pubblico l’attuale nucleare non è competitivo e i costi ricadrebbero sulle tasche degli italiani’. Conti ora ha fretta di vedere il progetto (8 centrali, di cui 4 a guida Enel-Edf, con investimenti complessivi per 40 miliardi di euro) fare passi in avanti, ‘bisogna che il governo - dice - completi la normativa entro l’anno’, affinché la nuova generazione nucleare parta entro il 2020 per raggiungere nel 2030 il 25% della generazione totale. Il top manager di Enel dice che ‘c’è spazio anche per altri operatori e grandi clienti energivori che vogliano investire con noi per avere energia a prezzo di costo’. Umberto Quadrino coglie l’occasione per dire che la sua Edison ci sarà: ‘Ci consideriamo già partner - dice l’ad di Foro Buonaparte - e, se il progetto parte, sicuramente Edison ci sarà con una quota del 20%’, che si traduce in un impegno complessivo da circa 4 miliardi di euro”. (red)

 

 

16. Iran, frustate a Sanikeh. Frattini chiede gesto clemenza

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “‘La condanna è già stata eseguita ‘ , ovvero Sakineh Mohammadi Ashtiani ha già ricevuto la punizione di 99 frustate per aver ‘sparso corruzione e indecenza’ diffondendo una sua foto col capo scoperto. Foto non sua — si è poi scoperto —, di cui lei non sapeva niente, pubblicata per errore da un giornale di Londra a migliaia di chilometri dal carcere di Tabriz dove la prigioniera più famosa d’Iran attende l’esecuzione da quattro anni. Ma tant’è, il regime reagisce con rabbia alla campagna mondiale per liberarla e si vendica, ancora una volta. La notizia dell’avvenuta flagellazione è stata data ieri da una ex compagna di cella di Sakineh, intervistata da Radio Farda e unico contatto dell’avvocato e dei figli con la prigioniera. ‘È stata un’atrocità ingiustificata’, ha detto all’Adnkronos il primogenito 22enne Sajad, che non vede né sente la madre da 20 giorni ma riesce ad avere sue notizie dalle detenute liberate. Sajad dice di vivere nel terrore. ‘Ho paura per me e per mia sorella soprattutto. Abbiamo ricevuto in questi giorni varie telefonate del ministero dell’Intelligence, ci chiedeva di presentarci alla sede di Tabriz ma per ora non l’abbiamo fatto perché abbiamo paura, non sappiamo cosa ci vogliano fare’”.

Scrive ancora il CORRIERE: “Dopo Carla Bruni, è stato il presidente del Consiglio italiano a essere messo all’indice dal principale quotidiano conservatore della Repubblica islamica dell’Iran. ‘Berlusconi è un uomo moralmente corrotto’, ha scritto Kayhan, un giornale il cui direttore è nominato dalla Guida Suprema Ali Khamenei, per indebolire, agli occhi degli iraniani, le richieste occidentali di salvare Sakineh Mohammadi Ashtiani, la quarantatreenne condannata alla lapidazione per adulterio e complicità nell’uccisione del marito. Una settimana fa la stessa testata aveva chiamato ‘prostituta italiana’ l’attuale moglie del presidente francese, sostenendo che anche Carla Bruni meriterebbe di morire massacrata a pietrate per aver rovinato il precedente matrimonio di Nicolas Sarkozy. Berlusconi è stato presentato da Kayhan come ‘simbolo della deviazione morale in Italia’, con ‘prove’ della sua ‘dissolutezza sessuale’ rintracciabili sulla stampa italiana ed europea. Per deplorare che suoi ministri donne si pronuncino a favore della vita dell’iraniana marchiata come adultera, il giornale lo ha attaccato così: ‘Il capo della mafia italiana si è unito ai difensori del crimine’. Sono frasi che nei rapporti tra Stati, benché provenienti da un quotidiano, potrebbero preludere a dichiarazioni di guerra. Ma con l’Iran, secondo produttore di petrolio dell’Opec, Paese dotato di un decimo delle riserve mondiali di greggio, la questione è più articolata. Così ieri è continuato a scorrere lungo due binari paralleli lo scambio di messaggi tra Teheran e l’Italia su Sakineh. Da una parte un’impennata, gli schiaffi di accuse ruvide, esplicite. Dall’altra un flusso ovattato di esortazioni e sollecitazioni, non privo di avvertimenti e tuttavia contenuto entro canoni di diplomazia.

Tra i primi ad esser disposti secondo il doppio binario, i commenti della parte politica di Berlusconi. Daniele Capezzone, portavoce del Popolo della libertà, esplicito, ha dichiarato che il caso di Sakineh ‘mostra cosa sia il regime di Mahmoud Ahmadinejad’: ‘L’uso violento dell’estremismo religioso’. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, stesso partito, funzioni diverse, è tornato invece a suggerire a Teheran ‘un gesto di clemenza’ per ‘creare un nuovo clima di fiducia con la comunità internazionale’ garantendo ‘rispetto della sovranità iraniana e nessuna interferenza’. Ci sono spiegazioni per tanta delicatezza. Nonostante negli ultimi mesi dia risposte giudicate più soddisfacenti dagli Usa che gli chiedevano di ridurre gli affari con l’Iran (nell’Unione europea l’Italia ne è il secondo partner commerciale), il governo Berlusconi cerca di mettere a frutto una tradizione nazionale di buoni rapporti con Teheran per rimediare all’estraneità al nucleo dei Paesi determinanti nelle reazioni ai piani nucleari di Ahmadinejad. Il 5 agosto, prima di far consigliare ‘clemenza’ tramite l’ambasciata a Roma, Frattini ha dichiarato di volere ‘un Iran stabile’. Stabile significa un Iran con il regime al potere, senza appoggi a rivolte o colpi di Stato. Ieri Frattini si è ridetto disposto a incontrare il suo collega iraniano all’assemblea dell’Onu. E il collega, minatorio, ma garbato, ha fatto sapere che i Paesi favorevoli a nuove sanzioni ‘perdono l’enorme opportunità’ di lavorare con l’Iran”. (red)

 

 

17. Spagna, l’Eta chiede una nuova tregua

Roma - “L’Eta chiede una tregua – scrive LA REPUBBLICA -. Vuole abbandonare la lotta armata che conduce da mezzo secolo. Ha bisogno di trattare una resa, vuole entrare nella legalità, conquistare i suoi spazi politici con sistemi democratici e non violenti. Punta a sciogliersi e a candidarsi, con un nuovo nome e sotto una nuova bandiera, alle prossime elezioni municipali dei Paesi Baschi nel 2011. Con un video trasmesso alla Bbc e al quotidiano in lingua basca Gara, l’organizzazione fondata il 31 luglio del 1959 da un gruppo di studenti e intellettuali nazionalisti di ispirazione marxista-leninista rompe il silenzio degli ultimi due anni e propone un cessate il fuoco ‘per avviare una soluzione democratica’ al processo di indipendenza della regione, ‘affinché attraverso il dialogo e il negoziato, tutti noi, cittadini baschi, possiamo decidere il nostro avvenire in forma libera e democratica’. Letto da uno dei tre militanti incappucciati, probabilmente una donna, seduti dietro un tavolo e davanti ad un drappo che riporta i colori e i simboli dell’organizzazione (un serpente arrotolato su un’ascia), il documento apre uno scenario del tutto nuovo nel sanguinosissimo scontro tra il governo centrale di Madrid e l’Eta, ritenuta responsabile di 829 morti in 52 anni di attività terroristica. Nonostante la cautela e il comprensibile scetticismo del governo Zapatero, la mossa di ‘Euskadi Ta Askatasuna’ viene esaminata con grande attenzione in queste ore dal ministro degli Interni Alfredo Rubalcaba. L’organizzazione non indica chiaramente se si tratta di una proposta di tregua temporanea o definitiva. Non fissa dei paletti, un percorso del negoziato. Chiede al governo spagnolo, genericamente, ‘di convenire a delle condizioni democratiche minimali necessarie per avviare il processo democratico’. Estende la sua proposta alla comunità internazionale (Parigi e Bruxelles, soprattutto), come garante ‘di una soluzione duratura, giusta e democratica’.

Scettiche le reazioni di tutti i partiti spagnoli. La scia di sangue e il fallimento degli 11 cessate il fuoco proposti dall’organizzazione dal 1981 hanno disilluso anche i più ottimisti. Per il primo ministro José Luis Zapatero (Psoe) ‘è troppo poco’. Il Psoe e Izquierda unida insistono: ‘Ben venga una tregua, ma l’Eta deve rinunciare definitivamente alla lotta armata’. La nuova iniziativa non giunge del tutto inaspettata. Analisti e osservatori spagnoli ricordano che sin dal marzo scorso c’erano stati precisi segnali di distensione e inviti a cessare le azioni armate. Nel febbraio del 2010, il gruppo della cosiddetta sinistra ‘abertzale’ basca, durante due viaggi in Sudafrica e nell’Irlanda dell’ex Ira, aveva pubblicamente invitato i resti di una struttura falcidiata dagli arresti e senza più un direttivo, ad avviare un negoziato su base democratica. Le difficoltà di Eusko Alkartasuna (Ea), il partito nazionalista basco, e la messa al bando di Batasuna, il braccio politico dell’Eta, escluso dall’arena politica nel 2003, avevano spinto Arnaldo Otegi, Rufi Etxeberria e Rafael Diez Usabiaga, tre esponenti di Batasuna, a promuovere pubblicamente ‘un negoziato per via politica e pacifica’ al problema basco. La valenza politica della nuova proposta dell’Eta è stata sottolineata ancora ieri mattina da altri quattro esponenti della vecchia Batasuna. Si sono presentati in un albergo di San Sébastian e hanno definito l’annuncio ‘di un valore fondamentale per l’avvio di un processo di pace democratico’. Le valutazioni e le analisi dei quotidiani spagnoli restano caute. Tutti sono convinti che si tratti di una prima offerta. Se ci sarà una tregua, spiegano, sarà per dosi. È comunque chiaro che sulla svolta dell’Eta pesa la raffica di arresti degli ultimi mesi. Solo quest’anno sono stati catturati 68 tra dirigenti e militanti, tra i quali il capo, il suo vice e il responsabile militare”. (red)

 

 

18. Usa: al via campagna Midterm, gradimento Obama ai minimi

Roma - Scrive LA STAMPA: “Il Labor Day segna l’inizio della campagna elettorale di Midterm per il rinnovo del Congresso e i democratici la affrontano con un piano di emergenza confezionato da Nancy Pelosi nel tentativo di scongiurare la vittoria repubblicana. A far scattare l’allarme in casa democratica sono state due tendenze: quella dell’elettorato a favorire i repubblicani imputando all’amministrazione la persistente crisi economica; e quella dei propri candidati che in molti collegi stato facendo di tutto per evitare ogni identificazione con il presidente Barack Obama. Come nel caso di Joe Donnelly, deputato uscente nel secondo distretto dell’Indiana, che nello spot tv dice di ‘non avere nulla a che fare con quelli di Washington’ facendo coincidere la frase con la foto di Obama e Pelosi seduti assieme alla Casa Bianca. In South Dakota la deputata Stephanie Sandlin per tentare di conservare il seggio chiede addirittura il voto ‘contro il trilione di dollari speso per la riforma sanitaria’ voluta da Obama. Il collega Jason Altmire, in Pennsylvania, corteggia gli elettori con la seguente motivazione: ‘Non ho certo timore di sfidare Obama e Pelosi’. Dietro il moltiplicarsi di questi episodi c’è la popolarità del presidente precipitata al 42 per cento al termine di un’estate che ha visto la disoccupazione crescere al 9,6 per cento. ‘Sono molti i candidati che non vogliono essere assimilati a Obama e preferirebbero fare comizi con Bill Clinton e Joe Biden’ spiega Mark Halperin, analista politico di Time, secondo il quale ‘nei collegi in bilico una visita di Barack può trasformarsi nel colpo di grazia a favore degli sfidanti repubblicani’. L’editorialista del Washington Post E. J. Dionne aggiunge: ‘Obama si è trasformato in un’arma a doppio taglio, mobilita la base liberal ma allontana gli indipendenti’. La corsa dei candidati democratici a prendere le distanze dai propri leader è tale che Tim Kaine, presidente del partito, è sceso di persona in campo per frenarla, lanciando un appello: ‘Fuggire da chi siete è sciocco, dovreste piuttosto essere orgogliosi di Obama, Pelosi e del capo dei senatori Harry Reid’.

Ma l’ostacolo maggiore per Kaine rimangono i sondaggi che, secondo le medie calcolate da RealClear Politics, assegnano ai repubblicani la riconquista della Camera - con uno smottamento di almeno 50 seggi - e preannunciato un testa a testa per il Senato. Da qui la decisione di Nancy Pelosi di affrontare la crisi dei democratici tentando di trovare rapidamente un rimedio. D’altra parte fu lei nel 2006 a pianificare l’assalto ai repubblicani che portò alla conquista del Congresso e ancora oggi può contare sulla più agguerrita task force di consulenti elettorali democratici. La scelta è stata di concordare con Chris Van Hollen, capo della campagna per il Congresso, una svolta netta: la battaglia di Midterm non si combatterà più sostenendo ovunque i risultati positivi dell’amministrazione Obama - dalle riforme di Sanità e Wall Street alla fine della guerra dall’Iraq - ma spingendo i candidati a ingaggiare duri duelli singoli con i repubblicani avanzando argomenti locali. Per fare questo Van Hollen entro due settimane identificherà le gare che possono essere ancora vinte al fine di conservare il controllo Camera e Senato e quindi Pelosi guiderà una massiccia raccolta fondi per sostenere i candidati in prima linea. In concreto ciò significa che la speaker della Camera chiederà a deputati e senatori di versare in fretta ingenti fondi a favore dei colleghi più a rischio per finanziare spot molto aggressivi contro i repubblicani che sono considerati ancora battibili. La Casa Bianca invece sembra seguire un’altra strategia. Da oggi Obama inizia in Wisconsin una serie di eventi pubblici per rilanciare le ricette economiche contro la crisi mentre il suo guru elettorale, David Plouffe, disegna un approccio agli ultimi 60 giorni tutto offensivo: ‘È vero che la crisi continua ma chiederemo il voto ai nostri candidati sulla base dei progressi compiuti in questi due anni, abbiamo scongiurato la depressione verso la quale i repubblicani ci stavano trascinando e i repubblicani di oggi sono gli stessi di ieri, non sono affatto cambiati’. Ma anche Plouffe appare in difficoltà quando durante i talk show gli viene chiesto se ‘l’indebolimento di Obama è tale da poter escludere che nel 2012 Hillary Clinton si candidi alle primarie democratiche contro di lui’. La risposta che dà è assai cauta: ‘Al momento Obama e Clinton sono un ottimo team’”. (red)

 

 

19. Al Campiello polemica sul decolleté della Avallone

Roma - “Libri e decolleté. La polemica del dopo-Campiello quest’anno non insegue la classifica, i pronostici sfumati, come talvolta è accaduto nelle passate edizioni. (...) La cultura e la scrittura qui non c’entrano – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. C’entrano piuttosto gli apprezzamenti di Bruno Vespa verso la vincitrice del Campiello Opera Prima, Silvia Avallone: 26 anni, alta, avvenente, in abito bianco lungo, con una scollatura profonda. A farla breve, mentre l’autrice di ‘Acciaio’ saliva sul palco, a Vespa è scappato un complimento di troppo sulle femminee grazie, rinforzato da un sorriso vagamente malizioso. Pubblico in sala, al Gran Teatro La Fenice, dove si svolgeva l’evento, e telespettatori a casa. Serata, come prevede il copione, tra cultura, spettacolo, mondanità. Ma la sortita del conduttore, sulla quale l’interessata ha sorvolato (‘Ero emozionata, non mi sono neppure resa conto’), non è affatto piaciuta a Michela Murgia, la scrittrice nella cinquina dei finalisti, che ha trionfato al Campiello con il romanzo ‘Accabadora’. Fatto sta che, calato il sipario, il giorno dopo si accendono altri riflettori. Con una dichiarazione, secca, riportata da un’agenzia di stampa, della tosta Michela: ‘Vespa non mi è piaciuto. Il suo comportamento verso la Avallone e gli apprezzamenti sono stati di cattivo gusto. Se li avesse fatti a me, avrebbe avuto la risposta che si meritava’.

Commento a caldo? Neanche per idea. La Murgia, appena atterrata nella sua Sardegna, risponde al telefono e rincara la dose: ‘Quando c’è di mezzo una donna, si va sempre a parare sul corpo. Non importa la sua intelligenza, non importa se viene festeggiata, premiata, perché ha scritto un libro importante. Tutto si svilisce, si riduce alla carne’. Quindi, aggiunge alcuni dettagli sull’episodio. ‘Ho sentito bene le parole di Vespa — racconta — che ha perfino invitato la regia ad inquadrare il bel decolleté di Silvia. Inqualificabile. Io e Gad Lerner abbiamo incrociato gli sguardi, sbalorditi’. Afferma, decisa: ‘In altre tv d’Europa, a un conduttore non sarebbe permesso di comportarsi così’. E Vespa? Esterrefatto pure lui, replica brevemente: ‘L’apprezzamento alla Avallone era fatto con molta grazia. La Murgia dimostra di non avere senso dell’umorismo. Ad majora’. Sdrammatizza anche Silvia Avallone, con una risata. Poi argomenta: ‘Innanzitutto bisogna valutare il contesto in cui certe cose si dicono. Non eravamo in un’aula universitaria. L’evento, certo, riguardava un premio culturale; tuttavia, in un’atmosfera di levità’. ‘A onor de vero — continua — ero così emozionata e felice di essere su quel palco che neppure mi sono resa conto degli apprezzamenti di Vespa. Comunque, è ovvio che vengono prima i libri dei vestiti’. Conclude: ‘Rispetto il punto di vista di Michela Murgia e mi fa piacere che abbia dato peso all’accaduto. Del resto, la considero una sorella maggiore. Una persona da cui ho molto da imparare, soprattutto per la scrittura’”. (red)

 

 

20. Addio vetrine, arriva il negozio "Touch screen"

Roma - Scrive LA STAMPA: “Ci sono tante vetrine vuote, sulla passerella della moda internazionale che è la Madison Avenue, con il cartello ‘Affittasi’. Ma la recessione ha imposto l’abbandono dei locali ai commercianti di tutti i generi un po’ ovunque, nella Grande Mela e in tutta America. E non è solo questione di crisi del momento. Le vetrine su strada stanno cambiando pelle e anima, e quando riapriranno i negozi della prossima generazione non saranno più gli stessi. Il vecchio punto vendita ha perso smalto, come dimostra uno studio della Ipg Media, società californiana di consulenza di marketing al dettaglio. Condotto tra 10mila clienti, ha rivelato che il grado di soddisfazione nei negozi declina anno dopo anno del 15%. La gente compra sempre di più via online, ma non è solo la concorrenza digitale che impone al settore di reinventarsi. Ormai la gente ‘ragiona’, e si guarda attorno, attraverso la lente interattiva dei computer, degli iPad e dei telefonini intelligenti. Tutti si stanno abituando alla propria ‘vetrina’ personale sconfinata, docile ai comandi delle dita che sfiorano i tasti, e persino alla propria voce che colloquia con il cellulare, per avere risposte su tutto. È a questo nuovo abito mentale che pensano gli strateghi del marketing impegnati nella creazione del retail del terzo millennio. La passeggiata da ‘window shopping’ (il curiosare nelle vetrine) lungo il corso principale e il contatto umano con il commesso che sorride e s’inchina non spariranno ma diventeranno ‘il piacere di una volta’.

Un po’ come scrivere una lettera a mano invece che spedire l’email. Ma il trend, il business, i profitti di domani devono tenere conto dell’uomo digitale. ‘Il ruolo del negozio sta mutando, chi compra entra con un diverso bagaglio di aspettative’, ha detto al ‘Wall Street Journal’ John Ross, presidente di Shoppers Sciences (società del gruppo Ipg) ed ex capo marketing della catena Home Depot. Abituato a soddisfare le sue curiosità sull’iPhone, perché il cliente non dovrebbe sapere all’istante, davanti a una vetrina, se la giacca esposta è di lino o di lana, se dentro c’è pure della sua misura, se è disponibile in marrone, e a quali pantaloni si accompagna meglio? È quello che offre la catena J.C. Penney con il suo ‘FindMore’ (Trova Altro), un video da 52 pollici touch screen che consente ai clienti non solo di navigare nella ampia gamma di merce del negozio, ma anche di mandare informazioni su un certo prodotto via email a se stessi, per memorizzarle, oppure a un amico per avere consiglio. The Limited, gruppo che ha tra altri brand Victoria Secret, sta pensando di installare vetrine interattive simili nei prossimi sei mesi. Una realtà è già anche ‘lo specchio delle mie brame’ negli spogliatoi di prova, dove si correggono i capi secondo esigenza e gusto propri.

Sulla via della robotizzazione del personale, si sperimentano nuovi chioschi informativi dove si interrogano commessi virtuali. Freddi magari nelle risposte, ma impeccabili e mai maleducati. La rivoluzione dei negozi è in pieno svolgimento, e non solo nella moda. Stop & Shop Supermarket sta sperimentando in 289 suoi punti vendita dei particolari strumenti manuali di lettura digitale, o scanners, che mostrano ai clienti sconti personalizzati mentre fanno shopping. Le offerte si basano su vari fattori, per esempio la storia degli acquisti del cliente o un oggetto appena comprato. E lo stesso scanner consente di ordinare una consegna a domicilio e di pagare più in fretta. Tecnologia fa rima con crescenti curiosità, ma anche con fidelizzazione. Una nuova applicazione chiamata ShopKick permette ai clienti iscritti al programma di guadagnare dei punti per il solo fatto di aver messo piede nel negozio, di aver esaminato con lo scanner un certo prodotto e di averlo provato. Tra le prime catene a sperimentarla c’è Best Buy (elettronica di consumo): mostrando al cassiere il codice a barre, si conoscono i punti accumulati che possono trasformarsi in somme di una speciale ‘moneta’ chiamata KickBucks, che non sono spendibili solo in specifici negozi ma possono essere convertite in crediti su Facebook, in certi prodotti o in gift cards (carte di credito di ammontare definito che da tempo sono usate come regali), oppure devolute in beneficenza”. (red)

Walter Fini, "ma anche" no. O forse sì. Come non si sa

Onore a Tomizawa, morto in sella ai suoi sogni